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sabato 13 giugno 2015

THE GUDU'S BHUTANESE EXPERIENCE PART 5 - PHOBJIKHA VALLEY

Quella mattina ci alzammo intirizziti dalla temperatura bassa; infatti nella notte la temperatura era scesa di molto, tant'è che le nostre bocche facevano nuvolette di fumo.
Fu un piacere quindi entrare nella camera comune per fare colazione.; lì la temperatura era bassa, ma non così bassa ed il cibo caldo (ma soprattutto il tè bollente) era un gran piacere.
Alle 9 eravamo pronti per affrontare l'escursione che ci avrebbe portati a visitare la valle ed a scoprire gli stormi di gru dal collo nero.


La temperatura era intorno ai 5° C ed il cielo e basso e plumbeo.
L'atmosfera era totalmente diversa da quella dalla mattina precedente, ma altrettanto magica.
Ci incamminammo per la valle camminando lentamente e discorrendo con la guida.
Il fondo della valle era sostanzialmente un immenso acquitrino dove pascolavano mucche, yak e dove svernavano le gru dal collo nero.
Per non sprofondare nel fango, spesso era necessario inventarsi improbabili percorsi su tronchi di albero. Non capivo se quei tronchi erano li per caso o se erano stati posizionati dagli abitanti del luogo. Noi in ogni caso ci divertivamo tantissimo a fare questo percorso ed a prenderci in giro quando mettevamo il piede in fallo finendo nel fango.


Dovemmo anche attraversale un piccolo torrente passando in equilibrio su di un vecchio tubo in acciaio, momento mitico in cui il nostro "duro e puro" autista entrò nell'acqua in infradito (ebbene si, noi eravamo attrezzatissimi mentre lui faceva trekking in infradito) per prenderci al volo nel caso fossimo caduti... fu una cosa molto pittoresca.
Durante il tragitto verso la zona in cui già si intravvedevano le gru, incontrammo parecchie ossa di mucca; la guida ci spiego che la notte il leopardo delle nevi scendeva a caccia e quelli erano i resti dei suoi banchetti. Le mucche che pascolavano qua e là erano dei monaci buddisti che le lasciavano gironzolare a disposizione della gente (presumo per il latte) e per il leopardo era un pasto facile.
Giusto qualche settimana prima avevo visto il film "I sogni segreti di Walter Mitty" dove il protagonista era finito in posti remotissimi proprio per vedere quell'animale ed ora io stavo passeggiando nel suo territorio di caccia... in effetti il luogo era remoto.


In poco tempo arrivammo in un punto dove era possibile ammirare le gru dal collo nero.
Le gru erano molto belle ed aggraziate e stavano in piccoli gruppi di 3-5 elementi, la guida ci spiegò che le Gru dal collo nero formano delle famiglie proprio come gli umani ed ogni gruppo rappresentava una famiglia.
Facemmo molte foto e ci godemmo il fatto di essere di fronte ad animali in via di estinzione quasi impossibili da vedere se non in quella valle.



La cosa che, come sempre, mi colpiva e mi faceva stare bene era l'atmosfera.
Un'atmosfere remota di pace totale.
Si sentiva solo il rumore del vento ed i rari versi di qualche gru che riecheggiano nella valle creando una sensazione di piacevole smarrimento ed isolamento.


Dopo un po' cominciammo a salire verso le alture in cerca di una fattoria conosciuta alla guida, con un po' di fortuna ci avrebbero offerto ospitalità ed avremmo potuto vedere dall'interno una fattoria bhutanese.
La salita fu dura, ma non troppo lunga. Non so a che altitudine arrivammo, potevano essere 2800 come 3000 metri. So solo che ad un certo punto sbucò un gruppo di piccoli edifici sulla cima di un altura.


La fattoria non era proprio come le fattorie a cui eravamo abituati: quasi nessun animale (forse erano al pascolo) e la zona coltivata era minima e non dava la sensazione di essere molto redditizia.
Era proprio una fattoria da confini del mondo.
Fummo invitati ad entrare dagli anziani che erano gli unici in casa.
In Bhutan la tradizione voleva che quando due giovani si sposavano, non andassero a vivere da soli, ma si unissero ad uno dei nuclei familiari già esistenti e, se era il caso, la casa venisse allargata.
In questo modo gli anziani venivano accuditi ed avevano comunque l'utile ruolo di badare alla casa.
Nonostante fossimo in una zona remota ed in una piccola e povera fattoria, la casa era decorata finemente e con attenzione e dotata ovviamente di più bandiere di preghiera come da tradizione.


Salimmo una ripidissima scala per raggiungere l'interno.
Fummo fatti accomodare per terra su di un tappeto in cucina.
Scoprimmo subito che per scaldarsi avevano lo stesso tipo di stufa che avevamo noi al resort e che alle finestre non avevano vetri, ma solo pannelli scorrevoli in legno.
Ci fu offerto del tè e del cibo e poi io colsi l'occasione per provare il loro vino e la loro grappa fatta in casa. Erano alcolici molto blandi tratti dalla fermentazione di prodotti locali che di sicuro non erano uva.
La conversazione con i padroni di casa era difficile poichè loro erano molto timidi e quindi ci limitammo alle domande di rito ed a discorsi generici.
Quando ci fummo rifocillati, chiedemmo di poter pregare insieme nella stanza delle preghiere.
Ogni casa ha una stanza delle preghiere con un altare scolpito a mano.
Quello presente in quella casa era da togliere il fiato: finemente scolpito e colorato con mille comparti di cui ignoravo l'uso.
Pregammo insieme, poi lasciammo un'offerta in denaro ai padroni di casa come da consuetudine e ce ne andammo per la nostra strada.
Intorno alle 12.00 tornammo nella zona abitata dove ci fermammo in una piccola e deserta locanda per pranzare.
La temperatura era ovviamente bassissima nonostante la omnipresente ed omniinsufficiente stufa a legna, ma ci scaldammo col tè bollente come sempre.
Il cibo era suppergiù lo stesso degli altri giorni: c'era della carne bovina stufata, verdure varie stufate o cucinate in modo simile ed il mitico mandarino gigante che arrivava puntuale alla fine di ogni pasto bhutanese. Il cibo era appena tiepido, ma era buono e sapeva di sano.

Nel pomeriggio abbiamo visitato il centro di osservazione delle gru dal collo nero che non era niente di più che un desolato casotto dove ci fecero vedere un filmato sulle danze ispirate alle gru e poco altro... diciamo che abbiamo fatto una pausa post pranzo veloce per iscriverci all'associazione per la tutela delle gru dal collo nero e va bene così.
Nel pomeriggio l'autista tornò al resort (temo avesse un principio di congelamento ai piedi) e noi continuammo ad esplorare la valle con la guida.
Nella parte bassa della valle c'erano dei gruppi di fattorie costruite in stile tipico, scovammo anche un emporio "vendodituttounpoperchècisonosoloio" di quelli che pensavamo esistessero solo nei film.
L'atmosfera era sempre pacifica, desolata, silenziosa.
Era un luogo dove era facile meditare, pregare o semplicemente parlare con la propria anima.
Camminammo fino a sera senza fermarci, scoprendo scorci fantastici come piccoli monasteri spazzati dal vento, stupa solitari in cima ad alture, scorci di natura, vento, erba e silenzio.












Arrivammo al resort che era oramai buio ed eravamo stanchi ed estasiati.
La nostra guida aveva dimenticato gli scarponi a casa e dopo aver camminato tutti i giorni su e giù per acquitrini, salite scoscese ed altipiani... e soprattutto dopo essere finito nell'acqua... aveva i piedi un po' provati dall'esperienza.

Cercammo di far salire la temperatura della stanza il più possibile per fare la doccia, ma fu comunque un'azione "difficile".
Dopo la doccia andammo a cenare e subito dopo cena crollammo felici sul letto.

