E così giunse il momento del ritorno a casa.
Per me è sempre un momento denso di sentimenti e sensazioni.
C'è la tristezza per la fine della vacanza e contemporaneamente il piacere di ritornare a casa ed il pensiero allettante del raccontare il viaggio ai conoscenti ed ai parenti.
La fine di ogni viaggio è il momento in cui mi sento maggiormente "avventuriero"... è come se il mio subcosncio dicesse "Adesso che hai visto tutto, sei più maturo e più navigato" ed in effetti è così perchè ogni viaggio che ho fatto mi ha reso immensamente più ricco e grande dentro.
Il primo giorno di ritorno verso la capitale abbiamo seguito a ritroso la strada fatta all'andata con tanto di gamedrive al parco Mikumi e sosta serale nello stesso campo tendato in cui sostammo all'andata, per intenderci il campo della terribile tedescona "Bruttilde".
Il viaggio fino al Mikumi è stato silenzioso e pieno di sguardi malinconici rivolti alle bellezze attorno a noi ed a quell'atmsfera di placida quiete che io ho trovato fin'ora solo in Africa.
Una piccola fermata in un villaggio per comprare qualche souvenir ed una sosta per il pranzo sono stati gli unici momenti all'esterno del fuoristrada.
Appena possibile abbiamo imboccato la lughissima strada asfaltata che attraversa l'Africa di cui ho accennato nei capitoli precedenti e che descriverò meglio più avanti; la strada ci ha portati fino al Mikumi. Dopo una lenta e rilassante cena al campo tendato con i bush baby che ci guardavano curiosi (e golosi) e Bruttilde che ci guardava di traverso ) forse per i terribili commenti lasciati nella scheda di valutazione all'andata), ce ne siamo andati a dormire esausti.
Il giorno dopo eravamo di nuovo sulla lunga strada asfaltata.
Questa volta non avremmo preso le bellissime strade di montagna, ma avremmo proseguito sull'asfalto fino alla capitale.
Su questa strada ho visto l'Africa che non mi piace... certo pittoresca, ma non bella.
La strada si inerpica sulle montagne con pendenze pazzesche.
Sulla strada poche auto, molti autobus, moltissimi camion e nelle vicinanze dei centri abitati sciami di motociclette cinesi di piccola cilindrata.
Gli autobus sono proprio come se li potrebbe immaginare uno scrittore di romanzi d'avventura tipo Clive Cussler: vecchissimi, arrugginiti, privi di porte e finestrini e zeppi di persone... persone sedute, persone in piedi, persone sul tettuccio, persone appese a penzoloni dai finestrini.
I camion erano di ogni tipo: c'erano i giganteschi modelli americani con enormi rimorchi sui quali sostavano spesso persone che si facevano dare un passaggio, poi c'erano i modelli europei meno mestosi ed anche piccoli camioncini strapieni di materiali, animali, persone.
Camion ed autobus faticavano nelle salite fumando penosamente dallo scappamento e spesso anche da motore; ai lati della strada ogni 20-30 Km si trovavano mezzi in panne con il motore fumante od addirittura in fiamme. Due rami d'albero fungevano da "triangolo" ed ai fianchi di questi mezzi gli autisti fissavano il loro camion con sguardo vuoto che non tradiva altra intenzione se non aspettare.
Quando la cosa accadeva agli autobus, tutto attorno al mezzo buona parte della gente si accampava in attesa di non so cosa, mentre alcuni cercavano di farsi dare dei passaggi o di saltare sui rimorchi degli altri camio che passavano lentissimi.
In discesa i camion si muovevano lenti sfruttando il freno motore mentre gli autobus sfrecciavano a valocità spropositate.
Più a lato della carreggiata si trovavano camion, autobus ed automobili ribaltati, bruciati, ridotti a scatolette informi... gurdanto autobus reduci di incidenti sicuramente pazzeschi mi chiedevo quanta gente morisse ad ogni scontro calcolando anche come erano sistemati su questi mezzi.
Spesso c'erano piazzole dove piccoli gruppi di persone vendevano carbone, frutta e qualche volta oggetti. Ai lati della strada sorgevano vari centri abitati, affacciati sull'asfalto, composti da capanne di lamiera e pietra.
Ci siamo fermati per andare in bagno in una specie di autogrill.
Un piazzale pieno di camion ed autobus (turistici e locali) con un fatiscente bar e dei bagni che mi hanno fatto rimpiangere i water all'aperto.
I locali avevano facce e sguardi torvi che solo a guardarli gli aversti dato il portafogli ed anche un rene senza fare storie. La fermata è stata ovviamente molto breve.
Una pausa simile l'avevamo già fatta per pranzo il giorno precedente, appena saliti sulla strada. Quella volta nel parcheggio c'era un grosso mercato di verdura e frutta locale. Il locale era peggio dei "peggiori bar de Caracas" visti nella pubblicità del rhum... con tanto di pista da ballo/incontri clandestini degna dei peggiori film di Jean claude Vandamme.
Per il pranzo del secondo giorno di viaggio, su specifica richiesta nostra, abbiamo abbandonato la strada principale imboccando per qualche chilometro la cosiddetta vecchia strada e fermandoci in un piccolo villaggio. L'atmosfera era un po' migliore ma sempre molto tesa. Anche in questo caso la pausa è stata breve.
Nel pomeriggio abbiamo raggiunto la capitale e siamo stati portati in un mega centro per lo shopping turistico per passare il tempo ed acquistare gli ultimi souvenir.
Io ho fatto scorta di roibos ed insieme alla Virgi abbiamo acquistato alcuni oggetti per la casa.
Alle 17.00 eravamo già in aereoporto.
C'erano due ore di attesa prima dell'imbarco.
Abbiamo salutato Bilali lasciandogli una cospicua mancia e poi ci siamo messi a giocare a Munkin fino a che non è venuta l'ora dell'imbarco.
Arrivati al gate abbiamo scoperto che c'era un ritardo nella partenza.
Nuci e Feddy hanno erano parecchio sclerati per il ritardo, mentre io mi sono coricato sulle sedie per l'attesa e mi sono appisolato.
Alla fine ci siamo imbarcati con quasi un'ora di ritardo.
Una volta accomodati sull'aereo mi sono subito appisolato per poi svegliarmi a causa di una tempesta su Nairobi. A Nairobi l'aereo si è riempito e poco dopo la partenza hanno servito la solita terribile cena, fra gli sballonzolii della tempesta.
Durante il volo mi sono guardato "Candidato a sorpresa" ed ho tentato di guardare qualcos'altro, ma poi mi sono addormentato.
Nonostante il ritardo, siamo arrivati a Zurigo in tempo per prendere l'aereo che ci avrebbe portati a Milano. Sull'aereo del ritorno c'eravamo solo noi, una giovane famiglia ed una ragazza che si era dimenticata del cambio di clima ed era vestita solo di vestitino quasi trasparente bianco e sandali.
Inutile dire che all'arrivo a Malpensa, nel trasferimento sul pullman, ha sofferto "un po'" il freddo.
Alle 11.30 del 1 gennaio 2013 eravamo già sulle strade del cuneese. Le strade deserte tipiche della mattina del primo dell'anno... quell'atmosfera surreale e placida che sotto certi aspetti mi ricordava certe atmosfere africane.
Anche questo viaggio era finito.
Avevamo visto un'altro tipo di Africa rispetto alla Namibia, altrettanto affascinante.
Avevamo visto e vissuto infinite cose speciali.
E' stato un viaggio bellissimo.
Sono tristemente conscio della trasformazione continua dell'Africa... trasformazione purtroppo peggiorativa dovuta all'invasione prima occidentale ed ora orientale... un popolo che sta perdendo le proprie bellezze e le proprie poche certezze e le proprie peculiarità.
Sono felice di aver visto una Tanzania ancora per la maggior parte selvaggia... affascinante e magica nella sua ancestralità. Lontana dai parchi del Nord pieni di turisti e di "Occidentalità"
Una nota positiva per i miei compagni di viaggio che hanno reso il viaggio ancora più speciale.
Spero di tornare al più presto in Africa. Vorrei vedere il delta dell'Okawango quando arriva l'acqua dopo la stagione secca, scalare il Kilimangiaro, sostare in riva al lago Malawi e meditare nel Kalahari... e poi vorrei tornara in Namibia... lo stato che mi ha portato via il cuore.
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giovedì 16 maggio 2013
giovedì 2 maggio 2013
The enlarged gudu's Tanzanian experience - Parte 5
In questa quinta parte dell'Enlarged Gudu's Tanzanian Experience cercherò di descrivere i giorni passati al "Ruaha National Park"; uso la parola "provo" ben sapendo che è impossibile descrivere davvero le sensazioni e le emozioni che si provano in questi luoghi... per capire davvero bisogna provare.
Durante i tre giorni passati in questo parco il programma è stato pressochè sempre lo stesso:
1) Colazione
2) Safari fotografico
3) Pranzo
4) Safari fotografico
5) Cena
6) Dopocena
7) Riposo notturno
Può sembrare un programma monotono se non fosse che ogni giorno è diverso in Africa pur restando tutto uguale.
Ogni cielo mattutino è nuovo come ogni cielo stellato, ogni panorama è nuovo, ogni animale è diverso dal precedente, ogni paesaggio lascia senza fiato.
Al mattino ci si svegliava rilassati e riposati... non c'erano orari precisi da seguire, non sentivamo lo "stress dell'orologio", non eravamo schiavi di Chronos... eppure i cicli della natura ci portavano ad essere molto regolari nei nostri orari... la regolarità senza lo stress.
Al mattino ci si svegliara rilassati e riposati... dall'esterno della tenda si sentivano migliaia di uccelli cantare e la luce filtrava nella tenda.
Al mattino ci si svegliara rilassati e riposati... amavo aprire la zip della tenda ed essere innondato di sole, profumi, rumori... innondato di vita d'Africa.
Al mattino ci si svegliara rilassati e riposati... uscivo all'esterno e lasciavo che il sole mi scaldasse il viso tenendo gli occhi chiusi ed assaporando ogni cosa percepibile dei miei sensi.
Dopo esserci lavati e vestiti, ci si trovava davanti alla tenda di Mello e poi si andava alla tenda comune per fare colazione.
La colazione era per me all'italiana e per tutti gli altri del gruppo continentale.
Dopo colazione si partiva per il safari fotografico.
In questo parco abbiamo visto molto animali difficili da avvistare perchè rari o notturni come ad esempio il gatto selvatico e l'otocione, ma l'incontro più sensazionale fu con un leopardo che aveva appena finito di cacciare.
Era il secondo giorno e Bilali ricevette via radio l'annuncio di un avvistamento di leopardo.
Il lento incedere del fuoristrada si trasformo in una corsa sfrenata (per quando possibile un una zona foreste ed altipiani) verso il luogo dell'avvistamento.
Arrivati sul posto, dopo pochissimo minuti, individuammo il leopardo che si muoveva nel sottobosco.
Quando il leopardo si fermò sotto ad un cespuglio, spegnemmo il fuoristrada e rimanemmo in attesa.
