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venerdì 30 novembre 2018

Giappone, Kumano Kodo: onsen o non onsen (tratto da www.travelgudu.com)

Tratto dal blog di viaggio Travel Gudu.

L’ultima tappa. Dopo due settimane di Giappone e Giapponesi, alcune cose iniziano ad infastidire alternativamente una metà di noi. Come l’assoluta assenza di flessibilità. O come la salsa di soia ovunque. Ma ancora ci siamo dentro, ancora vogliamo muoverci, scoprire la penisola montagnosa di Kii, camminare lungo le vie di pellegrinaggio del Kumano Kodo, allontanarci dai circuiti turistici ed addentrarci nel Giappone dei Giapponesi. Mangeremo cibo al sapore di salsa di soia ancora per un paio di giorni.
Come in un film di Miyazaki, ci inerpichiamo lungo un tortuoso percorso per stradine di montagna con la nostra Toyota-scatoletta. Ci fermiamo lungo la strada in un posto che in Italia sarebbe “da camionisti”, dove ordiniamo additando ciò che di commestibile compare nel piatto di altri commensali; scopriamo così che hamburger si dice hamburgero e ci pappiamo qualcosa di vagamente occidentale e vagamente orientale insieme. Buono. Ripartiamo, per arrivare, attraversando microscopici agglomerati di casupole, al paese di Yunomine. Il nostro ryokan, un po’ lontano dal centro, è accogliente, proprio come il proprietario, un uomo gentile e dall’inglese impeccabile… Chi l’avrebbe detto: nipponici impiegati edokiani (avremmo scritto tokyesi, ma Treccani ci ha corretti) sordi all’anglosassone idioma e poi nel bel mezzo del niente quest’uomo che finalmente ci comprende. Ci lanciamo immediatamente a chiedere se l’onsen del ryokan è aperto anche a chi ha tatuaggi (in passato non riuscire a chiederlo ci ha fatto desistere): la risposta è sì! Yuppie!
Dedichiamo il pomeriggio al relax e all’onsen. Le regole giapponesi per l’onsen sono (naturalmente) rigorose: sessi separati, si entra in yukata, ci si sveste e ci si lava meticolosamente irrorandosi con doccette o secchiate appollaiati su bassi sgabellini. Una volta che si è belli puliti, si può entrare nell’acqua termale. Il nostro ryokan ha due vasche termali al chiuso e due all’aperto, oltre a due vasche più piccole per “famiglie”. Il primo giorno, con la timidezza di gaijin fuor d’acqua, scegliamo l’onsen privato, ma il secondo giorno – finalmente – ci buttiamo: ora siamo un po’ nipponici anche noi, lì, nudi nell’acqua rovente dall’odore vagamente sulfureo ad osservare il cielo ripulendoci mente e corpo.
La sera il nostro amico occhialuto e gentile ci accoglie per la cena. Il menù di specialità kaiseki è straordinario (e illustrato in inglese, con vignette che spiegano bene come mangiare i vari cibi – nel 2013 era stato complicato gustarci quei manicaretti senza capire bene cosa fossero o come dovessero essere assaporati). E iniziano le danze: sashimi, una zuppetta di patate e funghi, capasanta al forno, un tofu buono (dio-solo-sa-come-sia-possibile!), la famosa carne marmorizzata da far grigliare insieme a delle verdurine, un pesce arrostito allo spiedo, e chissà cos’altro non ricordiamo più… tutto squisito. La seconda sera, replay ma con piatti differenti, ancora ottimi.
La colazione un pochino più dura, ma alla fine il porridge di riso e acqua termale non è male come la descrizione potrebbe far pensare.