Temo di non essere in grado (se mai fosse possibile) di descrivere quello che ho visto, quello che ho provato, quello che ho respirato durante quella giornata.
Questi momenti lontani dall'umanità che è oramai un'infestante su questo bel pianeta permettono di respirare davvero e di ritrovare se stessi ed il proprio posto nella natura.
Sono le stesse sensazioni che avevo provato nel deserto del Nabib nel 2011 od una sera in un tempio Scintoista in mezzo alla foresta di Bambù di Kyoto nel 2013.
Sono momenti di scoperta e quasi risveglio, momenti che commuovono tanto sono intensi, profondi e veri; così tanto da renderli a volte difficili da gestire.
Sono momenti che ci avvicinano a quella sacralità, serenità e completezza che in segreto tutti i giorni cerchiamo... spesso invano.
Per questo sono certo di non essere in grado di descrivere cosa significasse essere nella Phobjikha valley, con il cielo plumbeo sopra, l'erba scura sotto ed il vento che cantava canzoni che avrei voluto ascoltare ancora, ancora ed ancora.


martedì 3 febbraio 2015

THE GUDU'S BHUTANESE EXPERIENCE PART 1 - PREPARATIVI E VIAGGIO DI ANDATA.

Era era il novembre del 2014.
Dopo un'anno e mezzo senza viaggi (a parte una piccola gita a Budapest ad agosto 2014), finalmente si prospettava una nuova "Gudu's Experience".
La prima idea era quella di percorrere l'Argentina in fuoristrada fino al punto più a Sud, ma la logistica delle ferie, lavorativamente parlando, non lo permetteva.
Avevamo 15 giorni di ferie al massimo.
Cosa fare?
Avevamo scartato il Sud America per la pericolosità e/o per la necessità di più giorni per un viaggio che fosse "viaggio".
Avevamo scartato l'Africa per non avere problemi alle frontiere a causa dell'ebola.
Avevamo scartato le zone "Aurora boreale" perchè nel periodo disponibile c'era la luna piena e quindi "aurora boreale rarissima".
Avevamo scartato una bellissima avventura in Oman per paura del fondamentalismo islamico (con avventura non indendiamo farci rapire e magari accoppare).
Non restava che l'Asia: abbastanza vicina, clima adatto alla stagione, mediamente sicura dal punto di vista sanitario e sociopolitico.
Cominciammo a richiedere preventivi per Laos, Vietnam, Cambogia e Sri-lanka.
Mentre preventivi di bei viaggi fioccavano nelle nostre caselle mail, alla Virgi venne l'idea:
"Perchè non andiamo in Bhutan"?
Subito la richiesta all'agenzia e subito una delusione: "C'è solo una compagnia che vola in Bhutan, pochi voli, pochi posti, poche persone che entrano ogni anno in Bhutan".
Quando oramai avevamo scelto un bellissimo viaggio nel Vietnam rurale ecco l'improvvisa notizia: "La Heart viaggi ha trovato due posti sull'aereo... tutto pronto... basta solo una vostra conferma".
Ovviamente abbiamo preso la notizia come un segno del destino.
Lascio a wikipedia la descrizione del Bhutan, mi limito a scrivere i pochi dati che avevano catturato la nostra attenzione:
- Posizionato sull'Himalaya fra India e Nepal (Leo eccitato).
- Culturalmente isolato dal mondo, unico paese che vive seguendo le antiche tradizioni (Leo e Virgi eccitati).
- Unico paese al mondo che vive seguendo i dettami del Bhuddismo (Leo eccitatissimo).
- Paese dove d'inverno vanno a svernare le rarissime "Gru dal collo nero" (Virgi eccitatissima).
- Percorsi di trekking misti a percorsi spirituali verso e nei templi (Leo e Virgi eccitatissimi).
- Sport nazionale: il tiro con l'arco (piacevole facezia).


In preda alla felicità era l'ora di reperire l'attrezzatura.
Descrivo anche questa fase perchè per il viaggiatore provetto è parte integrante del viaggio.
Si trattava di fare dell'escursionismo sull Himalaya ad altitudini, in alcuni casi, vicine ai 4000; si prospettava tempo variabile passando dai soleggiati 15°C agli innevati picchi a -5°C passando per gli umidi pantani a 5°C.
Due oggetti erano importanti: giacche e scarponi. Per quelli non abbiamo badato a spese.
Da anni le scarpe estive da trekking North Face (comprate per il viaggio in Namibia) accompagnavano le nostre avventure con affidabilità e comodità, così ci trovammo nel negozio North face di Torino a prendere scarponcini e giacche tecniche.
Mai acquisto fu più azzeccato: le scarpe hanno effettivamente retto al caldo, al fango, alla neve, ai viaggi in aereo senza stress per i nostri piedi e la stessa cosa si può dire delle giacche.
Per il restante materiale ce ne siamo andati al Decathlon dove avevamo già preso i nostri pantaloni estivi da Viaggio (sempre in occasione della Namibia) ed i nostri zaini da montanga.
Allego una lista del materiale davvero utile per un viaggio come questo, informazione difficile da trovare su internet, quindi potrebbe essere anche utile come pura informazione tecnica:
- Scarponcini da montagna (nell'inverno buthanese si trovano tutti i tipi di terreno presenti sulla terra, tranne quello desertico).
- Giacche da montagna di quelle con la parte interna in piumino (asportabile all'occorrenza) e la parte esterna antipioggia ed antivento (vedi sopra).
- Calze tecniche da montagna (utili nel trekking, ma anche quando a -5° bisogna togliersi le scarpe per entrare nei templi più remoti.
- Pantaloni tecnici invernali da trekking (oltre a tenere calde le gambe si lavano e soprattutto si asciugano in un giorno, quindi si riduce il bagaglio).
- Pantaloni tecnici estivi (in certe valli, c'è il clima come a maggio in Italia).
- Maglie e sottocamicie tecniche in pile (il pile tiene caldo, non si tropiccia, si smacchia facilmente ed anche lui si lava ed asciuga in fretta).
- Torce elettriche a dinamo (utili per transitare la notte da un'edificio all'altro o nelle città che di notte sono senza illuminazione pubblica).
- Binocolo (andare sull'Himalaya e non portare un binocolo è follia).
- Macchina fotografica (vedi sopra).
- Integratori alimentari (nei momenti di fatica tornano utili).
- Medicine per apparato digerente, apparato respiratorio e lividi/tagli (in Buthan scarseggiano).
- Racchette da trekking (noi siamo partiti senza e non abbiamo avuto particolari problemi, ma in certi casi ci avrebbero fatto comodo).
Nel totale, il 31 dicembre mattina, siamo partiti con uno zaino ed una sacca da viaggio a testa.
Negli zaini c'erano documenti, guide, macchine fotografiche, videocamera, binocolo e medicine.
Nelle sacche c'erano gli indumenti... in ogni sacca un po' di roba mia ed un po' di roba di Virgi... idea geniale della Virgi che ci ha salvato la vacanza.

La compagnia aerea era la "Turkish Airline": errore n. 1.
Il piano di volo comprendeva: Milano-Istanbul poi Instanbul-Katmandu (Nepal) poi una sosta di un giorno e mezzo a Katmandù ed infine volo Katmandù-Paro (Bhutan).
Il tempo di coincidenza dei voli ad Istanbul era di poco più di un'ora: errore n. 2.

