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giovedì 10 ottobre 2013

The Gudu's Nippo Experience part 3

Il nostro terzo giorno in terra nipponica sarebbe stato dedicato a due cose tipicamente giapponesi: le terme e la cicina kaiseki.

La cucina Kaiseki è un tipo di pasto molto particolare, l'espressione culinaria forse più raffinata di tutta la cucina giapponese.
Originariamente con questo termine si intendeva un pasto vegetariano che accompagnava la cerimonia del tè, mentre oggi vengono serviti anche pranzi e soprattutto cene in stile Kaiseki comprendenti vegetali ma anche pesce e raramente carne, accompagnate dal sakè.
Un  tipico pasto Kaiseki è caratterizzato da molte pietanze servite in piccole porzioni.
Si va dalle 6 fino alle 20 porzioni. Il cibo che viene servito varia a seconda del periodo e del luogo in cui ci si trova; prerogativa di una portata in stile Kaiseki è infatti la freschezza degli ingredienti usati.
Altra particolarità di un pasto Kaiseki è l'importanza dell'apparenza dei piatti: viene curato ogni minimo particolare, dall'estetica di ogni singolo piatto alla disposizione dei piatti stessi. È veramente uno spettacolo anche solo guardare un tavolo apparecchiato per una cena Kaiseki.

Durante la fase di preparazione del viaggio, la Vigi mi propose di stare per una sera in un ryokan di lusso con stazione termale.
Avremmo avuto una vasca termale privata in camera, una cameriera personale ed una cena kaiseki.
Io ero un po' titubante su questa cena tradizionale, ma mi sono lasciato convincere dalle comodità della vasca privata e dal fatto che, avendo io tre tatuaggi abbastanza grossi, avrei potuto avere dei grossi problemi ad entrare nelle terme pubbliche (teoricamente in Giappone l'ingresso alle terme è vietato ai portatori di tatuaggi).
Così la Vigi ha prenotato presso il Yumotokan (http://www.yumotokan.co.jp/world/english/) di Chome vicino al lago Biwa.

La mattina del terzo ed afosissimo giorno abbiamo tentato di visitare i giardini imperiali a Tokyo; "tentato" perchè era il giorno di chiusura e ci siamo accontentati di vederli da fuori e farne una parziale circumnavigazione.



Nel pomeriggio siamo partiti alla volta del Ryokan.

Abbiamo usufruito dei famosi treni rapidi giapponesi chiamati "Shinkansen".

E' stato pazzesco veder arrivare lo shinkansen alla stazione di Tokyo.
Il treno è arrivato in stazione con 10 minuti di anticipo.
Appena si è fermato, sono salite rapide le donne delle pulizie (2 per ogni vagone).
Agivano con rapidità incredibile senza tralasciare nessun angolo o componente del vagone.
Noi le fissavamo dall'esterno sbigottiti mentre con i loro guanti bianchi pulivano ogni sedile, ogni tavolino ed i pavimenti.
C'era poi un'addetta ai bagni, una per ogni bagno.
Cinque minuti prima della partenza il capotreno (dotato di guanti bianchi e sempre pronto ad elargire sorrisi ed inchini a tutti quelli che salivano) ci ha indicato che potevamo salire.
Abbiamo raggiunto i nostri posti (prenotati dall'Italia ed assegnati il giorno dell'atterraggio in aereoporto) e ci siamo messi comodi.

Il treno è partito ovviamente in perfetto orario ed ha preso rapidamente velocità.
Grattacieli, poi case in stile anni '70, poi campagna.
Tutto ci passava di fronte rapidissimo; dopo qualche tempo è apparso il Monte Fuji, l'unico cosa che non ci sfrecciasse di fianco a velocità incredibili.

Siamo arrivati a Chome intorno alle 18.00.


Il luogo era sperso in mezzo alle montagne e si respirava una atmosfera surreale che già mi rilassava.
Abbiamo preso un taxi (anche in campagna il taxista aveva i guanti bianchi ed il taxi era dotato dei tipici centrini bianchi sui sedili) ed abbiamo raggiunto il ryokan in pochi minuti.

Fin dall'ingresso al ryokan siamo stati trattati come re.
La nostra cameriera personale (vestita in abiti tradizionali e che non parlava ovviamente una parola di inglese) ci ha accompagnati in camera e ci ha spiegato a gesti tutte le comodità della camera, l'uso della vasca termale e come arrivare alla cena, poi si è ritirata fra mille inchini.
La camera era molto bella ed accogliente.
La vasca termale era sul balcone con vista sulla montagna.
Al contrario di Tokyo l'aria era fresca ed il cielo minacciava pioggia; un'ottima occasione per mettersi a bagno-maria nella vasca termale.
Ma prima la Vigi ha voluto provare delle cibarie presenti sul nostro tavolo.
Appena entrati in camera, la nostra cameriera ci aveva già fatto provare degli strani dolcetti che prima di venire mangiati venivano riscaldati dando fuoco alla confezione che sembrava di plastica (ma evidentemente non lo era)... il tutto accompagnato da the verde.
I biscotti non erano male, ma ho preferito non partecipare agli assaggi della Vigi.
C'erano dei gamberetti che sembravano in modo sospettoso al cibo che da piccolo davo alle mie tartarighe d'acqua dolce, poi c'erano radici, "cose" che sembravano pezzi di insetto (ma probabilmente non lo erano) ed altri assaggi che tanto io trovavo inquietanti quanto la Vigi eccitanti.
Nel video che presto metterò on line sul mio canale youtube (www.youtube.com/ominoleo77) sarà possibile vedere in diretta la Vigi che testa le suddette cibarie.



Dopo gli assaggi ci siamo infilati nella vasca e ci siamo goduti un bel bagno termale.

Dopo il bagno, abbiamo indossato i nostri yukata (forniti come da tradizione dal ryokan) e siamo andati a cena.
Eravamo in una stanza tutta nostra con una cameriera tutta per noi (anche questa non parlava ovviamente una parola di inglese)... è stato divertente vedere il nome "Virginia" scritto in caratteri occidentali in mezzo a tutti i nomi in caratteri nipponici presenti negli altri privé.


Sul tavolo c'erano non meno di 10 piatti alcuni tappati, altri aperti (ed altri ne hanno portati dopo). C'erano anche dei fornellini (uno a testa) sul tavolo.
Ogni cosa era curatissima, mi sentivo a disagio a spostare le cose per poter mangiare.


Difficile descrivere la cena di per se, perchè una foto descrive meglio l'estetica e solo il palato può descrivere bene gli inusuali gusti che abbiamo provato.
C'era di tutto. Spaghetti di soia che bisognava prima "puciare" in una tazzina e poi succhiare, piccole ciotole contenenti brodi vari, pesce e carne da cuocere sui fornelletti, verdure (alcune dai colori bizzarri) ed alghe.
La cameriera ci spiegava (o provava) come degustare i piatti ed in che ordine degustarli.
Il tutto era accompagnato da sakè e the verde.







Eravamo di fronte alla più alta cucina giapponese, presentata nel migliore dei modi.
La Vigi ha mangiato con gusto e felicità mentre io ho faticato un po' di più, ma è stata un'esperienza importate e formative... di quelle che ti rendono più ricco dentro.

Dopo cena siamo tornati in camera.
In nostra assenza, la cameriera aveva spostato il tavolo, sostituito le cibarie con altre e preparato il futon per la notte.

Noi ci siamo ancora bevuti un the e poi ci siamo addormentati appena infilati nel futon.

Un altro nipponico giorno era concluso.

