Ecco il video del viaggio in Bhutan.
Non potendo riprendere l'interno dei templi e non potendo trasportare su pellicola l'energia e le atmosfere, il video non rende molto. In ogni caso eccolo.
Buona visione
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martedì 27 ottobre 2015
giovedì 16 luglio 2015
THE GUDU'S BHUTANESE EXPERIENCE PART 6 - VERSO PARO
Accidenti devo essere svelto a concludere questo diario di viaggio perchè mancano solo più 15 giorni esatti alla nostra partenza per la Cina.
Del giorno successivo ci sono poche cose da raccontare.
Partimmo presto la mattina alla volta di Paro sperando di evitare i blocchi sulle strade montane, ma fummo sfortunati.
Arrivati ai piedi del secondo blocco, nei pressi in un piccolo villaggetto, trovammo la strada chiusa e già una immensa fila di auto e camion fermi un po' ovunque.
L'autista aveva guidato come un pazzo per le strade montane sperando di evitare i blocchi ed io avevo sofferto un po' il mal d'auto, così scesi dall'auto e mi sdraiai su di un muretto quasi senza far caso a ciò che avevo intorno.
Non mi ero accorto che ci eravamo fermati quasi nel mezzo del coloratissimo mercato del villaggio.
A noi il villaggio sembrava piccolo, ma probabilmente era il punto di riferimento della zona poichè il mercato era parecchio frequentato e ci si poteva trovare di tutto, dalle sementi agli attrezzi da cucina.
Era tutto un brulicare di persone che si muovevano fra i banchetti osservando e comprando.
Sicuramente i blocchi stradali portavano un sacco di clienti al mercato, infatti molta gente scendeva dai mezzi per andare a comprare un dolce, un frutto od anche un attrezzo.
Io rimasi sdraiato sul muretto mentre la Vigi e la guida andarono a comprarsi un dolce locale in una piccola panetteria.
Nonostante il disagio gastrico, fu una piacevole sosta.
Il mercato brulicava di attività e si poteva godere di un bellissmo scorcio di vita buthanese.
Mangiammo pranzo in una locanda e bivaccammo in attesa dell'apertura del passo fino alle 15.30.
Due ora dopo eravamo di nuovo fermi al blocco successivo, quello che portava al passo di Dochu-la.
Io rimasi in auto a sonnecchiare, l'autista scese a prendere il the in strada con dei camionisti mentre Virgi e la guida decisero di raggiungere il passo a piedi visto che distava solo 6 Km.
Dopo circa due ore il blocco fu tolto ed io e l'autista raggiungemmo in breve tempo il passo.
Questa volta il cielo era plumbeo ed il vento tagliente, così io e l'autista decidemmo di rifugiarci nell'unica locanda presente in cima al passo.
La locanda era quasi deserta ed ovviamente io ero l'unico occidentale.
Ci fecero accomodare di fronte ad una delle tipiche stufe buthanesi che avevamo incontrato un po' ovunque e ci diedero the e crackers.
Dopo qualche minuto arrivarono anche la guida e Virgi rossi in viso per lo sforzo ed il freddo.
Restammo al riparo per circa mezz'ora poi decidemmo di ripartire.
Rimasi stupito quando mi dissero che non dovevo pagare nulla... the e cracker facevano parte della sacra ospitalità.
Queste sono le piccole cose che fanno la differenza fra un popolo davvero civile ed uno incivile.
Senza pensare al guadagno o a fregare il turista, mi fu fornita ospitalità.
L'ospitalità è sacra in Buthan; l'ospitalità ai templi, l'ospitalità nelle case e l'ospitalità perfino negli esercizi commerciali.
Inutile dire che rimasi molto molto colpito.
Arrivammo a Paro nel tardo pomeriggio e rimase solo il tempo per visitare il museo dedicato alle maschere rituali buthanesi.
A vederle non avevano nulla di particolare, ma a conoscere i significati ed i personaggi ritratti sembravano animarsi di energie sovrannaturali e mistiche.
