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venerdì 4 maggio 2012

Gudu's Namibian experience - Parte Dodicesima

Ieri abbiamo dato l'acconto per la nostra prossima "Gudu's experience": 10 giorni di campeggio in Tanzania a dicembre 2012, ma di questo parlerò più avanti. Il 7 settembre 2011 partimmo di buon ora dal Divava Okavango Lodge in direzione del Waterberg Plateau per poi raggiungere l'Ohange Safari Lodge. Il viaggio era bello lungo (circa 600 Km per quasi 8 ore di viaggio) e la stanchezza si fece sentire, così evitammo fermate ed arrivammo al lodge intorno alle 15.30. Unica esperienza da segnalare è la seguente: a meno di mezz'ora dalla metà, avvistammo in lontananza una immensa nube di polvere, di quelle che si vedono nei film in cui immensi gruppi di animali si danno alla fuga. Rallentammo per osservare meglio la nube. La nube si avvicinava rapidamente a noi. La nube era sempre più vicina e man mano che si avvicinava era sempre più immensa. Accostammo il fuoristrada in attesa della nube con un misto di ansia ed attesa. La nube si avvicino sempre più rapidamente fino a raggiungerci. Non si vedeva più nulla, un rombo e pioggia di pietruzze sul nostro mezzo. Non era una gruppo di animali, ma un gruppo di autotreni. Vedere cinque enormi tir correre su di una strada sterrata di montagna è quasi spettacolare, un'altra singolarità della Namibia. Arrivammo al lodge dopo aver superato un percorso degno di una pista di test per fuoristrada che mise alla prova le mie capacità di guida. Il lodge era molto carino, nel mezzo della brulla montagna e completamente deserto. C'era la zona comune che era composta da un piccolo caseggiato basso e poi tante piccole capanne inerpicate su per la montagna e collegate da un piccolo ciottolato; su di un lato della montagna una piccola piscina. Ci venne incontro una rubizza signora, accompagnata dal rubizzo figlio ed un rubizzo cane; fu particolarmente cortese ed informale e ci accompagnò alla nostra capanna. La prima parte del pomeriggio la passammo a "docciarci" ed a leggere un po' seduti su di scomode sedie fuori dalla capanna mentre il bimbo rubizzo rumoreggiava in piscina con un'amichetta. Verso le quattro del pomeriggio tentammo un bagno in piscina, ma l'acqua era gelida ed erano presenti degli enormi mosconi che ad ogni morso facevano uscire il sangue... ed erano tanti e erano cattivelli, per cui tornammo in fretta a sederci di fronte alla capanna. Alle Cinque del pomeriggio fummo invitati a mangiare la torta di compleanno del bimbo rubizzo accompagnata da un ottimo the. Tutto molto informale... piacevolmente informale. Poco prima del tramonto sentimmo un grosso trambusto e vedemmo la signora rubizza, il bambino, un uomo sulla cinquantina ed un vecchio correre verso la piscina e, fra risa ed urletti, tuffarsi in acqua senza esitazione. Fu una scena che per me rappresentò "La felicità". Vedere una famiglia rilassarsi e divertirsi insieme nell'acqua prima di cena nel mezzo di una montagna brulla, nell'atmosfera magica della Nabimia per me fu un'ottima rappresentazione della felicità. La sera cenammo all'aperto insieme alla suddetta famiglia. Una cuoca in stile "big mama" cucinò per noi direttamente sul fuoco con enormi padelloni zuppe e carne. Attorno al piccolo gruppo il buio totale; il fuoco rischiarava solamente la zona dove eravamo noi... un'atmosfera di pace totale. Chicchierammo amabilmente (Virgi col suo inglese perfetto ed io col mio maccheronico) con i gestori (la famigliola in questione) e loro ci raccontarono la loro storia che è tanto semplice quanto bella. Erano tedeschi, economicamente agiati, ma stufi della mentalità occidentale del "produci, corri, insegui il dio denaro ed il dio potere". Un bel giorno acquistarono un pezzo di montagna nel Waterberg Plateau, costruirono un lodge e si trasferirono con tutto quello che restava della famiglia (nonno novantenne compreso). Ora viveano felici, in mezzo alla natura, in mezzo alla pace e, dopo tanti anni, ogni giorno era ancora una scoperta e pieno di felicità. Fra tutte le storie namibiane che sentii (la guida innamoratasi della donna Himba, l'Olandese che aveva aperto una panetteria nel deserto, i vari italiani fuggiti dall'occidente per fare le guide turistiche, ecc..), questa fu quella che più mi piacque perchè quella filosoficamente più vicina a me. Per capire quanto fossero felici bisognerebbe averli guardati negli occhi come feci io. La notte fummo svegliati dal rumore di un gruppo di erbivori che venne a nutrirsi nelle piccole aiuole interposte fra le capanne. Restammo immobili alla finestra a guardarli muoversi lenti e brucare in assoluta pace. Fu bellissimo un'emozione da portare vicino alla commozione. La pacificità e placidità con cui questi cauti bestioni pascolavano a 30 centimetri dal mio naso aumento l'aura di pace che regnava nel lodge. La mattina, dopo un'ottima colazione, ripartimmo in direzione di Windhoek. Facemmo una sosta al "Cheeta reserve", una riserva dove vengono accolti i ghepardi orfani e/o feriti. Il tour comprendeva un giro a bordo di fuoristrada accompagnati dalla guida all'interno della riserva (recintata con recinti elettrificati per tenere lontani i ghepardi sani). Vedemmo da vicinissimo molti ghepardi. Ovviamente fu diverso dal vederli dal vivo, ma dovemmo accontentarci in quanto la mia dissenteria ci aveva impedito di vederli allo stato brado al parco Etosha e negli altri parchi non avevamo avvistato alcun felino. La mia impressione sui ghepardi fu "Sono degli sfiga". Etichettati spesso come grandi cacciatori, sono invece predatori molto delicati e soggetti alle angherie di un sacco di animali concorrenti... vederli poi fare le fusa e leccare i volontari del centro, li rese ai miei occhi ancora meno maestosi. Dopo un breve pranzo alla riserva ed una lunga sessione di "acquisto souvenirs", ci rimettemmo in marcia ed alle cinque del pomeriggio circa eravamo di nuovo al Windhoek Country Club, lo stesso punto da cui era partita la nostra avventura quindici giorni prima. Non avendo potuto vedere la città all'arrivo, decidemmo di uscire a cena ed andare alla famosa "Joe beer's house" un locale notissimo a tutti i viaggiatori per la tipicità della struttura e per cibarie proposte... in pratica non sei un vero avventuriero alla scoperta della Namibia se non hai cenato almeno una volta da Joe. Dopo una doccia ed un sonnellino uscimmo dall'Hotel. Uscendo dalla porta notai che c'erano due persone in toga romana ai fianchi delle porte; pensai che facessero parte dello staff del casinò interno all'Hotel... come nei film holliwoodiani girati a Las Vegas. Appena misi fuori il primo piede dalla porta principale fui accecato da flash e luci ed assordato da urla di ragazzine. Quella sera c'era un matrimonio di vip namibiani. In pratica tutti i vip della Namibia erano presenti all'evento. Sembrò anche a me di essere un vip, un vip che entrà alla notte degli oscar in America... fu divertente. Tutti si chiesero probabilmente chi fossimo e penso che tutti pensarono che fossimo vip stranieri, anche perchè senza accorgecene avevamo aggirato tutti i blocchi di sicurezza e quindi nessuno ci fece allontanare dal "red carpet". Dopo questo divertente episiodio, raggiungemmo il famoso locale. Famoso (si fa per dire) l'episodio in cui un tizio ci indicò dove parcheggiare in una piazza ed io, abituato ai parcheggiatori abusivi torinesi, gli offrii dei soldi ricevendo come risposta che lui non voleva soldi, ma solo essere gentile. Il locale era pazzesco. Posso solo descriverlo come "un misto di tutto" ed infatti c'era di tutto e tutto messo a casaccio: arredi tipici dei pub irlandesi, ma anche suppellettili ed ombrelli in stile villaggio turistico, oggettistica tipica dei club coloniali dei nobili inglesi, pezzi di auto ed altri componenti meccanici... c'era di tutto. Il cibo fu ottimo come anche la birra. Quando tornammo all'hotel, il matrimonio era finito e la calma era tornata. Ce ne andammo a letto un po' mesti poichè il giorno seguente ci attendeva il volo di ritorno. Il giorno successivo, notammo una riga sul fuoristrada... o meglio... Virgi l'avev asegnalata già la sera, ma io non avevo dato peso alla cosa. Per non pagare penali ed usufruire dei servizi di assicurazione, ci toccava andare alla stazione di polizia e denunciare la cosa. Con l'ansia di perdere il volo, scoprimmo che le nostre sim non ci permettevano di chiamare come ci avevano garantito (meno male che non ci fu mai il bisogno di chiedere aiuto), così acquistammo una sim locale al negozio dell'hotel e chiamammo il referente della nostra agenzia. Accompagnati da una guida dell'agenzia ci recammo alla stazione di polizia dove firmammo un sacco di moduli e poi partimmo in direzione dell'aereoporto. Arrivammo in tempo, anzi in anticipo. Sfruttammo gli ultimi fogli di moneta locale per comprare souvenirs e poi attendemmo il nostro volo. Allo scalo di Johannesburg trovammo l'aereoporto in fermento: suonatori di musica africana riempivano l'aria di musica, i negozi esibivano souvenirs colorati (fra cui la mitica libreria-canoa che non acquistammo solo perchè ancora non vivevamo insieme) e la gente era allegra e sorridente. Dopo qualche ora di attesa decollammo dal Sud Africa in direzione di Francoforte. Un altro volo passato a guardare film (questa volta Thor e Mr Beaver), dormire male e mangiare peggio. Una sedicina di ore dopo eravamo di nuovo in Italia, all'aereoporto di Torino. Qualche ora dopo ancora, ero a casa mia a Brossasco a svuotare la mia sacca da viaggio (comprata per l'occasione) ed a raccontare le nostre peripezie alla nostra famiglia. Era un sabato... due giorni dopo sarebbe ri-iniziato il tram-tram quotidiano, ma quel viaggio mi avrebbe cambiato per sempre. Penso di poter dire che il viaggio in Namibia sia stata una delle esperienza più belle e significative della mia vita. Dopo quel viaggio ero cambiato, la mia visione delle cose era cambiata, la mia visione del mondo era cambiata e proprio durante quel viaggio io e la Vigi decidemmo di andare a vivere insieme dopo sette anni di relazione. Prima di partire pensavo di non amare l'Africa e di essere profondamente occidentale... dopo questa avventura nacque in me un profondo amore per l'Africa e per il viaggio in generale. Prima di partire ero in un certo senso cieco... sentivo che c'erano delle cose, ma non riuscivo ad afferrarle... durante quel viaggio ero riuscito ad afferrarne molte e grazie a quell'esperienza acquisii la capacità di afferrarne altre col tempo. P.S.: su youtube, sul canale di "gudu77" (http://www.youtube.com/gudu77) ci sono dei brevi video della nostra avventura.