Appena saliti sull'aereo, il pilota ci comunicò che saremmo partiti con 50 minuti di ritardo poichè su Istambul nevicava e l'aereoporto era in tilt.
Considerando che sul Nord Italia non cadeva un fiocco di neve dall'anno prima l'ho presa sul ridere ed abbiamo pensato: "Abbiamo comunque tempo e poi la compagnia è la stessa, ci aspettano di sicuro" (errore n.3).
Arrivati sopra Istanbul, l'aereo ha cominciato a girare in cerchio sopra la città per quasi un'ora prima di avere lo spazio per atterrare.
All'atterraggio siamo partiti tutti di corsa con gli operatori che ci indicavano verso quale direzione correre.
C'era gente che doveva andare a Dubai, a Mumbai, a nuova Dheli ed altri in posti dai nomi sconosciuti... tutti a correre spintonandoci con lo stomaco parzialmente sottosopra per le turbolenze ed i giri in tondo dell'aereo, tutti con le palle girate per la disorganizzazione turca.
Arrivammo al gate che l'aereo era ovviamente partito.
Fummo i primi ad arrivare.
Dopo di noi (quando io avevo già finito il repertorio di bestemmie nelle principali 5 religioni) altre due coppie di italiani con destinazione Nepal.
Ci dissero che FORSE saremmo partiti 24 ore dopo (solo un volo al giorno per il Nepal),
ci dissero di andare al punto informazioni per essere alloggiati in un hotel locale in attesa di ripartire.
Fu così che noi 6 italiani iniziammo il nostro film post natalizio "Cazzo ho perso l'aereo".
Breve descrizione degli altri protagonisti.
Il viaggiatore incallito e la moglie dubbiosa:
Lui era, come noi, un drogato dei viaggi... non poteva pensare ad un'esistenza senza viaggi (e noi lo capivamo bene). Uomo di mondo che approfittava dei viaggi anche per praticare l'antica arte del baratto con gli autoctoni portandosi a casa senza spese dei favolosi souvenirs.
Lei molto più tranquilla e votata (in apparenza) a spiagge assolate e drink ghiacciati; molto piacevole e gentile, dubbiosa sul fatto che effettivamente ci fosse la SPA in quel sobborgo ficcato in mezzo alle montagne nepalesi, sempre però ben disposta alla pratica del viaggiare.
Gli avventurieri:
Lui era stato più di dieci volte in Nepal. Aveva fatto tutto il trekking possibile, visto il meglio ed il peggio del Nepal a partire dagli anni '70 quando gli hippies ci andavano per drogarsi come animali, passando per gli anni 80-90 quando i primi veri avventurieri europei andavano ad affrontare l'Himalaya (riempiendolo di pattume), fino ai giorni attuali dove con 10 euro si comprava un qualsiasi indumento tecnico di qualsiasi marca (ovviamente taroccato).
Lui aveva vissuto tutto questo ed amava il Nepal. Personaggio estremamente interessate. Un vero avventuriero, di quelli che bevono l'acqua dal gange senza morire di mille malattie, di quelli che escono in canotiera a -20°C senza prendere la polmonite, di quelli in grado di camminare per 16 ore facendo solo due pause per pisciare.
Con lui la sua compagna/moglie (non ho sviscerato il legame preciso, preferivo ascoltare le storie delle sue avventure in Nepal) che per la prima volta visitava il paese tanto amato dal compagno.
A prima vista era anche lei era una di quelle toste, mi dava l'impressione di poter uccidere un cobra a mani nude e poi cucinarlo su un fornello da campo alimentato a peli di uomo delle nevi. Non ha parlato molto e questo aumentava la sua aura di mistero e potenza.
Dopo due ore di coda al primo sportello, ci mandarono ad un'altro sportello dove facemmo altre due di coda per poi essere mandati al terzo sportello dove attendemmo per circa un'ora di venire caricati su di un bus ed essere portati all'hotel.
Arrivati all'albergo facemmo un'altra bella ora di coda per avere le camere (salutando durante l'attesa l'arrivo del 2015).
All'una e mezza di notte, dopo un'ora di attesa per un panino, potemmo sederci tutti sei ad un tavolo e pianificare come usare la giornata successiva in attesa del volo.
Si decise di sfruttare la mattinata per visitare Istanbul e rientrare per le 14.00 al fine di poter pranzare in albergo a spese della turkish Airline.

Dopo una piacevole dormita, Io e la Vigi ci siamo svegliati riposati, abbiamo fatto colazione e poi abbiamo atteso i nostri compagni di avventura della hall dell'albergo.
Tutti insieme abbiamo preso un Taxi e ci siamo diretti verso il centro della città.
Il tempo era orrendo: cielo plumbeo, vento forte e pioggerellina a tratti.
Nonostante il clima orrendo, la bellezza di Istambul è risultata indubbia.
La coda per entrare a S. Sofia od al Minareto era immensa, così seguimmo il consiglio del viaggiatore incallito ed andammo a visitare "Le cisterne".
Le cisterne sono in pratica degli immensi sotterranei dove un tempo era stipata l'acqua.
Un luogo a dir poco spettacolare, nonostante la massa di turisti.


Dopo il giro alle cisterne abbiamo fatto una pausa the e poi ci siamo diretti verso il gigantesco mercato coperto: il Gran Bazar.
Il Gran Bazar è immenso, una piccola città piena zeppa di negozi di ogni tipo e pieno zeppo di gente.
Bellissimi i lampadari tradizionali locali e gli strumenti etnici in vendita un po' ovunque. Il tempo passò davvero rapidamente ed arrivò l'ora di tornare in albergo.

Dopo un caldo pasto ristoratore ci ritirammo in camera per lavarci e riposarci (le valigie non ce le avevano consegnate, quindi potevamo solo lavarci e non cambiarci).

Alla sera il volo partì puntuale alla volta del Nepal.

All'arrivo in Nepal fui preso alla gola dall'odore del luogo.
Non so come mai, non mi era mai successo, ma l'odore dell'aria mi dava il voltastomaco.
Dopo tutte le procedure di ingresso ed il commiato dai nostri temporanei ompagni di viaggio, fu il momento di scoprire che solo una delle due valigie era arrivata... argh... dannata Turkish airline.
Dopo aver perso mezz'oretta a denunciare lo smarrimento del bagaglio siamo usciti dall'aereoporto dove ci aspettavano gli addetti dell'agenzia.
Ci avrebbero portati in albergo dove avremmo potuto cambiarci, riposarci per un paio di ore e poi ci avrebbero riportati all'aeroporto per volare finalmente verso il Bhutan.
Fortuna che la Virgi aveva diviso i vestiti fra le due valigie, infatti non avremmo potuto recuperare la valigia persa fino al ritorno in Nepal. Ci saremmo fatti bastare la metà dei vestiti portati a testa.
Arrivati in hotel ci lavammo, ci cambiammo e poi insieme si decise di uscire un paio di ore all'avventura.
Fu così che ci trovammo per le vie di Katmandù.
A Katmandù il traffico è indescrivibile: piccole auto posizionate sulla strada e spesso sui marciapiedi a casaccio in attesa di poter avanzare qualche metro.

Strade fangose in terra battuta, case letteralmente "tagliate a metà" per allargare la strada, cavi elettrici a penzoloni dai pali o direttamente a terra, nebbia di smog e suono continuo di clacson.

Riuscimmo a raggiungere il quartiere dei negozietti dove si poteva trovare ogni sorta di attrezzatura per il trekking a prezzi ridicoli.
Ovviamente si trattava di falsi, ma di falsi di qualità (come li dichiarava l'avventuriero).


Tornammo in albergo, arrivammo all'aeroporto e salimmo sull'aereo.

Sull'aereo la prima bella sorpresa: le hostes erano in abito tradizionale e di una gentilezza squisita.
Per un volo di 50 minuti ci furono forniti cibo e bevande.
Durante il volo potemmo ammirare l'Everest e la catena Himalaiana in generale (per chi facesse questo volo, prenotate all'andata i posti sulla sinistra dell'aereo).

L'aeroporto di Paro è inserito fra i 10 aeroporti più "difficili" al mondo poichè è letteralmente sovrastato dai picchi himalayani. Fino a poco tempo fa, solo 8 piloti in tutto il mondo avevano l'autorizzazione per l'atterraggio, che richiede un vero e proprio slalom tra le vette prima di arrivare in vista dello scalo.

