Visualizzazione post con etichetta Tokyo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tokyo. Mostra tutti i post

venerdì 26 ottobre 2018

Tokyo is now (tratto da www.travelgudu.com)

Tratto da www.travelgudu.com.
Tokyo è un mondo a parte. E’ Giappone, certo, ma insieme non lo è. Perché è Giappone all’ennesima potenza, storpiato, esasperato, spersonalizzato. E’ luci e musica a più non posso e angoletti dove sorbire rumorosamente una ciotola di ramen. Centinaia di persone in camiciotto bianco, ombrello trasparente al braccio e smartphone alla mano, che si riversano in strada o in treno o nei centri commerciali o ovunque, dando una sensazione di essere totalmente uniformati, e poi ragazzette inguainate in tutine multicolore con acconciature bizzarre (cosplayer) oppure occhialuti adolescenti allineati in code kilometriche davanti alle fumetterie di Akihabara (i famosi otaku). Tokyo è tutto questo ed anche molte altre cose. Come Ueno, il quartierino anni ’70 che è stato la nostra dimora. Dove, proprio a pochi passi dal nostro ryokan e dalla stazione JR, se ne sta un po’ nascosto un tempietto shinto che è diventato un po’ come il “nostro” altare sotto casa, dove infilarsi la sera nella penombra per salutare il gatto che resta a pisolare sulle colonne.
Cosa non perdervi assolutamente a Tokyo? Beh, difficile da dirsi ma proviamo a dirvi cosa a noi pare imperdibile dopo esserci stati due volte:
  1. il Museo d’Arte Ghibli: se amate lo Studio Ghibli, non c’è neanche da spiegarvi perché; altrimenti, guardate La Città Incantata, Il mio vicino Totoro o Porco Rosso e lo capirete di certo. Entrerete nella “mente” di Miyazaki & co, riceverete come biglietto di ingresso un fotogramma di un film Ghibli (piccolo tesoro) e potrete assistere alla proiezione di un cortometraggio inedito. Andateci a piedi così vi godrete la quiete del quartiere Mitaka (ma occhio alle zanzare). Preparatevi alla delusione del gift shop: dei millemila gadget Ghibli che ci sarebbe frullato in testa di comprare, non ce n’era neppure un quarto…
  2. farsi trascinare dalla folla nella stazione dei treni nell’ora di punta
  3. andare (magari di sera nel fine settimana) al tempio Senso-ji, nel quartiere di Asakusa: sì è iper “commerciale”, sì troverete un botto di gente, sì è pieno di turisti, ma quella strada (Nakamise-doori) strapiena di negozietti un po’ kitsch e di gente in yukata e zoccoli ripaga lo sguardo, con il tempio sullo sfondo con la luce un po’ aranciata del tramonto.
  4. Shinjuku: l’avrete visto in mille fotografie e video. Un’ondata di luci al neon e lo scosciare della gente, investita da centinaia di decibel che arrivano da ogni lato creando una cacofonia assordante. Il leggendario incrocio pedonale più trafficato al mondo, dove la strada si attraversa anche in diagonale e naturalmente se non urti almeno una spalla nel farlo non puoi fingerti un giapponese vero. Dovete andarci e farvi travolgere dalla vita notturna e mondana, non potete mancarlo. Del resto, è come stare dentro un’istantanea di Tokyo.
  5. Tokyo sky tree… sì è un centro commerciale, perché andarci in fin dei conti? Beh, perché è un centro commerciale dove ci sono negozi giapponesi. Nel senso: a Ginza, per esempio, ci sono enormi strade stracolme di boutique, esattamente le stesse che si possono trovare a Milano o New York; poco Giappone, insomma. Non perdetevelo se siete appassionati dello shopping di lusso, ma se siete alla ricerca di marchi giapponesi in questo centro commerciale li troverete. Oltre a trovare uno dei negozi Donguri di merchandising Studio Ghibli. Senza troppe aspettative: anche qui i gusti nipponici un po’ deludono…
  6. Akihabara, per l’assurdità e la follia del quartiere. Ci troverete un palazzo pieno zeppo solo di modellini di robot e personaggi di anime, in un altro albi a fumetti dalla terra al cielo, in un altro ancora solo sale dove giocare a videogames vintage. Andateci per una “toccata e fuga” prima di essere storditi da musica e nerdaggine.