Noi non ne eravamo coscienti, ma ci eravamo fermati proprio sopra la su preda: un cucciolo di facocero appena ucciso e probabilmente abbandonato sul posto al nostro arrivo.
Rimanemmo immobili per non so quanti minuti, poi il felino comincio a muoversi verso di noi.
Macchine fotografiche, videocamere e binocolo erano puntati sulla bestia che continuava ad avvicinarsi.
Passo di fianco alla macchina letteralmente appoggiandosi alla portiera del guidatore.
Noi chiudemmo i finestrini rapidamente, ma non potevamo chiudere rapidamente il tettino e così ci limitammo e rientrare nell'abitacolo sperando in bene.
Il leopardo si muoveva molto lentamente.
In un momento di coraggio, decisi di uscire dal tettino per riprendere il suo incedere.
Mi sporsi con tutto il corpo al di fuori della sagoma del fuoristrada ritrovandomi a non più di un metro e mezzo dalla faccia del leopardo.
L'animale vendomi si fermò per qualche istante, probabilmente per calcolare se era il caso di attaccare. Io rimasi immobile con la videocamera puntata sui suoi occhi selvaggi.
Improvvisamente, con un movimento fulmineo, il leopardo afferrò la preda sotto al fuoristrada e si distanzio di un paio di metri da noi prima di girarsi indietro e controllare eventuali nostre reazioni.
Dopo aver verificato la nostra inoffensività, si nascose rapido nel sottobosto.
Fu un'emozione grandissima: eccitazione mista a paura mista ad ammirazione.
Innanzitutto il lepardo è uno degli animali più affascinanti che avessi mai visto. Quegli occhi selvaggi, attenti come quelli di pistoleri dei film western, profondi come il profondo.
Ogni fattezza del corpo e del muso sembravano creati per dare l'impressione di un combattente pericoloso e selvaggio.
Trovarsi a pochi centimetri da uno dei pochi animali che uccidono per sfizio e non solo per necessità (siamo in pochi: anaconda, leopardo, uomo e pochi altri) senza protezioni e senza filtri... è stata un'emozione grande... e mi sono anche discretamente cagato addosso dalla paura.
La scena del cacciatore stanco con la propria preda è una delle più emozionanti fra quelle osservabili in Tanzania, in questo coso è stata rovinata dal fatto che noi avevamo disturbato con la nostra presenza la naturale essenza del momento, ma è stata lo stesso emozionantissima.
Rimanemmo ancora molto tempo fermi a scrutare i cespugli... fino a che il lepardo decise di andarsene seminandoci rapidamente.
Oltre a questi animali più difficili da vedere, collezionammo in quei giorni un numero incredibile di avvistamenti.
Interi gruppi di elefanti, bufali, zebre, giraffe ed altri erbivori.
Affreschi spettacolari creati da bellissimi esemplari immersi in paesaggi incredibili.
Un'altra scena che mi colpì molto fu assistere alla reazione degli animali all'arrivo in zona di un predatore.
Bilali fu avvisato di un avvistamento di ghepardo vicino a dove eravamo. Arrivammo sul posto in pochi minuti.
Eravamo passati di li non più di 5 minuti prima e l'amosfera era competamente cambiata.
L'aria era carica di tensione: le scimmie dai rami degli alberi urlavano come pazze, gli erbivori erano spariti dalla zona ed si potevan vedere in lontananza immobili con lo sguardo fisso verso il punto da cui provenivano le urla scimmiesce.
Qualche minuto d'attesa ed è apparso un ghepardo femmina.
Mi sono chiesto come riuscivano a cacciare i predatori se era presente ovunque un "sistema anti-predatore" funzionale come quello che stavo vedendo.
Non ho avuto risposta alla mia domanda perchè il ghepardo, disturbato dalla nostra presenza, si limitò a passare davanti al nostro fuoristrada ed a sparire nella sterpaglia.
Bellissime immagini scolpite nel mio cuore sono quelle dominate dagli enormi ed omnipresenti baobab... alberi che sembrano emanare un'aura di pacata saggezza... come se fossero i messaggeri delle leggi universali della natura. Molto avrei da scrivere sui baobab... forse un giorno gli dedicherò un'apposito post.
Al contrario che al parco del Selous, siamo sempre tornati al campo per il pranzo. Dopo molti giorni passati sempre sul fuoristrada con pranzo al sacco, abbiamo sentito il bisogno di pranzare seduti tranquilli ad un tavolo con annesso riposo post-prandiale.
A pranzo non tutti i viaggiatori erano presenti, mentre per la cena c'erano tutti.
Alle 19.00, sotto scorta dei guerrieri masai, raggiungevamo lo spiazzo del falo e ci si sedeva intorno al fuoco per gustare l'ormai classico gin-tonic.
L'aperitivo serale era sempre una cosa speciale. Ci si sedeva stanchi attorno al fuoco, unica fonte di luce nel mezzo della natura, si gustava il gin-tonic e si chiacchierava sotto voce.
Sullo sfondo delle conversazioni i rumori, i colori ed i profumi dell'Africa. Si arrivava a cena stanchi per la giornata e contemporaneamente eccitati dalle cose viste.
Si stava bene, davvero bene... ed in armonia... senza bisogno di fare nulla... semplicemente gustando un gin-tonic, fissando il fuoco e chiacchierando un po'... il buoio ad avvolgerci come una coperta ed i suoni notturni a cullarci.
Quelli erano i momenti in cui massimamente riflettevo sulla mia teoria di vita: "Siamo troppi"... facciamo guerre, cose atroci, inquiniamo, siamo infelici perchè non ci realizziamo... perchè?
Semplicemente perchè siamo troppi... non c'è più spazio, non ci sono più risorse per tutti... siamo costretti a lottare per ogni cosa: per il cibo, per un metro quadro si spazio in più... siamo troppi.
Li, nel mezzo del nulla, 20 persone nel raggio di 400 Km... mi sentivo così sereno e rilassato... senza la presenza costante di esseri umani ovunque... con spazi immensi a disposizione.
Diventava piacevole il ritrovarsi con altre persone attorno al falò.
Nel giro di un'ora al massimo ci si spostava tutti sotto al tendone per la cena.
L'atmosfera si faceva più fracassona... per modo di dire... nulla di nemmeno lontanamente paragonabile al normale chiasso di una media cena in famiglia all'italiana... semplicemente il tono di voce si alzava un po' ed i toni di voce erano più vivaci.
L'aperitivo era più contemplativo, mentre la cena diventava il momento in cui ci si scambiavano informazioni sulle cose viste, i viaggi fatti, i luoghi di provenienza.
In particolare io parlai il più possibile con il gestore del lodge in quanto uno dei miei sogni più grandi è aprire un lodge in Namibia ed ho fatto parecchie domande per capire da dove iniziare e capire anche com'è davvero vivere tutto l'anno in un lodge.
Dopo cena la maggiorparte delle persone tornava alle tende e gli altri tornavano intorno ai falò.
L'ultima sera di permanenza a cena ci lamenteammo di non essere riusciti a vedere le iene (che tutte le notti visitavano il campo, ma non erano mai passate nei pressi nelle nostre tre tende); sentendo il nostro discorso, il proprietario ci propose un piccolo giro notturno per cercare di vederle.
La proposta giunse sottovoce poichè era dedicata solo al nostro gruppo.
Fu così che in silenzio aspettammo vicino al falò che tutti fossero andati a dormire e poi seguimmo in silenzio il gestore.
Ci inoltrammo in piena notte, protetti solo da due guerrieri masai, fra gli alberi.
Solo una piccola torcia ci faceva da guida.
Si camminava lentamente e cercando di fare meno rumore possibile.
Il buoi incombeva su di noi, i rumori erano più forti e più vicini.
Ero molto eccitato, mi sentivo un vero esploratore... era come entrare in un film di avventura in stile anni '80 tipo "Indiana Jhones" od "Alla circerca della pietra verde".
Fu un giro davvero emozionante, anche se delle iene nemmeno l'ombra.
Visitarono il campo a notte fonda... alcuni sentirono i loro richiami... io manco quello.
I giorni passarono rapidi, felici e sereni al Ruaha.
Un'esperienza indimenticabile che mi ha reso, anche questa volta, più ricco.
Ci tengo a tessere, ancora una volta, le lodi alla gestione del "Mdonya Old River Camp": gentilezza, organizzazione, disponibilità... sensazione di essere costantemente i ben venuti.
Massimo rispetto per la natura nella gestione del campo e capacità di fare apprezzare il rigore di un campo tendato anche ai più schizzinosi.
I giorni erano passati rapidi ed era venuto il momento di tornare a Dal Es Salaam.
Durante i tre giorni passati in questo parco il programma è stato pressochè sempre lo stesso:
1) Colazione
2) Safari fotografico
3) Pranzo
4) Safari fotografico
5) Cena
6) Dopocena
7) Riposo notturno
Può sembrare un programma monotono se non fosse che ogni giorno è diverso in Africa pur restando tutto uguale.
Ogni cielo mattutino è nuovo come ogni cielo stellato, ogni panorama è nuovo, ogni animale è diverso dal precedente, ogni paesaggio lascia senza fiato.
Al mattino ci si svegliava rilassati e riposati... non c'erano orari precisi da seguire, non sentivamo lo "stress dell'orologio", non eravamo schiavi di Chronos... eppure i cicli della natura ci portavano ad essere molto regolari nei nostri orari... la regolarità senza lo stress.
Al mattino ci si svegliara rilassati e riposati... dall'esterno della tenda si sentivano migliaia di uccelli cantare e la luce filtrava nella tenda.
Al mattino ci si svegliara rilassati e riposati... amavo aprire la zip della tenda ed essere innondato di sole, profumi, rumori... innondato di vita d'Africa.
Al mattino ci si svegliara rilassati e riposati... uscivo all'esterno e lasciavo che il sole mi scaldasse il viso tenendo gli occhi chiusi ed assaporando ogni cosa percepibile dei miei sensi.
Dopo esserci lavati e vestiti, ci si trovava davanti alla tenda di Mello e poi si andava alla tenda comune per fare colazione.
La colazione era per me all'italiana e per tutti gli altri del gruppo continentale.
Dopo colazione si partiva per il safari fotografico.
In questo parco abbiamo visto molto animali difficili da avvistare perchè rari o notturni come ad esempio il gatto selvatico e l'otocione, ma l'incontro più sensazionale fu con un leopardo che aveva appena finito di cacciare.
Il lento incedere del fuoristrada si trasformo in una corsa sfrenata (per quando possibile un una zona foreste ed altipiani) verso il luogo dell'avvistamento.
Arrivati sul posto, dopo pochissimo minuti, individuammo il leopardo che si muoveva nel sottobosco.
Quando il leopardo si fermò sotto ad un cespuglio, spegnemmo il fuoristrada e rimanemmo in attesa.
Noi non ne eravamo coscienti, ma ci eravamo fermati proprio sopra la su preda: un cucciolo di facocero appena ucciso e probabilmente abbandonato sul posto al nostro arrivo.
Rimanemmo immobili per non so quanti minuti, poi il felino comincio a muoversi verso di noi.
Macchine fotografiche, videocamere e binocolo erano puntati sulla bestia che continuava ad avvicinarsi.