Siamo agli ultimi giorni di viaggio, un po’ stanchi per le lunghe escursioni, un po’ nostalgici della nostra family lontana e insieme con il cuore un po’ appesantito dall’imminente rientro, decidiamo di prendercela con calma. Facciamo una passeggiata lungo le vie di pellegrinaggio del Kumano Kodo, acquistiamo in un negozietto alcune cibarie che riusciamo a riconoscere nonostante le scritte illeggibili; partiamo dal tempio Kumano Hongū Taisha, ci incamminiamo per un un po’, ma poi decidiamo di tornare indietro e di non fare tutto il percorso dell’Hongu Loop. Torniamo al ryokan e ci abbandoniamo mollemente nell’onsen.
Il pellegrinaggio del Kumano Kodo è “gemellato” con il decisamente più famoso Cammino di Santiago: chi percorre entrambi i cammini è un “dual pilgrim” e può ricevere un certificato con la conchiglia e il corvo a tre zampe. Lo abbiamo messo nella wishlist, chissà…



L’ultimo giorno infine arriva. Lasciamo il ryokan e saliamo sulla nostra scatoletta, percorriamo la strada che risale lungo la costa della penisola. Ci fermiamo a Wakayama, località marittima, ma è il primo settembre e la stagione balneare nipponica a quanto pare è finita. Poco importa che ci sia un sole cocente o che sia venerdì pomeriggio: lo stabilimento è chiuso. Chissene. Ci infiliamo i costumi in auto, ci buttiamo in mare lo stesso poi, pieni di sabbia e salsedine tentiamo di sciacquarci nel lavapiedi (unica fonte di acqua dolce rimasta agibile) turbando mamma e figlio nipponici. Risaliamo in auto, arriviamo all’aeroporto di Osaka con ampio anticipo. La Toyota ci restituisce pure qualche soldo per aver riportato l’auto prima dell’orario stabilito. Ci annoiamo su e giù per l’aeroporto in attesa del volo; prima di imbarcarci ceniamo bevendo una birra nipponica niente male.


E infine via, in aereo, il lungo viaggio di ritorno. Tornati, impieghiamo un pochino ad abituarci a non fare quel piccolo gesto di inchino che abbiamo imparato. Sono queste piccole sceme cose, che ti restano addosso e che non si possono scordare, a mostrare all’esterno quanto il viaggio – ogni viaggio – ci abbia cambiato dentro.

:::::::Info pratiche:::::::
Regione: Kumano
Prefettura: Wakayama
Ryokan (consigliatissimo): Yunomineso Ryokan
Attività:
Guidare un’auto-scatoletta sulle stradine strette, desolate e tortuose dei monti del Kumano. Fatto. Voto 5/10 (bene, ma non benissimo).
Passare sotto il torii più grande del mondo. Fatto. Voto 3/10 (era banalmente in cemento armato).
Trovarsi disperati per la fame in mezzo al nulla, fermarsi nella bettola meno probabile del mondo e trovare un hamburger. Fatto. Voto 8/10.
Scoprire che esiste un piatto a base di tofu effettivamente buono: Fatto. Voto 7/10
Rilassarsi fin quasi allo svenimento in una pozza di acqua bollente nel mezzo di un bosco (dicesi onsen). Fatto. Voto 8/10.
Convincersi di aver comprato del pane in cassetta e ritrovarsi per pranzo invece un dolce coi i fagioli. Fatto. Voto 5/10 (di nuovo bene, ma non benissimo).
Fermarsi in mezzo ai monti e bere una strana bevanda creata da due strane vecchiette. Fatto. Voto 9/10 (buonissima!).
Fare l’aperitivo a base di sakè bevuto in un bicchiere di ghiaccio. Fatto. Voto 10/10.
Scandalizzare i Giapponesi facendo il bagno in mare circa 14 ore dopo la fine della stagione balneare ufficiale Fatto. Voto 9/10.
Indice di fastidio umanità: 3/10 JarJar. Poca gente in questa zona.
Indice di bellezza: 7/10 sakura. Più che di bellezza sarebbe meglio parlare questa volta di “Atmosfere che creano bellezza”.
Indice di ordine/rigore/incasellamento mentale: 10/10 Sheldon Cooper.
Indice di dipendenza da Pocari: 7/10 Pocari. Nelle escursioni è sempre apprezzato.
Indice di afa: 50 mm di sudore.
Qui l’ultimo video del “nostro” Giappone direttamente dal canale You Tube – enjoy!

giovedì 26 giugno 2014

La città incantata - Recensione

Una pausa nel Gudu Japan Experience per una recensione comunque in tema Giappone.