Noi da Tokyo abbiamo anche fatto una gita a Kamakura, famosa per la grande statua di Buddha all’interno del tempio Kōtoku-in. La località si trova a una cinquantina di km da Tokyo e si raggiunge comodamente in treno. A noi è piaciuto non tanto per l’enorme statua (pure bella), ma in particolare per le viuzze, per il tempio di Hasadera e per il mitico nippo-omino che a bordo strada vende ananas semi-gelato su stecco, una delizia con il caldo estivo.



Tokyo è senza dubbio una parte imperdibile di ogni viaggio in Giappone; ma non fatevi ingannare, il Giappone è molto di più.
:::::::Info pratiche:::::::
Regione: Kanto
Ryokan: Edo Sakura
Attività:
Rimanere a bocca aperta di fronte al lago del parco di Ueno ricoperto di ninfee. Fatto. Voto 9/10
Visitare tutti i negozietti del tempio di Senso-ji. Fatto. Voto 7/10.
Accarezzare il pupazzo di Totoro a grandezza naturale allo Studio Ghibli. Fatto. Voto 8/10
Passeggiare in una fumetteria di 10 piani in mezzo a nippo-infoiati spesso travestiti da personaggi dei fumetti. Fatto. Voto 7/10
Mangiare Ramen nel bugigattolo dove vanno solo gli autoctoni ordinando a caso. Fatto. Voto 8/10.
Guardare turbati i robot giganti all’ingresso di un robot-bar. Fatto. Voto: 6/10.
Parlare dei massimi sistemi col gatto del tempio shintoista. Fatto. Voto 10/10. Il gatto ci ha in effetti insegnato molto.
Prendere per il culo gli otaku in fila davanti al negozio di robot e dopo 10 minuti mettersi in fila dietro a loro. Fatto. Voto 3/10.
Andare al Karaoke: Non Fatto.
Farsi battere di misura da un giapponese in un “All you can drink”. Fatto. Voto 5/10.
Guardare con invidia il giapponese in giacca e cravatta che non suda a 35°C mentre tu sei in canotta e grondi. Fatto. Voto 1/10.
Fermarsi, come i giapponesi, ogni ora ad una macchinetta automatica delle bibite (e finire per avere una dipendenza da “Pocari sweat”). Fatto. Voto 10/10.
Indice di fastidio umanità: 3 JarJar. Sono tanti in poco spazio, ma sono così educati da non essere praticamente mai fastidiosi.
Indice di follia: 9 Jocker. … ma quel folle bello…
Indice di ordine/rigore/incasellamento mentale: 10/10 Sheldon Cooper.
Indice di dipendenza da Pocari: 8/10… l’unità di misura è appunto il Pocari.
Qui i video di Tokyo e di Kamakura – Enjoy!

martedì 1 ottobre 2013

The Gudu's Nippo Experience Part 2

E poi ci siamo svegliati riposati la mattina del secondo giorno.

Dopo un'ottima colazione "Quasi occidentale" nel Ryokan, siamo partiti alla volta del "mitico" e "mistico" Museo Ghibli.

Anche se esiste wikipedia, due parole rapide per capire chi è il genio celebrato in questo museo: Hayao Miyazaki.
Si parla di cartoni animati famosissimi in occidente negli anni '80 come "Lupin III" e "Conan ragazzo del futuro".
Si parla di capolavori dell'animazione pubblicati in tutto il mondo come "Il mio vicino Totoro", "Porco Rosso", "La città incantata", "La principessa Mononke", "kiki consegne a domicilio", "Il castello errante di Howl".
Si parla di un autore che in occidente ha ispirato i creatori di "Bruto" (il nemico di Braccio di Ferro), la banda bassotti della disney ed in oriente ha praticamente ispirato qualunque creatore di anime.
Si parla di un autore che nel 2013 produce ancora film d'animazione disegnati "a mano" con l'amore, la passione e la qualità che solo una mano umana può dare.
Si parla di un autore che con i suoi film d'animazione fa sognare gli animi umani dai 4 ai 104 anni.
Si parla di uno dei pochi autori che ancora crede nell'animazione tradizionale (il fottutissomo "cartone animato"), uno dei pochi esportato in occidente, l'unico ad aver vinto il leone d'oro a Venezia, un oscar ed un sfilza di altri premi.
Quest'uomo, che io considero un genio ed un esempio di vita, tanto tempo fa ha fondato una sua casa di produzione per non dover sottostare alle regole di mercato e poter continuare a produrre materiale di qualità con passione. Un uomo che ha sfidato la tecnologia, le mode, la globalizzazione e la caduta morale dell'umanità... vincendo nel suo piccolo su tutti.
Ecco chi è l'uomo celebrato in questo museo.