Poco prima di cena arrivammo al nostro albergo.
L'albergo era stata la residenza politica importante fino a pochi anni prima ed esteticamente era bellissimo, oltre ad essere labirintico quasi come il castello di Hogwarts.
Unico neo fu l'impianto di riscaldamento insufficiente, ma le coperte erano pesanti e noi eravamo belli stanchi.
Mangiammo una cena frugale e poi andammo a letto.
Il giorno dopo ci aspettava l'impresa: il trekking fino al Tiger Nest, la meta che io aspettavo fin dall'inizio del viaggio.
Del giorno successivo ci sono poche cose da raccontare.
Partimmo presto la mattina alla volta di Paro sperando di evitare i blocchi sulle strade montane, ma fummo sfortunati.
Arrivati ai piedi del secondo blocco, nei pressi in un piccolo villaggetto, trovammo la strada chiusa e già una immensa fila di auto e camion fermi un po' ovunque.
L'autista aveva guidato come un pazzo per le strade montane sperando di evitare i blocchi ed io avevo sofferto un po' il mal d'auto, così scesi dall'auto e mi sdraiai su di un muretto quasi senza far caso a ciò che avevo intorno.
Non mi ero accorto che ci eravamo fermati quasi nel mezzo del coloratissimo mercato del villaggio.
A noi il villaggio sembrava piccolo, ma probabilmente era il punto di riferimento della zona poichè il mercato era parecchio frequentato e ci si poteva trovare di tutto, dalle sementi agli attrezzi da cucina.
Era tutto un brulicare di persone che si muovevano fra i banchetti osservando e comprando.
Sicuramente i blocchi stradali portavano un sacco di clienti al mercato, infatti molta gente scendeva dai mezzi per andare a comprare un dolce, un frutto od anche un attrezzo.
Io rimasi sdraiato sul muretto mentre la Vigi e la guida andarono a comprarsi un dolce locale in una piccola panetteria.
Nonostante il disagio gastrico, fu una piacevole sosta.
Il mercato brulicava di attività e si poteva godere di un bellissmo scorcio di vita buthanese.
Mangiammo pranzo in una locanda e bivaccammo in attesa dell'apertura del passo fino alle 15.30.
Due ora dopo eravamo di nuovo fermi al blocco successivo, quello che portava al passo di Dochu-la.
Io rimasi in auto a sonnecchiare, l'autista scese a prendere il the in strada con dei camionisti mentre Virgi e la guida decisero di raggiungere il passo a piedi visto che distava solo 6 Km.
Dopo circa due ore il blocco fu tolto ed io e l'autista raggiungemmo in breve tempo il passo.
Questa volta il cielo era plumbeo ed il vento tagliente, così io e l'autista decidemmo di rifugiarci nell'unica locanda presente in cima al passo.
La locanda era quasi deserta ed ovviamente io ero l'unico occidentale.
Ci fecero accomodare di fronte ad una delle tipiche stufe buthanesi che avevamo incontrato un po' ovunque e ci diedero the e crackers.
Dopo qualche minuto arrivarono anche la guida e Virgi rossi in viso per lo sforzo ed il freddo.
Restammo al riparo per circa mezz'ora poi decidemmo di ripartire.
Rimasi stupito quando mi dissero che non dovevo pagare nulla... the e cracker facevano parte della sacra ospitalità.
Queste sono le piccole cose che fanno la differenza fra un popolo davvero civile ed uno incivile.
Senza pensare al guadagno o a fregare il turista, mi fu fornita ospitalità.
L'ospitalità è sacra in Buthan; l'ospitalità ai templi, l'ospitalità nelle case e l'ospitalità perfino negli esercizi commerciali.
Inutile dire che rimasi molto molto colpito.
Arrivammo a Paro nel tardo pomeriggio e rimase solo il tempo per visitare il museo dedicato alle maschere rituali buthanesi.