All'aereoporto trovammo la nostra guida ed il nostro autista.
Saliti in auto fummo aggrediti dalla stanchezza.
Ci aspettavano ancora quasi due ore di macchina per arrivare a Thimphu, la capitale del Bhutan.
Ci addormentammo in auto e ci svegliammo giusto in tempo per l'arrivo in hotel.
La guida ci prenotò la cena all'hotel e ci disse che ci sarebbe venuto a prendere il giorno successivo alle 9.00 del mattino.
L'hotel era bellissimo e la camera davvero confortevole.
Dopo esserci rimessi in sesto scendemmo nella zona di ristoro per la cena.

In Bhutan il cibo è ottimo, ma poco vario e quasi sempre piccante... cosa che io adoravo, ma che piaceva meno alla Virgi che mal tollera il piccante.
In Bhutan si mangia a buffet oppure, in caso di poche persone presenti, vengono portati dei piatti sul tavolo dai quali poi i commensali si servono.
Durante il pasto si è soliti bere the caldo ed a fine pasto viene portato un mandarino (od almeno a noi hanno sempre portato quello a fine pasto).
La carne è poca, ma presente... di pollo o di vitello, no maiale od altri animali.
Al posto del pane viene fornita specie di focaccia fatta in forno non lievitata molto buona.
Al posto delle patatine fritte vengono serviti dei peperoncini spesso accompagnati da salsa di formaggio.
E' facile trovare birra ed altre bevande occidentali, ma vanno chieste in modo specifico come anche l'acqua... impossibile trovare del vino.
Quella sera abbiamo gustato un'ottima zuppa piccante di verdure, dell'altrettanto ottimo stufato, peperoncini, vari altri piatti di verdura ed un'ottima torta al cioccolato... uno dei pochi dolci che ci è stato possibile gustare in Bhutan.
L'atmosfera era molto calda ed accogliente.
L'Hotel in cui soggiornavamo era per gli occidentali anche se le architetture (interne ed esterne) erano squisitamente bhutanesi.
L'atmosfera era davvero piacevole: c'era un gruppo musicale acustico composto da ragazzini del luogo che si esibiva in standard occidentali (dai Beatles ad Hotis Redding), i profumi del cibo e l'arredamento molto "legnoso" davano un senso di calore.
Tutto era molto placido e rilassante, compresa la cadenza della parlata inglese del personale.
Dopo cena avrei voluto gustarmi un whiskey ascoltando un po' di musica dal vivo, ma eravamo tutti e due troppo stanchi e così abbiamo deciso di andare a dormire per essere in massima forma il giorno successivo.

La prima notte in Bhutan è stata all'insegna dei latrati delle centinaia di cani che girovagano per le vie delle città.
I cani randagi (randagi, ma vaccinati e controllati dallo stato) sono una delle caratteristiche del Bhutan.
Vivono in mezzo alla gente come se fossero cani domestici di proprietà di qualcuno, ma in realtà sono randagi o meglio: "cani liberi".
A volte decidono di seguire qualcuno nel suo peregrinare per le strade, altre volte chiedono una carezza... sono molto discreti... tranne la notte dove abbaiano, ululano, giocano e combattono facendo un rumore pazzesco.
La cosa strana e che ci si abitua molto in fretta a questo baccano... come se fosse una cosa naturale.
Quella notte la stanchezza ci aiutò ad ignorare i cani... poi ci vollero comunque un paio di notti per abituarci.

mercoledì 12 novembre 2014

The Gudu's Nippo Experience part 8

Dopo una seconda notte a Nikko tranquilla e riposante, ci siamo svegliati di davvero di buon umore.
Abbiamo fatto una rapida colazione e poi abbiamo percorso con tranquillità i 500 metri che ci separavano dalla zone dei templi.

Nikko è una delle mete più famose del Giappone per quel che riguarda i templi, anche se è molto poco visitata dal turismo occidentale.
Il complesso dei templi è dovuto all'amore per quei luoghi del noto Shogun Tokugawa Ieyasu.
Tokugawa Ieyasu è stato il fondatore dello shogunato Tokugawa nel 1603, sebbene governasse già non ufficialmente il Giappone dal 1600 (anno della battaglia di Sekigahara).
Il suo governo si concluse ufficialmente nel 1605 quando abdicò in favore del figlio Hidetada, ma continuò a esercitare fino alla sua morte il suo potere attraverso il governo del chiostro.
A Ieyasu piaceva molto Nikko, tanto da andarci a morire nel 1616 all'età 73 anni con conseguente mausoleo in loco e susseguirsi di templi ed altri mausolei sulla scia del primo.
Questo shogun aveva dei gusti un po' barocchi e questo si ben l'abbiamo notato osservando i templi molto più ricchi e fastosi rispetto a quelli visitati nelle altre parti del Giappone; più che giapponesi sembravano molto cineseggianti.
Personalmente ho trovato questi templi meno d'effetto e meno d'atmosfera.
In cambio però la location era spettacolarmente immersa in mezzo alla natura: alberi alti e grossi come non ne avevamo visti in Giappone fino a quel momento stavano di sentinella ad ogni singola struttura; fiori e piante di ogni tipo spuntavano ovunque cercando di invadere gli spazi sacri.

Dopo aver visto e fotografato il famoso ponte rosso Shin Kyo (rifiutandoci di pagare una cifra esosa per passarci sopra), abbiamo cominciato la visita dei templi.


Durante la visita abbiamo potuto vedere dal vivo il famoso altorilevo raffigurante le tre scimmie "non vedo, non parlo, non sento", il cavallo sacro del tempio (che benché fosse vivo non muoveva nemmeno gli occhi), il cancello "Yōmeimon" (anche chiamato "Higurashi-no-mon gate" che letteralmente significa "Il cancello per cui le persone spenderebbero tutto il giorno per guardarlo" in quanto vi sono scolpite ben 508 sculture, il passaggio del gatto sacro ed infine, dopo circa 30 minuti di ripidi scalini, la tomba di Ieyasu.










La tomba di Ieyaso mi è piaciuta molto, è l'unica struttura della zona che mi ha riportato alle atmosfere meditative, quiete, ma cariche di energia che ho trovato negli altri luoghi sacri del sol levante.
Un semplice cilindro di pietra scolpito che esce dalla terra nel mezzo di un grosso spiazzo circondato da enormi alberi; il tutto posto sulla cima di una piccola montagna.
Si poteva percepire la forza del luogo nonostante la miriade di turisti ansimanti per la salita (ansimanti, ma in religioso silenzio).
La semplicità della tomba, la gestione degli spazi "vuoto/pieno", gli immensi alberi come guardiani leggermente piegati verso la tomba... tutte queste cose creavano un'atmosfera davvero difficile da descrivere. Forza, pace, integrità, riposo, trascendenza... queste le parole che mi vengono in mente, se ripenso a quell'atmosfera.


Sulla strada del ritorno verso la zona abitata siamo stati intervistati da due bambini accompagnati da un'insegnante, cosa per noi molto pittoresca e divertente.
Dopo aver risposto ad una decina di domande ed aver ricevuto in dono delle caramelle e degli origami, siamo andati in cerca di un ristorante.
Ci siamo ritrovati in un piccolissimo ristorante gestito da madre e figlia in una zona poco frequentata.
Il ristorante era deserto, c'eravamo solo noi.
La Vigi ha intelligentemente ordinato un piatto tipico della zona, mentre io ho fatto l'errore di ordinare una bistecca di maiale... trovandomi a combattere con una "roba" composta solo di grasso pure difficile da masticare.