Per entrare al museo Ghibli bisogna prenotare con largo anticipo il biglietto.
La Vigi (anche lei appassionatissima di Miyazaki) ha prenotato dall'Italia con 3 mesi di anticipo.

Ma torniamo un attimo indietro.

Prima di arrivare al Museo Ghibli, ci siamo fermati a visitare il quartiere di "Higashikurume".
Questo è il quartiere dove è ambientata la serie manga/anime "Maison Ikkoku" (in Italia pubblicata col nome "Cara dolce Kyoko").
Maison Ikkoku ha avuto una grande rilevanza nella mia adolescenza e la Vigi è stata grandiosa a documentarsi su come raggiungere questo quartiere.
Higashikurume è un quartiere molto periferico ad Ovest di Tokyo dove a quanto pare viveva l'autrice a quei tempi. Ora il quartiere è molto diverso, ma l'atmosfera che si respira è ancora la stessa dell'anime.
Non sto a descrivere quel che ho visto, perchè fondamentalmente non c'è nulla da vedere, se non ciò che è rimasto dei luoghi presenti nell'anime (sono convinto di aver individuato la costruzione che ha ispirato la Maison Ikkoku)... è stata soprattutto un'esperienza interiore... per me molto importante.

Fatta questa "piccola" (si fa per dire) deviazione, in una quarantina di minuti siamo arrivati alla stazione del quartiere in cui è sito il Museo Ghibli.

Scesi dal treno, abbiamo deciso di non prendere la navetta, ma passeggiare fino al museo.
Abbiamo così scoperto una parte di Tokyo inaspettata.
Piccole case con piccoli giardini verdi si dipanavano in linea retta seguendo un piccolo fiumiciattolo.
La strada era stretta e incorniciata da molti alberi.
Un'atmosfera... come dire... "delicata" che ricordava più un diorama che un quartiere vero.
Alla fine della strada c'era un piccolo parco ed alla fine del parco il museo.

Com'è il Museo Ghibli? Molto diverso da quello che ci si aspetta.
Non è un museo, ma nemmeno un parco di divertimenti.
Il biblietto è sostanzialmente la riproduzione di un pezzo di pellicola contenente tre fotogrammi di una delle opere dello Studio Ghibli... ogni biglietto è diverso... in pratica il biglietto stesso è già un souvenir di valore.
Si gira all'interno di questo edificio dalle forme strambe (torri, giardini pensili, balconate interne, imbrobabili scalinate) visitando alcune ambientazioni tratte dalle delle opere più famose (sotto la pianta del museo).


Vi è poi un piccolo cinema nel quale viene proiettato ogni 30 miuti un cortometraggio visibile solo al museo e che cambia ogni mese.
Esiste anche un parte più "museo" all'interno della quale si può vedere come è nata e come si è sviluppata l'animazione nipponica.
Ci sono poi dei giochi per i bambini ed infine lo shop per i souvenirs.
Io e la Vigi ci siamo ovviamente gettati a fare la fila per il cortometraggio che è risultato molto carismatico e molto visionario... non scrivo di più perchè è un segreto delle poche persone che hanno potuto vederlo.
Ci siamo poi stupiti di fronte alla riproduzione in metallo a grandezza naturale del robot di "Laputa il castello nel cielo", siamo tornati bambini di fronte al Totoro in dimensioni reali e così via.




Alcune ambientazioni non le abbiamo riconosciute, abbiamo dovuto poi rivederci tutti i lungometraggi dello Studio per riconoscerli.
Abbiamo pranzato nel ristorante interno del museo dove servivano gigantesti panini ed ancor più giganteschi gelati a cinque piani... unico locale in cui abbiamo trovato cucina internazionale.