A vederle non avevano nulla di particolare, ma a conoscere i significati ed i personaggi ritratti sembravano animarsi di energie sovrannaturali e mistiche.
Poco prima di cena arrivammo al nostro albergo.
L'albergo era stata la residenza politica importante fino a pochi anni prima ed esteticamente era bellissimo, oltre ad essere labirintico quasi come il castello di Hogwarts.
Unico neo fu l'impianto di riscaldamento insufficiente, ma le coperte erano pesanti e noi eravamo belli stanchi.
Mangiammo una cena frugale e poi andammo a letto.
Il giorno dopo ci aspettava l'impresa: il trekking fino al Tiger Nest, la meta che io aspettavo fin dall'inizio del viaggio.
sabato 13 giugno 2015
THE GUDU'S BHUTANESE EXPERIENCE PART 5 - PHOBJIKHA VALLEY
Quella mattina ci alzammo intirizziti dalla temperatura bassa; infatti nella notte la temperatura era scesa di molto, tant'è che le nostre bocche facevano nuvolette di fumo.
Fu un piacere quindi entrare nella camera comune per fare colazione.; lì la temperatura era bassa, ma non così bassa ed il cibo caldo (ma soprattutto il tè bollente) era un gran piacere.
Alle 9 eravamo pronti per affrontare l'escursione che ci avrebbe portati a visitare la valle ed a scoprire gli stormi di gru dal collo nero.
La temperatura era intorno ai 5° C ed il cielo e basso e plumbeo.
L'atmosfera era totalmente diversa da quella dalla mattina precedente, ma altrettanto magica.
Ci incamminammo per la valle camminando lentamente e discorrendo con la guida.
Il fondo della valle era sostanzialmente un immenso acquitrino dove pascolavano mucche, yak e dove svernavano le gru dal collo nero.
Per non sprofondare nel fango, spesso era necessario inventarsi improbabili percorsi su tronchi di albero. Non capivo se quei tronchi erano li per caso o se erano stati posizionati dagli abitanti del luogo. Noi in ogni caso ci divertivamo tantissimo a fare questo percorso ed a prenderci in giro quando mettevamo il piede in fallo finendo nel fango.
Dovemmo anche attraversale un piccolo torrente passando in equilibrio su di un vecchio tubo in acciaio, momento mitico in cui il nostro "duro e puro" autista entrò nell'acqua in infradito (ebbene si, noi eravamo attrezzatissimi mentre lui faceva trekking in infradito) per prenderci al volo nel caso fossimo caduti... fu una cosa molto pittoresca.
Durante il tragitto verso la zona in cui già si intravvedevano le gru, incontrammo parecchie ossa di mucca; la guida ci spiego che la notte il leopardo delle nevi scendeva a caccia e quelli erano i resti dei suoi banchetti. Le mucche che pascolavano qua e là erano dei monaci buddisti che le lasciavano gironzolare a disposizione della gente (presumo per il latte) e per il leopardo era un pasto facile.
Giusto qualche settimana prima avevo visto il film "I sogni segreti di Walter Mitty" dove il protagonista era finito in posti remotissimi proprio per vedere quell'animale ed ora io stavo passeggiando nel suo territorio di caccia... in effetti il luogo era remoto.
In poco tempo arrivammo in un punto dove era possibile ammirare le gru dal collo nero.
Le gru erano molto belle ed aggraziate e stavano in piccoli gruppi di 3-5 elementi, la guida ci spiegò che le Gru dal collo nero formano delle famiglie proprio come gli umani ed ogni gruppo rappresentava una famiglia.
Facemmo molte foto e ci godemmo il fatto di essere di fronte ad animali in via di estinzione quasi impossibili da vedere se non in quella valle.
La cosa che, come sempre, mi colpiva e mi faceva stare bene era l'atmosfera.
Un'atmosfere remota di pace totale.
Si sentiva solo il rumore del vento ed i rari versi di qualche gru che riecheggiano nella valle creando una sensazione di piacevole smarrimento ed isolamento.