giovedì 26 aprile 2012

Gudu's Namibian experience - Parte undicesima

Il 5 settembre 2011 siamo partiti in direzione della zona chiamata "caprivi Strip", una striscia di terra a penisola posizionata a Nord-Est ancora poco sfruttata dal turismo di massa a causa dei disordini accaduti in passato di cui ho parlato nel post precedente. Sarebbe stata l'ultima "tappa importante" del viaggio: due giorni al Divava Okavango Lodge&Spa, Lodge lussuoso che si sviluppava sulle rive dell'Okawango. Il viaggio passò rapido, senza particolari accadimenti ed arrivammo al lodge verso l'ora di pranzo. Una goduriosissima limonata ci attendeva alla reception. Il lodge era quasi tutto occupato da una spedizione di Americani che facevano il giro dell'Africa in Moto da enduro. A causa di questo, eravamo alloggiati in una delle capanne più marginali a cinque minuti a piedi dall'edificio principale... cosa che ci garantiva una una privacy maggiore ed il piacere di essere più vicini al "selvaggio". Il pranzo, come sempre, non esisteva. Ci gustammo uno dei nostri fantastici aperitivi al gin-tonic e poi ci facemmo preparare un panino. Il Lodge era veramente bello, sembrava di essere in quelle case in stile coloniale dei primi tempi delle esplorazioni inglesi in Africa: mobili lussosi, tappeti, arredi pacchiani, cantina ben fornita a vista e salottino ("ino" si fa per dire) all'inglese. Gli aperitivi venivano serviti nel salottino mentre le cene erano servite a lume di candela su di una terrazza che dava direttamente sul fiume. Le camere erano ampie e pulite, dotate di set per farsi il the (cosa rarissima in Namibia e molto apprezzata da me) e poi c'era la parte della capanna che preferivo ovvero la vasca in stile coloniale che dava su di un'immensa vetrata a vista fiume... in pratica ci si lavava guardando l'Okawango... più avanti feci l'amara scoperta che ci si lavava anche CON l'acqua del fiume in quanto l'acqua usciva dai rubinetti di un amabile colore marrone. La prima escursione possibile era quella sull'Okawango al tramonto. Passammo il pomeriggio a giocare a carte, leggere, dormicchiare ed osservare con inquietudine un immenso nido di tarantola appena fuori dalla vetrata della camera da letto. Alle 17.00 eravamo su di un grosso battello a due piani con macchina fotografica, binocolo, telecamere e gin-tonic in mano. Il fiume era stupendo come sempre, anche se devo ammettere che, a meno di essere un bird-watcher accanito, le cose da vedere sul fiume non sono molte (anche se molto affascinanti): gli incredibili coccodrilli, i rumorosipericolosimasimpatici ippopotami e miriadi di uccelli. Noi avevamo fatto un corso da birrd-watcher; non eravamo maniaci, ma eravamo abbastanza preparati da goderci i vari piumaggi degli uccelli senza annoiarci. Ad un certo punto della gita le guide fermarono la barca nella speranza che gli ippopotami si avvicinassero di più. Eravamo tutti in silenzio nella speranza di un contatto ravvicinato e con le attrezzature da "immortalamento" pronte all'uso. Di colpo sentimmo l'urlo "Okwangoooooooooooooooo" e poi un tonfo in acqua. Era uno degli americani che, da bravo americano pirla, si era tuffato in acqua. Lo scemo non aveva ancora toccato l'acqua che una serie di movimenti rapidi nell'erba sulle rive indicarono il rapido ingresso in acqua di alcuni coccodrilli. Le guide furono rapide a recuperare l'ameri-pirla, quasi mi sembrò di sentire lo schiocco a vuoto delle mandibole dei coccodrilli. La gita terminò con un fantastico tramonto rovinato dal rumoreggiare degli americani sul battello... persa quella magia incredibile del giorno prima, quando sul fiume placido eravamo solo tre innamorati della Natura in tutta la sua straordinarietà. Alla sera, dopo un bel bagno all'acqua marrone, cenammo in un lato appartato della terrazza a lume di candela. Fu molto romantico. In quella luce tenue, guardavo negli occhi da Vigi pensando che dopo sette anni insieme... eravamo arrivati lì, dall'altra parte del mondo, in un luogo diverso da tutto quello che un occidentale possa concepire (e spesso capire). Quando ci siamo conosciuti avevo la "fobia da viaggio", le prime ferie le facemmo a Ferrara e per me fu quasi tragico... poi piano piano altre mete in Italia cominciarono a farmi capire quanto fosse bello viaggiare (Roma, Verona, Milano, Siena, Cremona, Aosta, Venezia, Como, ecc..). Dopo l'Italia fu la volta di Vienna, il mio primo viaggio "non lavorativo" fuori dall'Italia, poi Parigi e vari altri posti della Francia, il tour del Belgio ed infine "Il grande Viaggio": l'Africa amatissima da Virginia che ci era già stata molte volte e che per sette lunghi anni, con pazienza, aveva atteso che fossi pronto a fare un "salto evolutivo" e capire quanto sia bello viaggiare. Un tempo pensavo: "spendere soldi per una cosa che dura poco e poi non ti rimane nulla in mano... meglio acquistare un oggetto che ti rimane" Che vergogna solo a ricordare di aver pensato questo!... la vera ricchezza è quella che abbiamo dentro... nessun uomo potrà portarti via il ricordo, la felicità, la ricchezza intellettiva e spirituale di un viaggio... gli oggetti che possiedi prima o poi ti possiedono, ti rendonos chiavo e possono sparire in qualsiasi istante facendoti capire quanto sei vuoto dentro... la vera ricchezza consiste in ciò che possiedi dentro di te. Posso affermare che grazie a Virginia io sono diventato un uomo ricco; ho aumentato immensamente la mia capacità di essere felice, la mia capacità di recepire le cose attorno a me e di godermele... C'è qualcosa che vale più di questo? Secondo me no. Quello che si prova quando si riesce a cogliere, ad esempio, il momento magico in cui tutto si ferma durante il tramonto sul fiume (post precedente) è immensamente superiore a qualsiasi felicità possa darti il possesso di qualsiasi cosa materiale. Quando arrivi a percepire appieno la bellezza del mondo e ti commuovi nel vederla perchè il tuo cuore ti sembra troppo piccolo per contenerla tutta (come a Sandwitch Harbour... vedi post precedenti), allora sei un uomo davvero ricco. A questo pensavo mentre guardavo negli occhi Virginia ascoltando i rumori notturni dell'Africa. La cena fu ottima ed il servizio di prima qualità. La mattina successiva (6 settembre 2011) saltammo su di un vecchio camion militare riadattato per un'escursione nel parco. C'eravamo solo noi, l'autista (scazzatissimo) ed una guida perennemente sorridente. Quel mattino potemmo ammirare molti erbivori ed una specie molto rara di Kudu, ma la cosa che più mi colpi (e che attendevo con ansia) era il mio primo incontro con i Baobab. Avevo letto "Il piccolo principe" (lo consiglio a tutti, ma non sto a parlarne... od almeno non ora) e tutti i capitoli delle guide della Namibia che avevamo acquistato. Io amo profondamente gli alberi e non vedevo l'ora di trovarmi di fronte a questi immensi fusti. Rimasi ovviamente sbalordito... i baobab sono indescrivibili... sono così immensi che si finisce col non considerarli alberi... ci si gira attorno come si girerebbe attorno ad una fontana o ad un grosso monumento. Quello piccolissimo nella foto sono io vicino ad un millenario baobab.
L'escursione durò davvero poco ed l'autista era poco propenso alle fermate od agli appostamenti, così decidemmo di annullare la seconda escursione guidata della sera e partimmo dopo pranzo con il nostro fuoristrada per un'escursione self-made. Girammo all'interno del parco dalle 15.00 alle 16.30 senza vedere quasi nessun animale... in quegli orari l'Africa fa la siesta. Dalle 16.30 in poi cominciammo ad avvistare animali ad ogni dove. Fu bello come sempre vedere passare gli erbivori di fianco al fuoristrada ed adrenalinico come sempre sfuggire agli agguati degli elefanti. Rimanemmo fino all'ultimo nel parco... così a lungo che quando ritornammo ai cancelli essi erano chiusi... eravamo rimasti chiusi dentro. Fortuna che la gestione del parco era molto "all'acqua di rose" e non c'erano lucchetti a sbarrare il cancello. Ci limitammo ad aprirlo e tornammo al Lodge senza intoppi. La sera un'altra stupenda cena a lume di candela e la sera tante coccole. Il giorno dopo saremmo ripartiti in direzione di Windhoek... l'avventura stava volgendo al termine.