giovedì 16 maggio 2013

The enlarged gudu's Tanzanian experience - Parte 6

E così giunse il momento del ritorno a casa.
Per me è sempre un momento denso di sentimenti e sensazioni.
C'è la tristezza per la fine della vacanza e contemporaneamente il piacere di ritornare a casa ed il pensiero allettante del raccontare il viaggio ai conoscenti ed ai parenti.
La fine di ogni viaggio è il momento in cui mi sento maggiormente "avventuriero"... è come se il mio subcosncio dicesse "Adesso che hai visto tutto, sei più maturo e più navigato" ed in effetti è così perchè ogni viaggio che ho fatto mi ha reso immensamente più ricco e grande dentro.
Il primo giorno di ritorno verso la capitale abbiamo seguito a ritroso la strada fatta all'andata con tanto di gamedrive al parco Mikumi e sosta serale nello stesso campo tendato in cui sostammo all'andata, per intenderci il campo della terribile tedescona "Bruttilde".
Il viaggio fino al Mikumi è stato silenzioso e pieno di sguardi malinconici rivolti alle bellezze attorno a noi ed a quell'atmsfera di placida quiete che io ho trovato fin'ora solo in Africa.
Una piccola fermata in un villaggio per comprare qualche souvenir ed una sosta per il pranzo sono stati gli unici momenti all'esterno del fuoristrada.
Appena possibile abbiamo imboccato la lughissima strada asfaltata che attraversa l'Africa di cui ho accennato nei capitoli precedenti e che descriverò meglio più avanti; la strada ci ha portati fino al Mikumi. Dopo una lenta e rilassante cena al campo tendato con i bush baby che ci guardavano curiosi (e golosi) e Bruttilde che ci guardava di traverso ) forse per i terribili commenti lasciati nella scheda di valutazione all'andata), ce ne siamo andati a dormire esausti.
Il giorno dopo eravamo di nuovo sulla lunga strada asfaltata.
Questa volta non avremmo preso le bellissime strade di montagna, ma avremmo proseguito sull'asfalto fino alla capitale.
Su questa strada ho visto l'Africa che non mi piace... certo pittoresca, ma non bella.
La strada si inerpica sulle montagne con pendenze pazzesche.
Sulla strada poche auto, molti autobus, moltissimi camion e nelle vicinanze dei centri abitati sciami di motociclette cinesi di piccola cilindrata.
Gli autobus sono proprio come se li potrebbe immaginare uno scrittore di romanzi d'avventura tipo Clive Cussler: vecchissimi, arrugginiti, privi di porte e finestrini e zeppi di persone... persone sedute, persone in piedi, persone sul tettuccio, persone appese a penzoloni dai finestrini.
I camion erano di ogni tipo: c'erano i giganteschi modelli americani con enormi rimorchi sui quali sostavano spesso persone che si facevano dare un passaggio, poi c'erano i modelli europei meno mestosi ed anche piccoli camioncini strapieni di materiali, animali, persone.
Camion ed autobus faticavano nelle salite fumando penosamente dallo scappamento e spesso anche da motore; ai lati della strada ogni 20-30 Km si trovavano mezzi in panne con il motore fumante od addirittura in fiamme. Due rami d'albero fungevano da "triangolo" ed ai fianchi di questi mezzi gli autisti fissavano il loro camion con sguardo vuoto che non tradiva altra intenzione se non aspettare.
Quando la cosa accadeva agli autobus, tutto attorno al mezzo buona parte della gente si accampava in attesa di non so cosa, mentre alcuni cercavano di farsi dare dei passaggi o di saltare sui rimorchi degli altri camio che passavano lentissimi.
In discesa i camion si muovevano lenti sfruttando il freno motore mentre gli autobus sfrecciavano a valocità spropositate.
Più a lato della carreggiata si trovavano camion, autobus ed automobili ribaltati, bruciati, ridotti a scatolette informi... gurdanto autobus reduci di incidenti sicuramente pazzeschi mi chiedevo quanta gente morisse ad ogni scontro calcolando anche come erano sistemati su questi mezzi.
Spesso c'erano piazzole dove piccoli gruppi di persone vendevano carbone, frutta e qualche volta oggetti. Ai lati della strada sorgevano vari centri abitati, affacciati sull'asfalto, composti da capanne di lamiera e pietra.
Ci siamo fermati per andare in bagno in una specie di autogrill.
Un piazzale pieno di camion ed autobus (turistici e locali) con un fatiscente bar e dei bagni che mi hanno fatto rimpiangere i water all'aperto.
I locali avevano facce e sguardi torvi che solo a guardarli gli aversti dato il portafogli ed anche un rene senza fare storie. La fermata è stata ovviamente molto breve.
Una pausa simile l'avevamo già fatta per pranzo il giorno precedente, appena saliti sulla strada. Quella volta nel parcheggio c'era un grosso mercato di verdura e frutta locale. Il locale era peggio dei "peggiori bar de Caracas" visti nella pubblicità del rhum... con tanto di pista da ballo/incontri clandestini degna dei peggiori film di Jean claude Vandamme.
Per il pranzo del secondo giorno di viaggio, su specifica richiesta nostra, abbiamo abbandonato la strada principale imboccando per qualche chilometro la cosiddetta vecchia strada e fermandoci in un piccolo villaggio. L'atmosfera era un po' migliore ma sempre molto tesa. Anche in questo caso la pausa è stata breve.
Nel pomeriggio abbiamo raggiunto la capitale e siamo stati portati in un mega centro per lo shopping turistico per passare il tempo ed acquistare gli ultimi souvenir.
Io ho fatto scorta di roibos ed insieme alla Virgi abbiamo acquistato alcuni oggetti per la casa.
Alle 17.00 eravamo già in aereoporto.
C'erano due ore di attesa prima dell'imbarco.
Abbiamo salutato Bilali lasciandogli una cospicua mancia e poi ci siamo messi a giocare a Munkin fino a che non è venuta l'ora dell'imbarco.
Arrivati al gate abbiamo scoperto che c'era un ritardo nella partenza.
Nuci e Feddy hanno erano parecchio sclerati per il ritardo, mentre io mi sono coricato sulle sedie per l'attesa e mi sono appisolato.
Alla fine ci siamo imbarcati con quasi un'ora di ritardo.
Una volta accomodati sull'aereo mi sono subito appisolato per poi svegliarmi a causa di una tempesta su Nairobi. A Nairobi l'aereo si è riempito e poco dopo la partenza hanno servito la solita terribile cena, fra gli sballonzolii della tempesta.
Durante il volo mi sono guardato "Candidato a sorpresa" ed ho tentato di guardare qualcos'altro, ma poi mi sono addormentato.
Nonostante il ritardo, siamo arrivati a Zurigo in tempo per prendere l'aereo che ci avrebbe portati a Milano. Sull'aereo del ritorno c'eravamo solo noi, una giovane famiglia ed una ragazza che si era dimenticata del cambio di clima ed era vestita solo di vestitino quasi trasparente bianco e sandali.
Inutile dire che all'arrivo a Malpensa, nel trasferimento sul pullman, ha sofferto "un po'" il freddo.
Alle 11.30 del 1 gennaio 2013 eravamo già sulle strade del cuneese. Le strade deserte tipiche della mattina del primo dell'anno... quell'atmosfera surreale e placida che sotto certi aspetti mi ricordava certe atmosfere africane.
Anche questo viaggio era finito.
Avevamo visto un'altro tipo di Africa rispetto alla Namibia, altrettanto affascinante.
Avevamo visto e vissuto infinite cose speciali.
E' stato un viaggio bellissimo.
Sono tristemente conscio della trasformazione continua dell'Africa... trasformazione purtroppo peggiorativa dovuta all'invasione prima occidentale ed ora orientale... un popolo che sta perdendo le proprie bellezze e le proprie poche certezze e le proprie peculiarità.
Sono felice di aver visto una Tanzania ancora per la maggior parte selvaggia... affascinante e magica nella sua ancestralità. Lontana dai parchi del Nord pieni di turisti e di "Occidentalità"
Una nota positiva per i miei compagni di viaggio che hanno reso il viaggio ancora più speciale.

Spero di tornare al più presto in Africa. Vorrei vedere il delta dell'Okawango quando arriva l'acqua dopo la stagione secca, scalare il Kilimangiaro, sostare in riva al lago Malawi e meditare nel Kalahari... e poi vorrei tornara in Namibia... lo stato che mi ha portato via il cuore.

giovedì 2 maggio 2013

The enlarged gudu's Tanzanian experience - Parte 5

In questa quinta parte dell'Enlarged Gudu's Tanzanian Experience cercherò di descrivere i giorni passati al "Ruaha National Park"; uso la parola "provo" ben sapendo che è impossibile descrivere davvero le sensazioni e le emozioni che si provano in questi luoghi... per capire davvero bisogna provare.

Durante i tre giorni passati in questo parco il programma è stato pressochè sempre lo stesso:
1) Colazione
2) Safari fotografico
3) Pranzo
4) Safari fotografico
5) Cena
6) Dopocena
7) Riposo notturno

Può sembrare un programma monotono se non fosse che ogni giorno è diverso in Africa pur restando tutto uguale.
Ogni cielo mattutino è nuovo come ogni cielo stellato, ogni panorama è nuovo, ogni animale è diverso dal precedente, ogni paesaggio lascia senza fiato.

Al mattino ci si svegliava rilassati e riposati... non c'erano orari precisi da seguire, non sentivamo lo "stress dell'orologio", non eravamo schiavi di Chronos... eppure i cicli della natura ci portavano ad essere molto regolari nei nostri orari... la regolarità senza lo stress.
Al mattino ci si svegliara rilassati e riposati... dall'esterno della tenda si sentivano migliaia di uccelli cantare e la luce filtrava nella tenda.
Al mattino ci si svegliara rilassati e riposati... amavo aprire la zip della tenda ed essere innondato di sole, profumi, rumori... innondato di vita d'Africa.
Al mattino ci si svegliara rilassati e riposati... uscivo all'esterno e lasciavo che il sole mi scaldasse il viso tenendo gli occhi chiusi ed assaporando ogni cosa percepibile dei miei sensi.
Dopo esserci lavati e vestiti, ci si trovava davanti alla tenda di Mello e poi si andava alla tenda comune per fare colazione.
La colazione era per me all'italiana e per tutti gli altri del gruppo continentale.
Dopo colazione si partiva per il safari fotografico.
In questo parco abbiamo visto molto animali difficili da avvistare perchè rari o notturni come ad esempio il gatto selvatico e l'otocione, ma l'incontro più sensazionale fu con un leopardo che aveva appena finito di cacciare.
 
Era il secondo giorno e Bilali ricevette via radio l'annuncio di un avvistamento di leopardo.
Il lento incedere del fuoristrada si trasformo in una corsa sfrenata (per quando possibile un una zona foreste ed altipiani) verso il luogo dell'avvistamento.
Arrivati sul posto, dopo pochissimo minuti, individuammo il leopardo che si muoveva nel sottobosco.
Quando il leopardo si fermò sotto ad un cespuglio, spegnemmo il fuoristrada e rimanemmo in attesa.

Noi non ne eravamo coscienti, ma ci eravamo fermati proprio sopra la su preda: un cucciolo di facocero appena ucciso e probabilmente abbandonato sul posto al nostro arrivo.
Rimanemmo immobili per non so quanti minuti, poi il felino comincio a muoversi verso di noi.
Macchine fotografiche, videocamere e binocolo erano puntati sulla bestia che continuava ad avvicinarsi.
Passo di fianco alla macchina letteralmente appoggiandosi alla portiera del guidatore.
Noi chiudemmo i finestrini rapidamente, ma non potevamo chiudere rapidamente il tettino e così ci limitammo e rientrare nell'abitacolo sperando in bene.
Il leopardo si muoveva molto lentamente.
In un momento di coraggio, decisi di uscire dal tettino per riprendere il suo incedere.
Mi sporsi con tutto il corpo al di fuori della sagoma del fuoristrada ritrovandomi a non più di un metro e mezzo dalla faccia del leopardo.
L'animale vendomi si fermò per qualche istante, probabilmente per calcolare se era il caso di attaccare. Io rimasi immobile con la videocamera puntata sui suoi occhi selvaggi.
Improvvisamente, con un movimento fulmineo, il leopardo afferrò la preda sotto al fuoristrada e si distanzio di un paio di metri da noi prima di girarsi indietro e controllare eventuali nostre reazioni.
Dopo aver verificato la nostra inoffensività, si nascose rapido nel sottobosto.

Fu un'emozione grandissima: eccitazione mista a paura mista ad ammirazione.
Innanzitutto il lepardo è uno degli animali più affascinanti che avessi mai visto. Quegli occhi selvaggi, attenti come quelli di pistoleri dei film western, profondi come il profondo.
Ogni fattezza del corpo e del muso sembravano creati per dare l'impressione di un combattente pericoloso e selvaggio.
Trovarsi a pochi centimetri da uno dei pochi animali che uccidono per sfizio e non solo per necessità (siamo in pochi: anaconda, leopardo, uomo e pochi altri) senza protezioni e senza filtri... è stata un'emozione grande... e mi sono anche discretamente cagato addosso dalla paura.
La scena del cacciatore stanco con la propria preda è una delle più emozionanti fra quelle osservabili in Tanzania,  in questo coso è stata rovinata dal fatto che noi avevamo disturbato con la nostra presenza la naturale essenza del momento, ma è stata lo stesso emozionantissima.
Rimanemmo ancora molto tempo fermi a scrutare i cespugli... fino a che il lepardo decise di andarsene seminandoci rapidamente.
Oltre a questi animali più difficili da vedere, collezionammo in quei giorni un numero incredibile di avvistamenti.
Interi gruppi di elefanti, bufali, zebre, giraffe ed altri erbivori.
Affreschi spettacolari creati da bellissimi esemplari immersi in paesaggi incredibili.
 