Il locale era pieno zeppo e si faceva la fila per entrare. La fila era composta da una serie di sedie messe in circolo con al centro un tavolo; man mano che si liberavano le sedie più vicine alla porta, si cambiava di "seduta" avvicinandosi all'ingresso.
Sul tavolino al centro del "percorso sedie" c'erano riviste e del disinfettante per le mani.
Ovviamente nessuno cercava di by-passare la fila. Eravamo gli unici occidentali presenti.
Nel pomeriggio ci siamo persi nello shop del museo.
In verità ci aspettavamo molto di più... eravamo pronti a riempire un'intera valigia di souvenirs.
Abbiamo dovuto accontentarci di portachiavi, toppe per le borse e per il giubbotto, spille e stampini. Non c'erano magliette, felpe, cappelli... peccatissimo.
Dopo lo shop abbiamo gustato una strana bibita al gusto di "Biochetasi" the tutti sembravano apprezzare; in pratica ti fornivano una bottiglietta piena di acqua nella quale venivano inserite strane palline colorate che in pochi secondi davano gusto, colore, sapore e gasatura all'insieme.

Usciti dal museo felici e sereni, abbiamo tentato di passeggiare nel parco per rilassarci.
Scrivo tentato perchè siamo stati assaliti da un'orda di malvagi insetti.
In non più di 15 minuti la povera Vigi è stata punta 47 volte. Non è un modo di dire. 39 punture sulle gambe e 8 nella parte bassa della schiena.
A me è andata meglio: solo 7 punture... li attirava tutti lei gli insetti.

In serata abbiamo visitato il primo tempio Buddista del viaggio, il grande tempio di Senso-Ji.
Era quasi buio ed il tempio si ergeva imponente con le sue luci soffuse.
Di fronte al tempio una strada dritta di almeno 300 metri piena di negozietti illuminati su ambo i lati; strada famosissima chiamata Nakamise Dori e che conduce al portale di ingresso "Kaminarimon".


In pratica una versione lineare e ordinata dei mercatini di Natale di Vienna.
Nei negozietti si poteva trovare davvero di tutto... e quando dico tutto... intendo tutto.
Il Kaminarimon era imponente con le enormi statue di quelli che io avevo imparato a chiamare "demoni giapponesi" tramite i manga, ma che ho scoperto essere figure mitologiche e mistiche del buddismo.


Superata l'entrata del Kaminarimon appare la costruzione principale del tempio e, ad ovest, il Gojuto (pagoda delle 5 storie) dove si dice vengano conservate parte delle ceneri di Buddha.
Il complesso era molto bello, ma tutta l'atmosfera era rovinata dalle miriadi di turisti (quasi tutti orientali) che riempivano ogni spazio vuoto.
Abbiamo pregato alla maniera locale ed abbiamo provato l'"Omikuji".
L'"Omikuji" è un biglietto contenente una predizione divina, un oracolo scritto che si estrae presso i templi shintoisti e buddisti in Giappone in occasione di particolari festività per conoscere la propria sorte (vita, salute, lavoro, amore, ecc.)... i turisti invece lo estraggono ad ogni occasione ovviamente.
Prima si lascia un'offerta in una cassetta poi si agita poi una scatola al cui interno ci sono dei bastoncini numerati. Da un piccolo foro posto di questa scatola esce un bastoncino. Di lato è posta una piccola cassettiera in cui sono riposti i bigliettini dell'oracolo.
Si deve, quindi, cercare la cassetta che ha lo stesso numero presente nel bastoncino e prendere il foglietto all'interno, contenente la predizione (cosa per niente facile per un'occidentale).
Se la predizione dell'Omikuji è buona, si può mettere il foglietto in apposite casse oppure legarlo alla porta del tempio oppure portarlo con se, come talismano, fino a quando non si realizza la predizione.
Se, di contro, la predizione è negativa è preferibile annodarlo ai rami di un albero o ad una particolare struttura creata appositamente per questo motivo vicino ad un luogo santo, in modo da permettere agli spiriti divini di esorcizzarlo evitando così che si realizzi.

Dopo foto, oracoli e preghiere era sceso il buoi ed abbiamo deciso di ritornare al Ryokan.

Al ritorno ci siamo fermati in un negozietto ed io mi sono comprato delle originali ciabatte giapponesi.