venerdì 16 marzo 2012

Gudu's Namibian experience - Parte nona

Il 3 settembre 2011, poco dopo l'alba eravamo già all'ingresso del parco Etosha.
Ci stupì il fatto che subito dopo i cancelli, iniziana un tratto di strada asfaltato che si concludeva qualche chilometro dopo nell'avamposto di Akaukuejo.
Strerrato - 10 Km di asfalto - sterrato... stranissimo.
Appena entrati nel parco, ancora sul tratto asfaltato, incontriamo subito un branco di zebre che attraversava la strada con tranquillità. Erano le mie prime zebre... in effetti ne avevo giù gustato la carne un paio di giorni prima... diciamo che erano le prime zebre vive ed allo stato brado che vedevo.
Dopo almeno 50 zebre e 30 foto della Vigi, potemmo ripartire, per poi fermarci un chilometro dopo per ammirare un albero colonizzato dagli avvoltoi; i miei primi avvoltoi.
Delle zebre mi colpì la loro aria un po' ebete (ecco cosa aveva ispirato la faccia da pirla della zebra del cartone disney Madagascar), mentre degli avvoltoi mi colpì il becco... non so perchè.
La giornata iniziava bene: tanti animali facilmente visibili.
Arrivati ad Akaukuejo, ci fermammo per acquistare una pianta del parco, dell'acqua e dare un'occhiata all'oggettistica per i turisti in quanto era ora di cominciare a pensare a chi era rimasto in Italia.
Dopo lo stop, decidemmo di dedicare la mattinata a visitare la zona Est del parco per poi andare ad Ovest nel pomeriggio, in direzione del Lodge prenotato per notte che era dal lato opposto del parco appena dopo i cancelli di uscita.
Non c'era molta gente sulle strade (che erano ritornate sterrate); c'era una bella atmosfera selvaggia ed io ero ansioso di incontrare nuovi animali.
La zona ad Est era molto arida e pianeggiante, una sorta di pre-antipasto del deserto del Namib. Guidavamo piano alzando poca polvere e fermandoci spesso ad osservare Sprinbok che combattevano, qualche raro Orice e molti volatili fra cui dei bellissimi falchi.
Arrivati alla prima pozza, trovammo solamente qualche erbivoro e così decidemmo di spingerci ancora più ad Est, dove era segnalata una zona ricca di alberi, in cerca di elefanti, giraffe e, perchè no, qualche felino.
Tutte le nostre ricerche furono vane. Analizzammo ogni albero in cerca di leopardi appollaiati sui rami, scrutammo in ogni agglomerato erboso in cerca di ghepardi o leoni e consumammo il binocolo in cerca di rinoceronti od elefanti.
Col passare del tempo la temperatura si era alzata di molto ed il sole era impietoso; cominciammo a vedere erbivori fermi immobili cercando di cogliere l'ombra di magre acace ed i volatili sparirono del tutto.
Essendo io amante delle atmosfere desolate, mi guardavo intorno godendomi i giochi di ombre e colori che l'altipiano ci regalava, ma ammetto che il mio desiderio più grande era quello di vedere degli animali.
Verso l'ora di pranzo tornammo ad Akaukejo per pranzare presso l'unico self-service presente. C'era poca gente e la scelta era minima, ma non eravamo andati in Africa per mangiare e poi la carne era sempre presente e quindi non si moriva di fame.
Durante il pranzo cominciai a sentire strani movimenti intestinali. Poco dopo i movimenti diventarono spasmi e poco dopo ancora ero chiuso nel bagno pubblico dell'avamposto a perdere preziosi liquidi.
Prima di partire il mio grande amico Cristian (fisarmonicista della formazione acustica Bi-Folk nella quale suono, www.bifolk.altervista.org) mi disse: "Quando prendi un virus intestinale tropicale, pisci dal culo".
Devo dire che la descrizione era semplice, ma esauriente: pisciavo letteralmente dal culo, non avevo mai provato una cosa simile. Nei bagni vicino a me, altri fortunati portatori di virus emettevano rumori ed odori... alcuni anche grugniti... era un bel concerto... se quei bagni potessero parlare, probabilmente chiederebbero di essere abbattuti.
Una cosa ci tengo a specificare: ero sul fondo dell'Africa, in un'avamposto di un parco ed i bagni erano pulitissimi e perfettamente areati. Forse nei periodi di maggiore flusso turistico sarebbero stati sovraffollati, sporchi e puzzolenti, ma in quel momento erano ben ventilati, puliti e senza code all'ingresso (per fortuna).
Dovemmo fermarci per due ore all'avamposto. Fortunatamente c'era una pozza frenquentata da vari animali e così potemmo gustarci vari erbivori e degli elefanti che si facevano il bagno.
Ogni venti munuti dovevo correre in bagno e fermarmici un po' di tempo. Ad una delle mie "gite-WC", uscendo dai bagni, vidi un pullman fermarsi ed una signora scendere e correre verso i bagni tenendosi una mano sul culo... l'incubo di ogni persona con la dissenteria "dover cagare ed essere in un parco con animali feroci dove non si può scendere se non nelle aree preposte".
Ci volle un po' di tempo e tanti "Imodium" per bloccare il flusso di acqua dal mio culo, ma quando le mie gite al bagno diventarono più rare, ripartimmo... anche perchè entro sera dovevamo arrivare dall'altra parte del parco e c'erano 100 Km di strada sterrata d apercorrere.
Appena usciti da Akaukuejo facemmo subito un incontro non così usuale: un immenso lucertolone che ci attraversò la strada senza degnarci di uno sguardo.
Questo ci mise di buon umore, io ero distrutto dalla perdita di liquidi e dalle due ore di spasmi... ciò nonostante mi godevo l'avventura.
Arrivati alla pozza in direzione di Namutoni vidi il mio primo leone. Era un esemplare giovane e se ne stava sdraiato all'ombra di un acacia. Riuscimmo ad avvicinare la nostra auto fino a pochi metri dall'albero e lo osservammo e fotografammo a lungo... fu una bella emozione.
Alla seconda pozza ebbi l'occasione di vedere un gruppo di giraffe abbeverarsi.
Le giraffe sono estremamente vulnerabili quando bevono e così c'è sempre un esemplare che scruta l'orizzonte dall'alto, pronta a dare l'allarme in caso di avvistamento di felini mentre gli altri esemplari bevono. Anche gli altri erbivori, approfittano di questa sentinella e così in egenre si raduna un grande numero adi animali ttorno alle giraffe che si dissetano.
Grazie a questo fattore (il "Giraff factor"), ebbi l'occasione di vedere i miei primi facoceri.
Dopo la seconda pozza ebbi la necessità di svuotare nuovamente l'intestino e dovetti accontentarmi di usare i bagni delle zone di sosta disseminate sul tracciato a circa 30 Km una dall'altra.
Lo stato di questi bagni è indescrivibile. Innanzitutto non sono in zone protette e recintate come descritto nei depliant, ma in zone di facile accesso per qualsiasi animale... giusto per capire cosa prova uno gnu quando caga.
Sono un semplice buco nel terreno con una casupola intorno. Prima di me erano passate molte altre persone... c'era merda dappertutto: sul water, per terra, sui muri... non sapevo se vomitare o cagare. Espletai rapidamente i miei bisogni e poi tornai in auto.
L'ora si faceva tarda e rischiavamo di rimanere chiusi nel parco, così tirammo dritto in direzione di Namutoni, senza fare più fermate alle pozze.
Io mi sentivo sempre più debole, ma mi godevo quegli stupendi paesaggi.
L'Etosha pan (vedere wikipedia se non sapete cos'è) era pieno d'acqua ed era uno spettacolo bellissimo: una distesa azzurra e placida circondata da alberi (i primi verdeggianti che vedevo) e ricca di animali lungo i suoi margini.
Il tempo passava e c'era l'effettivo rischio di rimanere chiusi nel parco.
Virginia guidava veloce, ma dovevamo spesso fermarci per l'attraversamento di Zebre, Giraffe, Dik-dik, Springbok, Orici, Scoiattoli, Rettili vari ed una marea di Elefanti che sembrava aspettasero noi per attraversare la strada.
In pratica tutti gli animali che non erevamo riusciti a vedere la mattina, ci attraversavano la strada in massa per raggiungere il pan.
La sera è l'ora migliore per vedere gli animali e noi non potemmo goderceli, anzi, diventarono un impiccio.
Riuscimmo a raggiungere i cancelli dieci minuti prima della chiusura.
Un'ora dopo arrivammo al lodge.
L' "Onguma Bush Camp" era un bellissimo complesso di capanne attorno ad una pozza, ogni capanna era pulita, spaziosa e dotata di confort; il ristorante era a palafitta direttamente sulla pozza ed il profumo preannunciama ottimo cibo.
Arrivato in camera mi lasciai cadere sul letto e dopo aver estratto il termometro dalla mia ascella scoprii di avere la febbre a 40. Lasciai a Virginia il piacere della cena "vista pozza" e mi limitati a farmi portare un the in camera.
Dopo il the e le medicine cercai di prendere sonno, ma tutto il mio apparato digestivo si contorceva in modo nettamente doloroso... alla fine riuscii ad addormentarmi e dormii così duro da non sentire le guide che in piena notte ci avvertivano della presenza di predatori alla pozza... era la seconda comparsata di predatori che mi perdevo... sigh.

venerdì 9 marzo 2012

Gudu's Namibian experience - Parte ottava

La mattina del 2 settembre 2011 ci siamo svegliati spontaneamente prima della sveglia a causa del rumoreggiare degli uccelli... un modo bellissimo per svegliarsi.
Solita colazione continentale per la Vigi ed all'italiana per me e poi subito sul fuoristrada.
Mentre caricavo i bagagli sul fuoristrada mi si avvicinò un ragazzotto allampanato e mi chiese in che direzione eravamo diretti. Dopo aver scoperto che eravamo diretti a Khorixas, mi chiese un passaggio.
A questo punte urge fare una premessa: in Namibia è consuetudine, per chi non possiede un'auto o non ha voglia di usarla, posizionarsi sul ciglio della strada ed attendere che qualcuno si fermi.
Gli abitanti del luogo non necessitano nemmeno di un cenno; se vedono qualcuno sul ciglio, si fermano e lo caricano. Un pick-up (mezzo più utilizzato in namibia, soprattutto quelli ricavati da modelli non fuoristrada) è da considerarsi pieno quando non c'è nemmeno più spazio per un bambino in braccio ad un adulto.
In Namibia non esistono i rapinatori od i maniaci da autostop. In Namibia, se necessiti di un passaggio, il primo che passa si ferma e ti carica... se buchi una gomma, il primo che passa si ferma ad aiutarti... questo vale sia per i bianchi che per i neri. L'integrazione in namibia è pressochè perfetta anche se esiste ancora un certo divario di ricchezza fra bianchi e neri.
Nulla di strano e di preoccupante quindi nella richiesta del giovane namibiano.
Nonostante questo, fin dal primo chilometro mi sentii agitato e quasi in pericolo.
Il Namibiano era molto gentile e ci indicava le strade ad ogni incrocio e per il resto del tempo ascoltava musica afro-tecno col suo telefono cellulare.
Io ero tesissimo... 97 Km di sterrato equivalenti ad un'ora e mezza passati in stato di ansia ed angoscia.
Arrivati a Khorixas, ci siamo fermato alla stazione di servizio per fare rifornimento; il ragazzo è sceso, ci ha ringraziati, ci ha benedetti come tradizione e se ne è andato per la sua strada.
Dapprima mi son vergognato di me stesso, poi mi sono ricordato che a Torino anche dare un passaggio ad una bambina dell'asilo poteva significare essere rapinati o cose anche peggiori.
A questo punto la vergogna ha ceduto il posto alla tristezza. Il pensiero che l'umanità si stava riducendo così, mi mise addosso una tristezza incredibile.
A Torino potevi morire per strada senza che nessuno si fermasse per aiutarti, potevano ucciderti, rapinarti, stuprarti in mezzo alla gente senza che nessuno muovesse un dito.
I torinesi... ggggente dabbbbbene... con i loro cioccolatini e la crema alcolica al cioccolato... terrorizzati ed incapaci di un atto di umanità.
Non era l'umanità a cui volevo appartenere.
Io volevo appartenere all'umanità che non ha mai abbastanza fretta da evitare di dedicare un'ora per aiutare l'autista di un'auto in panne, l'umanità che risponde quando la si chiama per strada, l'umanità che non vive nell'indifferenza.
Dopo questa breve parentesi abbiamo continuato il nostro viaggio in direzione del parco Etosha.
Arrivammo all'Eagle Tented camp poco dopo l'ora di pranzo.
Il campo tendato era ultra lussuoso con tanto di spa, zona relax, coktail bar, ristorante di alta cucina e perfino vasca in stile coloniale sulla veranda per farsi il bagno immersi nella natura.
Eravamo fuori dai soliti cicli turistici ed in tutta la struttura c'eravamo solo noi ed un'altra coppia di tedeschi.
Subito ci siamo fatti un Gin Tonic nell'area relax e poi siamo riusciti a recuperare due panini di carne indefinita dalla cucina del ristorante.
Il pomeriggio è stato noiosetto. Dovevamo attendere le 16.00 per il game drive nella riserva privata del campo e non c'erano altre cose da fare.
Io cominciai ad osservare le colline attorno a noi con il binocolo, poi i molteplici uccelli sugli alberi attorno al nostro tendato e poi decisi di leggere qualche passo del mio libro sul blues.
La Virgi "schiumava": donna ipertattiva bloccata in un tendato con un uomo che legge tranquillo. Fortunamente è arrivata in fretta (per me) l'ora del game drive.
La riserva era famosa poichè ospitava una importante colonia di rinoceronti.
Girammo per tutta la riserva fino a buio calato sperando di avvistare qualche "rhino", ma non ci fu nulla da fare; molti erbivosi, ma nessun altro animale.
A salvare la serata il tipico aperitivo africano.
Al ritorno dal game drive, io e la Vigi ci tuffammo sul letto giocosi facendoci il solletico e poi restammo abbracciati a lungo... mi stavo godendo l'atmosfera pacata quando, alzando gli occhi lo vidi.
Fermo sul lato interno della zanzariera, grosso, colorato, minaccioso... un ragno di cinematografica memoria.
Sollevai Virgi di peso e saltai fuori dal letto posandola su di una sedia e poi mi avvicinai per osservare meglio. Era uno di quei ragnacci che si vedono nei film tipo "Indiana Jhones"; non pensavo che fossero presenti anche nelle zone desertiche.
Ero molto intimorito, ma dovevo fare qualcosa.
Ogni tanto, quando si guarda un film horror, ci si chiede come mai i protagonisti siano così idioti da agevolare costantemente la morte nel suo sporco mestiere.
Se qualcuno avesse visto me, si sarebbe fatto la stessa domanda.
Armato di una rivista, andai all'attacco dell'aracnide.
Che uomo coraggioso! No! Che uomo pirla!
Innanzitutto il ragno era sulla zanzariera, quindi su di una superfice mobile e non rigida... poi era in una posizione sopraelevata rispetto a me... e poi aveva 8 occhi che gli permettevano di vedere in tutte le direzioni.
Mi lanciai sul nemico. Lui schivò il colpo e sfruttò l'elasticità della zanzariera per spiccare un salto sulla mia gamba e poi dalla mia gamba al letto; poi si infilò nel solco fra i due materassi.
Emisi un orlo femmineo e poi cominciai a strepitare "Ce l'ho sulla gamba! Ce l'ho sulla gambaaaaaaaaa"... dopo qualche secondo di follia, non sentendo il dolore del morso, mi ripresi acquisendo dalla Virgi (che aveva uno sguardo descrivibile solo così: " -___- ") la notizia del nuovo nascondiglio del ragno.
Oramai ero fuori di testa. Non ero mai stato aracnofobico, non ho mai amato i ragni, ma non sono mai stato nemmeno un amante degli insetti... e quello era un insetto maledettamente grosso, colorato e minaccioso.
Mi posizionai immobile su di una sedia e non mi mossi più.
Andando a cena, la Vigi (facendo finta di essere lei terrorizzata) chiese al gestore del campo di rimuovere lo sgradito ospite... insistendo quando il tizio le assicurò che non c'erano ragni velenosi in zona.
La cena era di alta qualità: non c'era il solito buffet che tanto amavo, ma una scelta di solo due portate per ogni tipologia di piatto... tutti piatti ricercati.
Non ricordo nulla della cena perchè ero ancora fuori di testa per il ragnazzo.
Al rientro nel tendato, non vedemmo più il ragno colorato, ma parecchi altri grossi ragni neri su tutte le pareti... fottuti campi tendati!
La notte passò praticamente in bianco. Ci perdemmo pure l'inseguimento dei felini in mezzo ai tendati per paura di uscire dalla "zona zanzariera".
Ora ricordo quasi con divertimento questa disavventura, ma quella notte fu veramente tragica.
La mattina seguente, prima che si levasse il sole, eravamo pronti alla partenza.