Nel pomeriggio ci siamo diretti verso il Kanmangafuchi Abyss.
Il Kanmangafuchi Abyss è una zona molto particolare lungo il fiume Daya caratterizzata da rapide e piccole cascate, formatasi durante un'eruzione del vicino Monte Nantai.
Appena a sud del fiume in quest'area si trovano una serie di circa 70 statue buddiste (jizo), chiamate "Narabi Jizo" (jizo in fila), "Hyaku Jizo" (100 jizo) od anche "Bake Jizo" (jizo fantasma).
Le leggende narrano che le statue cambino periodicamente disposizione e che nessuno le abbia mai viste nella stessa posizione, oppure che sia impossibile contarne il numero esatto poiché all'andata si conta un numero ed al ritorno se ne conta un'altro.
Le statue di Jizo sono comuni in Giappone soprattutto nei cimiteri per la credenza popolare che sia uno dei protettori dei defunti, ma Jizo è anche associato ai neonati prematuri/malformi ed agli aborti poiché, secondo la tradizione giapponese, protegge dalla punizione che ricevono per il dolore che causano ai loro genitori
In Giappone, le statue di Jizo sono spesso adornate con piccoli cappucci e bavagli, spesso fatti e donati dalle madri dei bambini morti.
I lineamenti con cui viene raffigurato sono spesso infantili, a ricordare i bambini che protegge.
Jozo è anche considerata divinità protettrice dei viaggiatori infatti le statue di Jizo sono comuni lungo le strade (noi però nel nostro viaggio non ne abbiamo notate).
Per arrivare al Kanmangafuchi bisognava camminare per circa due chilometri in un sobborgo rurale di Nikko.
Durante questo percorso non abbiamo incontrato nessuno, forse perché erano solo le 13.30... in ogni caso questo ha giovato molto all'atmosfera.
Io le Vigi ci siamo mossi passeggiando lentamente e chiacchierando amabilmente in mezzo alle piccole case intervallate dai campi.

Quando siamo arrivati alle statue di Jizo siamo entrati in un silenzio reverenziale ed abbiamo cominciato il nostro percorso in mezzo alle statue... ovviamente contandole.
L'atmosfera era carica di misticismo.
Le statue con le loro fattezze, i bavagli ed i cappucci, la muffa che ci cresceva sopra davano un senso di incredibile tristezza.
Si percepiva un'atmosfera "misticamente pesante", non mi vengono in mente altri termini per descriverla.


Alla fine del percorso ci siamo inerpicati su di un sentiero in cerca del famoso abisso.

Dopo una decina di minuti siamo arrivati ad un vecchio cimitero.
Non ho potuto trattenermi dal visitare il cimitero godendomi l'atmosfera e le inusuali architetture.
Il cimitero era silenzioso ed immerso in un piccolo bosco.
Le tombe sembravano molto vecchie e poco visitate, ma la natura non si era insinuata in nessun punto di quel luogo sacro. Dopo qualche minuto ammetto che mi è venuta un po' di "giocosa" inquietudine.

Sulla strada del ritorno dal cimitero siamo riusciti ad individuare il famoso abisso, che altro non è che un punto in cui, nonostante l'acqua cristallina, non si vede il fondo.

Siamo ripassati nel mezzo delle statue di Jizo ricontandole ed ovviamente contandone un numero diverso rispetto all'andata.

Mentre tornavamo verso il ryokan, ci siamo fermati presso la bottega di un costruttore di tatami che già avevamo notato all'andata.
Davanti alla bottega, l'artigiano aveva un piccolo mobiletto su cui erano esposti dei piccoli portamonete costruiti con i materiali di scarto dei tatami.
Io li avrei comprati tutti, ma la Vigi è riuscita a convincermi a limitarmi ad uno.
Abbiamo suonato il campanello ed abbiamo aspettato per più di 10 minuti davanti al mobiletto.
La bottega era spalancata, le finestre e le porte dei balconi dell'alloggio sopra la bottega erano spalancati anch'essi.
Abbiamo provato a chiamare a voce alta senza risultati.
Dopo altri 10 minuti abbiamo deciso di prendere un portamonete e lasciare i soldi sul mobiletto.
Proprio nella fase di scelta, è arrivato l'artigiano con un piccolo camion (di quelli piccoli, stretti ed alti tipici del Giappone)... abbiamo scelto il portamonete ed abbiamo pagato.
Da quel giorno, tengo i miei plettri in quel piccolo portamonete ed ogni volta che lo apro per suonare, ripenso al Giappone e sorrido.
Fino a che non siamo arrivati al Ryokan, abbiamo fatto riflessioni sul fatto che in Italia una bancarella abbandonata sarebbe stata rapidamente saccheggiata, così anche come una casa lasciata aperta in un luogo poco frequentato... anzi... in qualsiasi luogo sarebbe stata saccheggiata, anche davanti al Duomo di Milano.

Nel pomeriggio abbiamo preso il treno per raggiungere Tokyo e poi un un'hotel nel pressi dell'aeroporto di Narita.
Siamo arrivati molto tardi ed il ristorante dell'hotel non serviva più i pasti... così siamo usciti ed abbiamo scelto un ristorante a caso dove, dopo 20 minuti di discussioni per farci capire dalla cameriera, abbiamo gustato dei discreti Yakitori.

La mattina successiva ci ha regalato l'ultimo momento divertente del viaggio.
Siamo saliti su quella che pensavamo fosse la navetta per Narita, per poi scoprire che era un pullman di turisti diretti nel centro di Tokyo per fare shopping.
La cosa divertente è che nessuno ci diceva nulla, nonostante fossimo palesemente due occidentali in mezzo ad un pullman di orientali.
Alla fine l'autista ha avuto un "piccolo sospetto" ed ha chiamato il personale dell'hotel per farsi aiutare con la lingua.
Dopo tante risate nostre e tanti inchini nipponici, abbiamo preso la navetta, quella vera e siamo andati all'aeroporto.

Arrivati al check in, abbiamo scoperto che l'aereo aveva 3 ore di ritardo.
L'Alitalia ci ha gentilmente pagato il pranzo in uno dei 50 ristoranti della struttura.
L'aeroporto di Narita è praticamente una città su sei piani piena zeppa di ristoranti e negozi... abbiamo passato piacevolissime due ore e mezza a fare shopping nei vari negozietti per poi imbarcarci e tornare in Italia.

venerdì 20 settembre 2013

The Gudu's Nippo Experience part 1


Il 20 agosto è iniziata un'altra Gudu's experience.
Destinazione Giappone.

La mattina del 20 ho indossato le mie scarpe da viaggio (scarpe da montagna che indosso solo quando viaggio) ed i miei pantaloni estivi da viaggio (che indosso sempre alla partenza di ogni viaggio dall'avventura in Namibia del 2011) ed ho caricato la macchina.
Questa volta ad accompagnarci purtroppo non c'erano le nostre mitiche sacche da avventurieri (sempre più addobbate con le toppe delle varie bandiere dei luoghi visitati) poichè avevamo in progamma poderosi spostamenti a piedi; inizialmente la cosa ci ha rattristati un po', ma a ragion veduta siamo stati molto saggi.
La Vigi ha indossato anche lei le sue scarpe e pantaloni da viaggio, si è caricata in spalle l'attrezzatura da fotografa e mi ha raggiunto.

Prima destinazione: l'aereoporto di Milano Malpensa.
Alla guida dell'auto Mello (proprio colei che venne con noi fino in Tanzania), che ci avrebbe recapitati a destinazione e sarebbe tornata a casa in modo da non doverci preoccupare del parcheggio.
L'arrivo in aereoporto è sempre una parte fondamentale delle Gudu's experiences... è il momento in cui ti assale l'eccitazione per il viaggio.