Passo di fianco alla macchina letteralmente appoggiandosi alla portiera del guidatore.
Noi chiudemmo i finestrini rapidamente, ma non potevamo chiudere rapidamente il tettino e così ci limitammo e rientrare nell'abitacolo sperando in bene.
Il leopardo si muoveva molto lentamente.
In un momento di coraggio, decisi di uscire dal tettino per riprendere il suo incedere.
Mi sporsi con tutto il corpo al di fuori della sagoma del fuoristrada ritrovandomi a non più di un metro e mezzo dalla faccia del leopardo.
L'animale vendomi si fermò per qualche istante, probabilmente per calcolare se era il caso di attaccare. Io rimasi immobile con la videocamera puntata sui suoi occhi selvaggi.
Improvvisamente, con un movimento fulmineo, il leopardo afferrò la preda sotto al fuoristrada e si distanzio di un paio di metri da noi prima di girarsi indietro e controllare eventuali nostre reazioni.
Dopo aver verificato la nostra inoffensività, si nascose rapido nel sottobosto.
Fu un'emozione grandissima: eccitazione mista a paura mista ad ammirazione.
Innanzitutto il lepardo è uno degli animali più affascinanti che avessi mai visto. Quegli occhi selvaggi, attenti come quelli di pistoleri dei film western, profondi come il profondo.
Ogni fattezza del corpo e del muso sembravano creati per dare l'impressione di un combattente pericoloso e selvaggio.
Trovarsi a pochi centimetri da uno dei pochi animali che uccidono per sfizio e non solo per necessità (siamo in pochi: anaconda, leopardo, uomo e pochi altri) senza protezioni e senza filtri... è stata un'emozione grande... e mi sono anche discretamente cagato addosso dalla paura.
La scena del cacciatore stanco con la propria preda è una delle più emozionanti fra quelle osservabili in Tanzania, in questo coso è stata rovinata dal fatto che noi avevamo disturbato con la nostra presenza la naturale essenza del momento, ma è stata lo stesso emozionantissima.
Rimanemmo ancora molto tempo fermi a scrutare i cespugli... fino a che il lepardo decise di andarsene seminandoci rapidamente.
Oltre a questi animali più difficili da vedere, collezionammo in quei giorni un numero incredibile di avvistamenti.
Interi gruppi di elefanti, bufali, zebre, giraffe ed altri erbivori.
Affreschi spettacolari creati da bellissimi esemplari immersi in paesaggi incredibili.
Un'altra scena che mi colpì molto fu assistere alla reazione degli animali all'arrivo in zona di un predatore.
Bilali fu avvisato di un avvistamento di ghepardo vicino a dove eravamo. Arrivammo sul posto in pochi minuti.
Eravamo passati di li non più di 5 minuti prima e l'amosfera era competamente cambiata.
L'aria era carica di tensione: le scimmie dai rami degli alberi urlavano come pazze, gli erbivori erano spariti dalla zona ed si potevan vedere in lontananza immobili con lo sguardo fisso verso il punto da cui provenivano le urla scimmiesce.
Qualche minuto d'attesa ed è apparso un ghepardo femmina.
Mi sono chiesto come riuscivano a cacciare i predatori se era presente ovunque un "sistema anti-predatore" funzionale come quello che stavo vedendo.
Non ho avuto risposta alla mia domanda perchè il ghepardo, disturbato dalla nostra presenza, si limitò a passare davanti al nostro fuoristrada ed a sparire nella sterpaglia.
Bellissime immagini scolpite nel mio cuore sono quelle dominate dagli enormi ed omnipresenti baobab... alberi che sembrano emanare un'aura di pacata saggezza... come se fossero i messaggeri delle leggi universali della natura. Molto avrei da scrivere sui baobab... forse un giorno gli dedicherò un'apposito post.
Al contrario che al parco del Selous, siamo sempre tornati al campo per il pranzo. Dopo molti giorni passati sempre sul fuoristrada con pranzo al sacco, abbiamo sentito il bisogno di pranzare seduti tranquilli ad un tavolo con annesso riposo post-prandiale.
A pranzo non tutti i viaggiatori erano presenti, mentre per la cena c'erano tutti.
Alle 19.00, sotto scorta dei guerrieri masai, raggiungevamo lo spiazzo del falo e ci si sedeva intorno al fuoco per gustare l'ormai classico gin-tonic.
L'aperitivo serale era sempre una cosa speciale. Ci si sedeva stanchi attorno al fuoco, unica fonte di luce nel mezzo della natura, si gustava il gin-tonic e si chiacchierava sotto voce.
Sullo sfondo delle conversazioni i rumori, i colori ed i profumi dell'Africa. Si arrivava a cena stanchi per la giornata e contemporaneamente eccitati dalle cose viste.
Si stava bene, davvero bene... ed in armonia... senza bisogno di fare nulla... semplicemente gustando un gin-tonic, fissando il fuoco e chiacchierando un po'... il buoio ad avvolgerci come una coperta ed i suoni notturni a cullarci.
Quelli erano i momenti in cui massimamente riflettevo sulla mia teoria di vita: "Siamo troppi"... facciamo guerre, cose atroci, inquiniamo, siamo infelici perchè non ci realizziamo... perchè?
Semplicemente perchè siamo troppi... non c'è più spazio, non ci sono più risorse per tutti... siamo costretti a lottare per ogni cosa: per il cibo, per un metro quadro si spazio in più... siamo troppi.
Li, nel mezzo del nulla, 20 persone nel raggio di 400 Km... mi sentivo così sereno e rilassato... senza la presenza costante di esseri umani ovunque... con spazi immensi a disposizione.
Diventava piacevole il ritrovarsi con altre persone attorno al falò.
Nel giro di un'ora al massimo ci si spostava tutti sotto al tendone per la cena.
L'atmosfera si faceva più fracassona... per modo di dire... nulla di nemmeno lontanamente paragonabile al normale chiasso di una media cena in famiglia all'italiana... semplicemente il tono di voce si alzava un po' ed i toni di voce erano più vivaci.
L'aperitivo era più contemplativo, mentre la cena diventava il momento in cui ci si scambiavano informazioni sulle cose viste, i viaggi fatti, i luoghi di provenienza.
In particolare io parlai il più possibile con il gestore del lodge in quanto uno dei miei sogni più grandi è aprire un lodge in Namibia ed ho fatto parecchie domande per capire da dove iniziare e capire anche com'è davvero vivere tutto l'anno in un lodge.
Dopo cena la maggiorparte delle persone tornava alle tende e gli altri tornavano intorno ai falò.
L'ultima sera di permanenza a cena ci lamenteammo di non essere riusciti a vedere le iene (che tutte le notti visitavano il campo, ma non erano mai passate nei pressi nelle nostre tre tende); sentendo il nostro discorso, il proprietario ci propose un piccolo giro notturno per cercare di vederle.
La proposta giunse sottovoce poichè era dedicata solo al nostro gruppo.
Fu così che in silenzio aspettammo vicino al falò che tutti fossero andati a dormire e poi seguimmo in silenzio il gestore.
Ci inoltrammo in piena notte, protetti solo da due guerrieri masai, fra gli alberi.
Solo una piccola torcia ci faceva da guida.
Si camminava lentamente e cercando di fare meno rumore possibile.
Il buoi incombeva su di noi, i rumori erano più forti e più vicini.
Ero molto eccitato, mi sentivo un vero esploratore... era come entrare in un film di avventura in stile anni '80 tipo "Indiana Jhones" od "Alla circerca della pietra verde".
Fu un giro davvero emozionante, anche se delle iene nemmeno l'ombra.
Visitarono il campo a notte fonda... alcuni sentirono i loro richiami... io manco quello.
I giorni passarono rapidi, felici e sereni al Ruaha.
Un'esperienza indimenticabile che mi ha reso, anche questa volta, più ricco.
Ci tengo a tessere, ancora una volta, le lodi alla gestione del "Mdonya Old River Camp": gentilezza, organizzazione, disponibilità... sensazione di essere costantemente i ben venuti.
Massimo rispetto per la natura nella gestione del campo e capacità di fare apprezzare il rigore di un campo tendato anche ai più schizzinosi.
I giorni erano passati rapidi ed era venuto il momento di tornare a Dal Es Salaam.
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venerdì 5 aprile 2013
The enlarged gudu's Tanzanian experience - Parte 4
In questa quarta parte vado a descrivere il trasferimento veros il Ruaha National Park.
Siamo partiti di buon'ora dal "Lake Manze Tented Camp" ed abbiamo attraversato quasi in diagonale la parte Nord del "Selous Game Reserve" incontrando, come sempre, moltissimi animali e stupendi paesaggi.
Dopo un paio d'ore ci siamo ritrovati sulla strada che attraversa le montagne in direzione del Mikumi National Park.
E' stato il trasferimento più bello di tutto il viaggio.
Una strada sterrata strettissima ci ha portati nel mezzo delle montagne e delle foreste tanzaniane... un paesaggio nettamente diverso da quello visto fino ad ora.
La natura in questa zona si impone con alberi di ogni tipo ed un senso di "selvaggio" perfino più marcato di quello percepibile nella savana del Selous.
Eravamo quasi sempre all'ombra degli alberi che incombevano ai lati della strada creando innumerevoli "ponti di rami" fra i due lati.
I pochi raggi di sole passavano attraverso le foglie creando giochi di luci ed ombre bellissimi che andavano ad esaltare ogni colore.
La mia sensazione era quella di essere "al centro di tutto" e protetto.
Una sensazione nuova, bellissima e totalmente diversa dalla meditativa sensazione di essere "ai limiti di tutto" provata nel deserto del Namib.
Era come sentire la terra "respirare" ed essere "al centro" di questo respiro... un'atmosfera di placida vita presente tutto intorno, come se l'energia vitale di tutto quegli alberi permeasse tutto.
Durante il tragitto abbiamo incontrato qualche villaggio; piccoli centro abitati di non più di 30 capanne stipati fra gli alberi nelle vicinanze di fiumi e torrenti.
Col passare delle ore siamo arrivati ai piedi delle montagne ed abbiamo cominciato a salire.
La foresta continuava ad osservarci mentre diventavano più numerosi i piccoli villaggi e la presenza umana.
Arrivati sulla cima della montagna, ci siamo fermati ed abbiamo osservato il panorama: uno spettacolo.
Ovunque mi girassi c'erano alberi che si inerpicavano sulle montagne, verde ovunque... non si vedeva una fine a quelle montagne verdi.
Percepivo un'emanazione di "vita" (posso solo descriverla così) fortissima.
Sono momenti, visioni, sensazioni che penso sia impossibile da descrivere bene... bisogna viverle.
Me ne sono stato immobile a fissare, fotografare, riprendere, percepire tutto quell'"esistere" fino a che un caminociono straripante di persone non ci è passato a fianco.
Queste cose le avevo viste solo nei film fino ad ora: ci saranno state non meno di 50 persone sul cassone del piccolo camion, tutte ammassate ed alcune addittura aggrappate al mezzo.
Ho provato a fare una ripresa del singolare mezzo con la videocamera, ma gli innumerevoli insulti in lingua locale mi hanno fatto desistere.