A cena siamo andati in un chioschetto, di quelli frequentati dagli autoctoni, a mangiare il Ramen.
Oramai a Tokyo non ci sono più i chioschetti in legno che si vedono nei manga, ma piccole stanzette nelle quali si mangia seduti al bancone.
Appena entrati il cuoco ci ha chiesto di prendere il biglietto... si, proprio prendere il biglietto... introducendo il denaro in una macchinetta che sputava fuori un bigliettino che poi andava consegnato al cuoco.
Per capire "cosa" ordinare non c'era questa volta il menù fotografico... ci sono voluti 10 minuti per capire a gesti e "sprazzi di inglese" cosa significavano alcune scritte... e poi ancora 10 minuti per trovare la scritta equivalente alla spiegazione sui pulsanti della macchinetta.
Consegnati i bigliettini al cuoco, dopo neanche 2 minuti avevamo davanti il nostro ramen... cucinato a "velocità curvatura" dal cuoco.
Ora vado a descrivere il Ramen come solo un italiano potrebbe farlo.


Si prende un scodella e la si riempie di un brodo che varia da caso a caso, nel nostro caso conteneva pezzi di verdure ed alghe.
Poi si prendono degli spaghetti di soia e li si butta nel brodo.
Poi si prendono agli ingredienti e li si butta anche loro nel brodo. Nel nostro caso avevamo 3 fette finissime di manzo ed un uovo sodo.
Il Ramen mi è piaciuto tantissimo; nutriente e completo, ma digeribilissimo.
Vicino a noi un tipico giapponese.
E' entrato quando noi eravamo quasi alla fine... ha ordinato una ciotola di Ramen ed una ciotola di riso.
Nel tempo che noi abbiamo finito gli ultimi due spaghetti, il soggetto aveva spazzolato il riso e finito il Ramen... il tutto tenendo le ciotole adese alla bocca e facendo rumori che nella nostra cultura sarebbero a dir poco osceni, ma per la cultura giapponese sono sintomo di gradimento.

Dopo cena siamo tornati al Ryokan, il giorno dopo ci attendeva Kyoto.

venerdì 20 settembre 2013

The Gudu's Nippo Experience part 1


Il 20 agosto è iniziata un'altra Gudu's experience.
Destinazione Giappone.

La mattina del 20 ho indossato le mie scarpe da viaggio (scarpe da montagna che indosso solo quando viaggio) ed i miei pantaloni estivi da viaggio (che indosso sempre alla partenza di ogni viaggio dall'avventura in Namibia del 2011) ed ho caricato la macchina.
Questa volta ad accompagnarci purtroppo non c'erano le nostre mitiche sacche da avventurieri (sempre più addobbate con le toppe delle varie bandiere dei luoghi visitati) poichè avevamo in progamma poderosi spostamenti a piedi; inizialmente la cosa ci ha rattristati un po', ma a ragion veduta siamo stati molto saggi.
La Vigi ha indossato anche lei le sue scarpe e pantaloni da viaggio, si è caricata in spalle l'attrezzatura da fotografa e mi ha raggiunto.

Prima destinazione: l'aereoporto di Milano Malpensa.
Alla guida dell'auto Mello (proprio colei che venne con noi fino in Tanzania), che ci avrebbe recapitati a destinazione e sarebbe tornata a casa in modo da non doverci preoccupare del parcheggio.
L'arrivo in aereoporto è sempre una parte fondamentale delle Gudu's experiences... è il momento in cui ti assale l'eccitazione per il viaggio.

Io adoro gli aereoporti.
Sono come portali verso mille dimensioni di avventura... pieni di persone che vanno e vengono da ogni dove.
Essendo l'imbarco previsto per le 14.00 abbiamo fatto un rapido pranzo ad un self-service locale ovviamente costoso come un ristorante di alta cucina nelle langhe e poi siamo stati in trepidante attesa dell'imbarco.
Io avevo già previsto cosa vedere nelle 12 ore di traversata.
La visione dei film durante il volo è un rito irrinunciabile e facente parte integrante del viaggio. Io avevo calcolato di vedere Fast&Furious 6 e Star Trek 2.
Per farla breve, senza descrivere le incredibili minchiate che di solito facciamo io e la Vigi per passare il tempo in sala d'attesa, alle 14.30 eravamo sull'aereo dove io scoprivo con orrore che nessuno dei film della mia wish-list era presente nell'archivio... poco male, avrei deviato su Ironman3 e Jimmi Bobo.
Il volo è stato per me rapido ed indolore.
Avevamo la fortuna di essere in 2 su tre sedili, indi per cui io mi sono goduto i due film in questione e poi mi sono svaccato, dormendo per le restanti 7-8 ore di viaggio.
Un po' peggio è andata alla Vigi che in aereo fatica a dormire.
La sua è stata una lunga traversata.

