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giovedì 1 marzo 2012

Gudu's Namibian experience - Parte sesta

Il settimo giorno ci siamo svegliati intorno alle 7.00, abbiamo fatto una placida colazione e poi, dopo saluti commoventi e molti ringraziamenti alla "Serenissima", ci siamo diretti alla "Orange Outback": agenzia che organizzava spedizioni nel deserto con i quad.
L'idea originale era quella di partecipare ad una spedizione nel deserto e poi fare "Sand surfing" ovvero surf sulle dune. Purtroppo ci mancava il tempo e così decidemmo per una spedizione in quad.
Appena entrati nella reception dell'agenzia vedemmo decide di foto di Brand Pitt ed Angelina Jolie che spesso si erano serviti della suddetta agenzia per le loro gite nel deserto.
Eravamo riusciti a prenotare una spedizione di primissima mattina, fuori dagli orari standard, grazie all'intercessione della prorietaria del B&B la sirenetta (La serenissima); nell'agenzia c'eravamo solo noi.
Dopo aver firmato tutta una serie di documenti che dereponsabilizzavano l'agenzia, la nostra guida ci ha prelevati e ci ha portati all'esterno per il breathing inerente la guida dei quad.
Ero molto emozionato, uno dei miei più grandi sogni era sempre stato quello di guidare un quad nel mezzo del deserto; anche la Vigi era molto eccitata, nonostante avesse già fatto un'esperienza simile in altri viaggi.
Era una mattinata splendida, il cielo era terso ed il deserto era di fronte a noi in tutta la sua immensità.
Per i primi 10 minuti, il capo-spedizione ha avuto una guida tranquilla, poi si è fermato e ci ha spiegato che per superare le dune più alte bisognava in pratica lanciarsi su di esse a massima velocità senza esitazioni... un rallentamento nei pressi della cima per paura del salto avrebbe avuto come conseguenza il rimanere bloccati nella sabbia e probabilmente ribaltarsi all'indietro.
Preoccupato per la Vigi, la feci passare in seconda posizione in modo che se fosse caduta o ribaltata io avrei potuto soccorrerla.
Vigi, nonostante fosse una donna, si era sempre dimostrata un'ottima guidatrice, sia in città che nel deserto con la 4x4, ma io ero protettivo.
Dopo la spiegazione, la guida si è lanciata a tutta velocità sulla prima duna.
Vigi attese qualche secondo per avere la giusta distanza di sicurezza e poi senza indugio, diede fondo all'acceleratore lanciandosi anche lei in direzione della duna.
Dopo aver atteso anche io i canonici secondi ho dato gas e mi sono lanciato in direzione della duna.
Mentre mia vvicinavo, vidi Vigi superare indenne la cresta della duna e sparire dalla parte opposta.
La cosa paurosa nello sdunare e che non si sa cosa c'è al di là della cresta, può esserci un altopiano, uppure una discesa scoscesissima... nel momento esatto in cui si raggiunge la sommità, sarà necessario reagire rapidamente ed adeguatamente allo scenario che si incontrarà.
Ovviamente la guida non avrebbe iniziato con una duna difficile, la guida conosceva il deserto come le sue dita, la guida ci avrebbe fatto avanzare per gradi fino alle dune più difficili... però in fondo eravamo in Africa, dove si fa meno attenzione all'anti-infortunistica... e stavamo guidando dei quad nel deserto con espressa richiesta di avere una spedizione avventurosa, attività richiesta da pochi e che ha implicita nel suo essere un amore per il pericolo.
In preda a questi pensieri, diminuii leggermente la pressione sull'acceleratore... solo per qualche secondo... ma fu quasi sufficiente a farmi rimanere bloccato.
La guida aveva scelto una duna scoscesissima in modo che il quad arrivasse in punta a velocità ridotta e non facesse il salto... un modo intelligente per capire se eravamo in grado di effettuare manovre più estreme e per farci capire il comportamento della sabbia sotto le ruote dei quad.
Riuscii per un pelo a superare la duna... ma proprio per un pelo.
La guida e Vigi erano già lontani e stavano facendo delle curve a parabolica su altissime e scoscesissime dune.
Mi lanciai al loro inseguimento un po' umiliato per essermi quasi piantato nella sabbia ed un po' impaurito di essere stato lasciato indietro.
Quando arrivai sulla prima parabolica, capii che queste curvone sembravano semplici da affrontare a guardare gli altri, ma non lo erano. Rischiai di ribaltarmi nelle prime tre curve e fui costretto di nuovo a rallentare; intanto il casco di Vigi spariva dientro l'ennesima duna ed a me non restava che seguire le tracce lasciate dal suo quad.
Dopo un paio di affannose dune, trovai i miei compagni di spedizione quasi fermi per aspettarmi; feci segno alla guida che era tutto ok e mi misi in coda.
Col tempo mi abituai alla guida e lasciai da parte le tensioni divertendomi come un pazzo.
Guidare il quad nel deserto è stato davvero emozionante, la tensione nell'affrontare le manovre, ma anche la sensazione del deserto che ti avvolge e del tuo guidare che sparisce nell'immensità di tutta quella sabbia.
A metà della spedizione abbiamo fatto una sosta, bevuto una bibita e scattato qualche foto. In Namibia, ad ogni spedizione, ad ogni gita, ad ogni safari organizzato arrivava il momento della bevuta.
Quella volta, essendo mattina, non era disponibile il gin-tonic e così ci accontentammo di una bibita gassata.