Dopo il passaggio del camion siamo risaliti sul fuoristrada ed abbiamo cominciato la discesa.
Di nuovo immersi nella foresta.
Dopo un po' di ore ed una fermata per il pranzo (con i mitici ananas comprati per strada), siamo arrivati alla grande (si fa per dire... due corsie) strada asfaltata che collega la Tanzania allo Zambia e prosegue nell'Angola fino all'oceano.
In poco tempo siamo arrivati al Mikumi National Park ed abbiamo approfittato delle ultime ore pomeridiane per fare un game drive nel parco.
Il parco è molto piccolo rispetto agli altri, anche se è ricco di animali.
La stanchezza non ci ha permesso di godere appieno del parco, anche se abbiamo visto parecchi animali.
La sera siamo arrivati al lodge che era a pochi chilometri dal parco, in mezzo alle montagne.
Questa volta le tende erano molto più grosse e posizionate su palafitte, probabilmente a causa della totale assenza di punti pianeggianti in cui posizionarle.
Dalla nostra tenda si il panorama era buono, si vedeva la foresta dipanarsi sotto di noi, fino ad arrivare alla strada.
Dopo una doccia ed un riposino siamo andati nella sala principale che questa volta non era una tenda, ma una costruzione in legno molto caratteristica ed ovviamente composta solo da pavimento e tetto.
Nel mezzo della sala da pranzo ardeva un bel fuocherello con attorno un po' di sedie. La nostra compagnia si è subito accomodata per il sacrosanto ed irrinunciabile aperitivo africano a base di gin tonic.
Dopo l'aperitivo ci siamo seduti al tavolo in compagnia di piccole scimmiette simili ai lemuri che la direttrice del campo (la temibile e scortese tedescona battezzata da noi "Bruttilde") ci ha detto chiamarsi "Bush baby".
Dopo la cena siamo tornati alle tende scortati dall'immancabile guerriero Masai.
La mattina successiva, dopo una immensa colazione nella quale la Virgi ed il Nuci hanno battuto alcuni record mondiali in quanto a quantità di cibo ingurgitato, siamo risaliti sul fuoristrada in direzione del "Ruaha National Park".
Dopo pochi chilometri ci siamo fermati per visitare un rettilario in quanto io avevo palesato il mio desiderio di prendere in mano i serpenti... e così è stato.
Abbiamo preso in mano prima un serpentello innocui che faceva quasi pena e poi un pitone.
Per evitare di venire stritolati dal pitone è sufficiente fare pressione sotto il collo dell'animale e lui perde ogni forza.
Mi venne però una curiosità "Ma quanto può fare forza un pitone?".
Il serpente era arrotolato sul mio braccio ed io mi sono detto "Ma si, mollo per qualche secondo la presa"... così feci.
Una pressa, posso solo descriverlo così. Nel mezzo secondo in cui ho mollato la presa ho sentito il braccio stritolato.
Fortunatamente non mi sono impanicato ed ho subito ripreso a stringere il collo del pitone.
La sensazione è quella che si ha quando si va a fare il test della pressione e la gomma attorno al braccio si gonfia... solo che la forza è moooolto più grande ed il tempo in cui essa viene applicata è praticamente istantaneo.
Risultato: braccio gonfio e tumefatto per tre giorni.
Dopo la visita al rettilario siamo tornati sulla strada.
Intorno a mezzogiorno siamo arrivati ad Iringa, città importante per metà posta su di un tratto di pianoro e per metà inerpicata per le montagne.
C'erano ovunque bancarelle e chioschi e c'erano persone ovunque... su vecchie auto scassare, su motociclette cinesi, su biciclette, carretti, muli ed a piedi.
Tutte si muovevano come a caso... non sembrava avessero una vera e propria meta se non l'andare in giro.
Dopo una breve sosta, abbiamo abbandonato città ed asfalto e siamo tornati sulle strade sterrate in cerca di un posto tranquillo per la pausa pranzo.
Nel post prandiale siamo entrati in una zona dai panorami nuovi.
Sembrava a tratti di essere in un'anime di Miazaki ed a tratti in un film degli anni 70 di Bud Spencer & Terence Hill
La strada era abbastanza larga ed ai lati c'erano piccoli campi, missioni, chiese, scuole, chioschi.
Si vedeva la gente lavorare nei campi o vicino alle proprie capanne, ai lati delle strade passava gente in bicicletta od in moto.
La presenza degli alberi era molto meno incombente anche se presente ai lati della strada, vicino alle capanni e tutto intorno ai campi.
Intorno alle tre del pomeriggio siamo arrivati al Ruaha National Park.
La stanchezza per il viaggio non mi ha permesso di godere molto dei paesaggi ed atmosfere da sogno di questo parco, ma fin da subito ho notato l'ennesimo cambiamento di paessaggio e l'incredibile e surreale atmosfera che regnava all'interno.
Fin dai primi momenti, abbiamo incrociato moltissimo animali: giraffe, zebre (che prima d'ora avevamo visto poco), gnu, bisonti, molte scimmie, piccoli carnivori e moltissimo uccelli.
Avvicinandoci al campo tendato ho notato ai lati delle strade molte bandiere a strisce blu e nere (uguali a quella dell'inter) e subito ho chiesto a Bilali cosa significassero; la sua risposta è stata "Non significano nulla, sono trappole per la mosca tze tze... viene attirata dai colori e si posa sulla stoffa imbevuta di veleno.".. e fu così che scoprii che oltre a leoni, leopardi, ghepardi, pitoni, coccodrilli, ippopotami ed altri mille animali potenzialmente letali... c'erano pure le mosche tze tze.
In poco meno di un'ora siamo arrivati al "Mdonya Old River Camp".
Questo campo tendato era gestito da un'Italiano emigrato e la sua moglie, tutti e due gentilissimi e molto disponibili.
Sicuramente il campo tendato che tutti noi abbiamo preferito, posizionato in un piccolo pianoro circondato dalla boscaglia aveva le tende posizionate in modo ottimale per vedere le attività notturne degli animali ed abbastanza lontane fra di loro da dare un senso di "sperduto in mezzo alla natura".
La zona comune era composta da una tettoia fatta con materiale locale sotto la quale c'erano divani e poltrone sui quali rilassarsi e prendere il the, una "zona falò" dove la sera si perpetrava la tradizione dell'aperitivo ed un'altra zona coperta nella quala si mangiava.
Con zona coperta si indende che si ha un tetto sopra alla testa, ma mai pareti, ne pavimento... il contatto con la natura è totale e costante.
Le tende erano come quelle del "Lake Manze tented camp" con tanto di cesso all'aperto, ma avevano un tocco di classe in più nell'arredamento; soprattutto ho apprezzato a cassapanca in stile coloniale inglese.
Dopo una pausa nella zona comune ci siamo tutti ritirati nelle nostre tende per riposarci e "docciarci" ed alla sera un bel gin tonic di fronte al falò, una cena rapida e poi tutti a letto.
La notte, al contrario della zona del Selous, faceva freddo (per modo di dire, eravamo pur sempre in Tanzania) e c'era parecchia umidità... la mattina ci si svegliava con i vestiti bagnaticci, ma sotto il caldo sole del mattino in pochi minuti tutto era asciutto.
Siamo partiti di buon'ora dal "Lake Manze Tented Camp" ed abbiamo attraversato quasi in diagonale la parte Nord del "Selous Game Reserve" incontrando, come sempre, moltissimi animali e stupendi paesaggi.
Dopo un paio d'ore ci siamo ritrovati sulla strada che attraversa le montagne in direzione del Mikumi National Park.
E' stato il trasferimento più bello di tutto il viaggio.
Una strada sterrata strettissima ci ha portati nel mezzo delle montagne e delle foreste tanzaniane... un paesaggio nettamente diverso da quello visto fino ad ora.
La natura in questa zona si impone con alberi di ogni tipo ed un senso di "selvaggio" perfino più marcato di quello percepibile nella savana del Selous.
Eravamo quasi sempre all'ombra degli alberi che incombevano ai lati della strada creando innumerevoli "ponti di rami" fra i due lati.
I pochi raggi di sole passavano attraverso le foglie creando giochi di luci ed ombre bellissimi che andavano ad esaltare ogni colore.
La mia sensazione era quella di essere "al centro di tutto" e protetto.
Una sensazione nuova, bellissima e totalmente diversa dalla meditativa sensazione di essere "ai limiti di tutto" provata nel deserto del Namib.
Era come sentire la terra "respirare" ed essere "al centro" di questo respiro... un'atmosfera di placida vita presente tutto intorno, come se l'energia vitale di tutto quegli alberi permeasse tutto.
Durante il tragitto abbiamo incontrato qualche villaggio; piccoli centro abitati di non più di 30 capanne stipati fra gli alberi nelle vicinanze di fiumi e torrenti.
Col passare delle ore siamo arrivati ai piedi delle montagne ed abbiamo cominciato a salire.
La foresta continuava ad osservarci mentre diventavano più numerosi i piccoli villaggi e la presenza umana.
Arrivati sulla cima della montagna, ci siamo fermati ed abbiamo osservato il panorama: uno spettacolo.
Ovunque mi girassi c'erano alberi che si inerpicavano sulle montagne, verde ovunque... non si vedeva una fine a quelle montagne verdi.
Percepivo un'emanazione di "vita" (posso solo descriverla così) fortissima.
Sono momenti, visioni, sensazioni che penso sia impossibile da descrivere bene... bisogna viverle.
Me ne sono stato immobile a fissare, fotografare, riprendere, percepire tutto quell'"esistere" fino a che un caminociono straripante di persone non ci è passato a fianco.
Queste cose le avevo viste solo nei film fino ad ora: ci saranno state non meno di 50 persone sul cassone del piccolo camion, tutte ammassate ed alcune addittura aggrappate al mezzo.
Ho provato a fare una ripresa del singolare mezzo con la videocamera, ma gli innumerevoli insulti in lingua locale mi hanno fatto desistere.
Dopo il passaggio del camion siamo risaliti sul fuoristrada ed abbiamo cominciato la discesa.
Di nuovo immersi nella foresta.
Dopo un po' di ore ed una fermata per il pranzo (con i mitici ananas comprati per strada), siamo arrivati alla grande (si fa per dire... due corsie) strada asfaltata che collega la Tanzania allo Zambia e prosegue nell'Angola fino all'oceano.
In poco tempo siamo arrivati al Mikumi National Park ed abbiamo approfittato delle ultime ore pomeridiane per fare un game drive nel parco.
Il parco è molto piccolo rispetto agli altri, anche se è ricco di animali.
La stanchezza non ci ha permesso di godere appieno del parco, anche se abbiamo visto parecchi animali.
La sera siamo arrivati al lodge che era a pochi chilometri dal parco, in mezzo alle montagne.
Questa volta le tende erano molto più grosse e posizionate su palafitte, probabilmente a causa della totale assenza di punti pianeggianti in cui posizionarle.
Dalla nostra tenda si il panorama era buono, si vedeva la foresta dipanarsi sotto di noi, fino ad arrivare alla strada.
Dopo una doccia ed un riposino siamo andati nella sala principale che questa volta non era una tenda, ma una costruzione in legno molto caratteristica ed ovviamente composta solo da pavimento e tetto.