Un'altra scena che mi colpì molto fu assistere alla reazione degli animali all'arrivo in zona di un predatore.
Bilali fu avvisato di un avvistamento di ghepardo vicino a dove eravamo. Arrivammo sul posto in pochi minuti.
Eravamo passati di li non più di 5 minuti prima e l'amosfera era competamente cambiata.
L'aria era carica di tensione: le scimmie dai rami degli alberi urlavano come pazze, gli erbivori erano spariti dalla zona ed si potevan vedere in lontananza immobili con lo sguardo fisso verso il punto da cui provenivano le urla scimmiesce.
Qualche minuto d'attesa ed è apparso un ghepardo femmina.
Mi sono chiesto come riuscivano a cacciare i predatori se era presente ovunque un "sistema anti-predatore" funzionale come quello che stavo vedendo.
Non ho avuto risposta alla mia domanda perchè il ghepardo, disturbato dalla nostra presenza, si limitò a passare davanti al nostro fuoristrada ed a sparire nella sterpaglia.
Bellissime immagini scolpite nel mio cuore sono quelle dominate dagli enormi ed omnipresenti baobab... alberi che sembrano emanare un'aura di pacata saggezza... come se fossero i messaggeri delle leggi universali della natura. Molto avrei da scrivere sui baobab... forse un giorno gli dedicherò un'apposito post.

Al contrario che al parco del Selous, siamo sempre tornati al campo per il pranzo. Dopo molti giorni passati sempre sul fuoristrada con pranzo al sacco, abbiamo sentito il bisogno di pranzare seduti tranquilli ad un tavolo con annesso riposo post-prandiale.
A pranzo non tutti i viaggiatori erano presenti, mentre per la cena c'erano tutti.
Alle 19.00, sotto scorta dei guerrieri masai, raggiungevamo lo spiazzo del falo e ci si sedeva intorno al fuoco per gustare l'ormai classico gin-tonic.
L'aperitivo serale era sempre una cosa speciale. Ci si sedeva stanchi attorno al fuoco, unica fonte di luce nel mezzo della natura, si gustava il gin-tonic e si chiacchierava sotto voce.
Sullo sfondo delle conversazioni i rumori, i colori ed i profumi dell'Africa. Si arrivava a cena stanchi per la giornata e contemporaneamente eccitati dalle cose viste.
Si stava bene, davvero bene... ed in armonia... senza bisogno di fare nulla... semplicemente gustando un gin-tonic, fissando il fuoco e chiacchierando un po'... il buoio ad avvolgerci come una coperta ed i suoni notturni a cullarci.
Quelli erano i momenti in cui massimamente riflettevo sulla mia teoria di vita: "Siamo troppi"... facciamo guerre, cose atroci, inquiniamo, siamo infelici perchè non ci realizziamo... perchè?
Semplicemente perchè siamo troppi... non c'è più spazio, non ci sono più risorse per tutti... siamo costretti a lottare per ogni cosa: per il cibo, per un metro quadro si spazio in più... siamo troppi.
Li, nel mezzo del nulla, 20 persone nel raggio di 400 Km... mi sentivo così sereno e rilassato... senza la presenza costante di esseri umani ovunque... con spazi immensi a disposizione.
Diventava piacevole il ritrovarsi con altre persone attorno al falò.
Nel giro di un'ora al massimo ci si spostava tutti sotto al tendone per la cena.
L'atmosfera si faceva più fracassona... per modo di dire... nulla di nemmeno lontanamente paragonabile al normale chiasso di una media cena in famiglia all'italiana... semplicemente il tono di voce si alzava un po' ed i toni di voce erano più vivaci.
L'aperitivo era più contemplativo, mentre la cena diventava il momento in cui ci si scambiavano informazioni sulle cose viste, i viaggi fatti, i luoghi di provenienza.
In particolare io parlai il più possibile con il gestore del lodge in quanto uno dei miei sogni più grandi è aprire un lodge in Namibia ed ho fatto parecchie domande per capire da dove iniziare e capire anche com'è davvero vivere tutto l'anno in un lodge.
Dopo cena la maggiorparte delle persone tornava alle tende e gli altri tornavano intorno ai falò.
L'ultima sera di permanenza a cena ci lamenteammo di non essere riusciti a vedere le iene (che tutte le notti visitavano il campo, ma non erano mai passate nei pressi nelle nostre tre tende); sentendo il nostro discorso, il proprietario ci propose un piccolo giro notturno per cercare di vederle.
La proposta giunse sottovoce poichè era dedicata solo al nostro gruppo.
Fu così che in silenzio aspettammo vicino al falò che tutti fossero andati a dormire e poi seguimmo in silenzio il gestore.
Ci inoltrammo in piena notte, protetti solo da due guerrieri masai, fra gli alberi.
Solo una piccola torcia ci faceva da guida.
Si camminava lentamente e cercando di fare meno rumore possibile.
Il buoi incombeva su di noi, i rumori erano più forti e più vicini.
Ero molto eccitato, mi sentivo un vero esploratore... era come entrare in un film di avventura in stile anni '80 tipo "Indiana Jhones" od "Alla circerca della pietra verde".
Fu un giro davvero emozionante, anche se delle iene nemmeno l'ombra.
Visitarono il campo a notte fonda... alcuni sentirono i loro richiami... io manco quello.
I giorni passarono rapidi, felici e sereni al Ruaha.
Un'esperienza indimenticabile che mi ha reso, anche questa volta, più ricco.
Ci tengo a tessere, ancora una volta, le lodi alla gestione del "Mdonya Old River Camp": gentilezza, organizzazione, disponibilità... sensazione di essere costantemente i ben venuti.
Massimo rispetto per la natura nella gestione del campo e capacità di fare apprezzare il rigore di un campo tendato anche ai più schizzinosi.

I giorni erano passati rapidi ed era venuto il momento di tornare a Dal Es Salaam.

venerdì 5 aprile 2013

The enlarged gudu's Tanzanian experience - Parte 4

In questa quarta parte vado a descrivere il trasferimento veros il Ruaha National Park.
Siamo partiti di buon'ora dal "Lake Manze Tented Camp" ed abbiamo attraversato quasi in diagonale la parte Nord del "Selous Game Reserve" incontrando, come sempre, moltissimi animali e stupendi paesaggi.
Dopo un paio d'ore ci siamo ritrovati sulla strada che attraversa le montagne in direzione del Mikumi National Park.
E' stato il trasferimento più bello di tutto il viaggio.
Una strada sterrata strettissima ci ha portati nel mezzo delle montagne e delle foreste tanzaniane... un paesaggio nettamente diverso da quello visto fino ad ora.
La natura in questa zona si impone con alberi di ogni tipo ed un senso di "selvaggio" perfino più marcato di quello percepibile nella savana del Selous.
Eravamo quasi sempre all'ombra degli alberi che incombevano ai lati della strada creando innumerevoli "ponti di rami" fra i due lati.
I pochi raggi di sole passavano attraverso le foglie creando giochi di luci ed ombre bellissimi che andavano ad esaltare ogni colore.
La mia sensazione era quella di essere "al centro di tutto" e protetto.

 

Una sensazione nuova, bellissima e totalmente diversa dalla meditativa sensazione di essere "ai limiti di tutto" provata nel deserto del Namib.
Era come sentire la terra "respirare" ed essere "al centro" di questo respiro... un'atmosfera di placida vita presente tutto intorno, come se l'energia vitale di tutto quegli alberi permeasse tutto.
Durante il tragitto abbiamo incontrato qualche villaggio; piccoli centro abitati di non più di 30 capanne stipati fra gli alberi nelle vicinanze di fiumi e torrenti.
Col passare delle ore siamo arrivati ai piedi delle montagne ed abbiamo cominciato a salire.
La foresta continuava ad osservarci mentre diventavano più numerosi i piccoli villaggi e la presenza umana.
Arrivati sulla cima della montagna, ci siamo fermati ed abbiamo osservato il panorama: uno spettacolo.


Ovunque mi girassi c'erano alberi che si inerpicavano sulle montagne, verde ovunque... non si vedeva una fine a quelle montagne verdi.
Percepivo un'emanazione di "vita" (posso solo descriverla così) fortissima.
Sono momenti, visioni, sensazioni che penso sia impossibile da descrivere bene... bisogna viverle.
Me ne sono stato immobile a fissare, fotografare, riprendere, percepire tutto quell'"esistere" fino a che un caminociono straripante di persone non ci è passato a fianco.
Queste cose le avevo viste solo nei film fino ad ora: ci saranno state non meno di 50 persone sul cassone del piccolo camion, tutte ammassate ed alcune addittura aggrappate al mezzo.
Ho provato a fare una ripresa del singolare mezzo con la videocamera, ma gli innumerevoli insulti in lingua locale mi hanno fatto desistere.
Dopo il passaggio del camion siamo risaliti sul fuoristrada ed abbiamo cominciato la discesa.
Di nuovo immersi nella foresta.
Dopo un po' di ore ed una fermata per il pranzo (con i mitici ananas comprati per strada), siamo arrivati alla grande (si fa per dire... due corsie) strada asfaltata che collega la Tanzania allo Zambia e prosegue nell'Angola fino all'oceano.
In poco tempo siamo arrivati al Mikumi National Park ed abbiamo approfittato delle ultime ore pomeridiane per fare un game drive nel parco.


Il parco è molto piccolo rispetto agli altri, anche se è ricco di animali.
La stanchezza non ci ha permesso di godere appieno del parco, anche se abbiamo visto parecchi animali.
La sera siamo arrivati al lodge che era a pochi chilometri dal parco, in mezzo alle montagne.
Questa volta le tende erano molto più grosse e posizionate su palafitte, probabilmente a causa della totale assenza di punti pianeggianti in cui posizionarle.
Dalla nostra tenda si il panorama era buono, si vedeva la foresta dipanarsi sotto di noi, fino ad arrivare alla strada.
Dopo una doccia ed un riposino siamo andati nella sala principale che questa volta non era una tenda, ma una costruzione in legno molto caratteristica ed ovviamente composta solo da pavimento e tetto.
Nel mezzo della sala da pranzo ardeva un bel fuocherello con attorno un po' di sedie. La nostra compagnia si è subito accomodata per il sacrosanto ed irrinunciabile aperitivo africano a base di gin tonic.
Dopo l'aperitivo ci siamo seduti al tavolo in compagnia di piccole scimmiette simili ai lemuri che la direttrice del campo (la temibile e scortese tedescona battezzata da noi "Bruttilde") ci ha detto chiamarsi "Bush baby".