Dopo la pausa, ci siamo mossi in direzione dell'agenzia, seguendo un'altro percorso e dopo alcune discese da brivido, siamo tornati a Swakopmund.
Dopo i saluti e le mance (molto sontuose per la guida), siamo partiti alla volta di Twyfelfontein.
Dopo un'oretta di noiosissima strada asfaltata vista mare, ci siamo fermati in un avamposto in mezzo al nulla per comprare del cibo per il pranzo.
L'avamposto (è il termine corretto) era un capannone che avrebbe voluto imitare uno dei nostri centri commerciali, solo che era completamente deserto ed erano vuoti anche il 90% degli spazi espositivi; sul fondo del capannone un minuscolo bar con poco o niente a disposizione.
Il luogo non era per niente piacevole e non ci si sentiva i benvenuti; svolgemmo i nostri affari il più rapidamente possibile e poi tornammo sulla strada.
Dopo l'avamposto la strada prese la direzione dell'entroterra e tornò ad essere sterrata, il percorso era dritto ed all'orizzonte non si vedeva nulla se non il sole; unici oggetti verticali erano i pali della corrente che correvano paralleli alla strada.
Sulla strada nessun'altra auto; il percorso era così deserto che la Vigi ha potuto fare la pipì praticamente sulla strada... tanto la visuale spaziava per chilometri su tutti i lati e non c'era traccia di vita, ne umana, ne animale ed in alcuni punti neanche vegetale... ovunque solo terra asciugata dal sole.
Le due ore passate su quel percorso sono state l'unico percorso Namibiano che non mi è piaciuto.
Passate le due ore, ci siamo trovati nel Damaraland. Ai lati delle strade cominciammo ad incontrare persone che guidavano carretti trainati da asini denutriti, sparuti gruppi di capre malconce e poi più avanti piccole e cadenti baracche che fungevano da negozi di souvenir gestiti dalla gente del luogo intervallati da bambini con taniche vuote che chiedevano acqua.
Per la prima volta nel nostro viaggio intravamo la povertà... quella vera... quella che rende più importante una tanica d'acqua che un biglietto da 10 euro.
Fui sconvolto e spaventato da questa visione.
In televisione si vedono ovunque bambini denutriti, gente vestita di stracci, persone con le mosche che gli ricoprono la faccia... la televisione però è un filtro, rende tutto come un film e trasforma le cose più aberranti in semplici immagini lontante. Trovarsi a tu per tu con la povertà è invece come ricevere un pugno nello stomaco da un pugile professionista: ti lascia senza fiato, senza riferimenti, impaurito.
Passi la tua esistenza a farti lunghe docce, bagni rilassanti, gite in piscina ed altre mille cose dando per scontata l'acqua... poi ti ritrovi in un posto dove la gente muore di sete, non è che non ha l'acqua per farsi una doccia o per lavarsi i denti... non ha l'acqua per bere!
Mi colse la paura e mi venne il panico... se fossi stato nei loro panni avrei assaltato ogni auto per rubare cibo ed acqua... avevo paura che si bucasse una gomma o si guastasse il motore con conseguente assalto di quelle persone, ogni volta che qualcuno mi faceva segno di fermarmi per vendermi un souvenir mi veniva il batticuore, ogni volta che una capra rachitica attraversava la strada cercavo di non fermarmi. Fu un percorso sconvolgente.
Verso sera arrivammo al "Twyfelfontein Country Lodge": luossissima struttura posizionata nel mezzo di questi monti bruciati dal sole.
Dopo aver lasciato i bagagli in camera ed aver fatto una breve passeggiata, raggiungemmo il bar.
Tutta la struttura principale (reception, negozio di souvenir, bar, ristorante, piscina) era inserita e si inerpicava su di una parete rocciosa.
Il bar non aveva pareti (a parte la parete posteriore che era la parete di roccia stessa) e spaziava sull'immensità del Damaraland.
Ci sedemmo di fronte a quel panorama meraviglioso e sorseggiammo gin-tonic fino all'ora di cena (alla quale io arrivai un po' brillo).
Seduto su quelle poltrone comode, di fronte a quel panorama meraviglioso, col mio gin-tonic in mano e la mia bellissima fidanzata di fianco mi sentii l'uomo più ricco e fortunato del mondo.
Nella lunga fase di aperitivo ri-incontrammo "Il nostor amico".
Aveva cambiato guida e scoprimmo che aveva fatto il nostro stesso itinerario e ci aveva visto da lontano... scoprimmo che aveva sorvolato la Dead-vlei in aereo e si era chiesto chi erano quei due pazzi che scalavano la duna nel punto più impossibile e che aveva sorvolato in aereo Sandwich harmbour chiedendosi chi erano quelli che con i fuoristrada saltavano le dune.
Ci raccontò qualcosa in più su di lui e ci disse che si sarebbe fermato in Namibia ancora qualche giorno. Poi cominciò a parlare la sua guida che ci raccontò di essere un italiano innamoratosi di una namibiana Himba che aveva abbandonato l'occidente per venire a fare la guida in Namibia e sposare la sua bella.
Era un tipo simpatico e piacevole, sempre allegro, positivo e propositivo.
Ci accordammo per farci un whiskey dopo cena tutti insieme.
La cena fu pantagruelica e di grande qualità, assaggiamo vari tipi di carne, dalla zebra allo springmbok ed era tutto ottimo.
Alla fine della cena i cuochi ed i camerieri cominciarono a cantare dei brani della tradizione locale ed io ritrovai in questi canti, le origini dello spiritual... fu emozionante, anche perchè durante il viaggio stavo leggendo un libro sul blues e la black music in genere.
Dopo la cena, ci facemmo un whiskey con la guida ed "il nostro amico" e poi ce ne andammo a letto felici e soddisfatti.