Nel mezzo della sala da pranzo ardeva un bel fuocherello con attorno un po' di sedie. La nostra compagnia si è subito accomodata per il sacrosanto ed irrinunciabile aperitivo africano a base di gin tonic.
Dopo l'aperitivo ci siamo seduti al tavolo in compagnia di piccole scimmiette simili ai lemuri che la direttrice del campo (la temibile e scortese tedescona battezzata da noi "Bruttilde") ci ha detto chiamarsi "Bush baby".
Dopo la cena siamo tornati alle tende scortati dall'immancabile guerriero Masai.
La mattina successiva, dopo una immensa colazione nella quale la Virgi ed il Nuci hanno battuto alcuni record mondiali in quanto a quantità di cibo ingurgitato, siamo risaliti sul fuoristrada in direzione del "Ruaha National Park".
Dopo pochi chilometri ci siamo fermati per visitare un rettilario in quanto io avevo palesato il mio desiderio di prendere in mano i serpenti... e così è stato.
Abbiamo preso in mano prima un serpentello innocui che faceva quasi pena e poi un pitone.
Per evitare di venire stritolati dal pitone è sufficiente fare pressione sotto il collo dell'animale e lui perde ogni forza.
Mi venne però una curiosità "Ma quanto può fare forza un pitone?".
Il serpente era arrotolato sul mio braccio ed io mi sono detto "Ma si, mollo per qualche secondo la presa"... così feci.
Una pressa, posso solo descriverlo così. Nel mezzo secondo in cui ho mollato la presa ho sentito il braccio stritolato.
Fortunatamente non mi sono impanicato ed ho subito ripreso a stringere il collo del pitone.
La sensazione è quella che si ha quando si va a fare il test della pressione e la gomma attorno al braccio si gonfia... solo che la forza è moooolto più grande ed il tempo in cui essa viene applicata è praticamente istantaneo.
Risultato: braccio gonfio e tumefatto per tre giorni.
Intorno a mezzogiorno siamo arrivati ad Iringa, città importante per metà posta su di un tratto di pianoro e per metà inerpicata per le montagne.
C'erano ovunque bancarelle e chioschi e c'erano persone ovunque... su vecchie auto scassare, su motociclette cinesi, su biciclette, carretti, muli ed a piedi.
Tutte si muovevano come a caso... non sembrava avessero una vera e propria meta se non l'andare in giro.
Dopo una breve sosta, abbiamo abbandonato città ed asfalto e siamo tornati sulle strade sterrate in cerca di un posto tranquillo per la pausa pranzo.
Nel post prandiale siamo entrati in una zona dai panorami nuovi.
Sembrava a tratti di essere in un'anime di Miazaki ed a tratti in un film degli anni 70 di Bud Spencer & Terence Hill
La strada era abbastanza larga ed ai lati c'erano piccoli campi, missioni, chiese, scuole, chioschi.
Si vedeva la gente lavorare nei campi o vicino alle proprie capanne, ai lati delle strade passava gente in bicicletta od in moto.
La presenza degli alberi era molto meno incombente anche se presente ai lati della strada, vicino alle capanni e tutto intorno ai campi.
Intorno alle tre del pomeriggio siamo arrivati al Ruaha National Park.
La stanchezza per il viaggio non mi ha permesso di godere molto dei paesaggi ed atmosfere da sogno di questo parco, ma fin da subito ho notato l'ennesimo cambiamento di paessaggio e l'incredibile e surreale atmosfera che regnava all'interno.
Fin dai primi momenti, abbiamo incrociato moltissimo animali: giraffe, zebre (che prima d'ora avevamo visto poco), gnu, bisonti, molte scimmie, piccoli carnivori e moltissimo uccelli.
Avvicinandoci al campo tendato ho notato ai lati delle strade molte bandiere a strisce blu e nere (uguali a quella dell'inter) e subito ho chiesto a Bilali cosa significassero; la sua risposta è stata "Non significano nulla, sono trappole per la mosca tze tze... viene attirata dai colori e si posa sulla stoffa imbevuta di veleno.".. e fu così che scoprii che oltre a leoni, leopardi, ghepardi, pitoni, coccodrilli, ippopotami ed altri mille animali potenzialmente letali... c'erano pure le mosche tze tze.
In poco meno di un'ora siamo arrivati al "Mdonya Old River Camp".
Questo campo tendato era gestito da un'Italiano emigrato e la sua moglie, tutti e due gentilissimi e molto disponibili.
Sicuramente il campo tendato che tutti noi abbiamo preferito, posizionato in un piccolo pianoro circondato dalla boscaglia aveva le tende posizionate in modo ottimale per vedere le attività notturne degli animali ed abbastanza lontane fra di loro da dare un senso di "sperduto in mezzo alla natura".
La zona comune era composta da una tettoia fatta con materiale locale sotto la quale c'erano divani e poltrone sui quali rilassarsi e prendere il the, una "zona falò" dove la sera si perpetrava la tradizione dell'aperitivo ed un'altra zona coperta nella quala si mangiava.
Con zona coperta si indende che si ha un tetto sopra alla testa, ma mai pareti, ne pavimento... il contatto con la natura è totale e costante.
Le tende erano come quelle del "Lake Manze tented camp" con tanto di cesso all'aperto, ma avevano un tocco di classe in più nell'arredamento; soprattutto ho apprezzato a cassapanca in stile coloniale inglese.
Dopo una pausa nella zona comune ci siamo tutti ritirati nelle nostre tende per riposarci e "docciarci" ed alla sera un bel gin tonic di fronte al falò, una cena rapida e poi tutti a letto.
La notte, al contrario della zona del Selous, faceva freddo (per modo di dire, eravamo pur sempre in Tanzania) e c'era parecchia umidità... la mattina ci si svegliava con i vestiti bagnaticci, ma sotto il caldo sole del mattino in pochi minuti tutto era asciutto.
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lunedì 11 marzo 2013
The enlarged gudu's Tanzanian experience - Parte 3
Se non si è mai stati in Africa, è difficile se non impossibilie immaginarsi le atmosfere e le situazioni che possono venirsi a creare durante i viaggi in questi luoghi.
La mattina del 24 dicembre 2013 ad esempio eravamo seduti comodamente ad un tavolino sorseggianto the Roibos mentre gli elefanti ci passavano a non più di due metri considerandoci alla stragua di qualsiasi altro animale "non pericoloso" e durante il mio "bis di Roibos" uno di loro decideva di entrare nella tenda del cuoco per vedere se c'era qualcosa di interessante.
La sera del 24 dicembre, ritornando alla tende sempre scortati dai guerrieri masai, ci trovavamo a breve distanza fra un ippopotamo e l'acqua (cosa che secondo tradizione significa morte) senza che l'animale in questione ci degnasse di più di uno sguardo annoiato.
Il pomeriggio del 25 dicembre bevevo succo di papaia seduto su di una jeep senza tettino guardando a non più di due metri una famiglia di leoni che faceva la pennichella.
La riserva del Selous, nei tre giorni di sosta ci ha donato grandi emozioni ed indescrivibili scenografie naturali.
Abbiamo visto centinaia di animali, fra cui mi sono rimasti particolarmente impressi la bellissima ed elegantissima "giraffa masai" ed i filosoficamente quieti bufali d'acqua... siamo riusciti ad assistere all'accoppiamento di due leoni... abbiamo osservato gli uccelli pescare facendosi ombra con un'ala per evitare i riflessi del sole nell'acqua... siamo stati testimoni dell'attacco di un coccodrillo ad un bufalo d'acqua (bufalo vittorioso contro le nostre previsioni)... ci siamo stupiti nel vedere decine di coccodrilli riscaldarsi al sole e poi inteneriti vedendo un cucciolo di coccodrillo... abbiamo filosofeggiato sugli uccelli che pulivano i denti degli ippopotami ed ancora abbiamo festeggiato il raro avvistamento di un grosso sauro.
Ogni avvistamento è stato una gioa, un'avventura, una crescita interiore ed una visione di cruda bellezza.
I cieli della Tanzania... l'avrò già scritto mille volte ed altre mille volte lo scriverò... i cieli della Tanzania tolgono il fiato. C'è talmente tanta bellezza in quella natura selvaggia che ci si potrebbe dimenticare di alzare un po' la testa... quando il fortissimo e bellissimo contrasto fra verde e blu sfuma verso l'alto, immense mandrie di soffici e nubi che paion latte che vola a brucare su di un blu così intenso da far male agli occhi... raggi di luce trafiggono opachi veli bianchi creando tele colorate figlie del sogno... voli di ucelli scrivono il canto della libertà vera... lacrime di iridi colpite dal sol bagnano la terra calda per poi evaporare verso quel cielo... quel cielo che con la sua bellezza celebra la creaziona più di qualsiasi dipinto umano.
La sera della vigilia di Natale abbiamo osservato il tramonto sull'acqua bevendo gin tonic e la sera abbiamo cenato rischiarati solo dei fuochi dei falò... la mattina di natale abbiamo fatto colazione comodamente seduti nel bel mezzo della savana... la sera di Natale abbiamo guardato il tramonto su di un'isoletta nel mezzo del fiume fra i richiami di mille uccelli, gli urli degli ippopotami ed i silenzi dei coccodrilli.
In particolare il giro in barca sul placido fiume (fiume o palude a seconda del periodo dell'anno) ha riempito di bellezza i nostri occhi e di nostri cuori. I colori del cielo che si riflettevano e mutavano sull'acqua, la sensazione di tranquillità ulteriormente amplificata, i profumi ed i racconti della fantastica guida che guidava la nostra piccola barca. Ad un certo punto ho messo via il binocolo, la videocamera e la macchina fotografica e mi sono limitato a riempirmi occhi, orecchie e polmoni di tutto quello che avevo intorno.
E' stato il mio primo Natale lontano dall'Italia e da buona parte della mia famiglia. Pensavo che un Natale senza la neve, senza le luci, senza i presepi e senza i pranzi/cene di famiglia sarebbe stato "meno Natale". Devo ammettere che la famiglia mi è mancata, ma l'atmosfera del natale è rimasta magicamente presente; meno ostentata ed epurata delle parti più "coreografiche", ma egualmente forte e densa del significato che ha per me questa festività.
All'alba del quarto giorno abbiamo caricato le nostre cose sul fuoristrada, abbiamo salutato lo staffa del "Lake manze tented camp" e siamo partiti alla volta del parco Mikumi.
Per arrivarci avremmo dovuto inerpicarci su pe rimprobabili strade in mezzo alle verdissime montagne e scendere sull'altro lato per poi raggiungere le prime avvisaglie di giungla equatoriale.
Note tecniche:
- Mi sono bastate 12 ore per abituarmi al bagno all'aperto; la seconda notte uscivo a farmi le mie pisciatine completamente nudo e devo ammettere che, a parte la tavoletta bollente per il sole che ci batte sopra, la "cagata vista cielo" è stranamente stimolante.
- Neanche un ragno dentro alla tenda fortunatamente... strani insetti in stile Indiana Jhones ed il tempio maledetto, ma neanche un ragno.