Dopo la cena siamo tornati alle tende scortati dall'immancabile guerriero Masai.
La mattina successiva, dopo una immensa colazione nella quale la Virgi ed il Nuci hanno battuto alcuni record mondiali in quanto a quantità di cibo ingurgitato, siamo risaliti sul fuoristrada in direzione del "Ruaha National Park".
Dopo pochi chilometri ci siamo fermati per visitare un rettilario in quanto io avevo palesato il mio desiderio di prendere in mano i serpenti... e così è stato.
Abbiamo preso in mano prima un serpentello innocui che faceva quasi pena e poi un pitone.
Per evitare di venire stritolati dal pitone è sufficiente fare pressione sotto il collo dell'animale e lui perde ogni forza.
Mi venne però una curiosità "Ma quanto può fare forza un pitone?".
Il serpente era arrotolato sul mio braccio ed io mi sono detto "Ma si, mollo per qualche secondo la presa"... così feci.
Una pressa, posso solo descriverlo così. Nel mezzo secondo in cui ho mollato la presa ho sentito il braccio stritolato.
Fortunatamente non mi sono impanicato ed ho subito ripreso a stringere il collo del pitone.
La sensazione è quella che si ha quando si va a fare il test della pressione e la gomma attorno al braccio si gonfia... solo che la forza è moooolto più grande ed il tempo in cui essa viene applicata è praticamente istantaneo.
Risultato: braccio gonfio e tumefatto per tre giorni.

 
Dopo la visita al rettilario siamo tornati sulla strada.
Intorno a mezzogiorno siamo arrivati ad Iringa, città importante per metà posta su di un tratto di pianoro e per metà inerpicata per le montagne.
C'erano ovunque bancarelle e chioschi e c'erano persone ovunque... su vecchie auto scassare, su motociclette cinesi, su biciclette, carretti, muli ed a piedi.
Tutte si muovevano come a caso... non sembrava avessero una vera e propria meta se non l'andare in giro.
Dopo una breve sosta, abbiamo abbandonato città ed asfalto e siamo tornati sulle strade sterrate in cerca di un posto tranquillo per la pausa pranzo.
Nel post prandiale siamo entrati in una zona dai panorami nuovi.
Sembrava a tratti di essere in un'anime di Miazaki ed a tratti in un film degli anni 70 di Bud Spencer & Terence Hill
La strada era abbastanza larga ed ai lati c'erano piccoli campi, missioni, chiese, scuole, chioschi.
Si vedeva la gente lavorare nei campi o vicino alle proprie capanne, ai lati delle strade passava gente in bicicletta od in moto.
La presenza degli alberi era molto meno incombente anche se presente ai lati della strada, vicino alle capanni e tutto intorno ai campi.

Intorno alle tre del pomeriggio siamo arrivati al Ruaha National Park.
La stanchezza per il viaggio non mi ha permesso di godere molto dei paesaggi ed atmosfere da sogno di questo parco, ma fin da subito ho notato l'ennesimo cambiamento di paessaggio e l'incredibile e surreale atmosfera che regnava all'interno.
Fin dai primi momenti, abbiamo incrociato moltissimo animali: giraffe, zebre (che prima d'ora avevamo visto poco), gnu, bisonti, molte scimmie, piccoli carnivori e moltissimo uccelli.
Avvicinandoci al campo tendato ho notato ai lati delle strade molte bandiere a strisce blu e nere (uguali a quella dell'inter) e subito ho chiesto a Bilali cosa significassero; la sua risposta è stata "Non significano nulla, sono trappole per la mosca tze tze... viene attirata dai colori e si posa sulla stoffa imbevuta di veleno.".. e fu così che scoprii che oltre a leoni, leopardi, ghepardi, pitoni, coccodrilli, ippopotami ed altri mille animali potenzialmente letali... c'erano pure le mosche tze tze.
In poco meno di un'ora siamo arrivati al "Mdonya Old River Camp".
Questo campo tendato era gestito da un'Italiano emigrato e la sua moglie, tutti e due gentilissimi e molto disponibili.
Sicuramente il campo tendato che tutti noi abbiamo preferito, posizionato in un piccolo pianoro circondato dalla boscaglia aveva le tende posizionate in modo ottimale per vedere le attività notturne degli animali ed abbastanza lontane fra di loro da dare un senso di "sperduto in mezzo alla natura".


La zona comune era composta da una tettoia fatta con materiale locale sotto la quale c'erano divani e poltrone sui quali rilassarsi e prendere il the, una "zona falò" dove la sera si perpetrava la tradizione dell'aperitivo ed un'altra zona coperta nella quala si mangiava.
Con zona coperta si indende che si ha un tetto sopra alla testa, ma mai pareti, ne pavimento... il contatto con la natura è totale e costante.
Le tende erano come quelle del "Lake Manze tented camp" con tanto di cesso all'aperto, ma avevano un tocco di classe in più nell'arredamento; soprattutto ho apprezzato a cassapanca in stile coloniale inglese.


Dopo una pausa nella zona comune ci siamo tutti ritirati nelle nostre tende per riposarci e "docciarci" ed alla sera un bel gin tonic di fronte al falò, una cena rapida e poi tutti a letto.
La notte, al contrario della zona del Selous, faceva freddo (per modo di dire, eravamo pur sempre in Tanzania) e c'era parecchia umidità... la mattina ci si svegliava con i vestiti bagnaticci, ma sotto il caldo sole del mattino in pochi minuti tutto era asciutto.

lunedì 11 marzo 2013

The enlarged gudu's Tanzanian experience - Parte 3

Se non si è mai stati in Africa, è difficile se non impossibilie immaginarsi le atmosfere e le situazioni che possono venirsi a creare durante i viaggi in questi luoghi.

La mattina del 24 dicembre 2013 ad esempio eravamo seduti comodamente ad un tavolino sorseggianto the Roibos mentre gli elefanti ci passavano a non più di due metri considerandoci alla stragua di qualsiasi altro animale "non pericoloso" e durante il mio "bis di Roibos" uno di loro decideva di entrare nella tenda del cuoco per vedere se c'era qualcosa di interessante.

La sera del 24 dicembre, ritornando alla tende sempre scortati dai guerrieri masai, ci trovavamo a breve distanza fra un ippopotamo e l'acqua (cosa che secondo tradizione significa morte) senza che l'animale in questione ci degnasse di più di uno sguardo annoiato.

Il pomeriggio del 25 dicembre bevevo succo di papaia seduto su di una jeep senza tettino guardando a non più di due metri una famiglia di leoni che faceva la pennichella.

La riserva del Selous, nei tre giorni di sosta ci ha donato grandi emozioni ed indescrivibili scenografie naturali.
Abbiamo visto centinaia di animali, fra cui mi sono rimasti particolarmente impressi la bellissima ed elegantissima "giraffa masai" ed i filosoficamente quieti bufali d'acqua... siamo riusciti ad assistere all'accoppiamento di due leoni... abbiamo osservato gli uccelli pescare facendosi ombra con un'ala per evitare i riflessi del sole nell'acqua... siamo stati testimoni dell'attacco di un coccodrillo ad un bufalo d'acqua (bufalo vittorioso contro le nostre previsioni)... ci siamo stupiti nel vedere decine di coccodrilli riscaldarsi al sole e poi inteneriti vedendo un cucciolo di coccodrillo... abbiamo filosofeggiato sugli uccelli che pulivano i denti degli ippopotami ed ancora abbiamo festeggiato il raro avvistamento di un grosso sauro.
Ogni avvistamento è stato una gioa, un'avventura, una crescita interiore ed una visione di cruda bellezza.
I cieli della Tanzania... l'avrò già scritto mille volte ed altre mille volte lo scriverò... i cieli della Tanzania tolgono il fiato. C'è talmente tanta bellezza in quella natura selvaggia che ci si potrebbe dimenticare di alzare un po' la testa... quando il fortissimo e bellissimo contrasto fra verde e blu sfuma verso l'alto, immense mandrie di soffici e nubi che paion latte che vola a brucare su di un blu così intenso da far male agli occhi... raggi di luce trafiggono opachi veli bianchi creando tele colorate figlie del sogno... voli di ucelli scrivono il canto della libertà vera... lacrime di iridi colpite dal sol bagnano la terra calda per poi evaporare verso quel cielo... quel cielo che con la sua bellezza celebra la creaziona più di qualsiasi dipinto umano.



La sera della vigilia di Natale abbiamo osservato il tramonto sull'acqua bevendo gin tonic e la sera abbiamo cenato rischiarati solo dei fuochi dei falò... la mattina di natale abbiamo fatto colazione comodamente seduti nel bel mezzo della savana... la sera di Natale abbiamo guardato il tramonto su di un'isoletta nel mezzo del fiume fra i richiami di mille uccelli, gli urli degli ippopotami ed i silenzi dei coccodrilli.


In particolare il giro in barca sul placido fiume (fiume o palude a seconda del periodo dell'anno) ha riempito di bellezza i nostri occhi e di nostri cuori. I colori del cielo che si riflettevano e mutavano sull'acqua, la sensazione di tranquillità ulteriormente amplificata, i profumi ed i racconti della fantastica guida che guidava la nostra piccola barca. Ad un certo punto ho messo via il binocolo, la videocamera e la macchina fotografica e mi sono limitato a riempirmi occhi, orecchie e polmoni di tutto quello che avevo intorno.



E' stato il mio primo Natale lontano dall'Italia e da buona parte della mia famiglia. Pensavo che un Natale senza la neve, senza le luci, senza i presepi e senza i pranzi/cene di famiglia sarebbe stato "meno Natale". Devo ammettere che la famiglia mi è mancata, ma l'atmosfera del natale è rimasta magicamente presente; meno ostentata ed epurata delle parti più "coreografiche", ma egualmente forte e densa del significato che ha per me questa festività.

All'alba del quarto giorno abbiamo caricato le nostre cose sul fuoristrada, abbiamo salutato lo staffa del "Lake manze tented camp" e siamo partiti alla volta del parco Mikumi.
Per arrivarci avremmo dovuto inerpicarci su pe rimprobabili strade in mezzo alle verdissime montagne e scendere sull'altro lato per poi raggiungere le prime avvisaglie di giungla equatoriale.