lunedì 5 marzo 2012

Gudu's Namibian experience - Parte settima

La sveglia dell'ottavo giorno (1 settembre 2011) è suonata poco dopo all'alba.
Poco dopo le sei del mattino gli uccelli già rumoreggiavano nei cespugli secchi e coloratissime lucertole si godevano il sole immobili sulle pietre.
L'aria era tiepida e dal loggiato su cui facevamo colazione la vista era spettacolare.
La Vigi era dedita ad una colazione continentale: uova, salsiccia e spremuta d'arancia; a quell'ora il solo sentirne l'odore mi dava la nausea e mi attenni alla mia classica colazione con te, croissant, marmellata e frutta.
Durante la colazione abbiamo incontrato "il nostro amico" e la sua guida. Parlando, abbiamo scoperto che avevamo lo stesso programma per la mattinata ovvero la visita alla foresta pietrificata.
La guida ci ha spiegato che ci sono molte foreste pietrificate, ma solo una è quella vera ed ufficiale e ci ha consigliato di seguire la sua auto.
Dopo mezz'ora eravamo sulla strada cercando di stare dietro alla guida che, da vera esperta, guidava a velocità per noi folli sulle strade sterrate e dissestate del Damaraland.
La prima cosa che ho notato del Damaraland è stata la notevole diminuzione di animali selvatici in contrapposizione all'aumento dell'attività umana.
Dopo circa 40 minuti di inseguimento, siamo finalmente arrivati alla vera foresta pietrificata. In effetti è stat auna fortuna poter seguire la guida, altrimenti ci saremmo persi in mezzo ai mille cartelli di "Petrified forest".
Abbiamo deciso di fare gruppo insieme ed avvalerci dei servizi di una guida locale ed abbiamo visitato la foresta. Trattasi di tronchi fossilizzati e diventati pietra; interessanti da vedere, ma niente di più.
Dopo la visita, abbiamo salutato i nostri compagni di viaggio temporanei, che si sarebbero mossi in direzione della capitale, ed abbiamo diretto le ruote del nostro Toyota verso le montagne bruciate.
Le montagne bruciate erano colline completamente annerite... non si sa da cosa.
Dopo le montagne bruciate abbiamo visitato le "organ pipes" canne di basalto di origine naturale dalla forma incredibilmente simile a canne di organo.
Dopo le Organ pipes, girando praticamente a caso, siamo arrivati nella zona delle pitture rupestri e, guidati da un'ennesima guida, abbiamo visitato anche quelle.
La zona del Damaraland non ha in verità grandi attrattive se non il Damaraland stesso. Il fascino selvaggio di questa regione meritava davvero la pena di essere ammirato. Gli alberi secchi, l'erba ingiallita, le strade polverose, i letti dei fiumi secchi donavano a questa zona un fascino ancestrale nel quale si inserivano alla perfezione gli ambiti rurali delle popolazioni autoctone.
Siamo tornati al lodge per pranzo poichè alle 15.00 avremmo partecipato ad una delle famose spedizioni alla ricerca degli elefanti della sabbia... motivo per il quale ci eravamo fermati così a lungo nel Damaraland.
Bisogna dire che io e la Vigi siamo molto più interessati al fattore naturalistico nei nostri viaggi e molto meno a quello umano... in questo viaggio abbiamo visitato quasi tutta la Namibia, ma abbiamo tralasciato tutte le visite ai villaggi ed alle "cose umanistiche" cercando invece di godere di ogni possibile esperienza inerente animali e natura.
Alle 15.00 eravamo pronti alla spedizione, eccitati come ad ogni spedizione e con macchina fotografica, videocamera e binocolo pronti.
La nostra guida era un bianco fra i 63 ed i 67 anni, sguardo fiero, capelli e lunga barba bianca e cappello da esploratore.
Ci ha subito anticipato che non c'era certezza di trovare gli elefanti della sabbia, ma che c'erano buone probabilità di avvistarli poichè si muovevano poco a causa di un cucciolo nato da poco.
Il tizio, che io e la Vigi abbiamo classificato subito come un "Duro e puro", ci ha fatti salire su di un camion in stile militare e poi è partito a tutta velocità.
Dopo qualche chilometro ha lasciato la strada principale per seguire dei sentieri stretti ed impervi.
Mentre guidava su sentieri che spesso rischiavano di far ribaltare il camion (con nostro grande spavento e divertimento), il duro e puro chiacchierava e rideva amabilmente raccontando aneddoti sul luogo e sugli elefanti della sabbia. L'amore per la Namibia trapelava da ogni sua parola e dal piacere dei suoi occhi nel godere quel paesaggio che ben conosceva... un duro e puro.
Dopo aver incontrato un locale che aveva avvistato gli elefanti, abbiamo deviato su sentieri ancora più impervi.
Io e la Vigi ci divertivamo come pazzi; accanto a noi un inglese rideva ad ogni "quasi ribalamento" e ci ripeteva in inglese "E' la seconda volta che partecipo, avete capito perchè? E' divertentissimo!". Le altre persone sul camion erano nettamente più preoccupate, ma al ritorno avrebbero raccontato con orgoglio di quella spedizione.
Una cosa che ho notato durante il viaggio e che eravamo praticamente gli unici turisti sotto i 35 anni presenti in tutta la Namibia... noi e la coppia giapponese che avevamo incontrato a a Sandwitch harbour... penso fosse dovuto al costo del viaggio... io e la Vigi abbiamo fatto grandi sacrifici per poterci permettere quell'avventura... ma ne è valsa la pena... i migliori soldi mai spesi insieme all'acquisto della mia testata Mesa Boogie, la mia chitarra elettrica JEM, la mia chitarra acustica Taylor e la mia moto.
Dopo circa mezz'ora arrivammo ad un piccolo e poverissimo villaggio composto da circa cinque edifici (di cui uno crollato) ed una cisterna d'acqua... cisterna che il gruppo di elefanti stava sfruttando per dissetarsi.
Il duro e puro e sceso dal camion ed ha portato ai poverissimi abitanti del villaggio uno scatolone di provviste... un gesto così "umano" da emozionarmi... un bianco che scende da un camion militare e porta del cibo a dei namibiani poverissimi senza chiedergli nulla in cambio e senza chiedergli di cambiare le loro abitudini o le loro credenze... questa è la vera umanità... le braccia che aiutano, sono più utili delle bocche che pregano diceva qualcuno.
Dopo la sosta ci siamo appostati ad una ventina di metri dagli elefanti che si abbeveravano. Il silenzio dell'Africa, quell'atmosfera surreale in cui si poteva sentire a venti metri il rumore degli elefanti che masticano.
Osservavo gli elefanti col binocolo per godere di ogni sfaccettatura.
Degli elefanti mi ha colpito la tranquillità del movimento e gli occhi, quegli occhi pacifici e sereni... quasi ieratici... si ieratici è la parola giusta... mi ricordavano gli occhi delle statue greche.
Gli elefanti, forse antichi dei incarnotisi nei corpi di giganteschi animali.
Dopo qualche minuto gli elefanti se ne sono andati e siamo potuti scendere dal camion per una sosta "bibita/pipì".
Dopo la sosta abbiamo nuovamente raggiunto i nostri amici pachidermi per osservare il loro lento incedere e nutrirsi. Un'infinita pace e calma nei loro movimenti: qualche passo, l'ammirazione (così mi è sembrato) per quello che avevano intorno e poi l'afferrare un ramo per nutrirsi.
Ci siamo avvicinati tantissimo, eravamo proprio vicini, non saprei dire quanto vicini, ma così vicini da sentirli non solo masticare, ma anche respirare.
Eravamo in quel luogo surreale quasi in mezzo agli elefanti, tutti in silenzio... venti essere umani in silenzio: miracolo uno... venti esseri umani in pace: miracolo due... venti essere umani in ammirazione della natura: miracolo tre.
Virginia scattava foto su foto affascinata dalla situazione, io osservavo il branco tentando di coglierne il comportamento: cercavo di capire chi era la sentinella, chi sceglieva il percorso e poi osservavo come il cucciolo era sempre tenuto nel mezzo fra due adulti; totalmente protetto.
Dopo una ventina di minuti il vento probabilmente è cambiato ed un esemplare enorme ha cominciato a muoversi rapido verso di noi agitando le orecchie... ecco qual'era la sentinella.
Il duro è puro ha acceso rapido il camion ed è fuggito attraverso il letto di un fiume in secca poichè l'elefante sentinella ci impediva di tornare sui nostri passi.
Fuggire da un elefante ha dato non poche emozioni a tutti, come anche i vari tentativi di tornare sul sentiero principale.
Al ritorno ci siamo fermati sulla punta di una montagna bruciata.
Era il tramonto, un bellissimo tramonto africano e la nostra guida ha tirato fuori un vino Namibiano prodotto in zona per un aperitivo campestre.