Dopo un po' cominciammo a salire verso le alture in cerca di una fattoria conosciuta alla guida, con un po' di fortuna ci avrebbero offerto ospitalità ed avremmo potuto vedere dall'interno una fattoria bhutanese.
La salita fu dura, ma non troppo lunga. Non so a che altitudine arrivammo, potevano essere 2800 come 3000 metri. So solo che ad un certo punto sbucò un gruppo di piccoli edifici sulla cima di un altura.
La fattoria non era proprio come le fattorie a cui eravamo abituati: quasi nessun animale (forse erano al pascolo) e la zona coltivata era minima e non dava la sensazione di essere molto redditizia.
Era proprio una fattoria da confini del mondo.
Fummo invitati ad entrare dagli anziani che erano gli unici in casa.
In Bhutan la tradizione voleva che quando due giovani si sposavano, non andassero a vivere da soli, ma si unissero ad uno dei nuclei familiari già esistenti e, se era il caso, la casa venisse allargata.
In questo modo gli anziani venivano accuditi ed avevano comunque l'utile ruolo di badare alla casa.
Nonostante fossimo in una zona remota ed in una piccola e povera fattoria, la casa era decorata finemente e con attenzione e dotata ovviamente di più bandiere di preghiera come da tradizione.
Salimmo una ripidissima scala per raggiungere l'interno.
Fummo fatti accomodare per terra su di un tappeto in cucina.
Scoprimmo subito che per scaldarsi avevano lo stesso tipo di stufa che avevamo noi al resort e che alle finestre non avevano vetri, ma solo pannelli scorrevoli in legno.
Ci fu offerto del tè e del cibo e poi io colsi l'occasione per provare il loro vino e la loro grappa fatta in casa. Erano alcolici molto blandi tratti dalla fermentazione di prodotti locali che di sicuro non erano uva.
La conversazione con i padroni di casa era difficile poichè loro erano molto timidi e quindi ci limitammo alle domande di rito ed a discorsi generici.
Quando ci fummo rifocillati, chiedemmo di poter pregare insieme nella stanza delle preghiere.
Ogni casa ha una stanza delle preghiere con un altare scolpito a mano.
Quello presente in quella casa era da togliere il fiato: finemente scolpito e colorato con mille comparti di cui ignoravo l'uso.
Pregammo insieme, poi lasciammo un'offerta in denaro ai padroni di casa come da consuetudine e ce ne andammo per la nostra strada.
Intorno alle 12.00 tornammo nella zona abitata dove ci fermammo in una piccola e deserta locanda per pranzare.
La temperatura era ovviamente bassissima nonostante la omnipresente ed omniinsufficiente stufa a legna, ma ci scaldammo col tè bollente come sempre.
Il cibo era suppergiù lo stesso degli altri giorni: c'era della carne bovina stufata, verdure varie stufate o cucinate in modo simile ed il mitico mandarino gigante che arrivava puntuale alla fine di ogni pasto bhutanese. Il cibo era appena tiepido, ma era buono e sapeva di sano.
Nel pomeriggio abbiamo visitato il centro di osservazione delle gru dal collo nero che non era niente di più che un desolato casotto dove ci fecero vedere un filmato sulle danze ispirate alle gru e poco altro... diciamo che abbiamo fatto una pausa post pranzo veloce per iscriverci all'associazione per la tutela delle gru dal collo nero e va bene così.
Nel pomeriggio l'autista tornò al resort (temo avesse un principio di congelamento ai piedi) e noi continuammo ad esplorare la valle con la guida.
Nella parte bassa della valle c'erano dei gruppi di fattorie costruite in stile tipico, scovammo anche un emporio "vendodituttounpoperchècisonosoloio" di quelli che pensavamo esistessero solo nei film.
L'atmosfera era sempre pacifica, desolata, silenziosa.
Era un luogo dove era facile meditare, pregare o semplicemente parlare con la propria anima.