- Perpetrata la tradizione del Gin Tonic africano prima di cena.
- Perpetrata la tradizione del Roibos in tutte le occasioni possibili.
La mattina del 24 dicembre 2013 ad esempio eravamo seduti comodamente ad un tavolino sorseggianto the Roibos mentre gli elefanti ci passavano a non più di due metri considerandoci alla stragua di qualsiasi altro animale "non pericoloso" e durante il mio "bis di Roibos" uno di loro decideva di entrare nella tenda del cuoco per vedere se c'era qualcosa di interessante.
La sera del 24 dicembre, ritornando alla tende sempre scortati dai guerrieri masai, ci trovavamo a breve distanza fra un ippopotamo e l'acqua (cosa che secondo tradizione significa morte) senza che l'animale in questione ci degnasse di più di uno sguardo annoiato.
Il pomeriggio del 25 dicembre bevevo succo di papaia seduto su di una jeep senza tettino guardando a non più di due metri una famiglia di leoni che faceva la pennichella.
La riserva del Selous, nei tre giorni di sosta ci ha donato grandi emozioni ed indescrivibili scenografie naturali.
Abbiamo visto centinaia di animali, fra cui mi sono rimasti particolarmente impressi la bellissima ed elegantissima "giraffa masai" ed i filosoficamente quieti bufali d'acqua... siamo riusciti ad assistere all'accoppiamento di due leoni... abbiamo osservato gli uccelli pescare facendosi ombra con un'ala per evitare i riflessi del sole nell'acqua... siamo stati testimoni dell'attacco di un coccodrillo ad un bufalo d'acqua (bufalo vittorioso contro le nostre previsioni)... ci siamo stupiti nel vedere decine di coccodrilli riscaldarsi al sole e poi inteneriti vedendo un cucciolo di coccodrillo... abbiamo filosofeggiato sugli uccelli che pulivano i denti degli ippopotami ed ancora abbiamo festeggiato il raro avvistamento di un grosso sauro.
Ogni avvistamento è stato una gioa, un'avventura, una crescita interiore ed una visione di cruda bellezza.
I cieli della Tanzania... l'avrò già scritto mille volte ed altre mille volte lo scriverò... i cieli della Tanzania tolgono il fiato. C'è talmente tanta bellezza in quella natura selvaggia che ci si potrebbe dimenticare di alzare un po' la testa... quando il fortissimo e bellissimo contrasto fra verde e blu sfuma verso l'alto, immense mandrie di soffici e nubi che paion latte che vola a brucare su di un blu così intenso da far male agli occhi... raggi di luce trafiggono opachi veli bianchi creando tele colorate figlie del sogno... voli di ucelli scrivono il canto della libertà vera... lacrime di iridi colpite dal sol bagnano la terra calda per poi evaporare verso quel cielo... quel cielo che con la sua bellezza celebra la creaziona più di qualsiasi dipinto umano.
La sera della vigilia di Natale abbiamo osservato il tramonto sull'acqua bevendo gin tonic e la sera abbiamo cenato rischiarati solo dei fuochi dei falò... la mattina di natale abbiamo fatto colazione comodamente seduti nel bel mezzo della savana... la sera di Natale abbiamo guardato il tramonto su di un'isoletta nel mezzo del fiume fra i richiami di mille uccelli, gli urli degli ippopotami ed i silenzi dei coccodrilli.
In particolare il giro in barca sul placido fiume (fiume o palude a seconda del periodo dell'anno) ha riempito di bellezza i nostri occhi e di nostri cuori. I colori del cielo che si riflettevano e mutavano sull'acqua, la sensazione di tranquillità ulteriormente amplificata, i profumi ed i racconti della fantastica guida che guidava la nostra piccola barca. Ad un certo punto ho messo via il binocolo, la videocamera e la macchina fotografica e mi sono limitato a riempirmi occhi, orecchie e polmoni di tutto quello che avevo intorno.
E' stato il mio primo Natale lontano dall'Italia e da buona parte della mia famiglia. Pensavo che un Natale senza la neve, senza le luci, senza i presepi e senza i pranzi/cene di famiglia sarebbe stato "meno Natale". Devo ammettere che la famiglia mi è mancata, ma l'atmosfera del natale è rimasta magicamente presente; meno ostentata ed epurata delle parti più "coreografiche", ma egualmente forte e densa del significato che ha per me questa festività.
All'alba del quarto giorno abbiamo caricato le nostre cose sul fuoristrada, abbiamo salutato lo staffa del "Lake manze tented camp" e siamo partiti alla volta del parco Mikumi.
Per arrivarci avremmo dovuto inerpicarci su pe rimprobabili strade in mezzo alle verdissime montagne e scendere sull'altro lato per poi raggiungere le prime avvisaglie di giungla equatoriale.
Note tecniche:
- Mi sono bastate 12 ore per abituarmi al bagno all'aperto; la seconda notte uscivo a farmi le mie pisciatine completamente nudo e devo ammettere che, a parte la tavoletta bollente per il sole che ci batte sopra, la "cagata vista cielo" è stranamente stimolante.
- Neanche un ragno dentro alla tenda fortunatamente... strani insetti in stile Indiana Jhones ed il tempio maledetto, ma neanche un ragno.
- Perpetrata la tradizione del Gin Tonic africano prima di cena.
- Perpetrata la tradizione del Roibos in tutte le occasioni possibili.
venerdì 8 febbraio 2013
The enlarged gudu's Tanzanian experience - Parte 2
Ci siamo svegliati a Dar Es Salaam il 23 dicembre 2012, dopo una grossa e profonda dormita coadiuvata dalla stanchezza per il viaggio, affamati ed eccitati.
Dopo una mia immancabile battuta sul fatto che il mondo non era finito il 21 dicembre 2012 e che quindi avremmo potuto goderci l'avventura (battuta già fatta il giorno precedente), ci siamo riuniti agli altri nel corridoio e siamo andati a fare colazione.
Finalmente, dopo il viaggio in Namibia, potevo ri-godermi l'aroma del mitico the rosso africano Rooibos (cercato e mai trovato in Italia, Inghilterra e Repubblica Ceca) mentre gli altri della compagnia perpetravano la loro tradizione della colazione continentale durante i viaggi... a me veniva la nausa solo a guardarli... pancetta, uova, salsiccia appena svegli... burp!
Dopo colazione tutti sul fuoristrada di Bilali in marcia verso il parco del Selous, destinazione "Lake Manze Tented Camp".
Uscendo dalla città abbiamo incontrato poco traffico, le vacanze di Natale erano iniziate anche in Tanzania e gli autoctoni erano tornati ai loro villaggi nelle campagne o stavano semplicemente poltrendo a casa.
Siamo usciti rapidamente dalla città mentre Bilali ci raccontava della sua permanenza in Italia e dopo pochi chilometri eravamo già lontani da quella che noi occidentali chiamiamo "civiltà" (asfalto, smog, rumori, cemento, puzza).
Affrontavamo stradicciole strette e dissestate. Bilali ci dava svariate informazioni fra le quali il fatto che in Tanzania i mussulmani ed i cristiani vanno perfettamente daccordo e si sposano anche fra loro ed addirittura il presidente cambia ogni 5 anni ed è alternativamente mussulmano e cristiano.
Mentre Bilali parlava, io guardavo la vegetazione lussurreggiante tutto attorno a me e cercavo di immergermi nell'atmosfera.
Ogni tanto incontravamo persone a piedi, in bici ed in moto... tutti stracarichi di roba.
Dopo qualche ora incominciammo ad incontrare anche qualche piccolo villaggio: casette simili a boungalow piene zeppe di cose in vendita di ogni tipo, le persone svolgevano le loro attività giornaliere ai bordi della strada al di fuori delle abitazioni, ovunque colori sgargianti e poca curiosità nei nostri confronti a parte i venditori ed i bambini, perennemente eccitati da ogni cosa nuova.
La mia impressione era quella di trovarmi in quei film di Bud Spencer & Terence Hill degli anni '70 girati in Africa. La popolazione che ho visto era molto diversa da quella delle zone desertiche della Namibia: erano molto occidentalizzati, i maschi vestiti con abiti occidentali e le donne vestite in stile Africano, ma lontane dalle usanze propriamente tribali; tantissime motociclette cinesi e tanti telefoni cellulari. Avunque si vendevano bottiglie d'acqua riempite di liquido rosso che io pensavo essere una bevanda ed invece era benzina e frutta fresca.
Ad uno di questi villaggi ci siamo fermati e Bilali ha comprato anas, banane e manghi. A mezzogiorno ci siamo fermati nel cortile di una scuola (tutte dipinte di blu in Tanzania) in quel momento deserta per le vacanze di Natale ed abbiamo pranzato con ali di pollo e la frutta comprata. In questa occasione ho scoperto il vero gusto dell'ananas.
Io ero già un grande fan dell'anans, ma quegli ananas... quegli ananas erano divini: dolci, gustosi, succosi, morbidi nella consistenza. Per tutto il viaggio mi sono ingozzato di Anana; Bilali li tagliava a fette col machete e poi li appoggiava sul cofano della macchina... cosa che mi faceva sentire molto avventuriero. Mi risulta impossibile descriverne il gusto, posso solo dire che quelli che si comprano dal migliore fruttivendolo italiano non sono che una pallida imitazione di quelli che ho gustato durante tutto il viaggio. Ottimi anche i manghi, ma non posso fare un paragone perchè in Italia non lo ho mai mangiati. Le banane non le ho assaggiate perchè non mi piacciono molto, ma i miei compagni erano tutti dell'opinione che il livello era lo stesso dell'ananas... a posteriori mi pento di non averne assaggiata nemmeno una in tutto il viaggio.
Nel tardo pomeriggio siamo arrivati al campo tendato, the Lake Manze tented camp.
Il campo era stato costrutio nel bel mezzo della savana, nel parco del Selous, sulle rive di un lago (loro lo chiamano lago, ma è più simile ad un immenso stagno).
Siamo stati subito accolti con un ottimo succo di mango e, dopo esserci accomodati nella tenda comune (quella dove si mangiava), ci hanno indicato le regole di comportamento.
Dopo le sei di sera era vietato uscire dalla tende; per la cena sarebbe venuto un guerriero masai a scortarci fino alla tenda comune e ci avrebbe scortati anche al ritorno fino alle tende. In caso di emergenza avremmo dovuto usare il fischietto in dotazione ed un guerriero masai sarebbe accorso (e qualcuno lo abbiamo anche sentito nelle dolci notti africane).
Anche di giorno era vietato andare in riva al fiume od allontanarsi dai sentieri sorvegliati per il rischio di essere accoppati da coccodrilli, ippopotami, bufali, elefanti, leopardi, leoni... in pratica qualsiasi cosa che avessimo incontrato avrebbe cercato di farci la pelle, stercolari a parte. A colpirmi però fu il fatto che non c'era corrente elettrica.
Io ero abituato ai campi tendati Namibiani che, ragni a parte, erano delle grandi e lussuose suite con le pareti in tessuto e, da buon coglionazzo occidentale, ebbi un moto di angoscia ad immaginarmi interi giorni senza corrente.