Un altro giorno pieno di emozioni era passato ed io amavo sempre di più la Namibia ed in generale il viaggio.

lunedì 27 febbraio 2012

Gudu's Namibian experience - Parte quinta

Il sesto giorno (30 agosto 2012), ci siamo svegliati un po' più tardi del solito in quanto avevamo appuntamento alle nove alla baia di "Walvys bay" per l'inizio di una nuova vventura.
Abbiamo fatto colazione nella serena atmosfera del B&B e poi siamo partiti alla volta di Walvys bay.
La strada era asfaltata (cosa rarissima in Namibia) e delimitata da infinite file di palme; da un lato il mare e dall'altra il deserto del Namib.
Ogni cinque chilometri circa si scorgevano agglomerati urbani simili a baraccopoli e più raramente modesti complessi residenziali turistici.
Walvys bay stessa si presentava come poco più di una baraccopoli.
Arrivati al porto, abbiamo parcheggiato (tacchinati dai venditori di souvenir) e poi siamo andati all'imbarco dell'agenzia "Mola Mola".
Siamo saliti su di un piccolo motoscafo e si siamo accomodati nella parte posteriore in attesa della partenza.
La temperatura non superava i 10°C ed un leggero venticello trapassava le nostre giacche da montagna dandoci spiacevoli sensazioni di freddo.
Il mare era fortunatamente calmo, ma siccome io soffro qualsiasi cosa che non posso guidare personalmente, mi ero premurato di applicare un certotto contro la cinetosi.