Camminammo fino a sera senza fermarci, scoprendo scorci fantastici come piccoli monasteri spazzati dal vento, stupa solitari in cima ad alture, scorci di natura, vento, erba e silenzio.
Arrivammo al resort che era oramai buio ed eravamo stanchi ed estasiati.
La nostra guida aveva dimenticato gli scarponi a casa e dopo aver camminato tutti i giorni su e giù per acquitrini, salite scoscese ed altipiani... e soprattutto dopo essere finito nell'acqua... aveva i piedi un po' provati dall'esperienza.
Cercammo di far salire la temperatura della stanza il più possibile per fare la doccia, ma fu comunque un'azione "difficile".
Dopo la doccia andammo a cenare e subito dopo cena crollammo felici sul letto.
Temo di non essere in grado (se mai fosse possibile) di descrivere quello che ho visto, quello che ho provato, quello che ho respirato durante quella giornata.
Questi momenti lontani dall'umanità che è oramai un'infestante su questo bel pianeta permettono di respirare davvero e di ritrovare se stessi ed il proprio posto nella natura.
Sono le stesse sensazioni che avevo provato nel deserto del Nabib nel 2011 od una sera in un tempio Scintoista in mezzo alla foresta di Bambù di Kyoto nel 2013.
Sono momenti di scoperta e quasi risveglio, momenti che commuovono tanto sono intensi, profondi e veri; così tanto da renderli a volte difficili da gestire.
Sono momenti che ci avvicinano a quella sacralità, serenità e completezza che in segreto tutti i giorni cerchiamo... spesso invano.
Per questo sono certo di non essere in grado di descrivere cosa significasse essere nella Phobjikha valley, con il cielo plumbeo sopra, l'erba scura sotto ed il vento che cantava canzoni che avrei voluto ascoltare ancora, ancora ed ancora.
Fu un piacere quindi entrare nella camera comune per fare colazione.; lì la temperatura era bassa, ma non così bassa ed il cibo caldo (ma soprattutto il tè bollente) era un gran piacere.
Alle 9 eravamo pronti per affrontare l'escursione che ci avrebbe portati a visitare la valle ed a scoprire gli stormi di gru dal collo nero.
La temperatura era intorno ai 5° C ed il cielo e basso e plumbeo.
L'atmosfera era totalmente diversa da quella dalla mattina precedente, ma altrettanto magica.
Ci incamminammo per la valle camminando lentamente e discorrendo con la guida.
Il fondo della valle era sostanzialmente un immenso acquitrino dove pascolavano mucche, yak e dove svernavano le gru dal collo nero.
Per non sprofondare nel fango, spesso era necessario inventarsi improbabili percorsi su tronchi di albero. Non capivo se quei tronchi erano li per caso o se erano stati posizionati dagli abitanti del luogo. Noi in ogni caso ci divertivamo tantissimo a fare questo percorso ed a prenderci in giro quando mettevamo il piede in fallo finendo nel fango.
Dovemmo anche attraversale un piccolo torrente passando in equilibrio su di un vecchio tubo in acciaio, momento mitico in cui il nostro "duro e puro" autista entrò nell'acqua in infradito (ebbene si, noi eravamo attrezzatissimi mentre lui faceva trekking in infradito) per prenderci al volo nel caso fossimo caduti... fu una cosa molto pittoresca.
Durante il tragitto verso la zona in cui già si intravvedevano le gru, incontrammo parecchie ossa di mucca; la guida ci spiego che la notte il leopardo delle nevi scendeva a caccia e quelli erano i resti dei suoi banchetti. Le mucche che pascolavano qua e là erano dei monaci buddisti che le lasciavano gironzolare a disposizione della gente (presumo per il latte) e per il leopardo era un pasto facile.
Giusto qualche settimana prima avevo visto il film "I sogni segreti di Walter Mitty" dove il protagonista era finito in posti remotissimi proprio per vedere quell'animale ed ora io stavo passeggiando nel suo territorio di caccia... in effetti il luogo era remoto.