Trattasi della recensione del lungometraggio animato "La città incantata" del grande maestro Hayao Miyazaki.

Il film lo avevo già visto con la Vigi almeno tre volte.
Ricordo che la Vigi se lo procurò incuriosita dal fatto che aveva vinto Orso d'oro al Festival di Berlino nel 2002. Fui lei la prima a vederlo e poi per almeno un anno cercò di convicermi a vederlo senza riuscire a convincermi. Dopo un anno di tentativi acconsentii di malavoglia e rimasi stupito, colpito e fulminato da amore a prima vista.

E' stato il primo film di Miyazaki che ho visto.
In verità da piccolino avevo amato molto la serie Conan ragazzo del futuro (una delle prime opera di Miyazaki), ma ero solo un bambino e quindi, a mio parere, non conta.

Con l'occasione della riproposizione al cinema di questo capolavoro, abbiamo potuto gustarci la Città incantata al cinema.

Devo dire che per godersi fino in fondo il film bisogna conoscere ed amare la cultura del paese del Sol Levante ed è inutile dire che dopo aver visitato il Giappone il film acqusita ancora maggior valore.

La trama, come tutti i film di Miyazaki, è semplice... praticamente banale... anche perchè la grande capacità di questo regista è proprio rendere magico lo scorrimento di un film, a prescindere la trama.
Tutta questa magia nasce soprattutto dalle atmosfere; atmosfere create con i colori, i suoni, gli sguardi, i disegni dei personaggi ed il tipo di animazione.
Miyazaki potrebbe rendere magica una puntata di porta a porta, ne sono certo.
La trama è una trama, come già scritto, semplice che scorre banalmente, ma parte da un'intuizione geniale:
Una bambina oltrepassa una sorta di "confine" e si ritrova nel mondo degli spiriti.
Gli spiriti sono quelli del folklore nipponico, che in questo campo non sono secondi a nessuno e da soli bastano a giustificare un'opera di grande fantasia e varietà.
La bambina in questione rimane intrappolata in questo mondo e dovrà riuscire a liberare i genitori e magari, nei ritagli di tempo, migliorare la vita ai presenti.

Il 90% del film è ambientato in uno stabilimento termale tipico giapponese (onsen), presso l'onsen vengono a riposarsi tutti gli spiriti della tradizione giapponese (dal buddismo, ma sopratto dallo shinoismo) con l'aggiunta di spiriti partoriti dalla mente vulcanica del regista.
Ovviamente l'architettura dello stabilimento è molto "particolare" (vedi anche "Il Castello di Howl"), come anche le miriadi di esseri che ci lavorano dentro.
Stanze e scalinate di ogni tipo e dimensione con atmosfere che variano continuamente a partire dalla sala caldaie nei meandri della terra fin su agli uffici della strega della zona attico.





I lavoratori dell'onsen sono antropomorfi, ma mai umani... anche in questo caso un mix di folklore e fantasia dell'autore.


Quasi tutta la parte restante del film, forse la più crepuscolarmente romantica, è ambientata nelle terre desolate degli spiriti; terre che la protagonista dovrà percorrere per poter aiutare un caro amico ritrovato durante l'avventura.




La città incantata, come quasi tutti i film di Miyazaki, è un film che parla direttamente al cuore.
Se il cuore è anche solo un po' aperto allora può recepire l'immensa bellezza di questa opera.
Le atmosfere di questo film... non so descriverle altrimenti... è come se cantassero direttamente all'anima rapendola e trasportandola in un mondo magico... un mondo che, in fin dei conti, non è poi così tanto diverso da quello del Giappone rurale di qualche anno fa.

Un film che parla della natura e della sua bellezza infinita.