Io adoro gli aereoporti.
Sono come portali verso mille dimensioni di avventura... pieni di persone che vanno e vengono da ogni dove.
Essendo l'imbarco previsto per le 14.00 abbiamo fatto un rapido pranzo ad un self-service locale ovviamente costoso come un ristorante di alta cucina nelle langhe e poi siamo stati in trepidante attesa dell'imbarco.
Io avevo già previsto cosa vedere nelle 12 ore di traversata.
La visione dei film durante il volo è un rito irrinunciabile e facente parte integrante del viaggio. Io avevo calcolato di vedere Fast&Furious 6 e Star Trek 2.
Per farla breve, senza descrivere le incredibili minchiate che di solito facciamo io e la Vigi per passare il tempo in sala d'attesa, alle 14.30 eravamo sull'aereo dove io scoprivo con orrore che nessuno dei film della mia wish-list era presente nell'archivio... poco male, avrei deviato su Ironman3 e Jimmi Bobo.
Il volo è stato per me rapido ed indolore.
Avevamo la fortuna di essere in 2 su tre sedili, indi per cui io mi sono goduto i due film in questione e poi mi sono svaccato, dormendo per le restanti 7-8 ore di viaggio.
Un po' peggio è andata alla Vigi che in aereo fatica a dormire.
La sua è stata una lunga traversata.

Il 21 agosto alle 9.00 del mattino siamo atterrati all'aereoporto Narita di Tokyo.

Il primo approccio che ho avuto mettendo piede in Giappone?
Tre addetti alle pulizie sdraiati sotto ad una panchina per pulire anche la parte inferiore del suddetto oggetto ed il pavimento con la moquette... moquette più pulita del pavimento di casa nostra.
Arrivati in aereoporto siamo andati a farci attivare l'abbonamento per i mezzi pubblici acquistato dalla Vigi on line.
Una delle prime cose che consiglio a chiunque visiti il Giappone è di prenotare da casa tutto il prenotabile. In Giappone quasi nessuno parla inglese; inoltre parlano tutti sottovoce e con un accento tale da rendere difficile la comprensione anche ad una "quasi-madrelingua" come la Vigi.
Il secondo approccio con il Giappone è stato "La cortesia e disponibilità": la signorina dello sportello, fra mille sorrisi ed inchini, si è offerta di prenotarci con anticipo i posti riservati su tutti i treni che avremmo preso da li al giorno della nostra partenza.
Con infinita pazienza si è informata sul nostro itinerario e ci ha prenotato tutto. A ragion del vero è stata avvantaggiata dal fatto che Virginia aveva un chiarissimo piano di viaggio in mente... però questa signorina ha passato con noi 20 minuti senza smettere di sorridere, senza perdere la pazienza, senza sottrarsi a nessun possibile lavoro al fine di rendere più semplice il nostro soggiorno.
Sbrigate tutte le pratiche siamo saliti sul treno (ovviamente iperpulito, rapido, silenzioso e dotato di bigliettaio che faceva l'inchino ad ogni persona a cui controllava il biglietto) per raggiungere il quartiere di Ueno.

Scesi dal treno finalmente mi sono trovato di fronte il Giappone.
Ueno è uno dei quartieri anni '70 di Tokyo... sembra di essere in un manga: strade strettissime, ammassamento pazzesco di case di tutti i tipi messe a casaccio come se il piano regolatore fosse stato disegnato da Ray Charles, poche auto, molte biciclette ed un caldo abominevole.
La Vigi è riuscita a muoversi senza mai sbagliare nella metropolitana di Parigi, nei vicoli di Londra, nelle campagne Francesi, sulle strade montuse della Namibia... ha però dovuto cedere di fronte alle strade di Ueno, ma soprattutto di fronte alle mappe falsate in nostro possesso.
Dopo una buona mezz'ora di "girare in tondo" coperti di sudore e nettamente provati dalla passeggiata con valigie sotto il sole rovente, un passante impietosito si è avvicinato e ci ha chiesto se poteva aiutarci... e cosa incredibile, sapeva anche dire tre parole in inglese!
Abbiamo così scoperto di essere usciti dalla metro nel punto sbagliato e siamo arrivati rapidi all "Edo Sakura" il nostro primo Ryokan.
Cos'è un Ryokan? E' l'equivalente dei nostri bed & brekfast... però in versione giapponese... si dorme per terra col fouton in piccole stanza quadrate che quasi sempre hanno la vista su piccoli giardini zen, è vietato indossare scarpe ed all'interno si indossa lo yukatai fornito dalla struttura.
Con grande emozione ho aperto la porta del ryokan (tipicamente giappponese con scorrimento laterale e tendine di fronte) e siamo entrati.
L'accoglienza è stata ...1....2...3... giapponese: prima ancora di farci compilare i moduli, ci hanno fatti sedere e ci hanno offerto del the; poi con calma e pacatezza ci hanno portato i moduli da compilare.
All'interno un'atmosfera di serenità e pacatezza.
Per il primo giorno a Tokyo avevamo deciso di provare una "stranezza locale": a Tokyo i pensionati o gli studenti che studiano lingue estere si offrono gratuitamente di fare da guida agli stranieri; bisogna solo pagare loro gli spostamenti e gli ingressi ai luoghi visitati.
Incuriositi dalla cosa, abbiamo pensato di provare questo servizio, anche alla luce del fatto che eravamo reduci di un volo di 12 ore con jet-lag di 7 ore e quindi poco propensi a districarci fra le strade e le metropolitane di Tokyo.
La nostra guida era una minuta studentessa di lingua italiana che in italiano sapeva solo dire "Buongiorno", "Conosco un po' l'italiano", "Torta", "Armani", "Gucci" ed altre firme italiote.
Fortunatamente il suo inglese era migliore... il problema è che parlava pianissimo... e così parte della giornata è passata con Vigi che mi prendeva per il culo sul fatto che io non capivo una fava di quel che mi diceva la nostra guida e rispondevo sempre "Yes"... anche quando mi ha chiesto che lavoro facevo e cosa conoscevo del Giappone.

Tokyo è una bella città... parlando con sincerità non è una delle più belle e nemmeno delle più brutte... è semplicemente una città come tante.




Siamo saliti su di un grattacielo per goderci lo skyline di Tokyo, andati al museo nazionale dove, oltre alle opere d'arte, un'intera sala è dedicata ad un ologramma in stile manga che canta e che in Giappone è idolatrata come lo è in Italia Vasco.
Siamo andati in un caffè di lusso all'interno di un negozio di diamanti (una specie di "Merenda da Tiffany"), abbiamo girato per negozi dei mitici quartieri di Ginza e Roppongi ed ho avuto il piacere di regalare alla Vigi uno yukata originale fatto a mano con tessuti speciali in una boutique del centro.


Tutto bellissimo, ma come ho scritto sopra, la cosa che rende Tokyo speciale non è la città in se... è il fatto di essere in Giappone.
A renderla "diversa" sono i Giapponesi con le loro abitudini.
Evito quindi la descrizione di musei, palazzi, giardini per andare a descrivere le cose che ci hanno colpiti del il modus vivendi giapponese.
Le prima cosa tipica con la quale ci siamo incontrati ed alla quale ci siamo subito uniformati è stato l'uso smodato di bibite energetiche.
Ogni 30 metri (e non sto esagerando) c'è un distributore automatico di bevande, la gente ha costantemente in mano bevande.
Noi ci siamo subito uniformati diventando schiavi del Pokari Sweet... una bevanda energetica fatta con l'acqua ionizzata dal gusto dolciastro... più ne bevi e più hai sete... più ne bevi e più ne compri.
Il tipico giapponese tiene poi, nella mano non occupata dalla bibita energetica, un ombrello... non portatile... un ombrello di quelli grossi.
La guida ci ha chiesto subito se volevamo acquistare uno... noi sprezzanti abbiamo detto di no, dichiarando poi in italiano "Noi veniamo da Cuneo... con sto caldo se piove ci va giusto bene".
Ovviamente due ore dopo, in preda ad un momentaneo diluvio universale, eravamo in un negozio a comprare un ombrello portatile... ovviamente due giorni dopo abbiamo capito che l'ombrello portatile non era abbastanza e ce ne serviva uno grosso.
In tutta Tokyo, giardini imperiali a parte, ci saranno 100 alberi... eppure dove crescono più di cinque fili di erba si sente il vociale delle cicale... all'inizio eravamo in uno spiazzo di fronte ad un grattacielo (2 alberi e 3 metri quadri di erba) e c'era sto rumore pazzesco di cicale... e Vigi a dire "Ma pirla!, sono registrate... che cosa tipica!"... in verità la cosa tipica era che ovunque ci sono le cicale.
In tutta Tokyo, giardini imperiali a parte, ci saranno 100 alberi... eppure non c'è l'aria pesante che si respira nelle città del sud europa... pochissime auto, metà delle quali elettriche od ibride e di cilindrata minimale... tanta gente in bicicletta nonostante la totale assemza di parcheggi dedicati.
Le biciclette vengono parcheggiate in ogni dove senza lucchetti o catene... cosa inconcepibile praticamente in qualunque altro paese.
Anche se la scuola non era iniziata, in giro c'erano molti adolescenti con la divisa scolastica, come nei manga.
A Tokyo i Taxi sono delle riedizioni o restauri di vecchie auto; all'interno i sedili sono foderati con centrini bianchi per fare vedere ai clienti quanto è pulito il taxi ed I taxisti indossano guanti bianchi. I taxi costano pochissimo.