Un altro aperitivo al tramonto... non mi stufavo mai dei tramonti e nemmeno degli aperitivi. Ogni tramonto era diverso dall'altro e di una bellezza troppo bella per essere descritta con le parole. Potrei arrivare a dire che un solo tramonto Namibiano valga il viaggio.

Siamo rientrati al lodge che era già buoio... doccia, riposino e poi a cena.
La cena è stata pantagruelica come la sera prima ed allietata anche questa volta dai canti.
La sera a letto presto... forse ubriaco o forse no... non ricordo... di sicuro ero felice.

giovedì 1 marzo 2012

Gudu's Namibian experience - Parte sesta

Il settimo giorno ci siamo svegliati intorno alle 7.00, abbiamo fatto una placida colazione e poi, dopo saluti commoventi e molti ringraziamenti alla "Serenissima", ci siamo diretti alla "Orange Outback": agenzia che organizzava spedizioni nel deserto con i quad.
L'idea originale era quella di partecipare ad una spedizione nel deserto e poi fare "Sand surfing" ovvero surf sulle dune. Purtroppo ci mancava il tempo e così decidemmo per una spedizione in quad.
Appena entrati nella reception dell'agenzia vedemmo decide di foto di Brand Pitt ed Angelina Jolie che spesso si erano serviti della suddetta agenzia per le loro gite nel deserto.
Eravamo riusciti a prenotare una spedizione di primissima mattina, fuori dagli orari standard, grazie all'intercessione della prorietaria del B&B la sirenetta (La serenissima); nell'agenzia c'eravamo solo noi.
Dopo aver firmato tutta una serie di documenti che dereponsabilizzavano l'agenzia, la nostra guida ci ha prelevati e ci ha portati all'esterno per il breathing inerente la guida dei quad.
Ero molto emozionato, uno dei miei più grandi sogni era sempre stato quello di guidare un quad nel mezzo del deserto; anche la Vigi era molto eccitata, nonostante avesse già fatto un'esperienza simile in altri viaggi.
Era una mattinata splendida, il cielo era terso ed il deserto era di fronte a noi in tutta la sua immensità.
Per i primi 10 minuti, il capo-spedizione ha avuto una guida tranquilla, poi si è fermato e ci ha spiegato che per superare le dune più alte bisognava in pratica lanciarsi su di esse a massima velocità senza esitazioni... un rallentamento nei pressi della cima per paura del salto avrebbe avuto come conseguenza il rimanere bloccati nella sabbia e probabilmente ribaltarsi all'indietro.
Preoccupato per la Vigi, la feci passare in seconda posizione in modo che se fosse caduta o ribaltata io avrei potuto soccorrerla.
Vigi, nonostante fosse una donna, si era sempre dimostrata un'ottima guidatrice, sia in città che nel deserto con la 4x4, ma io ero protettivo.
Dopo la spiegazione, la guida si è lanciata a tutta velocità sulla prima duna.
Vigi attese qualche secondo per avere la giusta distanza di sicurezza e poi senza indugio, diede fondo all'acceleratore lanciandosi anche lei in direzione della duna.
Dopo aver atteso anche io i canonici secondi ho dato gas e mi sono lanciato in direzione della duna.
Mentre mia vvicinavo, vidi Vigi superare indenne la cresta della duna e sparire dalla parte opposta.
La cosa paurosa nello sdunare e che non si sa cosa c'è al di là della cresta, può esserci un altopiano, uppure una discesa scoscesissima... nel momento esatto in cui si raggiunge la sommità, sarà necessario reagire rapidamente ed adeguatamente allo scenario che si incontrarà.
Ovviamente la guida non avrebbe iniziato con una duna difficile, la guida conosceva il deserto come le sue dita, la guida ci avrebbe fatto avanzare per gradi fino alle dune più difficili... però in fondo eravamo in Africa, dove si fa meno attenzione all'anti-infortunistica... e stavamo guidando dei quad nel deserto con espressa richiesta di avere una spedizione avventurosa, attività richiesta da pochi e che ha implicita nel suo essere un amore per il pericolo.
In preda a questi pensieri, diminuii leggermente la pressione sull'acceleratore... solo per qualche secondo... ma fu quasi sufficiente a farmi rimanere bloccato.
La guida aveva scelto una duna scoscesissima in modo che il quad arrivasse in punta a velocità ridotta e non facesse il salto... un modo intelligente per capire se eravamo in grado di effettuare manovre più estreme e per farci capire il comportamento della sabbia sotto le ruote dei quad.
Riuscii per un pelo a superare la duna... ma proprio per un pelo.
La guida e Vigi erano già lontani e stavano facendo delle curve a parabolica su altissime e scoscesissime dune.
Mi lanciai al loro inseguimento un po' umiliato per essermi quasi piantato nella sabbia ed un po' impaurito di essere stato lasciato indietro.
Quando arrivai sulla prima parabolica, capii che queste curvone sembravano semplici da affrontare a guardare gli altri, ma non lo erano. Rischiai di ribaltarmi nelle prime tre curve e fui costretto di nuovo a rallentare; intanto il casco di Vigi spariva dientro l'ennesima duna ed a me non restava che seguire le tracce lasciate dal suo quad.
Dopo un paio di affannose dune, trovai i miei compagni di spedizione quasi fermi per aspettarmi; feci segno alla guida che era tutto ok e mi misi in coda.
Col tempo mi abituai alla guida e lasciai da parte le tensioni divertendomi come un pazzo.
Guidare il quad nel deserto è stato davvero emozionante, la tensione nell'affrontare le manovre, ma anche la sensazione del deserto che ti avvolge e del tuo guidare che sparisce nell'immensità di tutta quella sabbia.
A metà della spedizione abbiamo fatto una sosta, bevuto una bibita e scattato qualche foto. In Namibia, ad ogni spedizione, ad ogni gita, ad ogni safari organizzato arrivava il momento della bevuta.
Quella volta, essendo mattina, non era disponibile il gin-tonic e così ci accontentammo di una bibita gassata.



Dopo la pausa, ci siamo mossi in direzione dell'agenzia, seguendo un'altro percorso e dopo alcune discese da brivido, siamo tornati a Swakopmund.
Dopo i saluti e le mance (molto sontuose per la guida), siamo partiti alla volta di Twyfelfontein.
Dopo un'oretta di noiosissima strada asfaltata vista mare, ci siamo fermati in un avamposto in mezzo al nulla per comprare del cibo per il pranzo.
L'avamposto (è il termine corretto) era un capannone che avrebbe voluto imitare uno dei nostri centri commerciali, solo che era completamente deserto ed erano vuoti anche il 90% degli spazi espositivi; sul fondo del capannone un minuscolo bar con poco o niente a disposizione.
Il luogo non era per niente piacevole e non ci si sentiva i benvenuti; svolgemmo i nostri affari il più rapidamente possibile e poi tornammo sulla strada.
Dopo l'avamposto la strada prese la direzione dell'entroterra e tornò ad essere sterrata, il percorso era dritto ed all'orizzonte non si vedeva nulla se non il sole; unici oggetti verticali erano i pali della corrente che correvano paralleli alla strada.
Sulla strada nessun'altra auto; il percorso era così deserto che la Vigi ha potuto fare la pipì praticamente sulla strada... tanto la visuale spaziava per chilometri su tutti i lati e non c'era traccia di vita, ne umana, ne animale ed in alcuni punti neanche vegetale... ovunque solo terra asciugata dal sole.
Le due ore passate su quel percorso sono state l'unico percorso Namibiano che non mi è piaciuto.
Passate le due ore, ci siamo trovati nel Damaraland. Ai lati delle strade cominciammo ad incontrare persone che guidavano carretti trainati da asini denutriti, sparuti gruppi di capre malconce e poi più avanti piccole e cadenti baracche che fungevano da negozi di souvenir gestiti dalla gente del luogo intervallati da bambini con taniche vuote che chiedevano acqua.
Per la prima volta nel nostro viaggio intravamo la povertà... quella vera... quella che rende più importante una tanica d'acqua che un biglietto da 10 euro.
Fui sconvolto e spaventato da questa visione.
In televisione si vedono ovunque bambini denutriti, gente vestita di stracci, persone con le mosche che gli ricoprono la faccia... la televisione però è un filtro, rende tutto come un film e trasforma le cose più aberranti in semplici immagini lontante. Trovarsi a tu per tu con la povertà è invece come ricevere un pugno nello stomaco da un pugile professionista: ti lascia senza fiato, senza riferimenti, impaurito.
Passi la tua esistenza a farti lunghe docce, bagni rilassanti, gite in piscina ed altre mille cose dando per scontata l'acqua... poi ti ritrovi in un posto dove la gente muore di sete, non è che non ha l'acqua per farsi una doccia o per lavarsi i denti... non ha l'acqua per bere!
Mi colse la paura e mi venne il panico... se fossi stato nei loro panni avrei assaltato ogni auto per rubare cibo ed acqua... avevo paura che si bucasse una gomma o si guastasse il motore con conseguente assalto di quelle persone, ogni volta che qualcuno mi faceva segno di fermarmi per vendermi un souvenir mi veniva il batticuore, ogni volta che una capra rachitica attraversava la strada cercavo di non fermarmi. Fu un percorso sconvolgente.
Verso sera arrivammo al "Twyfelfontein Country Lodge": luossissima struttura posizionata nel mezzo di questi monti bruciati dal sole.
Dopo aver lasciato i bagagli in camera ed aver fatto una breve passeggiata, raggiungemmo il bar.
Tutta la struttura principale (reception, negozio di souvenir, bar, ristorante, piscina) era inserita e si inerpicava su di una parete rocciosa.
Il bar non aveva pareti (a parte la parete posteriore che era la parete di roccia stessa) e spaziava sull'immensità del Damaraland.
Ci sedemmo di fronte a quel panorama meraviglioso e sorseggiammo gin-tonic fino all'ora di cena (alla quale io arrivai un po' brillo).
Seduto su quelle poltrone comode, di fronte a quel panorama meraviglioso, col mio gin-tonic in mano e la mia bellissima fidanzata di fianco mi sentii l'uomo più ricco e fortunato del mondo.
Nella lunga fase di aperitivo ri-incontrammo "Il nostor amico".
Aveva cambiato guida e scoprimmo che aveva fatto il nostro stesso itinerario e ci aveva visto da lontano... scoprimmo che aveva sorvolato la Dead-vlei in aereo e si era chiesto chi erano quei due pazzi che scalavano la duna nel punto più impossibile e che aveva sorvolato in aereo Sandwich harmbour chiedendosi chi erano quelli che con i fuoristrada saltavano le dune.
Ci raccontò qualcosa in più su di lui e ci disse che si sarebbe fermato in Namibia ancora qualche giorno. Poi cominciò a parlare la sua guida che ci raccontò di essere un italiano innamoratosi di una namibiana Himba che aveva abbandonato l'occidente per venire a fare la guida in Namibia e sposare la sua bella.
Era un tipo simpatico e piacevole, sempre allegro, positivo e propositivo.
Ci accordammo per farci un whiskey dopo cena tutti insieme.
La cena fu pantagruelica e di grande qualità, assaggiamo vari tipi di carne, dalla zebra allo springmbok ed era tutto ottimo.
Alla fine della cena i cuochi ed i camerieri cominciarono a cantare dei brani della tradizione locale ed io ritrovai in questi canti, le origini dello spiritual... fu emozionante, anche perchè durante il viaggio stavo leggendo un libro sul blues e la black music in genere.
Dopo la cena, ci facemmo un whiskey con la guida ed "il nostro amico" e poi ce ne andammo a letto felici e soddisfatti.