Un film che parla "del vento" e "col vento" perché  tutto si muove come se fosse animato dal vento (a partire dal vento che quasi trascina la protagonista nel tunnel, passando per quello che anima gli esseri volanti che cacciano il drago, fino ad arrivare al vento che in modo metaforico sostiene la protagonista ed il suo amico ritrovato durante la discesa da cielo a terra).

Un film che santifica la purezza di spirito mediante il suo simbolo più alto che è l'acqua... l'acqua purificatrice delle vasche termali, l'acqua pacificatrice che trasforma la turbolenta pianura in un pacifico mare, l'acqua che divide il mondo puro degli spiriti da quello degli umani.

Un film che esalta le cose stupende che può darci la natura dove dona più felicità una lucertola fritta od un pasto speciale che centinaia di pezzi d'oro, dove la protagonista guadagna il rispetto di "Noface" perchè non sa che farsene dell'oro (evitando forse di essere mangiata).



Un film che parla della solitudine dell'uomo nell'era moderna, rappresentato da "NoFace" che è lo spirito della modernità... dotato di incredibili poteri, ma estraniato da tutto e fondamentalmente infelice ed incapace di godere della vita.


Un film che parla di amore, non quello romantico di coppia, ma quello disinteressato dell'amicizia, dell'aiuto reciproco, dello stare insieme, di essere individui ma al contempo tutti legati da un'unica energia.

Miyazaki è un maestro nel descrivere questi temi.

Lo aiuta forse la cultura tradizionale giapponese, influenzata da Buddismo e Shintoismo ed estremamente legata alla natura.
Lo aiutano il grande amore verso la natura ed il grande pessimismo nei confronti dell'umanità.

Miyazaki parte da una trama che potrebbe essere l'ennesima storiella della Disney per bambini (il bambino che si ritrova in condizioni particolari e deve salvare qualcuno o qualcosa) e la trasforma in un'opera per tutti con un messaggio profondo ed estremamente bello da scoprire ed interiorizzare.

In questo film c'è tutto il bello della vita che l'umanità non riesce a ritrovare, simbolo di questo i genitori della protagonista che riescono ad accedere al mondo degli spiriti, ed invece di capirlo si lasciano subito andare al materialismo trasformandosi in maiali.


Il lieto fine c'è, ma non è plateale e soprattutto non è a tutto tondo:
La protagonista riesce a salvare i genitori, tornare nel mondo degli umani, togliere NoFace dalla solitudine, liberare dal sortilegio lo spirito del fiume
MA
I genitori non cambiano di una virgola e non ricordano nemmeno quello che è successo... un messaggio molto triste che ci spiega come la maggior parte di noi non è più in grado di recepire/capire/rispettare la bellezza del creato.
Le due gemelle antagoniste non fanno la pace fra loro.
Lo spirito del fiume viene liberato dal sortilegio, ma non può tornare a casa perchè il suo fiume è stato coperto dalle costruzioni (in realtà alla fine sostiene che prima o poi ritroverà il suo posto, ma gli occhi, a ben guardarli, sono tristi e non può superare il limite dei due mondi).
Anche la protagonsita del film non subisce particolari miglioramenti: era un'anima "pura" fin dall'inizio dell'avventura, diventa solo più coraggiosa e determinata... qualità che aveva già, ma che sono state messe in evidenza dai fatti.
Sostanzialmente alla fine dell'avventura non è cambiato un cazzo... gli umani restano sempre estraniati come NoFace e gli spiriti dell'onsen continuano la loro esistenza borderline ed il mondo magico della natura continua il suo corso senza tempo. Questo è il messaggio negativo: la non risoluzione di questa "divisione".

Un film che io ho amato fin dal primo momento e penso che continuerò a rivedere con grande piacere.

Nota dolente: il nuovo doppiaggio della Lucky Red ha occidentalizzato, a parer mio, troppo la traduzione. Anche la recitazione l'ho trovata meno adatta della precedente versione by Universal.

Consigliato a tutte le persone che hanno anche solo un pezzettino di cuore aperto o che vogliono provare ad aprirlo.

martedì 1 ottobre 2013

The Gudu's Nippo Experience Part 2

E poi ci siamo svegliati riposati la mattina del secondo giorno.