In poco tempo arrivammo in un punto dove era possibile ammirare le gru dal collo nero.
Le gru erano molto belle ed aggraziate e stavano in piccoli gruppi di 3-5 elementi, la guida ci spiegò che le Gru dal collo nero formano delle famiglie proprio come gli umani ed ogni gruppo rappresentava una famiglia.
Facemmo molte foto e ci godemmo il fatto di essere di fronte ad animali in via di estinzione quasi impossibili da vedere se non in quella valle.
La cosa che, come sempre, mi colpiva e mi faceva stare bene era l'atmosfera.
Un'atmosfere remota di pace totale.
Si sentiva solo il rumore del vento ed i rari versi di qualche gru che riecheggiano nella valle creando una sensazione di piacevole smarrimento ed isolamento.
Dopo un po' cominciammo a salire verso le alture in cerca di una fattoria conosciuta alla guida, con un po' di fortuna ci avrebbero offerto ospitalità ed avremmo potuto vedere dall'interno una fattoria bhutanese.
La salita fu dura, ma non troppo lunga. Non so a che altitudine arrivammo, potevano essere 2800 come 3000 metri. So solo che ad un certo punto sbucò un gruppo di piccoli edifici sulla cima di un altura.
La fattoria non era proprio come le fattorie a cui eravamo abituati: quasi nessun animale (forse erano al pascolo) e la zona coltivata era minima e non dava la sensazione di essere molto redditizia.
Era proprio una fattoria da confini del mondo.
Fummo invitati ad entrare dagli anziani che erano gli unici in casa.
In Bhutan la tradizione voleva che quando due giovani si sposavano, non andassero a vivere da soli, ma si unissero ad uno dei nuclei familiari già esistenti e, se era il caso, la casa venisse allargata.
In questo modo gli anziani venivano accuditi ed avevano comunque l'utile ruolo di badare alla casa.
Nonostante fossimo in una zona remota ed in una piccola e povera fattoria, la casa era decorata finemente e con attenzione e dotata ovviamente di più bandiere di preghiera come da tradizione.
Salimmo una ripidissima scala per raggiungere l'interno.
Fummo fatti accomodare per terra su di un tappeto in cucina.
Scoprimmo subito che per scaldarsi avevano lo stesso tipo di stufa che avevamo noi al resort e che alle finestre non avevano vetri, ma solo pannelli scorrevoli in legno.
Ci fu offerto del tè e del cibo e poi io colsi l'occasione per provare il loro vino e la loro grappa fatta in casa. Erano alcolici molto blandi tratti dalla fermentazione di prodotti locali che di sicuro non erano uva.
La conversazione con i padroni di casa era difficile poichè loro erano molto timidi e quindi ci limitammo alle domande di rito ed a discorsi generici.
Quando ci fummo rifocillati, chiedemmo di poter pregare insieme nella stanza delle preghiere.
Ogni casa ha una stanza delle preghiere con un altare scolpito a mano.
Quello presente in quella casa era da togliere il fiato: finemente scolpito e colorato con mille comparti di cui ignoravo l'uso.
Pregammo insieme, poi lasciammo un'offerta in denaro ai padroni di casa come da consuetudine e ce ne andammo per la nostra strada.
Intorno alle 12.00 tornammo nella zona abitata dove ci fermammo in una piccola e deserta locanda per pranzare.
La temperatura era ovviamente bassissima nonostante la omnipresente ed omniinsufficiente stufa a legna, ma ci scaldammo col tè bollente come sempre.
Il cibo era suppergiù lo stesso degli altri giorni: c'era della carne bovina stufata, verdure varie stufate o cucinate in modo simile ed il mitico mandarino gigante che arrivava puntuale alla fine di ogni pasto bhutanese. Il cibo era appena tiepido, ma era buono e sapeva di sano.