Tutti i lavoratori dei cantieri hanno il casco e la divisa... sembrano gli omini lego... che risate io e Vigi a vederli le prime volte... uguali uguali agli omini lego... sono pure gialli.
Se c'è un cantiere, c'è un omino con lo sfollagente luminoso che si inchina e ti indica dove passare... per fare un lavoro che richiede una persona ce ne sono almeno tre.
Ogni lavoro viene fatto con impegno e passione. Una cosa che mi ha colpito è la spriritualità con la quale lavorano. Mi è sembrato di capire che per loro il lavoro è un metodo di crescita che avviene attraverso la dedizione e l'impegno.
Abbiamo visto donne delle pulizie con faccia serena ed impegnata in ginocchio nei cessi pubblici per pulire dietro al water (i bagni pubblici Giapponesi sono più puliti del bagno di casa nostra, sono numerosissimi e sempre dotati di carta igienica e copritavoletta o spray disinfettante)... abbiamo visto operai dei cantieri pubblici chiedere scusa inchiandosi per la deviazione di mezzo metro che abbiamo dovuto fare per evitare il tombino nel quale lavoravano... abbiamo visto gli addetti agli ascensori inchinarsi ed augurarci buona salita prima che l'ascensore partisse... sono solo esempi... potrei andare avanti per ore... un ultimo esempio: quasi nessuno parla giapponese, ma non perderanno la pazienza e persevereranno con sguardo sereno fino a che non avranno capito cosa vuoi da loro e come possono aiutarti.
I giapponesi non si soffiano il naso in pubblico, preferiscono tirare su col naso producendo spesso trani rumori, rispettano la fila anche per entrare in metropolitana, sui mezzi pubblici stanno in silenzio, non mangiano e non parlano al cellulare.
I giapponesi hanno sviluppato inoltre i superpoteri "La mia fermata" e "Sonnolenza istantanea"... appena si siedono in metro, si addormentano e si svegliano come per magia alla loro fermata.
I giapponesi hanno anche il super-potere "Non patisco il caldo": mentre io e Vigi avevamo le magliette appiccicate alla pelle dal sudore, i giapponesi si muovevano in giacca e cravatta tranquilli e freschi come se fossero stati tirati fuori dal freezer tre secondi prima.
I giapponesi hanno la mania dell'aria condizionata... anche sui pullman che avremmo poi trovato nelle zone montagnose, l'aria condizionata era presente e devastante.
Alle 19.00 la nostra guida si è accomiatata fra mille inchini e sorrisi.
Noi abbiamo giracchiato ancora un po' per le tranquille vie del centro per poi tornare al ryokan.
La sera ci siamo fatti consigliare dalla direttrice del Ryokan una locanda tipica per mangiare gli yakitori.
Ci siamo ritrovati in una di quelle locande che si vedono solo nei manga: piccola e stretta, seduti al bancone con il cuoco che ci preparava il cibo di fronte.
In giappone i ristoranti (quelli per gli autoctoni) sono dedicati ad un solo tipo di piatto.
La locanda in questione cucinava solo yakitori.
Gli yakitori sono sostanzialmente degli spiedini con attaccato di tutto.
In quelli che abbiamo mangiato noi (abbiamo preso uno yakitory a testa per ogni tipo) c'era carne di pollo, di maiale, di vitello, uova di piccoli uccelli non identificati, verduere varie (alcune identificabili, altre no) e fegato.
Come si ordina in Giappone se non si conosce il giapponese?
Ogni menù ha le foto... come i nostri odiosi menù turistici, solo che in Giappone è una cosa normale e non dedicata ai turisti... in alcuni locali ci sono perfino le riproduzioni in plastica dei piatti serviti.
Noi gaurdavamo la foto ed indicavamo quello che a vista sembrava buono... ogni tanto ci andava bene ed ogni tanto no. Quella sera ci andò parecchio bene.
Quando la gente presente ha capito che eravamo italiani... grande festa... la nonnina matriarca della famiglia dei gestiori ci ha fatto degli origami e gli avventori presenti non smettevano più di salutarci e dirci mille cose... cose che noi ovviamente non capivamo, ma che abbiamo deciso di interpretare come benedizioni per le nostre vacanze.
Al ritorno abbiamo incontrato il nostro primo tempietto scintoista con tanto di tipico gatto a guardia.


Tornati dalla cena abbiamo indossato i nostri yukata e ci siamo addormentati per la prima volta su di un futon... incredibilmente comodo ed accogliente.
Il primo giorno in Giappone era passato.

venerdì 5 aprile 2013

The enlarged gudu's Tanzanian experience - Parte 4

In questa quarta parte vado a descrivere il trasferimento veros il Ruaha National Park.
Siamo partiti di buon'ora dal "Lake Manze Tented Camp" ed abbiamo attraversato quasi in diagonale la parte Nord del "Selous Game Reserve" incontrando, come sempre, moltissimi animali e stupendi paesaggi.
Dopo un paio d'ore ci siamo ritrovati sulla strada che attraversa le montagne in direzione del Mikumi National Park.
E' stato il trasferimento più bello di tutto il viaggio.
Una strada sterrata strettissima ci ha portati nel mezzo delle montagne e delle foreste tanzaniane... un paesaggio nettamente diverso da quello visto fino ad ora.
La natura in questa zona si impone con alberi di ogni tipo ed un senso di "selvaggio" perfino più marcato di quello percepibile nella savana del Selous.
Eravamo quasi sempre all'ombra degli alberi che incombevano ai lati della strada creando innumerevoli "ponti di rami" fra i due lati.
I pochi raggi di sole passavano attraverso le foglie creando giochi di luci ed ombre bellissimi che andavano ad esaltare ogni colore.
La mia sensazione era quella di essere "al centro di tutto" e protetto.

 

Una sensazione nuova, bellissima e totalmente diversa dalla meditativa sensazione di essere "ai limiti di tutto" provata nel deserto del Namib.
Era come sentire la terra "respirare" ed essere "al centro" di questo respiro... un'atmosfera di placida vita presente tutto intorno, come se l'energia vitale di tutto quegli alberi permeasse tutto.
Durante il tragitto abbiamo incontrato qualche villaggio; piccoli centro abitati di non più di 30 capanne stipati fra gli alberi nelle vicinanze di fiumi e torrenti.
Col passare delle ore siamo arrivati ai piedi delle montagne ed abbiamo cominciato a salire.
La foresta continuava ad osservarci mentre diventavano più numerosi i piccoli villaggi e la presenza umana.
Arrivati sulla cima della montagna, ci siamo fermati ed abbiamo osservato il panorama: uno spettacolo.