Dopo le spiegazioni fummo accompagnati alle tende ed in quel caso ebbi un notevole moto di angoscia: innanzitutto le tende erano in semplice stile coloniale inglese: piccole e strette e dotate solo di letto e cassapanca... insomma... molto lontane dagli standard namibiani. Entrati nella tenda la domanda sorse spontanea: "Where is the toilet"... la risposta mi creo turbamento: al bagno si accedeva dalla cerniera al lato opposto della tenda. Il bagno era all'esterno: era composto da una tazza, una doccia ed un lavandino circondati da un telo... senza tetto, senza isolamento dall'esterno... in pratica mentre cacavo, una scimmia poteva venire a condividere la tavola con me, un serpente poteva venire a farsi la doccia od un leopardo poteva giocare a "Pesca l'omino" dai rami dell'albero che ombreggiava la nostra tenda.
Quello fu un duro colpo... toglietemi tutto, ma non una cacata in tranquillità e serenità... quando vidi il bagno dissi fra me e me "non cagherò per i prossimi 10 giorni".
Alle 19.00 è venuto a prenderci il guerriero masai e ci ha portato alla tenda comune.
Camminando sul sentiero, guardavo il cielo stellato africano ed aguzzavo l'udito per godermi i rumori notturni della savana.
Da quel giorno ripresi la mia tradizione del gin tonic prima dei pasti... ed attaccai il vizio anche agli altri. Le luci nella tenda comune erano soffuse (candele e lampade ad olio) e l'atmosfera davvero placida, calda, gioviale, accogliente... era come se tutti facessimo attenzione a non fare rumore per poterci meglio integrare nella natura... tutti eravamo consci di essere fra i pochi fortunati a potersi godere un posto come quello. Noi avevamo scelto apposta la Tanzania del Sud, molto diversa dalla turistica Tanzania del Nord... questa parte di Tanzania era molto più selvaggia e poco turistica, in un'area grande come il piemonte erano ammessi non più di 70 turisti e tutto era gestito in modo da lasciare spazio solo ai viaggiatori amanti della natura vera e selvaggia.
A quanto pare non tutti quelli che finiscono in questa zona ne sono a conoscenza perchè incontrammo parecchie persone che non sapevano a cosa andavano in contro, come quelli che si barricarono in tenda... ma di questo parlerò più avanti.
Ci accomodammo tutti insieme ad un lungo tavolo di fronte alla tenda comune... un lungo e rozzo tavolo circondato da quattro falò posto ai quattro lati. Fui stupito dall'apprendere che non si sarebbe mangiata selvaggina; in Namibia avevo mangiato kudu, orici, zebre, antilopi, dik-dik e qualsiasi erbivoro solcasse il terreno namibiano mentre in Tanzania ci servivano del pollo. L'atmosfera era piacevomente soffusa e si potevano godere tutti i rumori della savana, accompagnati dal crepitio dei fuochi. I guerrieri masai, come guardie invisibili, stavano fermi immobili dove iniziava l'oscurità ed apparivano improvvisamente se qualcuno provava ad allontanarsi, come ad esempio quanto pensai bene di fare quei 10 metri in solitudine per andare in bagno.
Dopo cena tornammo in tenda (sempre scortati dai guerrieri masai).
Ci addormentammo subito cullati dai barriti degli ippopotami a non più di cento metri dalla tenda.
Nel mezzo della notte fummo svegliati da un elefante che camminava pigramente vicino alla nostra tenda abbattendo le piante più piccole con quella flemma che solo gli elefanti hanno.
Che bello essere in mezzo a tutto questo "vivere"; sono emozioni forti che risvegliano delle cose dentro gli animi e portano ad una crescita interiore notevole... od almeno questo è stato l'effetto su di me... ogni volta che faccio un viaggio, divento più ricco... di quella ricchezza che nessuno può portarti via... la ricchezza interiore.
Ero in una tenda nel mezzo della savana... goduriosa sensazione di avventura e vita.
Dopo una mia immancabile battuta sul fatto che il mondo non era finito il 21 dicembre 2012 e che quindi avremmo potuto goderci l'avventura (battuta già fatta il giorno precedente), ci siamo riuniti agli altri nel corridoio e siamo andati a fare colazione.
Finalmente, dopo il viaggio in Namibia, potevo ri-godermi l'aroma del mitico the rosso africano Rooibos (cercato e mai trovato in Italia, Inghilterra e Repubblica Ceca) mentre gli altri della compagnia perpetravano la loro tradizione della colazione continentale durante i viaggi... a me veniva la nausa solo a guardarli... pancetta, uova, salsiccia appena svegli... burp!
Dopo colazione tutti sul fuoristrada di Bilali in marcia verso il parco del Selous, destinazione "Lake Manze Tented Camp".
Uscendo dalla città abbiamo incontrato poco traffico, le vacanze di Natale erano iniziate anche in Tanzania e gli autoctoni erano tornati ai loro villaggi nelle campagne o stavano semplicemente poltrendo a casa.
Siamo usciti rapidamente dalla città mentre Bilali ci raccontava della sua permanenza in Italia e dopo pochi chilometri eravamo già lontani da quella che noi occidentali chiamiamo "civiltà" (asfalto, smog, rumori, cemento, puzza).
Affrontavamo stradicciole strette e dissestate. Bilali ci dava svariate informazioni fra le quali il fatto che in Tanzania i mussulmani ed i cristiani vanno perfettamente daccordo e si sposano anche fra loro ed addirittura il presidente cambia ogni 5 anni ed è alternativamente mussulmano e cristiano.
Mentre Bilali parlava, io guardavo la vegetazione lussurreggiante tutto attorno a me e cercavo di immergermi nell'atmosfera.
Ogni tanto incontravamo persone a piedi, in bici ed in moto... tutti stracarichi di roba.
Dopo qualche ora incominciammo ad incontrare anche qualche piccolo villaggio: casette simili a boungalow piene zeppe di cose in vendita di ogni tipo, le persone svolgevano le loro attività giornaliere ai bordi della strada al di fuori delle abitazioni, ovunque colori sgargianti e poca curiosità nei nostri confronti a parte i venditori ed i bambini, perennemente eccitati da ogni cosa nuova.
La mia impressione era quella di trovarmi in quei film di Bud Spencer & Terence Hill degli anni '70 girati in Africa. La popolazione che ho visto era molto diversa da quella delle zone desertiche della Namibia: erano molto occidentalizzati, i maschi vestiti con abiti occidentali e le donne vestite in stile Africano, ma lontane dalle usanze propriamente tribali; tantissime motociclette cinesi e tanti telefoni cellulari. Avunque si vendevano bottiglie d'acqua riempite di liquido rosso che io pensavo essere una bevanda ed invece era benzina e frutta fresca.
Ad uno di questi villaggi ci siamo fermati e Bilali ha comprato anas, banane e manghi. A mezzogiorno ci siamo fermati nel cortile di una scuola (tutte dipinte di blu in Tanzania) in quel momento deserta per le vacanze di Natale ed abbiamo pranzato con ali di pollo e la frutta comprata. In questa occasione ho scoperto il vero gusto dell'ananas.
Io ero già un grande fan dell'anans, ma quegli ananas... quegli ananas erano divini: dolci, gustosi, succosi, morbidi nella consistenza. Per tutto il viaggio mi sono ingozzato di Anana; Bilali li tagliava a fette col machete e poi li appoggiava sul cofano della macchina... cosa che mi faceva sentire molto avventuriero. Mi risulta impossibile descriverne il gusto, posso solo dire che quelli che si comprano dal migliore fruttivendolo italiano non sono che una pallida imitazione di quelli che ho gustato durante tutto il viaggio. Ottimi anche i manghi, ma non posso fare un paragone perchè in Italia non lo ho mai mangiati. Le banane non le ho assaggiate perchè non mi piacciono molto, ma i miei compagni erano tutti dell'opinione che il livello era lo stesso dell'ananas... a posteriori mi pento di non averne assaggiata nemmeno una in tutto il viaggio.
Nel tardo pomeriggio siamo arrivati al campo tendato, the Lake Manze tented camp.
Il campo era stato costrutio nel bel mezzo della savana, nel parco del Selous, sulle rive di un lago (loro lo chiamano lago, ma è più simile ad un immenso stagno).
Siamo stati subito accolti con un ottimo succo di mango e, dopo esserci accomodati nella tenda comune (quella dove si mangiava), ci hanno indicato le regole di comportamento.
Dopo le sei di sera era vietato uscire dalla tende; per la cena sarebbe venuto un guerriero masai a scortarci fino alla tenda comune e ci avrebbe scortati anche al ritorno fino alle tende. In caso di emergenza avremmo dovuto usare il fischietto in dotazione ed un guerriero masai sarebbe accorso (e qualcuno lo abbiamo anche sentito nelle dolci notti africane).
Anche di giorno era vietato andare in riva al fiume od allontanarsi dai sentieri sorvegliati per il rischio di essere accoppati da coccodrilli, ippopotami, bufali, elefanti, leopardi, leoni... in pratica qualsiasi cosa che avessimo incontrato avrebbe cercato di farci la pelle, stercolari a parte. A colpirmi però fu il fatto che non c'era corrente elettrica.
Io ero abituato ai campi tendati Namibiani che, ragni a parte, erano delle grandi e lussuose suite con le pareti in tessuto e, da buon coglionazzo occidentale, ebbi un moto di angoscia ad immaginarmi interi giorni senza corrente.
Dopo le spiegazioni fummo accompagnati alle tende ed in quel caso ebbi un notevole moto di angoscia: innanzitutto le tende erano in semplice stile coloniale inglese: piccole e strette e dotate solo di letto e cassapanca... insomma... molto lontane dagli standard namibiani. Entrati nella tenda la domanda sorse spontanea: "Where is the toilet"... la risposta mi creo turbamento: al bagno si accedeva dalla cerniera al lato opposto della tenda. Il bagno era all'esterno: era composto da una tazza, una doccia ed un lavandino circondati da un telo... senza tetto, senza isolamento dall'esterno... in pratica mentre cacavo, una scimmia poteva venire a condividere la tavola con me, un serpente poteva venire a farsi la doccia od un leopardo poteva giocare a "Pesca l'omino" dai rami dell'albero che ombreggiava la nostra tenda.
Quello fu un duro colpo... toglietemi tutto, ma non una cacata in tranquillità e serenità... quando vidi il bagno dissi fra me e me "non cagherò per i prossimi 10 giorni".
Alle 19.00 è venuto a prenderci il guerriero masai e ci ha portato alla tenda comune.
Camminando sul sentiero, guardavo il cielo stellato africano ed aguzzavo l'udito per godermi i rumori notturni della savana.
Da quel giorno ripresi la mia tradizione del gin tonic prima dei pasti... ed attaccai il vizio anche agli altri. Le luci nella tenda comune erano soffuse (candele e lampade ad olio) e l'atmosfera davvero placida, calda, gioviale, accogliente... era come se tutti facessimo attenzione a non fare rumore per poterci meglio integrare nella natura... tutti eravamo consci di essere fra i pochi fortunati a potersi godere un posto come quello. Noi avevamo scelto apposta la Tanzania del Sud, molto diversa dalla turistica Tanzania del Nord... questa parte di Tanzania era molto più selvaggia e poco turistica, in un'area grande come il piemonte erano ammessi non più di 70 turisti e tutto era gestito in modo da lasciare spazio solo ai viaggiatori amanti della natura vera e selvaggia.