Il 21 agosto alle 9.00 del mattino siamo atterrati all'aereoporto Narita di Tokyo.

Il primo approccio che ho avuto mettendo piede in Giappone?
Tre addetti alle pulizie sdraiati sotto ad una panchina per pulire anche la parte inferiore del suddetto oggetto ed il pavimento con la moquette... moquette più pulita del pavimento di casa nostra.
Arrivati in aereoporto siamo andati a farci attivare l'abbonamento per i mezzi pubblici acquistato dalla Vigi on line.
Una delle prime cose che consiglio a chiunque visiti il Giappone è di prenotare da casa tutto il prenotabile. In Giappone quasi nessuno parla inglese; inoltre parlano tutti sottovoce e con un accento tale da rendere difficile la comprensione anche ad una "quasi-madrelingua" come la Vigi.
Il secondo approccio con il Giappone è stato "La cortesia e disponibilità": la signorina dello sportello, fra mille sorrisi ed inchini, si è offerta di prenotarci con anticipo i posti riservati su tutti i treni che avremmo preso da li al giorno della nostra partenza.
Con infinita pazienza si è informata sul nostro itinerario e ci ha prenotato tutto. A ragion del vero è stata avvantaggiata dal fatto che Virginia aveva un chiarissimo piano di viaggio in mente... però questa signorina ha passato con noi 20 minuti senza smettere di sorridere, senza perdere la pazienza, senza sottrarsi a nessun possibile lavoro al fine di rendere più semplice il nostro soggiorno.
Sbrigate tutte le pratiche siamo saliti sul treno (ovviamente iperpulito, rapido, silenzioso e dotato di bigliettaio che faceva l'inchino ad ogni persona a cui controllava il biglietto) per raggiungere il quartiere di Ueno.

Scesi dal treno finalmente mi sono trovato di fronte il Giappone.
Ueno è uno dei quartieri anni '70 di Tokyo... sembra di essere in un manga: strade strettissime, ammassamento pazzesco di case di tutti i tipi messe a casaccio come se il piano regolatore fosse stato disegnato da Ray Charles, poche auto, molte biciclette ed un caldo abominevole.
La Vigi è riuscita a muoversi senza mai sbagliare nella metropolitana di Parigi, nei vicoli di Londra, nelle campagne Francesi, sulle strade montuse della Namibia... ha però dovuto cedere di fronte alle strade di Ueno, ma soprattutto di fronte alle mappe falsate in nostro possesso.
Dopo una buona mezz'ora di "girare in tondo" coperti di sudore e nettamente provati dalla passeggiata con valigie sotto il sole rovente, un passante impietosito si è avvicinato e ci ha chiesto se poteva aiutarci... e cosa incredibile, sapeva anche dire tre parole in inglese!
Abbiamo così scoperto di essere usciti dalla metro nel punto sbagliato e siamo arrivati rapidi all "Edo Sakura" il nostro primo Ryokan.
Cos'è un Ryokan? E' l'equivalente dei nostri bed & brekfast... però in versione giapponese... si dorme per terra col fouton in piccole stanza quadrate che quasi sempre hanno la vista su piccoli giardini zen, è vietato indossare scarpe ed all'interno si indossa lo yukatai fornito dalla struttura.
Con grande emozione ho aperto la porta del ryokan (tipicamente giappponese con scorrimento laterale e tendine di fronte) e siamo entrati.
L'accoglienza è stata ...1....2...3... giapponese: prima ancora di farci compilare i moduli, ci hanno fatti sedere e ci hanno offerto del the; poi con calma e pacatezza ci hanno portato i moduli da compilare.
All'interno un'atmosfera di serenità e pacatezza.
Per il primo giorno a Tokyo avevamo deciso di provare una "stranezza locale": a Tokyo i pensionati o gli studenti che studiano lingue estere si offrono gratuitamente di fare da guida agli stranieri; bisogna solo pagare loro gli spostamenti e gli ingressi ai luoghi visitati.
Incuriositi dalla cosa, abbiamo pensato di provare questo servizio, anche alla luce del fatto che eravamo reduci di un volo di 12 ore con jet-lag di 7 ore e quindi poco propensi a districarci fra le strade e le metropolitane di Tokyo.
La nostra guida era una minuta studentessa di lingua italiana che in italiano sapeva solo dire "Buongiorno", "Conosco un po' l'italiano", "Torta", "Armani", "Gucci" ed altre firme italiote.
Fortunatamente il suo inglese era migliore... il problema è che parlava pianissimo... e così parte della giornata è passata con Vigi che mi prendeva per il culo sul fatto che io non capivo una fava di quel che mi diceva la nostra guida e rispondevo sempre "Yes"... anche quando mi ha chiesto che lavoro facevo e cosa conoscevo del Giappone.