Note tecniche:
- Mi sono bastate 12 ore per abituarmi al bagno all'aperto; la seconda notte uscivo a farmi le mie pisciatine completamente nudo e devo ammettere che, a parte la tavoletta bollente per il sole che ci batte sopra, la "cagata vista cielo" è stranamente stimolante.
- Neanche un ragno dentro alla tenda fortunatamente... strani insetti in stile Indiana Jhones ed il tempio maledetto, ma neanche un ragno.
- Perpetrata la tradizione del Gin Tonic africano prima di cena.
- Perpetrata la tradizione del Roibos in tutte le occasioni possibili.

venerdì 4 maggio 2012

Gudu's Namibian experience - Parte Dodicesima

Ieri abbiamo dato l'acconto per la nostra prossima "Gudu's experience": 10 giorni di campeggio in Tanzania a dicembre 2012, ma di questo parlerò più avanti. Il 7 settembre 2011 partimmo di buon ora dal Divava Okavango Lodge in direzione del Waterberg Plateau per poi raggiungere l'Ohange Safari Lodge. Il viaggio era bello lungo (circa 600 Km per quasi 8 ore di viaggio) e la stanchezza si fece sentire, così evitammo fermate ed arrivammo al lodge intorno alle 15.30. Unica esperienza da segnalare è la seguente: a meno di mezz'ora dalla metà, avvistammo in lontananza una immensa nube di polvere, di quelle che si vedono nei film in cui immensi gruppi di animali si danno alla fuga. Rallentammo per osservare meglio la nube. La nube si avvicinava rapidamente a noi. La nube era sempre più vicina e man mano che si avvicinava era sempre più immensa. Accostammo il fuoristrada in attesa della nube con un misto di ansia ed attesa. La nube si avvicino sempre più rapidamente fino a raggiungerci. Non si vedeva più nulla, un rombo e pioggia di pietruzze sul nostro mezzo. Non era una gruppo di animali, ma un gruppo di autotreni. Vedere cinque enormi tir correre su di una strada sterrata di montagna è quasi spettacolare, un'altra singolarità della Namibia. Arrivammo al lodge dopo aver superato un percorso degno di una pista di test per fuoristrada che mise alla prova le mie capacità di guida. Il lodge era molto carino, nel mezzo della brulla montagna e completamente deserto. C'era la zona comune che era composta da un piccolo caseggiato basso e poi tante piccole capanne inerpicate su per la montagna e collegate da un piccolo ciottolato; su di un lato della montagna una piccola piscina. Ci venne incontro una rubizza signora, accompagnata dal rubizzo figlio ed un rubizzo cane; fu particolarmente cortese ed informale e ci accompagnò alla nostra capanna. La prima parte del pomeriggio la passammo a "docciarci" ed a leggere un po' seduti su di scomode sedie fuori dalla capanna mentre il bimbo rubizzo rumoreggiava in piscina con un'amichetta. Verso le quattro del pomeriggio tentammo un bagno in piscina, ma l'acqua era gelida ed erano presenti degli enormi mosconi che ad ogni morso facevano uscire il sangue... ed erano tanti e erano cattivelli, per cui tornammo in fretta a sederci di fronte alla capanna. Alle Cinque del pomeriggio fummo invitati a mangiare la torta di compleanno del bimbo rubizzo accompagnata da un ottimo the. Tutto molto informale... piacevolmente informale. Poco prima del tramonto sentimmo un grosso trambusto e vedemmo la signora rubizza, il bambino, un uomo sulla cinquantina ed un vecchio correre verso la piscina e, fra risa ed urletti, tuffarsi in acqua senza esitazione. Fu una scena che per me rappresentò "La felicità". Vedere una famiglia rilassarsi e divertirsi insieme nell'acqua prima di cena nel mezzo di una montagna brulla, nell'atmosfera magica della Nabimia per me fu un'ottima rappresentazione della felicità. La sera cenammo all'aperto insieme alla suddetta famiglia. Una cuoca in stile "big mama" cucinò per noi direttamente sul fuoco con enormi padelloni zuppe e carne. Attorno al piccolo gruppo il buio totale; il fuoco rischiarava solamente la zona dove eravamo noi... un'atmosfera di pace totale. Chicchierammo amabilmente (Virgi col suo inglese perfetto ed io col mio maccheronico) con i gestori (la famigliola in questione) e loro ci raccontarono la loro storia che è tanto semplice quanto bella. Erano tedeschi, economicamente agiati, ma stufi della mentalità occidentale del "produci, corri, insegui il dio denaro ed il dio potere". Un bel giorno acquistarono un pezzo di montagna nel Waterberg Plateau, costruirono un lodge e si trasferirono con tutto quello che restava della famiglia (nonno novantenne compreso). Ora viveano felici, in mezzo alla natura, in mezzo alla pace e, dopo tanti anni, ogni giorno era ancora una scoperta e pieno di felicità. Fra tutte le storie namibiane che sentii (la guida innamoratasi della donna Himba, l'Olandese che aveva aperto una panetteria nel deserto, i vari italiani fuggiti dall'occidente per fare le guide turistiche, ecc..), questa fu quella che più mi piacque perchè quella filosoficamente più vicina a me. Per capire quanto fossero felici bisognerebbe averli guardati negli occhi come feci io. La notte fummo svegliati dal rumore di un gruppo di erbivori che venne a nutrirsi nelle piccole aiuole interposte fra le capanne. Restammo immobili alla finestra a guardarli muoversi lenti e brucare in assoluta pace. Fu bellissimo un'emozione da portare vicino alla commozione. La pacificità e placidità con cui questi cauti bestioni pascolavano a 30 centimetri dal mio naso aumento l'aura di pace che regnava nel lodge. La mattina, dopo un'ottima colazione, ripartimmo in direzione di Windhoek. Facemmo una sosta al "Cheeta reserve", una riserva dove vengono accolti i ghepardi orfani e/o feriti. Il tour comprendeva un giro a bordo di fuoristrada accompagnati dalla guida all'interno della riserva (recintata con recinti elettrificati per tenere lontani i ghepardi sani). Vedemmo da vicinissimo molti ghepardi. Ovviamente fu diverso dal vederli dal vivo, ma dovemmo accontentarci in quanto la mia dissenteria ci aveva impedito di vederli allo stato brado al parco Etosha e negli altri parchi non avevamo avvistato alcun felino. La mia impressione sui ghepardi fu "Sono degli sfiga". Etichettati spesso come grandi cacciatori, sono invece predatori molto delicati e soggetti alle angherie di un sacco di animali concorrenti... vederli poi fare le fusa e leccare i volontari del centro, li rese ai miei occhi ancora meno maestosi. Dopo un breve pranzo alla riserva ed una lunga sessione di "acquisto souvenirs", ci rimettemmo in marcia ed alle cinque del pomeriggio circa eravamo di nuovo al Windhoek Country Club, lo stesso punto da cui era partita la nostra avventura quindici giorni prima. Non avendo potuto vedere la città all'arrivo, decidemmo di uscire a cena ed andare alla famosa "Joe beer's house" un locale notissimo a tutti i viaggiatori per la tipicità della struttura e per cibarie proposte... in pratica non sei un vero avventuriero alla scoperta della Namibia se non hai cenato almeno una volta da Joe. Dopo una doccia ed un sonnellino uscimmo dall'Hotel. Uscendo dalla porta notai che c'erano due persone in toga romana ai fianchi delle porte; pensai che facessero parte dello staff del casinò interno all'Hotel... come nei film holliwoodiani girati a Las Vegas. Appena misi fuori il primo piede dalla porta principale fui accecato da flash e luci ed assordato da urla di ragazzine. Quella sera c'era un matrimonio di vip namibiani. In pratica tutti i vip della Namibia erano presenti all'evento. Sembrò anche a me di essere un vip, un vip che entrà alla notte degli oscar in America... fu divertente. Tutti si chiesero probabilmente chi fossimo e penso che tutti pensarono che fossimo vip stranieri, anche perchè senza accorgecene avevamo aggirato tutti i blocchi di sicurezza e quindi nessuno ci fece allontanare dal "red carpet". Dopo questo divertente episiodio, raggiungemmo il famoso locale. Famoso (si fa per dire) l'episodio in cui un tizio ci indicò dove parcheggiare in una piazza ed io, abituato ai parcheggiatori abusivi torinesi, gli offrii dei soldi ricevendo come risposta che lui non voleva soldi, ma solo essere gentile. Il locale era pazzesco. Posso solo descriverlo come "un misto di tutto" ed infatti c'era di tutto e tutto messo a casaccio: arredi tipici dei pub irlandesi, ma anche suppellettili ed ombrelli in stile villaggio turistico, oggettistica tipica dei club coloniali dei nobili inglesi, pezzi di auto ed altri componenti meccanici... c'era di tutto. Il cibo fu ottimo come anche la birra. Quando tornammo all'hotel, il matrimonio era finito e la calma era tornata. Ce ne andammo a letto un po' mesti poichè il giorno seguente ci attendeva il volo di ritorno. Il giorno successivo, notammo una riga sul fuoristrada... o meglio... Virgi l'avev asegnalata già la sera, ma io non avevo dato peso alla cosa. Per non pagare penali ed usufruire dei servizi di assicurazione, ci toccava andare alla stazione di polizia e denunciare la cosa. Con l'ansia di perdere il volo, scoprimmo che le nostre sim non ci permettevano di chiamare come ci avevano garantito (meno male che non ci fu mai il bisogno di chiedere aiuto), così acquistammo una sim locale al negozio dell'hotel e chiamammo il referente della nostra agenzia. Accompagnati da una guida dell'agenzia ci recammo alla stazione di polizia dove firmammo un sacco di moduli e poi partimmo in direzione dell'aereoporto. Arrivammo in tempo, anzi in anticipo. Sfruttammo gli ultimi fogli di moneta locale per comprare souvenirs e poi attendemmo il nostro volo. Allo scalo di Johannesburg trovammo l'aereoporto in fermento: suonatori di musica africana riempivano l'aria di musica, i negozi esibivano souvenirs colorati (fra cui la mitica libreria-canoa che non acquistammo solo perchè ancora non vivevamo insieme) e la gente era allegra e sorridente. Dopo qualche ora di attesa decollammo dal Sud Africa in direzione di Francoforte. Un altro volo passato a guardare film (questa volta Thor e Mr Beaver), dormire male e mangiare peggio. Una sedicina di ore dopo eravamo di nuovo in Italia, all'aereoporto di Torino. Qualche ora dopo ancora, ero a casa mia a Brossasco a svuotare la mia sacca da viaggio (comprata per l'occasione) ed a raccontare le nostre peripezie alla nostra famiglia. Era un sabato... due giorni dopo sarebbe ri-iniziato il tram-tram quotidiano, ma quel viaggio mi avrebbe cambiato per sempre. Penso di poter dire che il viaggio in Namibia sia stata una delle esperienza più belle e significative della mia vita. Dopo quel viaggio ero cambiato, la mia visione delle cose era cambiata, la mia visione del mondo era cambiata e proprio durante quel viaggio io e la Vigi decidemmo di andare a vivere insieme dopo sette anni di relazione. Prima di partire pensavo di non amare l'Africa e di essere profondamente occidentale... dopo questa avventura nacque in me un profondo amore per l'Africa e per il viaggio in generale. Prima di partire ero in un certo senso cieco... sentivo che c'erano delle cose, ma non riuscivo ad afferrarle... durante quel viaggio ero riuscito ad afferrarne molte e grazie a quell'esperienza acquisii la capacità di afferrarne altre col tempo. P.S.: su youtube, sul canale di "gudu77" (http://www.youtube.com/gudu77) ci sono dei brevi video della nostra avventura.