Un altro giorno pieno di emozioni era passato ed io amavo sempre di più la Namibia ed in generale il viaggio.

lunedì 27 febbraio 2012

Gudu's Namibian experience - Parte quinta

Il sesto giorno (30 agosto 2012), ci siamo svegliati un po' più tardi del solito in quanto avevamo appuntamento alle nove alla baia di "Walvys bay" per l'inizio di una nuova vventura.
Abbiamo fatto colazione nella serena atmosfera del B&B e poi siamo partiti alla volta di Walvys bay.
La strada era asfaltata (cosa rarissima in Namibia) e delimitata da infinite file di palme; da un lato il mare e dall'altra il deserto del Namib.
Ogni cinque chilometri circa si scorgevano agglomerati urbani simili a baraccopoli e più raramente modesti complessi residenziali turistici.
Walvys bay stessa si presentava come poco più di una baraccopoli.
Arrivati al porto, abbiamo parcheggiato (tacchinati dai venditori di souvenir) e poi siamo andati all'imbarco dell'agenzia "Mola Mola".
Siamo saliti su di un piccolo motoscafo e si siamo accomodati nella parte posteriore in attesa della partenza.
La temperatura non superava i 10°C ed un leggero venticello trapassava le nostre giacche da montagna dandoci spiacevoli sensazioni di freddo.
Il mare era fortunatamente calmo, ma siccome io soffro qualsiasi cosa che non posso guidare personalmente, mi ero premurato di applicare un certotto contro la cinetosi.

Finalmente la nostra guida si manifestata e si è presentata: una donna sulla cinquantina piena di energia, subito ci ha fatto notare che attorno allo scafo c'erano delle simpatiche otarie, dei pellicani, dei cormorani e degli omnipresenti gabbiani... cosa che Vigi aveva notato subito, ma la maggiorparte dei presenti no.
Affascinato dalla mia prima otaria ho dimenticato rapidamente il freddo, ma dopo un colpo di pinna dell'otaria ero bagnato come un pulcino ed avevo ancora più freddo.
Il motoscafo è partito rapido e subito cinque o sei pellicani si sono alzati in volo per seguirci.
La guida conosceva il suo mestiere e lanciava piccoli pesci in aria per attirare i pellicani sulla scia del motoscafo; pellicani che puntualmente prendevano al volo il pesce lanciato.
Un dei pellicani in fase di intercezzazione di colpì in testa con l'ala... cominciai a chiedermi se gli animali acquatici non avessero qualcosa contro di me.
La Vigi era eccitatissima, aveva dimenticato il freddo da un pezzo e scattava foto a ripetizione, variando con incredibile velocità le impostazioni della sua refelx.

Dopo quindici minuti circa, la guida ha fermato il motoscafo ed ha distribuito a tutti un forte liquore Namibiano, antico rimedio contro il freddo e non ha mancato di versare un bicchiere in mare come offerta alle divinità marine.
Benchè sapessi perfettamente che la questione dell'offerta al mare era una bellissima ma mera trovata turistica, ho provato un arcano e piacevole retrogusto in bocca nel partecipare a questo rito.

Dopo la pausa ci siamo mossi al largo, superando i famosi allevamenti namibiani di ostriche e siamo andati a scovare il primo gruppo di delfini.
Non ero mai stato particolarmente attirato dai delfini, ma vederli dal vivo è stato emozionante. Erano presenti due tipi di delfini in zona: i classici delfini che si vedono nei film ed altri delfini più piccoli, dal muso appuntito e dalla simpatica abitudine di seguire i motoscafi fra mille evoluzioni.
Virginia era impagnatissima a fare delle belle foto ai delfini (riuscendoci appieno), mentre io mi godevo la quiete del mare ed i rumori dei delfini (che sentiti in tv dicono poco, ma dal vivo sono estremamente affascinanti).
A rovinare l'atmosfera l'alto numero di motoscafi e catamarani a carattere turistico ceh infestavano la zona.
Dopo aver fatto visita ad alcuni gruppi di delfini, ci siamo avvicinati ad una immensa colonia di otarie (non quella famosa di Cape Cross che era 50 Km più a Nord rispetto alla nostra posizione).
Otarie: animali simpatici e davvero interessanti. Sono rapidissimi ed aggraziatissimi in acqua e nelle loro evoluzioni non hanno nulla da invidiare ai delfini.
Ad un certo punto, è saltato sul motoscavo un grosso maschio di otaria ed è venuto a farsi coccolare dai presenti e soprattutto a farsi nutrire dai presenti.
Ben sapendo che lo stupendo esemplare era ammaestrato ed abituato a fare la pantomima della conquista del motoscafo almeno due volte al giorno, ho provato grande divertimento ed emozione nello stare a così stretto contatto con questo abitante del mare.
La mia mente era oramai così lontana dal disincanto occidentale e così avida di godere delle gioie della natura che potevo godere di ogni cosa al 100%.

Dopo la visita dell'otaria, alcuni di noi (i più avventurosi, circa 16 persone sulle 300 presenti sulle varie imbarcazioni) sono stati depositati presso un vecchio faro vicino alla colonia di otarie.
Ad aspettarci quattro Land Rover adeguatamente preparati per le corse nel deserto. Obbiettivo: raggiungere Sandwitch Harbour: spettacolare punto in cui le immense dune del deserto cadono a picco nel mare; unico modo per arrivarci è guidare nel mezzo del deserto senza piste delineate scalando con i fuoristrada immense dune (il termine tecnico è "sdunare").
Il nostro pilota era un afrikaner che dopo aver fatto per molti anni il ranger in Botzwana, si è trasferito in Namibia ed è diventato pilota per la Mola-Mola.
Subito habbiamo capito quanto queste persone amassero la Namibia; il nostro pilota mentre guidava (prima sulla battigia e poi sulle dune) ci raccontava con passione storie ed aneddoti sul deserto e sui sui abitanti.
La passione ed il divertimento per il proprio lavoro trasparivano da ogni sua parola; ricordo di aver pensato a quanto la vita potesse essere fantastica per una persona che per lavoro faccesse quello che ama e che vivesse in un posto che adora.
Dopo una prima parte più panoramica sulla battigia, ci siamo fermati all'ingresso della zona di riserva, all'interno del quale c'è Sandwitch Harbour ed anche la più grande colonia di fenicotteri rosa al mondo.
Da quel punto in poi è iniziata la vera avventura.
"Montagne russe", solo con questo termine posso descrivere il percorso in direzione di Sandwitch Harbour... 40 minuti di divertentissime ed impietose montagne russe con discese pazzesche, curve a parabolica e relativi sbatacchiamenti degli organi interni.
Grazie al mitico cerotto contro la cinematosi, ho potuto godermi appieno l'avventura.
Anche la Vigi era eccitatissima e rideva e faceva lunghi "Uuuuuuuuuuuh" ad ogni manovra.
Intorno a mezzogiorno ci siamo fermato in una piccolissima piana circondata da alte dune.
I nostri quattro piloti hanno tirato fuori tavoli e sedie ed hanno imbandido un favoloso e surreale banchetto nel mezzo del deserto.
In attesa del pasto, mi sono avventurato da solo in mezzo alle dune con Virginia godendomi di nuovo l'immenso panorama del deserto del Namib.



Dopo il pranzo a base di ostriche ed altre "stuzzicherie" siano risaliti in auto ed abbiamo sdunato per altri venti minuti priam di arrivare a Sandtwitch Harbour.
Il panorama mi lasciò senza fiato fin da subito... il termine più adeguato per quello che ho visto a Sandtwich Harbour è "Un panorama da mozzare il fiato"... per quando la Vigi sia un'ottima fotografa (con tanto di corsi professionali alel spalle, ottima attrezzatura e grand epredisposizione naturale) ed abbia saputo far rendere appieno l'immensità e la bellezza dell'Africa con le sue foto, non ha umanamente potuto catturare l'incredibile bellezza e l'energia surreale di Sandtwitch harbour.
Un posto che non sembrava far parte della terra, non tanto per le componenti del luogo, ma per come sono disposte e per l'energia che ivi si respirava.
La desolante ed immobile pace del deserto a diretto confronto con la morbida e cangiante pace del mare... lo yin e lo yang perfettamente rappresentati sulla terra.



Al ritorno abbiamo dovuto ridurre il fattore "montagne russe" a causa del mal d'auto di una povera giapponesina che aveva forse esagerato con le ostriche.

Abbiamo fatto alcune fermate per assaggiare l'acqua della fonte sotterranea (bevuta dalla Vigi ed accuratamente evitata dall'ipocondriaco me), vedere le sabbie mobili e visitare le tane dei serpenti (in letargo).

E questo è il momento di descrivere un'altro dei personaggi mitici che abbiamo conosciuto in Namibia: il capo della spedizione.
Il capo della spedizione era un tizio sulla cinquantina panzuto, sempre sorredente e sprezzante di ogni pericolo. Il personaggio in questione guidava a piedi nudi, camminava su letti di conchiglie e guano di cormorano a piedi nudi, scavava nella sabbia in cerca di scorpini con i piedi nudi e si tuffafa nelle sabbia mobili per farci vedere la velocità di sprofondamento... a piedi nudi. Lo inserimmo nella categoria "Caldo duro e puro". Dopo Moose il panettiere "Caldo e puro" del deserto, e "La serenissima" padrona della "Sirenetta bed & Breakfast" era la terza persona a lasciare il segno.

Al tramonto siamo stati portati a vedere la più grande colonia di Fenicotteri rosa al mondo. Vedere al tramonto quello specchio d'acqua dolce vicino al mare interamente ricoperto di rosa, mi ha dato una sensazione incredibile di... tenerezza... il sole che si specchiava sull'acqua, questi uccelli coloratissimi, immobili e vicinissimi uno all'altro... era tutto teneramente bello.
Avrei dato chissà che cosa per restare li fino al sopraggiungere del notte per vedere la sera calare placida su tutto quel rosa e vedere cosa succedeva.

Prima che il sole fosse completamente tramontato, eramo tornati a Walvys bay, dove un venditore di souvenirs si era segnato i nostri nomi e ci aveva praparato dei portachiavi personalizzati, portachiavi che io ho deciso di adibire a mojo (vedi tradizione blues) e che appesi alla mia sacca da viaggio a mo di protezione (e da allora protegge le mia sacca in ogni viaggio).