Tokyo è una bella città... parlando con sincerità non è una delle più belle e nemmeno delle più brutte... è semplicemente una città come tante.




Siamo saliti su di un grattacielo per goderci lo skyline di Tokyo, andati al museo nazionale dove, oltre alle opere d'arte, un'intera sala è dedicata ad un ologramma in stile manga che canta e che in Giappone è idolatrata come lo è in Italia Vasco.
Siamo andati in un caffè di lusso all'interno di un negozio di diamanti (una specie di "Merenda da Tiffany"), abbiamo girato per negozi dei mitici quartieri di Ginza e Roppongi ed ho avuto il piacere di regalare alla Vigi uno yukata originale fatto a mano con tessuti speciali in una boutique del centro.


Tutto bellissimo, ma come ho scritto sopra, la cosa che rende Tokyo speciale non è la città in se... è il fatto di essere in Giappone.
A renderla "diversa" sono i Giapponesi con le loro abitudini.
Evito quindi la descrizione di musei, palazzi, giardini per andare a descrivere le cose che ci hanno colpiti del il modus vivendi giapponese.
Le prima cosa tipica con la quale ci siamo incontrati ed alla quale ci siamo subito uniformati è stato l'uso smodato di bibite energetiche.
Ogni 30 metri (e non sto esagerando) c'è un distributore automatico di bevande, la gente ha costantemente in mano bevande.
Noi ci siamo subito uniformati diventando schiavi del Pokari Sweet... una bevanda energetica fatta con l'acqua ionizzata dal gusto dolciastro... più ne bevi e più hai sete... più ne bevi e più ne compri.
Il tipico giapponese tiene poi, nella mano non occupata dalla bibita energetica, un ombrello... non portatile... un ombrello di quelli grossi.
La guida ci ha chiesto subito se volevamo acquistare uno... noi sprezzanti abbiamo detto di no, dichiarando poi in italiano "Noi veniamo da Cuneo... con sto caldo se piove ci va giusto bene".
Ovviamente due ore dopo, in preda ad un momentaneo diluvio universale, eravamo in un negozio a comprare un ombrello portatile... ovviamente due giorni dopo abbiamo capito che l'ombrello portatile non era abbastanza e ce ne serviva uno grosso.
In tutta Tokyo, giardini imperiali a parte, ci saranno 100 alberi... eppure dove crescono più di cinque fili di erba si sente il vociale delle cicale... all'inizio eravamo in uno spiazzo di fronte ad un grattacielo (2 alberi e 3 metri quadri di erba) e c'era sto rumore pazzesco di cicale... e Vigi a dire "Ma pirla!, sono registrate... che cosa tipica!"... in verità la cosa tipica era che ovunque ci sono le cicale.
In tutta Tokyo, giardini imperiali a parte, ci saranno 100 alberi... eppure non c'è l'aria pesante che si respira nelle città del sud europa... pochissime auto, metà delle quali elettriche od ibride e di cilindrata minimale... tanta gente in bicicletta nonostante la totale assemza di parcheggi dedicati.
Le biciclette vengono parcheggiate in ogni dove senza lucchetti o catene... cosa inconcepibile praticamente in qualunque altro paese.
Anche se la scuola non era iniziata, in giro c'erano molti adolescenti con la divisa scolastica, come nei manga.
A Tokyo i Taxi sono delle riedizioni o restauri di vecchie auto; all'interno i sedili sono foderati con centrini bianchi per fare vedere ai clienti quanto è pulito il taxi ed I taxisti indossano guanti bianchi. I taxi costano pochissimo.