giovedì 26 aprile 2012

Gudu's Namibian experience - Parte undicesima

Il 5 settembre 2011 siamo partiti in direzione della zona chiamata "caprivi Strip", una striscia di terra a penisola posizionata a Nord-Est ancora poco sfruttata dal turismo di massa a causa dei disordini accaduti in passato di cui ho parlato nel post precedente. Sarebbe stata l'ultima "tappa importante" del viaggio: due giorni al Divava Okavango Lodge&Spa, Lodge lussuoso che si sviluppava sulle rive dell'Okawango. Il viaggio passò rapido, senza particolari accadimenti ed arrivammo al lodge verso l'ora di pranzo. Una goduriosissima limonata ci attendeva alla reception. Il lodge era quasi tutto occupato da una spedizione di Americani che facevano il giro dell'Africa in Moto da enduro. A causa di questo, eravamo alloggiati in una delle capanne più marginali a cinque minuti a piedi dall'edificio principale... cosa che ci garantiva una una privacy maggiore ed il piacere di essere più vicini al "selvaggio". Il pranzo, come sempre, non esisteva. Ci gustammo uno dei nostri fantastici aperitivi al gin-tonic e poi ci facemmo preparare un panino. Il Lodge era veramente bello, sembrava di essere in quelle case in stile coloniale dei primi tempi delle esplorazioni inglesi in Africa: mobili lussosi, tappeti, arredi pacchiani, cantina ben fornita a vista e salottino ("ino" si fa per dire) all'inglese. Gli aperitivi venivano serviti nel salottino mentre le cene erano servite a lume di candela su di una terrazza che dava direttamente sul fiume. Le camere erano ampie e pulite, dotate di set per farsi il the (cosa rarissima in Namibia e molto apprezzata da me) e poi c'era la parte della capanna che preferivo ovvero la vasca in stile coloniale che dava su di un'immensa vetrata a vista fiume... in pratica ci si lavava guardando l'Okawango... più avanti feci l'amara scoperta che ci si lavava anche CON l'acqua del fiume in quanto l'acqua usciva dai rubinetti di un amabile colore marrone. La prima escursione possibile era quella sull'Okawango al tramonto. Passammo il pomeriggio a giocare a carte, leggere, dormicchiare ed osservare con inquietudine un immenso nido di tarantola appena fuori dalla vetrata della camera da letto. Alle 17.00 eravamo su di un grosso battello a due piani con macchina fotografica, binocolo, telecamere e gin-tonic in mano. Il fiume era stupendo come sempre, anche se devo ammettere che, a meno di essere un bird-watcher accanito, le cose da vedere sul fiume non sono molte (anche se molto affascinanti): gli incredibili coccodrilli, i rumorosipericolosimasimpatici ippopotami e miriadi di uccelli. Noi avevamo fatto un corso da birrd-watcher; non eravamo maniaci, ma eravamo abbastanza preparati da goderci i vari piumaggi degli uccelli senza annoiarci. Ad un certo punto della gita le guide fermarono la barca nella speranza che gli ippopotami si avvicinassero di più. Eravamo tutti in silenzio nella speranza di un contatto ravvicinato e con le attrezzature da "immortalamento" pronte all'uso. Di colpo sentimmo l'urlo "Okwangoooooooooooooooo" e poi un tonfo in acqua. Era uno degli americani che, da bravo americano pirla, si era tuffato in acqua. Lo scemo non aveva ancora toccato l'acqua che una serie di movimenti rapidi nell'erba sulle rive indicarono il rapido ingresso in acqua di alcuni coccodrilli. Le guide furono rapide a recuperare l'ameri-pirla, quasi mi sembrò di sentire lo schiocco a vuoto delle mandibole dei coccodrilli. La gita terminò con un fantastico tramonto rovinato dal rumoreggiare degli americani sul battello... persa quella magia incredibile del giorno prima, quando sul fiume placido eravamo solo tre innamorati della Natura in tutta la sua straordinarietà. Alla sera, dopo un bel bagno all'acqua marrone, cenammo in un lato appartato della terrazza a lume di candela. Fu molto romantico. In quella luce tenue, guardavo negli occhi da Vigi pensando che dopo sette anni insieme... eravamo arrivati lì, dall'altra parte del mondo, in un luogo diverso da tutto quello che un occidentale possa concepire (e spesso capire). Quando ci siamo conosciuti avevo la "fobia da viaggio", le prime ferie le facemmo a Ferrara e per me fu quasi tragico... poi piano piano altre mete in Italia cominciarono a farmi capire quanto fosse bello viaggiare (Roma, Verona, Milano, Siena, Cremona, Aosta, Venezia, Como, ecc..). Dopo l'Italia fu la volta di Vienna, il mio primo viaggio "non lavorativo" fuori dall'Italia, poi Parigi e vari altri posti della Francia, il tour del Belgio ed infine "Il grande Viaggio": l'Africa amatissima da Virginia che ci era già stata molte volte e che per sette lunghi anni, con pazienza, aveva atteso che fossi pronto a fare un "salto evolutivo" e capire quanto sia bello viaggiare. Un tempo pensavo: "spendere soldi per una cosa che dura poco e poi non ti rimane nulla in mano... meglio acquistare un oggetto che ti rimane" Che vergogna solo a ricordare di aver pensato questo!... la vera ricchezza è quella che abbiamo dentro... nessun uomo potrà portarti via il ricordo, la felicità, la ricchezza intellettiva e spirituale di un viaggio... gli oggetti che possiedi prima o poi ti possiedono, ti rendonos chiavo e possono sparire in qualsiasi istante facendoti capire quanto sei vuoto dentro... la vera ricchezza consiste in ciò che possiedi dentro di te. Posso affermare che grazie a Virginia io sono diventato un uomo ricco; ho aumentato immensamente la mia capacità di essere felice, la mia capacità di recepire le cose attorno a me e di godermele... C'è qualcosa che vale più di questo? Secondo me no. Quello che si prova quando si riesce a cogliere, ad esempio, il momento magico in cui tutto si ferma durante il tramonto sul fiume (post precedente) è immensamente superiore a qualsiasi felicità possa darti il possesso di qualsiasi cosa materiale. Quando arrivi a percepire appieno la bellezza del mondo e ti commuovi nel vederla perchè il tuo cuore ti sembra troppo piccolo per contenerla tutta (come a Sandwitch Harbour... vedi post precedenti), allora sei un uomo davvero ricco. A questo pensavo mentre guardavo negli occhi Virginia ascoltando i rumori notturni dell'Africa. La cena fu ottima ed il servizio di prima qualità. La mattina successiva (6 settembre 2011) saltammo su di un vecchio camion militare riadattato per un'escursione nel parco. C'eravamo solo noi, l'autista (scazzatissimo) ed una guida perennemente sorridente. Quel mattino potemmo ammirare molti erbivori ed una specie molto rara di Kudu, ma la cosa che più mi colpi (e che attendevo con ansia) era il mio primo incontro con i Baobab. Avevo letto "Il piccolo principe" (lo consiglio a tutti, ma non sto a parlarne... od almeno non ora) e tutti i capitoli delle guide della Namibia che avevamo acquistato. Io amo profondamente gli alberi e non vedevo l'ora di trovarmi di fronte a questi immensi fusti. Rimasi ovviamente sbalordito... i baobab sono indescrivibili... sono così immensi che si finisce col non considerarli alberi... ci si gira attorno come si girerebbe attorno ad una fontana o ad un grosso monumento. Quello piccolissimo nella foto sono io vicino ad un millenario baobab.
L'escursione durò davvero poco ed l'autista era poco propenso alle fermate od agli appostamenti, così decidemmo di annullare la seconda escursione guidata della sera e partimmo dopo pranzo con il nostro fuoristrada per un'escursione self-made. Girammo all'interno del parco dalle 15.00 alle 16.30 senza vedere quasi nessun animale... in quegli orari l'Africa fa la siesta. Dalle 16.30 in poi cominciammo ad avvistare animali ad ogni dove. Fu bello come sempre vedere passare gli erbivori di fianco al fuoristrada ed adrenalinico come sempre sfuggire agli agguati degli elefanti. Rimanemmo fino all'ultimo nel parco... così a lungo che quando ritornammo ai cancelli essi erano chiusi... eravamo rimasti chiusi dentro. Fortuna che la gestione del parco era molto "all'acqua di rose" e non c'erano lucchetti a sbarrare il cancello. Ci limitammo ad aprirlo e tornammo al Lodge senza intoppi. La sera un'altra stupenda cena a lume di candela e la sera tante coccole. Il giorno dopo saremmo ripartiti in direzione di Windhoek... l'avventura stava volgendo al termine.

lunedì 16 aprile 2012

Gudu's Namibian experience - Parte decima

Torno a scrivere dopo una pausa tecnica (connessione impossibile) all'interno della quale io e la Vigi siamo andati anche a farci una gita a Praga ed organizzato un futuro viaggio in Tanzania; ma di questo parlerò più avanti... torno a parlare della Namibia.

Il 4 settembre 2011, dopo una notte di febbre e terribili spasmi all'apparato digerente, mi sono svegliato completamente ristabilito: nessun dolore, nessuna febbre e nemmeno spossatezza... pazzesco.
Ci attendeva uno degli spostamenti più lunghi verso la zona Nord del paese: 366 Km di strada fino ad Hakusembe per un totale di circa 5 ore e mezzo di guida.
Nonostante il mio stato di salute ripristinato, la Vigi volle guidare per tutto lo spostamento e così partimmo intorno alle 8.00 del mattino dopo un'ottima colazione in riva alla pozza e dopo aver acquistato una collana per la Vigi (ringraziamento per le cure durante il mio malanno) ed una collana per la mia mamma.