La sera, dopo una doccia rilassante, siamo andati in un'altro dei tanti pub in stile crucco di Swakopmund ed al ritorno, prima di andare in camera, siamo rimasti un po' nel cortile del b&b, davanti al braciere a chiacchierare con la padrona del bed & breakfast e ad accarezzare pluto.

Ed anche il sesto giorno era finito, magico e speciale come ogni giorno in Namibia.

martedì 6 dicembre 2011

Gudu's namibian experience - Parte seconda

27 agosto 2011

La luce che filtrava dalla veranda mi svegliò.
Mi alzai lento ed andai alla porta della veranda per aprire le tende.
La veranda si affacciava direttamente sui campi da golf: davanti a me tanto verde e le prime attività degli addetti ai campi... una visione piuttosto occidentale.
Piccola passeggiata per saggiare l'aria frizzante delle mattine namibiane e poi pantagruelica colazione... e fino a qui, tutto molto occidentale.
Alle 8 precise mettevo in moto la nostra Toyoya 4x4 e mettevo in moto l'avventura.
La prima tappa era ad un distributore appena fuori città; 20 Km di rarissima strada asfaltata che ci avrebbe portati all'incrocio verso le strade montane.
Io ero alla guida, ero nervoso, ero preoccupato. Non ero mai uscito dall'Europa, dal salubre e civilizzato occidente. Sulla strada poche macchine, quasi tutte piccoli pick-up col cassone pieno zeppo di persone, ai lati della strada piccolo gruppi di babbuini guardavano le macchine passare come dalle mie parti fanno i vecchi.
Fu quello il primo momento in cui realizzai davvero di essere in Africa, in un posto totalmente diverso dal mio normale habitat di vita; un posto dove le scimmie stanno ai lati della strada e guardano le macchine passare.
Arrivammo in fretta al distributore dove erano fermi altri avventurieri con i loro fuoristrata.
Mi sentivo davvero un avventuriero, non ero li con una gita organizzata; ero li solo con la mia fidanzata... noi due da soli... senza guida, senza autista, senza navigatore satellitare... solo un fuoristrada ed una piantina.
Decine di autoctoni ci guardavano, sentivo i loro sguardi minacciosi, ero pronto a difendere me stesso, ma soprattutto la Vigi da qualunque attacco... conoscevo il kung-fu e non avrei avuto paura di usarlo. Ovviamente gli autoctoni si stavano facendo i cazzi loro ed al massimo ci guardavano con lo stesso sguardo con cui io ero solito guardare i turisti che venivano a fare i pin-nic nella mia valle, i cosiddetti "Merenderos"; ovviamente non ci accadde nulla, se non essere fregati sul pagamento del gasolio della cifra astronomica di 10 centesimi.
Usciti dalla stazione di servizio imboccammo finalmente la strada sterrata per le montagne.
Guidare un fuoristrada per la prima volta su di una strada sterrata è semplice da descrivere: Terrore. Ad ogni sbalzo la piena coscenza dell'instabilità del mezzo, ad ogni pietra la paura di forare, ad ogni curva la sensazione della macchina che perde aderenza... e mentre io procedevo ai 40 Km/h concentrato come un pilota di formula 1, auto autoctone e fuoristrada mi superavano al doppio della mia velocità.
Dopo un giorno di guida, i salti e gli sballonzolii diventano naturali e non ci si spaventa più di nulla... anzi... la terra battuta è molto meno ingannevole di certi asfalti, è sincera, diretta, viscerale... ma i primi chilometri sono davvero da cardiopalma.
Lì cominciò la vera avventura.
La strada correva inerpicandosi sulle montagne come un enorme serpente, tutto attorno un paesaggio indescrivibile, davvero indescrivibile. Ci sono cose che nessuna foto, nessun filmato, nessuna descrizione può rendere; bisogna esserci dentro.
Guidavamo attraverso montagne semidesertiche con una panorama così ampio da non poter essere abbracciato con soli due occhi.
In questi luoghi tutto si fondeva insieme: l'odore dell'erba secca e della polvere, i colori della vegetazione, il rumore del vento, la luce surreale. Ci vuole del tempo per concepire tutti i milioni di imput che arrivano dall'esterno; aggrediscono con violenza occhi troppo piccoli per vedere, bocche troppo strette per assaportare, cuori troppo aridi per assorbire.
All'inizio mi concentravo solamente sulla guida per non essere aggradito da tutto questo "essere"... poi ad un certo punto ci siamo fermati per una pisciata... anche solo la descrizione di una fermata per la piscia rende l'idea del posto: macchina appena accostata e nessun segno di presenza umana, solo il rumore del vento che muove l'erba secca e la polvere della strada; ogni tanto il rumore di un babbuino che si lascia cadere da un ramo od i passi leggeri di qualche erbivoro. E' stato durante questa fermata che mi sono lasciato aggredire dall'Africa; ho lasciato che i miei sensi occidentali fossere violentati e rieducati a quello che veramente è l'esistenza.
In quel posto, lontano dai filtri della civiltà occidentale... lontano centinaia di chilometri dalla prima presa elettrica e lontano 10000 chilometri dal mio lavoro, dalle mie pratiche sociali, dalle mie abitudini, dalle mie fissazioni... lì... in quel momento... sono stato libero... libero di essere un granello di polvere in un deserto infinito. Se il tuo cuore è arido, in Namibia troverai solo rocce, polvere ed erba bruciata dal sole, ma se esiste in te ancora uno spiraglio di vero "essere", potrai connetterti con la terra e sentirti davvero vivo.
Da qual momento in poi facemmo parecchie fermate, soprattutto per fare foto ed osservare il panorama.
La vigi possedeva la sua reflex da circa tre anni; aveva fatto un corso professionale di fotografia, fotografato Vienna, Bruxel, Parigi, Bruges, Londra, Santiago, Roma, Venezia e mille altri posti, ma non aveva ancora potuto fotografare la sua amata Africa. Virginia era stata molte volte nell'Africa del sud... Sud Africa, Zambia, Kenia, Namibia, Botzwana, ma quando era andata non aveva ancora la sua fidata ed amata macchina fotografica.
Virginia amava profondamente l'Africa ed era un piacere vederla eccitata scalare creste, sporgersi da dirupi o scendere nei kanion per fare delle foto. Io dal mio canto, mi godevo quelle stupende atmosfere e col mio bionocolo provavo ad esplorare con la vista quelle distese, distese così immense da sembrare irraggiungibili anche se viste con un binocolo di ottima qualità.
Dopo tre orette ci trovammo dalla parte opposta delle montagne raggiungendo la zona del deserto del Namib. Gli avvistamenti degli animali cominciarono a farsi più frequenti (spesso dovevamo fermarci per l'attraversamento di qualche erbivoro) e così anche le nostre soste di osservazione... ogni animale avvistato era un'avventura, una foto, un'esclamazione di gioia, una scoperta grandiosa.All'ora di pranzo... evito appositamente l'uso di ore precise, perchè in Africa ci si può permettere di non guardare costantemente l'orologio... all'ora di pranzo arrivammo al mitivo Solitaire.
Solitaire è uno dei luoghi più famosi della Namibia e non a torto; è uno dei luoghi più caratteristici che io abbia mai visto in tutta la mia vita.
Solitaire è in pratica una stazione di servizio nel mezzo del deserto del Namib. 250 Km la separano dalla stazione di servizio più vicina e 350 Km la separano dalla città più vicina.
Solitaire è composta da due vecchie (ma funzionanti) pompe di benzina, un officina meccanica stile filmaccio d'avventura anni '80, uno sgangherato ristorante in stile "film di Bud & Spencer anni '70", un bazar di oggetti vari ed un panettiere. Ebbene si. Li, nel mezzo del deserto, nel mezzo del nulla, un pazzo crucco emorme e rubizzo aveva deciso di aprire una panetteria... e che panetteria... ho contato almeno dieci tipi di torte, quindici tipi di biscotti e pasticcini ed il mitico pane namibiano. Il pane namibiano esiste di un solo formato: parallelepipedo di sezione 10x10 centimetri ed altezza 18 centimetri. Il pane namibiano mantiene le stesse caratteristiche anche per una settimana senza bisogno di particolari artifizi conservativi; è gustoso e riempie la pancia che è un piacere. Immaginatevi di essere in mezzo al deserto e di trovarvi in una semibaracca davanti ad un ciccione biancobarbuto, rubizzo e sorridente che ti propone di assaggiare la sua torta di mele... non ha prezzo... un babbo Natale nel deserto.
Dopo un buon pranzo nel ristorantino di Solitaire, riprendemmo la strada verso il primo lodge che ci avrebbe ospitati. Non ho mai capito come facesse Virginia a capire dove eravamo e dove dovevamo andare guardando la piantina, io ci provai più volte senza mai capire nulla. Quando guidavo io, Virginia mi indicava la strada mentre quando guidava Virginia doveva essa stessa consultare la piantina per decidere che direzione prendere.
Intorno alle 15.00 arrivammo al "Namib Desert Lodge", lussuoso lodge che ci accolse con un'ottimo succo di limone. Non perdemmo l'occasione di prenotare subito un spedizione guidata al tramonto presso le dune pietrificate presenti in zona. Le dune pietrificate sono dune che col passare del tempo (milioni di anni), a causa del peso della sabbia e degli eventi atmosferici, sono diventate dure come la roccia. In attesa della partenza ci sistemammo nella nostra capanna (io scrivo capanna perchè quello era lo stile architettonico, ma si strattava di sistemazioni molto lussuose) e poi andammo a rilassarci in piscina. C'erano due piscine, una d'acqua dolce e l'altra d'acqua salata; la temperatura media dell'acqua era di 10°C. La Vigi, una volta saggiata la temperatura, decise evitare il bagno, mentre io mi tuffai nell'acqua gelida ottento un totale rilassamente di muscoli ed una sensazione di grande benessere. In verità lo feci come sfida ad una cicciona inglese che si era tuffata in quell'acqua gelida senza farsi problemi... come potevo farmi superare da una balenottera inglese?
Poco prima del tramonto saltammo sulle 4x4 delle guide e partimmo alla volta delle dune pietrificate. Non dovendo guidare, potemmo goderci appieno l'atmosfera ed il panorama. Guidavamo in mezzo all'erba secca alta più di un metro a velocità ridotta godendoci tutto quello che ci circondava.Il tramonto nel bush è quieto e rilassante: l'aria è tiepida, gli odori intensi ma delicati, i colori caldi ed avvolgenti. Avvistammo anche alcuni erbivori: coloratissimi sprinbock ed eleganti Orici e ci godemmo il mare d'erba che ballava guidato dal vento. Al tramonto ci fermammo in cima ad una delle dune più alte e le guide servirono un aperitivo per tutti i presenti (circa 15 persone).
Io e Virginia, oramai galvanizzati dall'atmosfera, buttammo le scarpe vicino ad un cespuglio e ci godemmo la sensazione della sabbia fresca sotto i piedi (piedini nel caso della Vigi). Mentre lei fotografava l'immensità del panorama ed i colori del tramonto io mi sedetti a terra col mio gin-tonic in mano e mi misi ad osservare tre Orici che apparvero da tre direzioni differenti e, muovendosi con estrem alentezza, arrivarono ad incontrarsi; poi volsi lo sguardo verso il sole. Non ci si stufa mai dei tramonti Africani. Il sole si muove così rapidamente che è possibile scorgerne il movimento; i colori sono accesi e caldi, ma tenui e catturano gli occhi con delicatezza fino a rapirli completamente... anche la Vigi smise di fare fotografie e rimase a godersi il tramonto. Come ho già scritto, il tramonto è rapido: in quindici minuti era buio e nel notturno del bush rientrammo al lodge un poco infreddoliti per la temperatura calata anche lei repentinamente (in quella zona del deserto si passa da +30 a +10 in poco più di un'ora).
Prima di cena ci fu il mio famoso avvistamente della "Testa che si inabissa". Descrivo la scena: io svaccato su di una sedia fuori dalla capanno vedo una testa tonda inabissarsi nell'erba a poche centinaia di metri dalla nostra capanna; dico a Virginia (che sta pulendo l'armamentario fotografico) "Hei, ho visto una testa inabissarsi" e lei "Testa? era tonda" ed io "Si, bella tonda, carina con le orecchiette tonde" e lei "Cazzo, ma allora era un leopardo od un ghepardo!". In un nanosecondo ero nella capanna con la porta sprangata.
La cena fu ottima: zuppa, carne di orice e patate al forno; il tutto accompagnato dalla mitica Windoek lager, la birra che ci ha accompagnati per tutto il viaggio. Quando siamo usciti dalla sala comune ci attendeva un percorso di 200 metri al buio in mezzo al bush e, dopo la storia della "Testa che si inabissa", un po' ci turbava questa distanza, ma poi fummo rapiti dal cielo.
Cacchio! Nell'altro emisfero si vede la via lattea... con tanto lattiginosità. In mezzo al deserto, senza inquinamento atmosferico e luminoso, il cielo era cosparso da migliaia di stelle sconosciute. Uno spettacolo di cui non sono mai stato sazio durante tutto il viaggio.
Rientrati nella capanna abbiamo fatto l'amore e ci siamo addormentati esausti e felici.