Tutti i lavoratori dei cantieri hanno il casco e la divisa... sembrano gli omini lego... che risate io e Vigi a vederli le prime volte... uguali uguali agli omini lego... sono pure gialli.
Se c'è un cantiere, c'è un omino con lo sfollagente luminoso che si inchina e ti indica dove passare... per fare un lavoro che richiede una persona ce ne sono almeno tre.
Ogni lavoro viene fatto con impegno e passione. Una cosa che mi ha colpito è la spriritualità con la quale lavorano. Mi è sembrato di capire che per loro il lavoro è un metodo di crescita che avviene attraverso la dedizione e l'impegno.
Abbiamo visto donne delle pulizie con faccia serena ed impegnata in ginocchio nei cessi pubblici per pulire dietro al water (i bagni pubblici Giapponesi sono più puliti del bagno di casa nostra, sono numerosissimi e sempre dotati di carta igienica e copritavoletta o spray disinfettante)... abbiamo visto operai dei cantieri pubblici chiedere scusa inchiandosi per la deviazione di mezzo metro che abbiamo dovuto fare per evitare il tombino nel quale lavoravano... abbiamo visto gli addetti agli ascensori inchinarsi ed augurarci buona salita prima che l'ascensore partisse... sono solo esempi... potrei andare avanti per ore... un ultimo esempio: quasi nessuno parla giapponese, ma non perderanno la pazienza e persevereranno con sguardo sereno fino a che non avranno capito cosa vuoi da loro e come possono aiutarti.
I giapponesi non si soffiano il naso in pubblico, preferiscono tirare su col naso producendo spesso trani rumori, rispettano la fila anche per entrare in metropolitana, sui mezzi pubblici stanno in silenzio, non mangiano e non parlano al cellulare.
I giapponesi hanno sviluppato inoltre i superpoteri "La mia fermata" e "Sonnolenza istantanea"... appena si siedono in metro, si addormentano e si svegliano come per magia alla loro fermata.
I giapponesi hanno anche il super-potere "Non patisco il caldo": mentre io e Vigi avevamo le magliette appiccicate alla pelle dal sudore, i giapponesi si muovevano in giacca e cravatta tranquilli e freschi come se fossero stati tirati fuori dal freezer tre secondi prima.
I giapponesi hanno la mania dell'aria condizionata... anche sui pullman che avremmo poi trovato nelle zone montagnose, l'aria condizionata era presente e devastante.
Alle 19.00 la nostra guida si è accomiatata fra mille inchini e sorrisi.
Noi abbiamo giracchiato ancora un po' per le tranquille vie del centro per poi tornare al ryokan.
La sera ci siamo fatti consigliare dalla direttrice del Ryokan una locanda tipica per mangiare gli yakitori.
Ci siamo ritrovati in una di quelle locande che si vedono solo nei manga: piccola e stretta, seduti al bancone con il cuoco che ci preparava il cibo di fronte.
In giappone i ristoranti (quelli per gli autoctoni) sono dedicati ad un solo tipo di piatto.
La locanda in questione cucinava solo yakitori.
Gli yakitori sono sostanzialmente degli spiedini con attaccato di tutto.
In quelli che abbiamo mangiato noi (abbiamo preso uno yakitory a testa per ogni tipo) c'era carne di pollo, di maiale, di vitello, uova di piccoli uccelli non identificati, verduere varie (alcune identificabili, altre no) e fegato.
Come si ordina in Giappone se non si conosce il giapponese?
Ogni menù ha le foto... come i nostri odiosi menù turistici, solo che in Giappone è una cosa normale e non dedicata ai turisti... in alcuni locali ci sono perfino le riproduzioni in plastica dei piatti serviti.
Noi gaurdavamo la foto ed indicavamo quello che a vista sembrava buono... ogni tanto ci andava bene ed ogni tanto no. Quella sera ci andò parecchio bene.
Quando la gente presente ha capito che eravamo italiani... grande festa... la nonnina matriarca della famiglia dei gestiori ci ha fatto degli origami e gli avventori presenti non smettevano più di salutarci e dirci mille cose... cose che noi ovviamente non capivamo, ma che abbiamo deciso di interpretare come benedizioni per le nostre vacanze.
Al ritorno abbiamo incontrato il nostro primo tempietto scintoista con tanto di tipico gatto a guardia.


Tornati dalla cena abbiamo indossato i nostri yukata e ci siamo addormentati per la prima volta su di un futon... incredibilmente comodo ed accogliente.
Il primo giorno in Giappone era passato.