A quanto pare non tutti quelli che finiscono in questa zona ne sono a conoscenza perchè incontrammo parecchie persone che non sapevano a cosa andavano in contro, come quelli che si barricarono in tenda... ma di questo parlerò più avanti.
Ci accomodammo tutti insieme ad un lungo tavolo di fronte alla tenda comune... un lungo e rozzo tavolo circondato da quattro falò posto ai quattro lati. Fui stupito dall'apprendere che non si sarebbe mangiata selvaggina; in Namibia avevo mangiato kudu, orici, zebre, antilopi, dik-dik e qualsiasi erbivoro solcasse il terreno namibiano mentre in Tanzania ci servivano del pollo. L'atmosfera era piacevomente soffusa e si potevano godere tutti i rumori della savana, accompagnati dal crepitio dei fuochi. I guerrieri masai, come guardie invisibili, stavano fermi immobili dove iniziava l'oscurità ed apparivano improvvisamente se qualcuno provava ad allontanarsi, come ad esempio quanto pensai bene di fare quei 10 metri in solitudine per andare in bagno.
Dopo cena tornammo in tenda (sempre scortati dai guerrieri masai).
Ci addormentammo subito cullati dai barriti degli ippopotami a non più di cento metri dalla tenda.
Nel mezzo della notte fummo svegliati da un elefante che camminava pigramente vicino alla nostra tenda abbattendo le piante più piccole con quella flemma che solo gli elefanti hanno.
Che bello essere in mezzo a tutto questo "vivere"; sono emozioni forti che risvegliano delle cose dentro gli animi e portano ad una crescita interiore notevole... od almeno questo è stato l'effetto su di me... ogni volta che faccio un viaggio, divento più ricco... di quella ricchezza che nessuno può portarti via... la ricchezza interiore.
Ero in una tenda nel mezzo della savana... goduriosa sensazione di avventura e vita.
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martedì 22 gennaio 2013
The enlarged gudu's Tanzanian experience - Parte 1
Quando torno da questi viaggi in zone ancora "Antiche" (e col termine "Antico" intendo il suo più bel significato) mi rendo conto di quanto l'uomo moderno occidentale abbia perso degli importanti legami con la totalità del creato.
Questi legami persi non gli permettono più di comprendere molte cose e di trovare posto nell'ordine naturale delle cose; questo crea scontento, tensione, guerra e tutte le altre cose tipiche dei nostri tempi.
Sono un musicista, non ho ancora (non ancora) realizzato il mio grande sogno di poter vivere grazie alla mia musica, ma se dovessi proprio darmi un'etichetta direi "Musicista"... perchè specifico questo? Perchè l'armonia che ritrovo ogni qual volta mi allontano dall'occidente è la stessa che riesco a trovare solo nella musica.
Il creato (quello divino, non quello umano) è un'opera d'amore, come la musica... ed in quanto opera d'amore è immagine tangibile del divino in ogni sua sfaccettatura.
Ma ora tralascio per qualche riga la mia piccola filosofia errante e vado a descrivere l' "Enlarged Gudu's Tanzanian experience".
Questa volta io e la Vigi non eravamo soli nella nostra avventura (per questo il termine "Enlarged"), con noi anche suo fratello (che qui battezzerò Nuci), la fidanzata del fratello (che qui battezzerò Feddy) e la madre di Vigi e Nuci (che qui battezzerò Mello).
Breve descrizione dei nostri compagni di viaggio:
- Nuci: anche lui, come Vigi, viaggiatore incallito fin dalla tenera età. Persona dalla cultura umanistica vastissima, avere lui in gruppo è meglio che avere un collegamento diretto a wikipedia. Esperto storico di alto livello (tanto che prima ancora della laurea ha partecipato a Conferenze come relatore) e grande amante della sperimentazione culinaria estrema durante i viaggi... di quelli che se c'è da mangiare un verme vivo perchè è tipico del luogo, lo fa... e lo apprezza pure.
- Feddy: introdotta, come me, alla filosofia del viaggio dal proprio coniuge, è una delle persone con maggiore capacità di adattamento che abbia mai conosciuto. Sempre gentile, disponibile ed educata.. anche se qualcuno le sta sparando addosso. Laureanda in legge con risultati più che ottimi e capacità di analisi rapida e precisa. Averla in squadra garantisce la presenza di una voce gentile e di un'opinione neutrale descritta in modo posato in ogni circostanza.
- Mello: biologa e professoressa di scienza, con questa tappa Tanzaniana si può dire che abbia visitato tutta l'Africa nera, oltre a quasi tutto il resto del mondo. E' stata un po' la mamma di tutto il gruppo.
Adesso che ho descritto i nostri compagni di viaggio, posso iniziare sul serio il racconto della nostra avventura.
Parte integrante di ogni viaggio è il trasferimento.
Durante il traferimento si percepiscono già vibrazioni ed emozioni forti... atmosfere di adrenalinica attesa... il trasferimento fa parte del sacro rito del viaggio.
Siamo partiti il venerdì sera, dopo aver parcheggiato la nostra cagnolina Polly dai miei genitori, sulla mia auto stracarica alla volta dell'Holiday Inn dell'aereoporto di Malpensa.
Breve "Pausa cena" in autogrill... "Camogli" ed "Apollo"... ultimo pasto occidentale dei futuri 12 giorni... poi arrivo in albergo.
Prima di addormertarci io e la Vigi abbiamo cazzeggiato a lungo: doccia, giochi su i-phone, rilessioni sul viaggio... l'eccitazione era palpabile e non si riusciva a prendere sonno immediatamente.
Alle quattro del mattino è suonata la sveglia (verso di anatra) e ci siamo mossi verso il parcheggio dove abbiamo lasciato la mia auto ed una navetta ci ha portati all'aereoporto.
Eravamo assonnati, ma al contempo eccitati.
Check-in con tram-tram della spedizione dei bagagli e controlli vari e poi lento raggiungimento del gate di partenza in mezzo ad un'aereoporto ancora addormentato con i negozi chiusi e poche persone in giro.
Io, la Vigi avevamo con noi i nostri fidi borsoni da viaggio con cucite sopra le bandiere dei luoghi visitati; anche il Nuci si è votato alla filosofia "del borsone da avventuriero", mentre Feddy e Mello hanno preferito la valigia tradizionale... il tutto ovviamente spedito nella stiva per essere più leggeri. Nel mio bagaglio a mano solo il binocolo, la videocamera, i libri e le medicine, nel bagaglio a mano della Vigi solo la sua attrezzatura fotografica.
Il volo ha tardato a partire perchè c'era da spruzzare l'antigelo sulle ali e così ci siamo trovati in ritardo sulla tabella di marcia con il rischio di perdere la coincidenza a Zurigo per Dar es Salaam.
Atterrati a Zurigo ci siamo precipitati verso il gate di partenza.
Io adoro questi momenti di frenesia... quando l'adrenalina scorre... ci muovevamo rapidi fra la folla di quell'immenso aereoporto verso il gate.
Io facevo apposta a rimanere un po' indetro, lasciando sempre aperta una piccola possibilità di perdere di vista gli altri... piccole scosse adrenaliniche che mi diverto da morire.
L'aereoporto di Zurigo è così grande che ha una metropolitana al suo interno; metropolitana che quel giorno aveva problemi tecnici e ci ha causato ulteriore ritardo.
Nuci era parecchio agitato, Vigi era contrariata dall'agitazione del Nuci, Mello cercava di tranquillizzare gli animi ed io mi divertivo come un pazzo in mezzo a tutto quel tramestio umano.
Alla fine siamo arrivati più che in orario e siamo saliti sull'aereo che ci avrebbe portati a Dar Es Salaam via Nairobi.
Io adoro i voli intercontinentali perchè posso passare il tempo a vedere film recenti, posso togliermi le scarpe ed appisolarmi con addosso la copertina fornita dalla compagnia aerea... tutte quelle cagatine che lanciano il messaggio "Hei!, sei in viaggio!" e che fanno parte quindi del rito.
Questa volta non sono riuscito a vedere molti film perchè il sonno mi ha vinto.
Mi sono guardato Total Recall (francamente una cacata pazzesca), ho mangiato il tipico orrendo (ma neanche tanto) pranzo da aereo e poi mi sono addormentato.
Mi sono svegliato quando siamo atterrati a Nairobi, dove quasi tutti i presenti sono scesi, e poi siamo ripartiti alla volta della meta.
Non so di preciso cosa abbiano fatto gli altri durante il volo perchè i posti e le cuffie ci hanno tenuti separati. Ci si riuniva durante il pasto per scambiarsi commenti sui relativamente orrendi pasti degli arei... fas edle volo divertente in cui noi si dava tutti gli avanzi a Nuci che divorava tutto.
Partenza alle 7.40 da Milano ed arrivo a Dar es Salaam alle 21.00 ora locale, ovvero alle 19.00 ora italiana... 11 ore di viaggio... e sti cazzi.
Una delle cose tipiche dell'Africa nera (e dell'Italia) è l'allucinante burocrazia.
Abbiamo passato un'ora in coda per i visti sudando come pugili.
Eravamo ancora vestiti per l'inverno italiano... dopo i primi 10 minuti eravamo praticamente tutti in biancheria intima (donne comprese)... ma in Africa va bene così.
Finalmente dopo varie peripezie, incomprensioni, moduli, mazzette legalizzate ed altre cosette tipiche siamo usciti finalmente dall'aereoporto.
All'uscita veniamo colpiti dall'afa locale come da una pala in faccia.
Ho fatto un lungo respiro assaporando il profumo dell'aria e la gioia ha riempito il mio cuore... ero di nuovo in Africa.
Ad attenderci la nostra guida: Bilali.
Bilali: uomo di colore sulla cinquantina grassoccio con i modi di fare gentili ma spiccioli della gente del luogo.
Sul cruscotto della sua auto carta igienica e mappe, nella portiera il fedele machete, in testa berrettino del genere "Love Italy" (non ricordo la scritta precisa).
Bilali ha caricato rapidamente noi ed i nostri bagagli su di una vecchia Range Rover e ci ha portati al nostro Hotel.
Per le vie strette e dissestate centinaia di moto di marca cinese ignota stracariche di cose e persone schizzavano fra le poche auto.
La parte di città che visibile durante il tragitto era un misto fra una paese della costa emiliana ed una baraccopoli.
Arrivati all'Hotel ci ha scaricati di fretta e ci ha detto solamente "Domani partenza alle 8.30".
L'albergo sembrava uno di quelli che si vedono in certi film anni '90... vecchio stile coloniale inglese pieno di tappeti, moquette e tappezzerie... personale in tenuta con cappellino che si muove in un "lento affrettarsi" verso i propri compiti.
Breve pausa in camera e poi rapida cena al ristorante dell'albergo... con nostra sorpresa cucina internazionale di discreta qualità.
Dopo la cena, tutti a letto... l'avventura stava per iniziare.
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