Il paesaggio in direzione Nord era nettamente diverso. Ai lati della strada, una rete metallica continua separava la "zona auto" da continui assemblamenti di alberi (chiamarli boschetti non sarebbe opportuno, ma rende l'idea). Questa divisione dava l'idea di una protezione "da" e "per" gli animali selvaggi.
Man mano che procedevamo verso Nord il paesaggio era sempre meno desertico e sempre più verde.
Ogni venti chilometri circa si trovavano delle persone che lavoravano al mantenimento della strada o qualcosa di simile. Vicino alla postazione di lavoro c'erano delle tende e resti di fuochi d acampo. A quanto pare dormivano vicino al posto di lavoro.

La zona Nord della Namibia è la meno turistica di tutte, confina con l'Angola e fino a pochi anni fa c'erano contui atti di guerriglia... la situazione era diventata "più calma" solo negli ultimi cinque anni.

Al Nord scorre il fiume Okawango... e dove scorre un fiume, si sa, le persone si assemblano.
Col passare del tempo, le reti metalliche finirono e cominciammo a notare una miriade di microscopici villaggi ai lati della strada.
Più ci muovevamo a Nord e più i villaggi e la gente ai lati della strada aumentava. C'erano madri che trasportavano sulla testa oggetti con i figli piccoli appresso, sparuti gruppi di capre o mucche rachitiche, ragazzini con pezzi di legno fra le braccia, persone che chiedevano dei passaggi, altri che sempilicemente fissavano le macchine passare con lo sguardo vuoto.
Ai lati delle strade molta sporcizia: bottiglie di plastica, stracci, carcasse di auto, copertoni, mucchi di oggetti ed altre cose indefinite.
Man mano che ci avvicinavamo a Namutoni cominciarono ad apparire anche delle missioni, all'interno delle quali c'erano per lo più bambini che giocavano a pallone.

Era una Nambia totalmente diversa da quella vista fino ad ora... eravamo nell'Africa ad alta densità demografica, quella sporca, povera, per me decisamente inattrattiva.
Ero preoccupato per la nostra incolumità; temevo di dovermi fermare a cambiare una gomma o ad espletare funzioni fisiologiche... se mi fosse preso un altro attacco di diarrea non ci sarebbe stato un posto appartato dove fermarmi... ne appartato ne sicuro.

Giunti a Namutoni (piccola cittadina) dovemmo fermarci forzosamente per fare carburante ed acquistare viveri.
C'era solo un distributore alla perifiria della cittadina con vicino un negozio fatiscente poco fornito di viveri.
Facemmo rapidamente carburante, comprammo solo pane ed acqua e ripartimmo rapidi.
Tornando verso la strada principale, incontrammo delle rotaie della ferrovia che finivano in un'industria chiusa. Evitai di fare lo "Stop" segnalato a terra visto che evidentemente non sarebbe arrivato nessun treno.
Appena superato lo stop, il suono di una sirena ci mise in allarme; avevamo una pattuglia della polizia che ci intimava di fermarci.
Accostai e scesi dall'auto. Un poliziotto con due o tre o dieci denti d'oro mi sorrise e mi fece notare che non avevo fatto lo stop.
Mi scusai ed attesi le conseguenze. Il tizio disse che doveva farmi la multa. Non ero molto preoccupato (la multa non poteva esser egran che)finchè lui non comincio a dire che avremmo dovuto seguirlo in centrale per sbrigare le pratiche.
A questo punto cominciai a perdere mentalmente colpi.
Lui mi parlava ed io non sentivo, mi passavano in testa immagini di noi bloccati alla stazione di polizia, di noi che non riuscivamo a raggiungere il lodge prima di notte, di noi rapinati od anche peggio in qualche angolo della città... i miei sensi ed il mio istinto da praticante di kung-fu cominciarono ad allertarsi.
Cominciai a guardarmi intorno rendendomi conto che non c'erano testimoni, la pistola era nel fodero chiuso da un bottone, avrei potuto colpirlo con un calcio frustato allo sterno e poi, quando si fosse piegato per la mancanza di fiato e per il dolore, avrei potuto colpirlo con un calcio ad ascia sulla testa stendendolo; poi con un coltello avrei tagliato le gomme dell'auto e mi sarei allontanato a tutta velocità.
Mentre la mia mente deviava in maniera patologica in preda alla paura, la Vigi prese la situazione in mano.
La mia astuta morosa aveva notato innanzitutto che il poliziotto non stava scrivendo nulla sul taccuino e poi aveva colto le sue frasi del tipo "Mi spiace darvi disturbo, pensate che ci rimettiamo tutti, mica ci guadagno a farvi perdere tempo"... fattostà che cominciò una illegalissima trattativa per corrompere il poliziotto.
Alla fine lui ci disse di mettergli in mano di nascosto una cifra che ritenavamo opportuna.
Noi gli mettemmo in mano l'equivalente di 50 euro in valuta locale.
Lui ci disse di seguirlo con la nostra macchina.
Mentre seguivamo la macchina della polizia, ci chiedevamo se i soldi erano abbastanza o se ci avrebbe portati in un luogo ancora più isolato per derubarci.
Attraversammo tutta la cittadina a velocità lentissima e quando le case furono finite, accostò la macchina e noi accostammo dietro di lui.
Il poliziotto scese dall'auto di servizio sorridente con i suoi denti mezzi dorati, ci strinse la mano e ci disse di continuare dritto fino ad incrociare la strada principale, in quel modo avremmo risparmiato tempo.
A quando pare la cifra era stata più che adeguata visto che ci aveva perfino scortati.

Dopo questa avventura eravamo tesissimi. Adesso che è passata, la raccontiamo con divertimento e quasi con orgoglio, ma sul momento era stata una situazione piuttosto stressante.

Dopo un'ora di viaggio, arrivammo alla famosa "Red Line", la linea dopo la quale si trovano le tipiche malattie del bestiame come l'afta epizoica, la linea dopo la quale inizia il terzo mondo, quello vero, con tutti gli annessi e connessi.
In lontananza un immenso incendio rendeva il cielo cupo mentre noi consegnavamo i documenti al posto di blocco preoccupati di dover corrompere altri ufficiali.

Arrivammo all'Hakusembe River Lodge intorno alle 15.00.
Il lodge era deserto ed era il primo lodge gestito da un uomo di colore in cui ci fermavamo.
Il gestore era estremamente gentile e ci fece perfino scegliere la capanna che desideravamo. Ne scegliemmo una in riva al fiume Okawango. Dall'altra parte del fiume c'era l'Angola.

Io mi feci un breve pisolino poichè la stanchezza del viaggio si era sommata ai malori del giorno precedente. Dopo un'oretta me ne usci sulla veranda della nostra capanna dove già la Vigi stava seduta a leggere.
Le spettacolo era notevole: di fronte a noi l'immenso fiume Okawango, la riva a pochi metri, col suo scorrere placido e regolare.
L'aria era satura del vociare di mille specie di uccelli mentre in lontananza ogni tanto si sentiva il rumore degli ippopotami.
Nel lodge in quel momento c'eravamo solo noi; viaggiare fuori dai normali flussi turistici è fantastico.
Abbiamo passeggiato sulla riva, spesso osservando gli Angolani sul lato opposto del fiume che lavavano i panni, facevano il bagno ed in generale vivevano il loro quotidiano.
L'unica attività prevista era il giro in barca alla sera, quindi ci sedemmo sul pontile a leggere in attesa dell'evento... il mio libro sul blues, letto in riva ad un'immenso fiume simile al Missisipi e narrante le origini del blues proprio in quelle zone dell'Africa, aveva ora un sapore più intenso.

Alle 17.00 salimmo sulla chiatta per il giro programmato.
Avvistammo decine di uccelli di piumaggi più svariati (frai quali le famose cicogne nere che sembravano uscite da un film di Tim Burton), qualche coccodrillo ed un gruppo di ippopotami.
I coccodrilli li avevo già visti in vari zoo, ma vederli dal vivo è ovviamente differente: rimangono immobili, come negli zoo, sono enormi ma non incutono timore poichè sono talmente fermi da sembrare dei soprammobili. Poi improvvisamente scattano e fulmineamente spariscono in acqua ed allora acquistano il loro terribile fascino... peccato non riuscire a seguire i loro movimenti in acqua.
Gli ippopotami sono affascianti da vedere nel loro muoversi dalla terra all'acqua, dal loro stare a mollo con solo gli occhi fuori a tenere sotto controllo la barca. Va detto però che ci si stufa presto di guardarli, forse perchè sono semplici da avvistare bisogna e poerchè stare sempre a distanza onde non essere attaccati (gli ippopotami sono la prima causa di morte in Namibia, superiori in classifica alla zanzara della malaria).
E giunse infine il tramonto.

Il tramonto sul fiume è diverso da quello nel deserto o nella savana... c'è una sensazione di contrasto molto grande fra il pacifico movimento del sole che sembra inabissarsi nell'acqua e l'attività canterina frenentica degli uccelli e degli ippopotami.
Nonostante questo contrasto, anche in questo caso esiste un'armonia in tutto questo; come se un sapiente direttore d'orchestra gestisse gli impulsi sensoriali che raggiungono l'osservatore in modo da creare comunque la sensazione di pace ed armonia totale che abbiamo percepito in tutti gli altri luoghi della Namibia.
Osservammo il sole tramontare nel centro del fiume, sulla chiatta, semisdraiati sulle sedie presenti e sorseggiando Gin-Tonic.
Personalmente ho amato maggiormente le sensazioni che mi hanno dato il deserto e la savana, con le loro solitudini, i loro silenzi, i loro sospiri... Però posso descrivere l'esperienza del tramonto sul fiume solamente col termine "unica".
Il sole si immerge rapido nell'acqua colorando non solo il cielo, ma anche l'acqua e tutto quello che le sta attorno di colori indefiniti.

C'è un momento, poco prima che il sole sparisca del tutto, in cui tutto si ferma: gli uccelli smettono di rumoreggiare e si fermano sui rami degli alberi e si ha la sensazione che uccelli, ippopotami, coccodrilli e qualunque altro essere vivente, si fermi e si volti in direzione del sole come a porgere omaggio e ringraziare per il calore che ha erogato durante il giorno.
E' un momento incredibile e magico che poche persone riescono a godersi, perchè in genere si è in tanti sulle barche e gli ominidi sono rumorosi e fastidiosi... noi siamo stati fortunati: a questa escursione partecipavamo solo io, la Vigi ed il conducente della chiatta.
Siamo rimasti in silenzio ed abbiamo atteso quell'attimo, quel piccolo lasso di tempo che non dura più di 3-5 secondi in cui tutto tace, tutto si ferma e si reca omaggio al sole... magia dell'Africa.