Dopo un'ottima colazione "Quasi occidentale" nel Ryokan, siamo partiti alla volta del "mitico" e "mistico" Museo Ghibli.

Anche se esiste wikipedia, due parole rapide per capire chi è il genio celebrato in questo museo: Hayao Miyazaki.
Si parla di cartoni animati famosissimi in occidente negli anni '80 come "Lupin III" e "Conan ragazzo del futuro".
Si parla di capolavori dell'animazione pubblicati in tutto il mondo come "Il mio vicino Totoro", "Porco Rosso", "La città incantata", "La principessa Mononke", "kiki consegne a domicilio", "Il castello errante di Howl".
Si parla di un autore che in occidente ha ispirato i creatori di "Bruto" (il nemico di Braccio di Ferro), la banda bassotti della disney ed in oriente ha praticamente ispirato qualunque creatore di anime.
Si parla di un autore che nel 2013 produce ancora film d'animazione disegnati "a mano" con l'amore, la passione e la qualità che solo una mano umana può dare.
Si parla di un autore che con i suoi film d'animazione fa sognare gli animi umani dai 4 ai 104 anni.
Si parla di uno dei pochi autori che ancora crede nell'animazione tradizionale (il fottutissomo "cartone animato"), uno dei pochi esportato in occidente, l'unico ad aver vinto il leone d'oro a Venezia, un oscar ed un sfilza di altri premi.
Quest'uomo, che io considero un genio ed un esempio di vita, tanto tempo fa ha fondato una sua casa di produzione per non dover sottostare alle regole di mercato e poter continuare a produrre materiale di qualità con passione. Un uomo che ha sfidato la tecnologia, le mode, la globalizzazione e la caduta morale dell'umanità... vincendo nel suo piccolo su tutti.
Ecco chi è l'uomo celebrato in questo museo.


Per entrare al museo Ghibli bisogna prenotare con largo anticipo il biglietto.
La Vigi (anche lei appassionatissima di Miyazaki) ha prenotato dall'Italia con 3 mesi di anticipo.

Ma torniamo un attimo indietro.

Prima di arrivare al Museo Ghibli, ci siamo fermati a visitare il quartiere di "Higashikurume".
Questo è il quartiere dove è ambientata la serie manga/anime "Maison Ikkoku" (in Italia pubblicata col nome "Cara dolce Kyoko").
Maison Ikkoku ha avuto una grande rilevanza nella mia adolescenza e la Vigi è stata grandiosa a documentarsi su come raggiungere questo quartiere.
Higashikurume è un quartiere molto periferico ad Ovest di Tokyo dove a quanto pare viveva l'autrice a quei tempi. Ora il quartiere è molto diverso, ma l'atmosfera che si respira è ancora la stessa dell'anime.
Non sto a descrivere quel che ho visto, perchè fondamentalmente non c'è nulla da vedere, se non ciò che è rimasto dei luoghi presenti nell'anime (sono convinto di aver individuato la costruzione che ha ispirato la Maison Ikkoku)... è stata soprattutto un'esperienza interiore... per me molto importante.

Fatta questa "piccola" (si fa per dire) deviazione, in una quarantina di minuti siamo arrivati alla stazione del quartiere in cui è sito il Museo Ghibli.

Scesi dal treno, abbiamo deciso di non prendere la navetta, ma passeggiare fino al museo.
Abbiamo così scoperto una parte di Tokyo inaspettata.
Piccole case con piccoli giardini verdi si dipanavano in linea retta seguendo un piccolo fiumiciattolo.
La strada era stretta e incorniciata da molti alberi.
Un'atmosfera... come dire... "delicata" che ricordava più un diorama che un quartiere vero.
Alla fine della strada c'era un piccolo parco ed alla fine del parco il museo.