Nel pomeriggio abbiamo visitato il centro di osservazione delle gru dal collo nero che non era niente di più che un desolato casotto dove ci fecero vedere un filmato sulle danze ispirate alle gru e poco altro... diciamo che abbiamo fatto una pausa post pranzo veloce per iscriverci all'associazione per la tutela delle gru dal collo nero e va bene così.
Nel pomeriggio l'autista tornò al resort (temo avesse un principio di congelamento ai piedi) e noi continuammo ad esplorare la valle con la guida.
Nella parte bassa della valle c'erano dei gruppi di fattorie costruite in stile tipico, scovammo anche un emporio "vendodituttounpoperchècisonosoloio" di quelli che pensavamo esistessero solo nei film.
L'atmosfera era sempre pacifica, desolata, silenziosa.
Era un luogo dove era facile meditare, pregare o semplicemente parlare con la propria anima.
Camminammo fino a sera senza fermarci, scoprendo scorci fantastici come piccoli monasteri spazzati dal vento, stupa solitari in cima ad alture, scorci di natura, vento, erba e silenzio.
Arrivammo al resort che era oramai buio ed eravamo stanchi ed estasiati.
La nostra guida aveva dimenticato gli scarponi a casa e dopo aver camminato tutti i giorni su e giù per acquitrini, salite scoscese ed altipiani... e soprattutto dopo essere finito nell'acqua... aveva i piedi un po' provati dall'esperienza.
Cercammo di far salire la temperatura della stanza il più possibile per fare la doccia, ma fu comunque un'azione "difficile".
Dopo la doccia andammo a cenare e subito dopo cena crollammo felici sul letto.
Temo di non essere in grado (se mai fosse possibile) di descrivere quello che ho visto, quello che ho provato, quello che ho respirato durante quella giornata.
Questi momenti lontani dall'umanità che è oramai un'infestante su questo bel pianeta permettono di respirare davvero e di ritrovare se stessi ed il proprio posto nella natura.
Sono le stesse sensazioni che avevo provato nel deserto del Nabib nel 2011 od una sera in un tempio Scintoista in mezzo alla foresta di Bambù di Kyoto nel 2013.
Sono momenti di scoperta e quasi risveglio, momenti che commuovono tanto sono intensi, profondi e veri; così tanto da renderli a volte difficili da gestire.
Sono momenti che ci avvicinano a quella sacralità, serenità e completezza che in segreto tutti i giorni cerchiamo... spesso invano.
Per questo sono certo di non essere in grado di descrivere cosa significasse essere nella Phobjikha valley, con il cielo plumbeo sopra, l'erba scura sotto ed il vento che cantava canzoni che avrei voluto ascoltare ancora, ancora ed ancora.
lunedì 1 giugno 2015
THE GUDU'S BHUTANESE EXPERIENCE PART 4 - PHOBJIKHA VALLEY
La mattina successiva ci siamo svegliati e siamo usciti sul balcone ad ammirare il sole appena nato che riscaldava la natura tutto intorno.
Penso davvero che ci siano luoghi che hanno un'energia speciale e ci permettono di tornare quasi ad uno stato di veglia... oddio, non veglia al 100%, ma ci portano sicuramente a recepire "cose" che altrimenti non siamo in grado di recepire.
La Natura non stuprata dall'uomo, ma anzi rispettata e venerata è presente ovunque in Bhutan, questo lo rende un luogo speciale, carico di energia.
Dopo una abbondantissima colazione, la guida è venuta a prenderci e, dopo un breve percorso in auto, ci siamo avviati a piedi verso un piccolo tempio dedicato alla fertilità ed ai bambini.
Durante il percorso abbiamo incontrato più persone di quello che mi aspettassi; erano tutti Bhutanesi che si recavano al tempio a pregare per ottenere benedizioni o ringraziare per le benedizioni concesse.
In particolare ci siamo fermati a parlare con una famiglia di 5 elementi (moglie, marito e tre figli) che avevano un aspetto ed un'andamento un po' diverso dagli altri.