Finalmente la nostra guida si manifestata e si è presentata: una donna sulla cinquantina piena di energia, subito ci ha fatto notare che attorno allo scafo c'erano delle simpatiche otarie, dei pellicani, dei cormorani e degli omnipresenti gabbiani... cosa che Vigi aveva notato subito, ma la maggiorparte dei presenti no.
Affascinato dalla mia prima otaria ho dimenticato rapidamente il freddo, ma dopo un colpo di pinna dell'otaria ero bagnato come un pulcino ed avevo ancora più freddo.
Il motoscafo è partito rapido e subito cinque o sei pellicani si sono alzati in volo per seguirci.
La guida conosceva il suo mestiere e lanciava piccoli pesci in aria per attirare i pellicani sulla scia del motoscafo; pellicani che puntualmente prendevano al volo il pesce lanciato.
Un dei pellicani in fase di intercezzazione di colpì in testa con l'ala... cominciai a chiedermi se gli animali acquatici non avessero qualcosa contro di me.
La Vigi era eccitatissima, aveva dimenticato il freddo da un pezzo e scattava foto a ripetizione, variando con incredibile velocità le impostazioni della sua refelx.

Dopo quindici minuti circa, la guida ha fermato il motoscafo ed ha distribuito a tutti un forte liquore Namibiano, antico rimedio contro il freddo e non ha mancato di versare un bicchiere in mare come offerta alle divinità marine.
Benchè sapessi perfettamente che la questione dell'offerta al mare era una bellissima ma mera trovata turistica, ho provato un arcano e piacevole retrogusto in bocca nel partecipare a questo rito.

Dopo la pausa ci siamo mossi al largo, superando i famosi allevamenti namibiani di ostriche e siamo andati a scovare il primo gruppo di delfini.
Non ero mai stato particolarmente attirato dai delfini, ma vederli dal vivo è stato emozionante. Erano presenti due tipi di delfini in zona: i classici delfini che si vedono nei film ed altri delfini più piccoli, dal muso appuntito e dalla simpatica abitudine di seguire i motoscafi fra mille evoluzioni.
Virginia era impagnatissima a fare delle belle foto ai delfini (riuscendoci appieno), mentre io mi godevo la quiete del mare ed i rumori dei delfini (che sentiti in tv dicono poco, ma dal vivo sono estremamente affascinanti).
A rovinare l'atmosfera l'alto numero di motoscafi e catamarani a carattere turistico ceh infestavano la zona.
Dopo aver fatto visita ad alcuni gruppi di delfini, ci siamo avvicinati ad una immensa colonia di otarie (non quella famosa di Cape Cross che era 50 Km più a Nord rispetto alla nostra posizione).
Otarie: animali simpatici e davvero interessanti. Sono rapidissimi ed aggraziatissimi in acqua e nelle loro evoluzioni non hanno nulla da invidiare ai delfini.
Ad un certo punto, è saltato sul motoscavo un grosso maschio di otaria ed è venuto a farsi coccolare dai presenti e soprattutto a farsi nutrire dai presenti.
Ben sapendo che lo stupendo esemplare era ammaestrato ed abituato a fare la pantomima della conquista del motoscafo almeno due volte al giorno, ho provato grande divertimento ed emozione nello stare a così stretto contatto con questo abitante del mare.
La mia mente era oramai così lontana dal disincanto occidentale e così avida di godere delle gioie della natura che potevo godere di ogni cosa al 100%.