La sera per cena, è arrivato un gruppo foltissimo di bird-watcher che hanno cominciato a muoversi ed appostarsi ovunque con la loro attrezzatura. La sera, durante la teoricamente romantica e serena cena a lume di candela, illuminavano i loro quaderni con delle lampade da speleologo (quelle che si mettono in testa) segnando, sotto dettatura della guida, i loro avvistamenti del giorno.
Io e la Vigi abbiamo fatto buon viso a cattivo gioco ed anche se ci hanno rovinato l'atmosfera, ci siamo divertiti un mondo a prenderli per il culo.

La sera siamo andati a letto un po' più tardi del solito, accompagnati dai rumori degli ippopotami.

Nota divertente più o meno: il gestore autoctono del lodge era gasatissimo dal fatto che fossimo italiani e continuava a ripetere con fierezza "Totti! Totti! Totti!" e poi ogni tanto si metteva a ridere e diceva "Berlusconi"... preferivo quando associavano l'Italia alla pizza, gli spaghetti ed alla mafia.

venerdì 16 marzo 2012

Gudu's Namibian experience - Parte nona

Il 3 settembre 2011, poco dopo l'alba eravamo già all'ingresso del parco Etosha.
Ci stupì il fatto che subito dopo i cancelli, iniziana un tratto di strada asfaltato che si concludeva qualche chilometro dopo nell'avamposto di Akaukuejo.
Strerrato - 10 Km di asfalto - sterrato... stranissimo.
Appena entrati nel parco, ancora sul tratto asfaltato, incontriamo subito un branco di zebre che attraversava la strada con tranquillità. Erano le mie prime zebre... in effetti ne avevo giù gustato la carne un paio di giorni prima... diciamo che erano le prime zebre vive ed allo stato brado che vedevo.
Dopo almeno 50 zebre e 30 foto della Vigi, potemmo ripartire, per poi fermarci un chilometro dopo per ammirare un albero colonizzato dagli avvoltoi; i miei primi avvoltoi.
Delle zebre mi colpì la loro aria un po' ebete (ecco cosa aveva ispirato la faccia da pirla della zebra del cartone disney Madagascar), mentre degli avvoltoi mi colpì il becco... non so perchè.
La giornata iniziava bene: tanti animali facilmente visibili.
Arrivati ad Akaukuejo, ci fermammo per acquistare una pianta del parco, dell'acqua e dare un'occhiata all'oggettistica per i turisti in quanto era ora di cominciare a pensare a chi era rimasto in Italia.
Dopo lo stop, decidemmo di dedicare la mattinata a visitare la zona Est del parco per poi andare ad Ovest nel pomeriggio, in direzione del Lodge prenotato per notte che era dal lato opposto del parco appena dopo i cancelli di uscita.
Non c'era molta gente sulle strade (che erano ritornate sterrate); c'era una bella atmosfera selvaggia ed io ero ansioso di incontrare nuovi animali.
La zona ad Est era molto arida e pianeggiante, una sorta di pre-antipasto del deserto del Namib. Guidavamo piano alzando poca polvere e fermandoci spesso ad osservare Sprinbok che combattevano, qualche raro Orice e molti volatili fra cui dei bellissimi falchi.
Arrivati alla prima pozza, trovammo solamente qualche erbivoro e così decidemmo di spingerci ancora più ad Est, dove era segnalata una zona ricca di alberi, in cerca di elefanti, giraffe e, perchè no, qualche felino.
Tutte le nostre ricerche furono vane. Analizzammo ogni albero in cerca di leopardi appollaiati sui rami, scrutammo in ogni agglomerato erboso in cerca di ghepardi o leoni e consumammo il binocolo in cerca di rinoceronti od elefanti.
Col passare del tempo la temperatura si era alzata di molto ed il sole era impietoso; cominciammo a vedere erbivori fermi immobili cercando di cogliere l'ombra di magre acace ed i volatili sparirono del tutto.
Essendo io amante delle atmosfere desolate, mi guardavo intorno godendomi i giochi di ombre e colori che l'altipiano ci regalava, ma ammetto che il mio desiderio più grande era quello di vedere degli animali.
Verso l'ora di pranzo tornammo ad Akaukejo per pranzare presso l'unico self-service presente. C'era poca gente e la scelta era minima, ma non eravamo andati in Africa per mangiare e poi la carne era sempre presente e quindi non si moriva di fame.
Durante il pranzo cominciai a sentire strani movimenti intestinali. Poco dopo i movimenti diventarono spasmi e poco dopo ancora ero chiuso nel bagno pubblico dell'avamposto a perdere preziosi liquidi.
Prima di partire il mio grande amico Cristian (fisarmonicista della formazione acustica Bi-Folk nella quale suono, www.bifolk.altervista.org) mi disse: "Quando prendi un virus intestinale tropicale, pisci dal culo".
Devo dire che la descrizione era semplice, ma esauriente: pisciavo letteralmente dal culo, non avevo mai provato una cosa simile. Nei bagni vicino a me, altri fortunati portatori di virus emettevano rumori ed odori... alcuni anche grugniti... era un bel concerto... se quei bagni potessero parlare, probabilmente chiederebbero di essere abbattuti.
Una cosa ci tengo a specificare: ero sul fondo dell'Africa, in un'avamposto di un parco ed i bagni erano pulitissimi e perfettamente areati. Forse nei periodi di maggiore flusso turistico sarebbero stati sovraffollati, sporchi e puzzolenti, ma in quel momento erano ben ventilati, puliti e senza code all'ingresso (per fortuna).
Dovemmo fermarci per due ore all'avamposto. Fortunatamente c'era una pozza frenquentata da vari animali e così potemmo gustarci vari erbivori e degli elefanti che si facevano il bagno.
Ogni venti munuti dovevo correre in bagno e fermarmici un po' di tempo. Ad una delle mie "gite-WC", uscendo dai bagni, vidi un pullman fermarsi ed una signora scendere e correre verso i bagni tenendosi una mano sul culo... l'incubo di ogni persona con la dissenteria "dover cagare ed essere in un parco con animali feroci dove non si può scendere se non nelle aree preposte".
Ci volle un po' di tempo e tanti "Imodium" per bloccare il flusso di acqua dal mio culo, ma quando le mie gite al bagno diventarono più rare, ripartimmo... anche perchè entro sera dovevamo arrivare dall'altra parte del parco e c'erano 100 Km di strada sterrata d apercorrere.
Appena usciti da Akaukuejo facemmo subito un incontro non così usuale: un immenso lucertolone che ci attraversò la strada senza degnarci di uno sguardo.
Questo ci mise di buon umore, io ero distrutto dalla perdita di liquidi e dalle due ore di spasmi... ciò nonostante mi godevo l'avventura.
Arrivati alla pozza in direzione di Namutoni vidi il mio primo leone. Era un esemplare giovane e se ne stava sdraiato all'ombra di un acacia. Riuscimmo ad avvicinare la nostra auto fino a pochi metri dall'albero e lo osservammo e fotografammo a lungo... fu una bella emozione.
Alla seconda pozza ebbi l'occasione di vedere un gruppo di giraffe abbeverarsi.
Le giraffe sono estremamente vulnerabili quando bevono e così c'è sempre un esemplare che scruta l'orizzonte dall'alto, pronta a dare l'allarme in caso di avvistamento di felini mentre gli altri esemplari bevono. Anche gli altri erbivori, approfittano di questa sentinella e così in egenre si raduna un grande numero adi animali ttorno alle giraffe che si dissetano.
Grazie a questo fattore (il "Giraff factor"), ebbi l'occasione di vedere i miei primi facoceri.
Dopo la seconda pozza ebbi la necessità di svuotare nuovamente l'intestino e dovetti accontentarmi di usare i bagni delle zone di sosta disseminate sul tracciato a circa 30 Km una dall'altra.
Lo stato di questi bagni è indescrivibile. Innanzitutto non sono in zone protette e recintate come descritto nei depliant, ma in zone di facile accesso per qualsiasi animale... giusto per capire cosa prova uno gnu quando caga.
Sono un semplice buco nel terreno con una casupola intorno. Prima di me erano passate molte altre persone... c'era merda dappertutto: sul water, per terra, sui muri... non sapevo se vomitare o cagare. Espletai rapidamente i miei bisogni e poi tornai in auto.
L'ora si faceva tarda e rischiavamo di rimanere chiusi nel parco, così tirammo dritto in direzione di Namutoni, senza fare più fermate alle pozze.
Io mi sentivo sempre più debole, ma mi godevo quegli stupendi paesaggi.
L'Etosha pan (vedere wikipedia se non sapete cos'è) era pieno d'acqua ed era uno spettacolo bellissimo: una distesa azzurra e placida circondata da alberi (i primi verdeggianti che vedevo) e ricca di animali lungo i suoi margini.
Il tempo passava e c'era l'effettivo rischio di rimanere chiusi nel parco.
Virginia guidava veloce, ma dovevamo spesso fermarci per l'attraversamento di Zebre, Giraffe, Dik-dik, Springbok, Orici, Scoiattoli, Rettili vari ed una marea di Elefanti che sembrava aspettasero noi per attraversare la strada.
In pratica tutti gli animali che non erevamo riusciti a vedere la mattina, ci attraversavano la strada in massa per raggiungere il pan.
La sera è l'ora migliore per vedere gli animali e noi non potemmo goderceli, anzi, diventarono un impiccio.
Riuscimmo a raggiungere i cancelli dieci minuti prima della chiusura.
Un'ora dopo arrivammo al lodge.
L' "Onguma Bush Camp" era un bellissimo complesso di capanne attorno ad una pozza, ogni capanna era pulita, spaziosa e dotata di confort; il ristorante era a palafitta direttamente sulla pozza ed il profumo preannunciama ottimo cibo.
Arrivato in camera mi lasciai cadere sul letto e dopo aver estratto il termometro dalla mia ascella scoprii di avere la febbre a 40. Lasciai a Virginia il piacere della cena "vista pozza" e mi limitati a farmi portare un the in camera.
Dopo il the e le medicine cercai di prendere sonno, ma tutto il mio apparato digestivo si contorceva in modo nettamente doloroso... alla fine riuscii ad addormentarmi e dormii così duro da non sentire le guide che in piena notte ci avvertivano della presenza di predatori alla pozza... era la seconda comparsata di predatori che mi perdevo... sigh.