Com'è il Museo Ghibli? Molto diverso da quello che ci si aspetta.
Non è un museo, ma nemmeno un parco di divertimenti.
Il biblietto è sostanzialmente la riproduzione di un pezzo di pellicola contenente tre fotogrammi di una delle opere dello Studio Ghibli... ogni biglietto è diverso... in pratica il biglietto stesso è già un souvenir di valore.
Si gira all'interno di questo edificio dalle forme strambe (torri, giardini pensili, balconate interne, imbrobabili scalinate) visitando alcune ambientazioni tratte dalle delle opere più famose (sotto la pianta del museo).


Vi è poi un piccolo cinema nel quale viene proiettato ogni 30 miuti un cortometraggio visibile solo al museo e che cambia ogni mese.
Esiste anche un parte più "museo" all'interno della quale si può vedere come è nata e come si è sviluppata l'animazione nipponica.
Ci sono poi dei giochi per i bambini ed infine lo shop per i souvenirs.
Io e la Vigi ci siamo ovviamente gettati a fare la fila per il cortometraggio che è risultato molto carismatico e molto visionario... non scrivo di più perchè è un segreto delle poche persone che hanno potuto vederlo.
Ci siamo poi stupiti di fronte alla riproduzione in metallo a grandezza naturale del robot di "Laputa il castello nel cielo", siamo tornati bambini di fronte al Totoro in dimensioni reali e così via.




Alcune ambientazioni non le abbiamo riconosciute, abbiamo dovuto poi rivederci tutti i lungometraggi dello Studio per riconoscerli.
Abbiamo pranzato nel ristorante interno del museo dove servivano gigantesti panini ed ancor più giganteschi gelati a cinque piani... unico locale in cui abbiamo trovato cucina internazionale.


Il locale era pieno zeppo e si faceva la fila per entrare. La fila era composta da una serie di sedie messe in circolo con al centro un tavolo; man mano che si liberavano le sedie più vicine alla porta, si cambiava di "seduta" avvicinandosi all'ingresso.
Sul tavolino al centro del "percorso sedie" c'erano riviste e del disinfettante per le mani.
Ovviamente nessuno cercava di by-passare la fila. Eravamo gli unici occidentali presenti.
Nel pomeriggio ci siamo persi nello shop del museo.
In verità ci aspettavamo molto di più... eravamo pronti a riempire un'intera valigia di souvenirs.
Abbiamo dovuto accontentarci di portachiavi, toppe per le borse e per il giubbotto, spille e stampini. Non c'erano magliette, felpe, cappelli... peccatissimo.
Dopo lo shop abbiamo gustato una strana bibita al gusto di "Biochetasi" the tutti sembravano apprezzare; in pratica ti fornivano una bottiglietta piena di acqua nella quale venivano inserite strane palline colorate che in pochi secondi davano gusto, colore, sapore e gasatura all'insieme.

Usciti dal museo felici e sereni, abbiamo tentato di passeggiare nel parco per rilassarci.
Scrivo tentato perchè siamo stati assaliti da un'orda di malvagi insetti.
In non più di 15 minuti la povera Vigi è stata punta 47 volte. Non è un modo di dire. 39 punture sulle gambe e 8 nella parte bassa della schiena.
A me è andata meglio: solo 7 punture... li attirava tutti lei gli insetti.

In serata abbiamo visitato il primo tempio Buddista del viaggio, il grande tempio di Senso-Ji.
Era quasi buio ed il tempio si ergeva imponente con le sue luci soffuse.
Di fronte al tempio una strada dritta di almeno 300 metri piena di negozietti illuminati su ambo i lati; strada famosissima chiamata Nakamise Dori e che conduce al portale di ingresso "Kaminarimon".


In pratica una versione lineare e ordinata dei mercatini di Natale di Vienna.
Nei negozietti si poteva trovare davvero di tutto... e quando dico tutto... intendo tutto.
Il Kaminarimon era imponente con le enormi statue di quelli che io avevo imparato a chiamare "demoni giapponesi" tramite i manga, ma che ho scoperto essere figure mitologiche e mistiche del buddismo.