martedì 29 novembre 2011

Gudu's Namibian experience - Parte prima

Ricomincio da questa nuova piattaforma il racconto del mio viaggio in Africa.
purtroppo "Splinder", che per anniha ospitato i miei deliri, ha deciso di chiudere i battenti.

25-26 agosto 2011 - IL TRASFERIMENTO

Il trasferimento, si sa, è la parte più massacrante di ogni viaggio; soprattutto se come me si soffre qualsiasi mezzo di trasporto (auto, aereo, nave) o se si deve sopportare uno come me (il caso della Vigi).
Alle 16.00 di sabato 25 agosto io e la Vigi eravamo già all'aereoporto di Caselle in fase di check-in.Dopo aver spedito i bagagli direttamente a Windhoek (capitale della Namibia), siamo rimasti tre orette seduti su di una sedia ad attendere l'imbarco inventando nuovi giochi e riprendendo il nostro gioco preferito durante i viaggi: il famosissino "Carico bastimento".
Oramai la stagione classica delle ferie era finita ed in aereoporto si potevano trovare solo uomini d'affari ed i cosiddetti "duri e puri" ovvero chi, per un motivo o per un altro, si trova a viaggiare in modo più avventuroso fuori dai flussi di massa. "Che fighi che siamo, siamo dei duri e puri" pensavo io... durante il nostro viaggio avremmo poi conosciuto dei veri caldi, duri e puri al confronto dei quali io ero una mezza checca.
Dopo un'ora di volo siamo arrivati a Francoforte dove abbiamo avuto un'ora e mezza di tempo per cenare con un'orrendo panino crucco a base di pane spalmato col burro e strani insaccati... devo ancora capire questa mania che hanno i popoli del Nord Europa di imburrare ogni cazzo di panino.
In prima serata ci siamo imbarcati su di un mega aereo a due piani della Lufthansa (non so il modello) e siamo decollati in direzione di Johannesburg.

Ho superato subito le paure per il mio primo viaggio intercontinentale (10 ore di volo) grazie agli schermi posti davanti ad ogni sedile che mi proponevano di vedere un sacco di film che mi ero perso al cinema come Thor e Kung-fu panda 2 (in Italia uscito una settimana dopo che l'ho visto in aereo). L'aereo è decollato tranquillo mentre mi godevo le manovre sullo schermo mediante le telecamere esterne. Una volta in quota è scattata l'ora di Kung-fu panda 2 e poi di Thor. Fra un film e l'altro ci hanno proposto di ri-mangiare cena. Abbiamo Rifiutato entrambi e la hostess ci ha detto con sguardo triste "credetemi, la cena è di lunga migliore della colazione, vi consiglio di prenderla"... è dura essere italiani all'estero. Verso la fine di Thor ho comincato a sentire i primi effetti collaterali dei cerotti contro il mal d'aria: vista depotenziata, nervosismo, secchezza delle fauci e debolezza e così ho deciso di provare a dormire, seguito a ruota dalla Vigi.
Le successive sei ore sono state una serie di inutili tentativi di mettersi comodi per dormire un po'.
Alla fine sia io che Vigi siamo crollati nonostante la scomodità e siamo stati poi svegliati un paio di ore dopo dalle fantastiche pezze bollenti che le hostess distribuiscono prima di colazione, fantastico!
La colazione era indescrivibile, io mi sono limitato ad una spremuta d'arancia mentre Vigi che è coraggiosa e di bocca buona è riuscita ad sbocconcellare qualcosa... io ogni caso la hostess aveva proprio ragione.
Intorno alle 8.00 di mattina siamo atterrati a Johannesburg e finalmente l'avventura si è fatta interessante. L'aereoporto della capitale del Sud Africa è a dir poco delizioso: pieno di negozietti, pieno di colori e pieno di vita. Abbiamo fatto passare piacevolmente le due ore e mezza che ci separavano dall'ultimo volo di andata girando per negozietti e bevendo "succhi di frutta 100% polpa con pure i pezzi dentro" all'unico bar presente.
Intorno alle 10.30 siamo decollati in direzione Windhoek: vento forte, aereo piccolo, Leo spaventato. A bordo ci hanno servito un pranzo a base, secondo loro, di "Italian pasta al pesto" (se un turista credesse davvero che quella è pasta al pesto non verrebbe mai in Italia) e "chili con carne" (se io credessi davvero che il chili con carne è così, dichiareri guerra al Messico)... insomma... roba orribile, ma siamo stati "presi per fame" e ci siamo ingozzati (ingozzati per non sentire il gusto).
Fra cambi di paralleli e voli, siamo atterrati a Windhoek intorno alle 13.00 dove abbiamo fatto mezz'ora di coda per farci timbrare i passaporti, mezz'ora di coda per cambiare gli euro con i Dollari Namibiani (1000 euro in cambio di una saccata di biglietti colorati) ed un'ora per ritirare il fuoristrada dalla Herz.

Il nostro fuoristrada era un Toyota Helion 2500 cc diesel rialzato con balestre rinforzate e cassone chiuso onde contenere le varie ruote di scorta ed evitarne il furto. Ho controllato il chilometraggio e mi sono tranquillizzato nel constatare che non era vicino alla zona "combio cinghia di distribuzione" e quindi non correvamo rischi inerenti la rottura della stessa. I battistrada anteriori erano profondi solo più 5 millimetri e la cosa non mi è piaciuta molto, ma quelli posteriori e quelli di scorta erano profondi 8 millimetri e così non sono stato a polemizzare con l'omino della Herz... anche perchè sarebbe stato inutile; infatti siamo atterrati il giorno della "Festa degli eroi" (festa importantissima per i namibiani) e tutti quelli che erano costretti al lavoro non erano molto collaborativi.
Ad aiutarci con la burocrazia c'era l'addetta locale dell'Agenzia: un'italiana residente a Windhoek molto gentile e disponibile ed il burbero marito un po' troppo convinto di se stesso.

Vigi è saltata subito al volante e ci siamo messi letteralmente ad inseguire i nostri referenti sulla strada che porta alla capitale a velocità decisamente esagerate per degli avventurieri che per la prima volta si cimentano con la guida a sinistra su asfalti non proprio occidentali.
Da quel giorno è iniziata la cosiddetta "Fase beep" dove il navigatore doveva gridare "BEEP" se il guidatore teneva troppo la sinistra perchè turbato dalle auto che sembravano piombargli addosso dal lato "sbagliato"... coniata in quell'occasione la mia frase "Guarda che l'erba ai bordi delle strade l'hanno già tagliata! beeeeeeeeeeeeeep!".
Nonostante i miei doveri di navigatore e l'alta velocità, mi sono goduto il paesaggio mozzafiato: lande infinite ricoperte solo dall'erba ingiallita e pochi sparuti alberi; un cielo blu ed infinito senza nemmeno una nuvola; un'tamosfera di pace incredibile.
siamo arrivati in fretta a Windhoek, città dalle costruzioni basse con ampi cortili che nascondono interi mondi. Anche la casa dei nostri referenti era un mondo intero: dietro ad un muro perimetrico grigio e scrostato una piccola oasi di pace e bellezza con piscinetta, piccole palme ed un portico con un'architettura incredibilmente rilassante. Proprio sotto al porticato, insieme ad un cagnone accaldato ed una grossa tartaruga curiosa, la nostra referente ci ha spiegato nei dettagli i percorsi da seguire e ci ha dispensato alcuni consigli molto utili, fra cui quello di andare subito in albergo poichè in città ogni attrazione turistica quel giorno era chiusa.
Abbiamo quindi iniziato il viaggio; soli, io e la Dame de papier, fantastico!
Una emozione grandissima riempiva tutto il mio essere... ero dall'altra parte del mondo, seduto su di un fuoristrada e stavo per visitare luoghi fuori da ogni mia esperienza. Mi sentivo un avventuriero, un esploratore, un uomo che stava per scorpire cose fantastiche.
Subito ci siamo persi nella vastità intorno alla città alla ricerca del mitico "Windhoek country club": l'Hotel più lussuoso di tutta la Namibia con tanto di piscina, cascate artificiali, campi da golf, casinò e manguste in giro per i campi. Alla fine siamo riusciti ad arrivare in Hotel ed è iniziata un'altra saga: quella del "Quanto diamo di mancia?"; una domanda che ci ha attanagliato per tutto il viaggio e che ancora ora non abbiamo risolto (anche se abbiamo avanzato molte teorie in merito).
Breve doccia in camera e poi pantagruelica cena in hotel. C'era di tutto: carne di ogni tipo di antilope, maiale, mucca, pollame, pesce fresco che si prendeva crudo dal buffet e si portava al cuoco per la cottura desiderata, ogni sorta di frutta e di verdura ed una discreta scelta di dolci. Dopo i pasti dell'aereo, la bontà del cibo era enfatizzata ed il nostro piacere di essere insieme in Namibia dopo un'anno di preparativi era così alta da farci tenere addosso un sorriso perpetuo. Dopo cena a letto prestissimo in vista di una "albeggiante partenza".
A partire da questo giorno abbiamo sempre vissuto con i ritmi della natura: a letto al tramonto e sveglia all'alba.
L'avventura iniziava da li.