Ovunque mi girassi c'erano alberi che si inerpicavano sulle montagne, verde ovunque... non si vedeva una fine a quelle montagne verdi.
Percepivo un'emanazione di "vita" (posso solo descriverla così) fortissima.
Sono momenti, visioni, sensazioni che penso sia impossibile da descrivere bene... bisogna viverle.
Me ne sono stato immobile a fissare, fotografare, riprendere, percepire tutto quell'"esistere" fino a che un caminociono straripante di persone non ci è passato a fianco.
Queste cose le avevo viste solo nei film fino ad ora: ci saranno state non meno di 50 persone sul cassone del piccolo camion, tutte ammassate ed alcune addittura aggrappate al mezzo.
Ho provato a fare una ripresa del singolare mezzo con la videocamera, ma gli innumerevoli insulti in lingua locale mi hanno fatto desistere.
Dopo il passaggio del camion siamo risaliti sul fuoristrada ed abbiamo cominciato la discesa.
Di nuovo immersi nella foresta.
Dopo un po' di ore ed una fermata per il pranzo (con i mitici ananas comprati per strada), siamo arrivati alla grande (si fa per dire... due corsie) strada asfaltata che collega la Tanzania allo Zambia e prosegue nell'Angola fino all'oceano.
In poco tempo siamo arrivati al Mikumi National Park ed abbiamo approfittato delle ultime ore pomeridiane per fare un game drive nel parco.


Il parco è molto piccolo rispetto agli altri, anche se è ricco di animali.
La stanchezza non ci ha permesso di godere appieno del parco, anche se abbiamo visto parecchi animali.
La sera siamo arrivati al lodge che era a pochi chilometri dal parco, in mezzo alle montagne.
Questa volta le tende erano molto più grosse e posizionate su palafitte, probabilmente a causa della totale assenza di punti pianeggianti in cui posizionarle.
Dalla nostra tenda si il panorama era buono, si vedeva la foresta dipanarsi sotto di noi, fino ad arrivare alla strada.
Dopo una doccia ed un riposino siamo andati nella sala principale che questa volta non era una tenda, ma una costruzione in legno molto caratteristica ed ovviamente composta solo da pavimento e tetto.
Nel mezzo della sala da pranzo ardeva un bel fuocherello con attorno un po' di sedie. La nostra compagnia si è subito accomodata per il sacrosanto ed irrinunciabile aperitivo africano a base di gin tonic.
Dopo l'aperitivo ci siamo seduti al tavolo in compagnia di piccole scimmiette simili ai lemuri che la direttrice del campo (la temibile e scortese tedescona battezzata da noi "Bruttilde") ci ha detto chiamarsi "Bush baby".


Dopo la cena siamo tornati alle tende scortati dall'immancabile guerriero Masai.
La mattina successiva, dopo una immensa colazione nella quale la Virgi ed il Nuci hanno battuto alcuni record mondiali in quanto a quantità di cibo ingurgitato, siamo risaliti sul fuoristrada in direzione del "Ruaha National Park".
Dopo pochi chilometri ci siamo fermati per visitare un rettilario in quanto io avevo palesato il mio desiderio di prendere in mano i serpenti... e così è stato.
Abbiamo preso in mano prima un serpentello innocui che faceva quasi pena e poi un pitone.
Per evitare di venire stritolati dal pitone è sufficiente fare pressione sotto il collo dell'animale e lui perde ogni forza.
Mi venne però una curiosità "Ma quanto può fare forza un pitone?".
Il serpente era arrotolato sul mio braccio ed io mi sono detto "Ma si, mollo per qualche secondo la presa"... così feci.
Una pressa, posso solo descriverlo così. Nel mezzo secondo in cui ho mollato la presa ho sentito il braccio stritolato.
Fortunatamente non mi sono impanicato ed ho subito ripreso a stringere il collo del pitone.
La sensazione è quella che si ha quando si va a fare il test della pressione e la gomma attorno al braccio si gonfia... solo che la forza è moooolto più grande ed il tempo in cui essa viene applicata è praticamente istantaneo.
Risultato: braccio gonfio e tumefatto per tre giorni.

 
Dopo la visita al rettilario siamo tornati sulla strada.
Intorno a mezzogiorno siamo arrivati ad Iringa, città importante per metà posta su di un tratto di pianoro e per metà inerpicata per le montagne.
C'erano ovunque bancarelle e chioschi e c'erano persone ovunque... su vecchie auto scassare, su motociclette cinesi, su biciclette, carretti, muli ed a piedi.
Tutte si muovevano come a caso... non sembrava avessero una vera e propria meta se non l'andare in giro.
Dopo una breve sosta, abbiamo abbandonato città ed asfalto e siamo tornati sulle strade sterrate in cerca di un posto tranquillo per la pausa pranzo.
Nel post prandiale siamo entrati in una zona dai panorami nuovi.
Sembrava a tratti di essere in un'anime di Miazaki ed a tratti in un film degli anni 70 di Bud Spencer & Terence Hill
La strada era abbastanza larga ed ai lati c'erano piccoli campi, missioni, chiese, scuole, chioschi.
Si vedeva la gente lavorare nei campi o vicino alle proprie capanne, ai lati delle strade passava gente in bicicletta od in moto.
La presenza degli alberi era molto meno incombente anche se presente ai lati della strada, vicino alle capanni e tutto intorno ai campi.

Intorno alle tre del pomeriggio siamo arrivati al Ruaha National Park.
La stanchezza per il viaggio non mi ha permesso di godere molto dei paesaggi ed atmosfere da sogno di questo parco, ma fin da subito ho notato l'ennesimo cambiamento di paessaggio e l'incredibile e surreale atmosfera che regnava all'interno.
Fin dai primi momenti, abbiamo incrociato moltissimo animali: giraffe, zebre (che prima d'ora avevamo visto poco), gnu, bisonti, molte scimmie, piccoli carnivori e moltissimo uccelli.
Avvicinandoci al campo tendato ho notato ai lati delle strade molte bandiere a strisce blu e nere (uguali a quella dell'inter) e subito ho chiesto a Bilali cosa significassero; la sua risposta è stata "Non significano nulla, sono trappole per la mosca tze tze... viene attirata dai colori e si posa sulla stoffa imbevuta di veleno.".. e fu così che scoprii che oltre a leoni, leopardi, ghepardi, pitoni, coccodrilli, ippopotami ed altri mille animali potenzialmente letali... c'erano pure le mosche tze tze.
In poco meno di un'ora siamo arrivati al "Mdonya Old River Camp".
Questo campo tendato era gestito da un'Italiano emigrato e la sua moglie, tutti e due gentilissimi e molto disponibili.
Sicuramente il campo tendato che tutti noi abbiamo preferito, posizionato in un piccolo pianoro circondato dalla boscaglia aveva le tende posizionate in modo ottimale per vedere le attività notturne degli animali ed abbastanza lontane fra di loro da dare un senso di "sperduto in mezzo alla natura".


La zona comune era composta da una tettoia fatta con materiale locale sotto la quale c'erano divani e poltrone sui quali rilassarsi e prendere il the, una "zona falò" dove la sera si perpetrava la tradizione dell'aperitivo ed un'altra zona coperta nella quala si mangiava.
Con zona coperta si indende che si ha un tetto sopra alla testa, ma mai pareti, ne pavimento... il contatto con la natura è totale e costante.
Le tende erano come quelle del "Lake Manze tented camp" con tanto di cesso all'aperto, ma avevano un tocco di classe in più nell'arredamento; soprattutto ho apprezzato a cassapanca in stile coloniale inglese.


Dopo una pausa nella zona comune ci siamo tutti ritirati nelle nostre tende per riposarci e "docciarci" ed alla sera un bel gin tonic di fronte al falò, una cena rapida e poi tutti a letto.
La notte, al contrario della zona del Selous, faceva freddo (per modo di dire, eravamo pur sempre in Tanzania) e c'era parecchia umidità... la mattina ci si svegliava con i vestiti bagnaticci, ma sotto il caldo sole del mattino in pochi minuti tutto era asciutto.