Superata l'entrata del Kaminarimon appare la costruzione principale del tempio e, ad ovest, il Gojuto (pagoda delle 5 storie) dove si dice vengano conservate parte delle ceneri di Buddha.
Il complesso era molto bello, ma tutta l'atmosfera era rovinata dalle miriadi di turisti (quasi tutti orientali) che riempivano ogni spazio vuoto.
Abbiamo pregato alla maniera locale ed abbiamo provato l'"Omikuji".
L'"Omikuji" è un biglietto contenente una predizione divina, un oracolo scritto che si estrae presso i templi shintoisti e buddisti in Giappone in occasione di particolari festività per conoscere la propria sorte (vita, salute, lavoro, amore, ecc.)... i turisti invece lo estraggono ad ogni occasione ovviamente.
Prima si lascia un'offerta in una cassetta poi si agita poi una scatola al cui interno ci sono dei bastoncini numerati. Da un piccolo foro posto di questa scatola esce un bastoncino. Di lato è posta una piccola cassettiera in cui sono riposti i bigliettini dell'oracolo.
Si deve, quindi, cercare la cassetta che ha lo stesso numero presente nel bastoncino e prendere il foglietto all'interno, contenente la predizione (cosa per niente facile per un'occidentale).
Se la predizione dell'Omikuji è buona, si può mettere il foglietto in apposite casse oppure legarlo alla porta del tempio oppure portarlo con se, come talismano, fino a quando non si realizza la predizione.
Se, di contro, la predizione è negativa è preferibile annodarlo ai rami di un albero o ad una particolare struttura creata appositamente per questo motivo vicino ad un luogo santo, in modo da permettere agli spiriti divini di esorcizzarlo evitando così che si realizzi.

Dopo foto, oracoli e preghiere era sceso il buoi ed abbiamo deciso di ritornare al Ryokan.

Al ritorno ci siamo fermati in un negozietto ed io mi sono comprato delle originali ciabatte giapponesi.

A cena siamo andati in un chioschetto, di quelli frequentati dagli autoctoni, a mangiare il Ramen.
Oramai a Tokyo non ci sono più i chioschetti in legno che si vedono nei manga, ma piccole stanzette nelle quali si mangia seduti al bancone.
Appena entrati il cuoco ci ha chiesto di prendere il biglietto... si, proprio prendere il biglietto... introducendo il denaro in una macchinetta che sputava fuori un bigliettino che poi andava consegnato al cuoco.
Per capire "cosa" ordinare non c'era questa volta il menù fotografico... ci sono voluti 10 minuti per capire a gesti e "sprazzi di inglese" cosa significavano alcune scritte... e poi ancora 10 minuti per trovare la scritta equivalente alla spiegazione sui pulsanti della macchinetta.
Consegnati i bigliettini al cuoco, dopo neanche 2 minuti avevamo davanti il nostro ramen... cucinato a "velocità curvatura" dal cuoco.
Ora vado a descrivere il Ramen come solo un italiano potrebbe farlo.


Si prende un scodella e la si riempie di un brodo che varia da caso a caso, nel nostro caso conteneva pezzi di verdure ed alghe.
Poi si prendono degli spaghetti di soia e li si butta nel brodo.
Poi si prendono agli ingredienti e li si butta anche loro nel brodo. Nel nostro caso avevamo 3 fette finissime di manzo ed un uovo sodo.
Il Ramen mi è piaciuto tantissimo; nutriente e completo, ma digeribilissimo.
Vicino a noi un tipico giapponese.
E' entrato quando noi eravamo quasi alla fine... ha ordinato una ciotola di Ramen ed una ciotola di riso.
Nel tempo che noi abbiamo finito gli ultimi due spaghetti, il soggetto aveva spazzolato il riso e finito il Ramen... il tutto tenendo le ciotole adese alla bocca e facendo rumori che nella nostra cultura sarebbero a dir poco osceni, ma per la cultura giapponese sono sintomo di gradimento.

Dopo cena siamo tornati al Ryokan, il giorno dopo ci attendeva Kyoto.