Dopo la visita dell'otaria, alcuni di noi (i più avventurosi, circa 16 persone sulle 300 presenti sulle varie imbarcazioni) sono stati depositati presso un vecchio faro vicino alla colonia di otarie.
Ad aspettarci quattro Land Rover adeguatamente preparati per le corse nel deserto. Obbiettivo: raggiungere Sandwitch Harbour: spettacolare punto in cui le immense dune del deserto cadono a picco nel mare; unico modo per arrivarci è guidare nel mezzo del deserto senza piste delineate scalando con i fuoristrada immense dune (il termine tecnico è "sdunare").
Il nostro pilota era un afrikaner che dopo aver fatto per molti anni il ranger in Botzwana, si è trasferito in Namibia ed è diventato pilota per la Mola-Mola.
Subito habbiamo capito quanto queste persone amassero la Namibia; il nostro pilota mentre guidava (prima sulla battigia e poi sulle dune) ci raccontava con passione storie ed aneddoti sul deserto e sui sui abitanti.
La passione ed il divertimento per il proprio lavoro trasparivano da ogni sua parola; ricordo di aver pensato a quanto la vita potesse essere fantastica per una persona che per lavoro faccesse quello che ama e che vivesse in un posto che adora.
Dopo una prima parte più panoramica sulla battigia, ci siamo fermati all'ingresso della zona di riserva, all'interno del quale c'è Sandwitch Harbour ed anche la più grande colonia di fenicotteri rosa al mondo.
Da quel punto in poi è iniziata la vera avventura.
"Montagne russe", solo con questo termine posso descrivere il percorso in direzione di Sandwitch Harbour... 40 minuti di divertentissime ed impietose montagne russe con discese pazzesche, curve a parabolica e relativi sbatacchiamenti degli organi interni.
Grazie al mitico cerotto contro la cinematosi, ho potuto godermi appieno l'avventura.
Anche la Vigi era eccitatissima e rideva e faceva lunghi "Uuuuuuuuuuuh" ad ogni manovra.
Intorno a mezzogiorno ci siamo fermato in una piccolissima piana circondata da alte dune.
I nostri quattro piloti hanno tirato fuori tavoli e sedie ed hanno imbandido un favoloso e surreale banchetto nel mezzo del deserto.
In attesa del pasto, mi sono avventurato da solo in mezzo alle dune con Virginia godendomi di nuovo l'immenso panorama del deserto del Namib.



Dopo il pranzo a base di ostriche ed altre "stuzzicherie" siano risaliti in auto ed abbiamo sdunato per altri venti minuti priam di arrivare a Sandtwitch Harbour.
Il panorama mi lasciò senza fiato fin da subito... il termine più adeguato per quello che ho visto a Sandtwich Harbour è "Un panorama da mozzare il fiato"... per quando la Vigi sia un'ottima fotografa (con tanto di corsi professionali alel spalle, ottima attrezzatura e grand epredisposizione naturale) ed abbia saputo far rendere appieno l'immensità e la bellezza dell'Africa con le sue foto, non ha umanamente potuto catturare l'incredibile bellezza e l'energia surreale di Sandtwitch harbour.
Un posto che non sembrava far parte della terra, non tanto per le componenti del luogo, ma per come sono disposte e per l'energia che ivi si respirava.
La desolante ed immobile pace del deserto a diretto confronto con la morbida e cangiante pace del mare... lo yin e lo yang perfettamente rappresentati sulla terra.



Al ritorno abbiamo dovuto ridurre il fattore "montagne russe" a causa del mal d'auto di una povera giapponesina che aveva forse esagerato con le ostriche.

Abbiamo fatto alcune fermate per assaggiare l'acqua della fonte sotterranea (bevuta dalla Vigi ed accuratamente evitata dall'ipocondriaco me), vedere le sabbie mobili e visitare le tane dei serpenti (in letargo).

E questo è il momento di descrivere un'altro dei personaggi mitici che abbiamo conosciuto in Namibia: il capo della spedizione.
Il capo della spedizione era un tizio sulla cinquantina panzuto, sempre sorredente e sprezzante di ogni pericolo. Il personaggio in questione guidava a piedi nudi, camminava su letti di conchiglie e guano di cormorano a piedi nudi, scavava nella sabbia in cerca di scorpini con i piedi nudi e si tuffafa nelle sabbia mobili per farci vedere la velocità di sprofondamento... a piedi nudi. Lo inserimmo nella categoria "Caldo duro e puro". Dopo Moose il panettiere "Caldo e puro" del deserto, e "La serenissima" padrona della "Sirenetta bed & Breakfast" era la terza persona a lasciare il segno.

Al tramonto siamo stati portati a vedere la più grande colonia di Fenicotteri rosa al mondo. Vedere al tramonto quello specchio d'acqua dolce vicino al mare interamente ricoperto di rosa, mi ha dato una sensazione incredibile di... tenerezza... il sole che si specchiava sull'acqua, questi uccelli coloratissimi, immobili e vicinissimi uno all'altro... era tutto teneramente bello.
Avrei dato chissà che cosa per restare li fino al sopraggiungere del notte per vedere la sera calare placida su tutto quel rosa e vedere cosa succedeva.

Prima che il sole fosse completamente tramontato, eramo tornati a Walvys bay, dove un venditore di souvenirs si era segnato i nostri nomi e ci aveva praparato dei portachiavi personalizzati, portachiavi che io ho deciso di adibire a mojo (vedi tradizione blues) e che appesi alla mia sacca da viaggio a mo di protezione (e da allora protegge le mia sacca in ogni viaggio).

La sera, dopo una doccia rilassante, siamo andati in un'altro dei tanti pub in stile crucco di Swakopmund ed al ritorno, prima di andare in camera, siamo rimasti un po' nel cortile del b&b, davanti al braciere a chiacchierare con la padrona del bed & breakfast e ad accarezzare pluto.

Ed anche il sesto giorno era finito, magico e speciale come ogni giorno in Namibia.

mercoledì 14 dicembre 2011

Gudu's Namibian experience - Parte terza

28 agosto 2011

Il terzo giorno è stato forse uno dei giorni più avventurosi della mia vita.

Ci siamo svegliati prima dell'alba, abbiamo fatto colazione e ci siamo fatti preparare un "lunch box" dal lodge e, con la luna che ancora rischiarava il bush, siamo partiti alla volta del Sossusvlei Park. Guidare di notte nel bush è un'esperinza esaltante... mi sentivo un avventuriero.

A partire da Sossusvlei, il deserto del Namib diventa una pura distesa di sabbia rossa, deserto selvaggio.

Un'oretta e mezza di viaggio portò all'ingresso del parco. Durante il viaggio verso le dune, facemmo un sacco di fermate per goderci gli animali (soprattutto springbok e struzzi).

Arrivati all'ingresso del parco, decidemmo di lasciare la macchina nel parcheggio e di farci trasportare fino dalla "Dead Vlei" da una delle tante navette presenti, questo per goderci appieno il posto e non doverci preoccupare di rimanere insabbiati.

Saltammo così su di un fuoristrada-navetta che ci lasciò praticamente in mezzo alle dune.

Io mi presi lo zaino in spalle, la Vigi si prese la borsa della macchina fotografica ed insieme ci avviammo in direzione della Dead Vlei.

La dead Vlei distava circa 2 chilometri dal punto di ritrovo con le navette.

Un vento fortissimo frustava i nostri volti; sabbia, vento e sole sono i regnanti del deserto.

Camminare nel deserto è un'esperienza pazzesca per un occidentale: in pochi secondi non ci si rende conto più di dove si è e di dove si è diretti. Il deserto ha un fascino ancestrale e sembra chiamarti ed ammaliarti. Se non ci fossero state indicazioni e tracce di altri turisti io mi sarei certamente perso.

Dopo una dozzina di minuti arrivammo alla famosissima "Dead Vlei".

Cos'è la Dead Vlei?

E' una distesa piana, simile al letto di un fiume secco, circondata da enormi dune (trattasi di dune di altezza variabile fra i 200 ed i 300 metri). Uno scenario a metà fra l'apocalittico ed il naturalistico estremo... una vista di una bellezza incredibile.

Nella piana, scheletri di alberi pietrificati dal sole e piccoli turbini d'aria aggiungevano un senso spettrale alla scena.


Ci mettemmo a camminare al centro di questo incredibile scenario per qualche minuto e poi scegliemmo una duna e decidemmo di scalarla.

Per i turisti ci sono comodi sentieri per raggiungere le cime delle dune, ma noi decidemmo di scalare la duna prendendola di petto e cosi cominciammo a salire.

La fatica cominciò a farsi sentire dopo neanche 5 minuti... ero estremamente grato al mio mitico cappello da avventuriero regalatomi dalla Vigi anni addietro, ero protetto dal sole, ma nulla poteva proteggermi da quei colossi di sabbia.

Ad ogni passo sprofondavamo nella sabbia rossa e per ogni metro fatto verso l'alto, scivolavamo indietro di almeno 30 centimetri. Ogni cinque minuti dovevamo fermarci togliere la sabbia da dentro alle scarpe. Attorno a noi solo la sabbia a centinaia di piccoli insetti simili a scarabei che uscivano e rientravano nella sabbia. Ero affaticatissimo, ma anche gasatissimo... ero dall'altra parte del mondo, in mezzo al deserto a scalare un duna altissima.

Col passare dei minuti la fatica divenne quasi insopportabile: le gambe erano sempre più pesanti ed il fiato sempre più corto; il vento continuava a frustarci la faccia ed oramai sentivo la sabbia anche in mezzo ai denti. Cominciai a pensare che non ce l'avremmo fatta ad arrivare in cima. Alcuni turisti, saliti in cima alle dune col sentiero, ci guardavano preoccupati.

Mancava davvero poco alla cima, oppure no? Non riuscivo a capirlo. Per quando continuassimo a salire con immensa fatica, la cima sembrava sempre alla stessa distanza. Più camminavo è più mi sembrava improbabile il mio arrivo alla cima, stavo quasi per dichiararmi "sconfitto" quando improvvisamente mi ritrovai la cima a pochi metri di distanza. In un guizzo di orgoglio misto a felicità spiccai alcuni salti e mi ritrovai sulla cima.Arrivato in cima fui colpito da un vento ancora più forte. Stavo per crollare dalla stanchezza. Mi sedetti a cavallo della duna ed attesi Virginia che era stata più astuta di me ed aveva evitato lo sprint finale.

Quando anche lei fu in cima, io avevo cominciato a riprendermi ed insieme potemmo apprezzare l'incredibile spettacolo a nostra disposizione. Davanti ai nostri occhi un distesa infinita di dune e proprio ai piedi della nostra duna (sul lato opposto a quello scalato da noi) un immenso lago nel deserto. Inizialmente pensavo fosse un miraggio, ma poi capii che era vero e più avanti, parlando con una guida, scoprimmo che ogni sette anni si formava questa distesa di acqua... eravamo stati davvero fortunati. Il deserto ha un fascino incredibile. Mi sentivo piccolo come un granello di polvere, ma al contempo accettato dal deserto. Il deserto mi parlava di cose ancestrali, mi parlava attreverso il vento, attraverso gli incredibili chiari-scuri creati dalle dune, attraverso il suo silenzio.Una sensazione di totale distacco dal mondo cosìddetto "occidentale"; una sensazione di benessere incredibile.Siamo rimasti non so quanto su quella duna... davvero non so quanto perchè avevamo perso il senso del tempo... potevamo averci messo un'ora od una vita a scalare quella duna.

Quando guardammo l'ora erano le 11.00 del mattino. L'aria stava diventando rovente così come la sabbia. Era ora di tornare al punto di incontro.Camminammo per un po' in cima alla duna e poi ci lasciammo andare ad una folle corsa giù per la duna.Ritornati alla Dead Vlei camminammo in direzione del punto di ritrovo. Ogni tanto non sapevo più dov'ero, ma fortunatamente camminavamo in controcorrente ad un flusso di turisti e quindi non perdemmo mai la strada.

Arrivati al punti di ritrovo mi sdraiai sotto ad un acacia (o qualcosa di simile).

Ad un certo punto provammo a fare un'altra sessione di trekking, ma il caldo e la stanchezza ci fecero cambiare idea dopo pochi minuti così tornammo al punto di ritrono ed attendemmo l'arrivo della navetta che ci riporto al parcheggio per l'una di pomeriggio circa.

Arrivati al punto di rifornimento tirammo fuori i nostri lunch box.

Nel lunch box c'erano solo robe schifosissime: un orrendo panino che io battezzai "al gusto di merda", una barretta energetica dall'improbabile composizione, un succo di frutta ed un frutto acerbo .Dopo il misero pasto (al quale io aggiunsi una bella dose di intregratori alimentari), ci dirigemmo verso il Sossusvlai Canyon.

Il canyon era molto affascinante (sciami di mosche a parte), le guide cartacee dicevano fosse secondo solo al Gran Canyon, ma noi eravamo troppo stanchi e ne percorremmo solo la prima parte per poi tornare indietro... quindi non ce lo godemmo nella sua completezza, scoprii quanto era immenso solo una volta tornato in Italia gironzolando su internet.

Al ritorno una piccola sosta alla famosissima duna45, che esteticamente dicono sia perfetta, ma francamente non aveva un decimo dell'alttezza e del fascino delle dune nella Dead Vlei.

Alle 16.00 rientrammo al lodge, ci rilassammo un po' in attesa della cena. La vista dalla nostra capanna era spettacolare e passammo il tempo semplicemente seduti di fronte alla porta d'ingresso ad ammirare il bush silenzioso.

Dopo un tramonto ovviamente spettacolane, potemmo goderci nuovamente il cielo notturno namibiano che toglie il fiato tanto è bello.

Dopo un'ottima cena, crollammo letteralmente sul letto e ci addormentammo subito.