Grazie alla servizio di interprete della guida, abbiamo scoperto che erano "Uomini delle montagne".
Se ho capito bene, gli "Uomini delle montagne" sono le persone che vivono nelle zone più alte, sulle montagne. Ed in Bhutan significa vivere fra i 4000 ed i 6000 metri.
Persone che vivono in minuscole fattorie al limite col cielo dove le condizioni sono davvero estreme.
La loro pelle era spaccata dal sole e dal vento ed i loro occhi erano due piccole fessure; anche il modo di parlare era diverso, aveva una cadenza più dura e più lenta.
I loro vestiti erano leggermente diversi, non saprei descrivere il perchè... forse usavano diversi tessuti o forse ero solo rimasto suggestionato dal loro viaggio.
La famiglia era venuta tempo addietro a pregare per la guarigione del figlio malato, ora il figlio era guarito e loro tornavano a ringraziare.
Il viaggio durava circa 5 giorni da casa loro al tempio ed ovviamente si muovevano a piedi.
Mi sono chiesto è come accidenti fossero riusciti ad arrivare fino a li con 3 bambini se portavano appena due piccoli zaini.
L'unica spiegazione poteva essere l'ospitalità del popolo Bhutanese.
Questa famiglia doveva essersi fermata nei templi o nelle fattorie incontrate lungo il tragitto dove era stata accolta e rifocillata.
Questa cosa può sembrare un po' "fantasy" a noi occidentali, ma durante il viaggio avevamo già avuto modo di sperimentare l'ospitalità bhutanese e più avanti l'avremmo assaporata ancora meglio.
Rimasi molto colpito da questi avventori ed avrei voluto parlargli per ore, ma avevo capito fin dalle prime parole che non erano troppo felici di fare "gli animali da zoo" per noi... erano venuti per pregare, avevano fatto tanta strada ed ora erano finalmente arrivati alla meta.
Fu così che continuammo l'escursione fino a raggiungere il tempietto in questione.
Ad accoglierci all'ingresso c'erano delle persone (non so dire se pellegrini o persone legate al tempio in qualche modo) che ci offrirono riso col burro e the.
Il tempio era piccolino e molto antico.
Era posizionato in cima ad un'altura ed era circondato da grossi alberi che non ho saputo identificare.
L'atmosfera era pacata ed incredibilmente desolata, ma non un desolato "negativo"... era un desolato meditativo dove la presenza delle persone era impercettibile.
Siamo entrati nel tempio dove abbiamo pregato e poi siamo tornati sui nostri passi passando attraverso ai campi di riso rosso in quel momento aridi e deserti.
Risaliti in auto ci aspettava un lungo tragitto su strette stradine di montagna per raggiungere la valle di Phobjikha.
Cominciammo subito ad inerpicarci per strade strette ed a strapiombo.
Per strada ogni tanto vedevamo gente ferma ad attendere il bus... facevo davvero fatica ad immaginarmi un bus su per quelle strade.
La natura si mostrava in tutta la sua forza. Enormi alberi ricoperti da muschi e rampicanti si aggrappavano ai terreni scoscesi della montagna sfidando il percorso sinuoso della strada ed invadendolo a tratti.
Man mano che salivamo di quota, gli alberi cominciarono poi sempre più spesso a lasciare spazio a vedute mozzafiato sull'Himalaya.
Dopo un paio d'ore di salita, cominciammo a vedere gruppi yak in mezzo alla strada e la vista sulle vette innevate bhutanesi si faceva sempre più spettacolare.
Intorno alle 13.00 ci fermammo in una piccola locanda, quasi in punta alla montagna.
La temperatura era calata notevolmente, ma il sole splendeva e la vista era spettacolare; così decidemmo di mangiare all'esterno su di un piccolo e basso tavolo in pietra preparato per l'occasione.
Faceva decisamente freddo, ma il piacere di mangiare di fronte a quello spettacolo della natura valse davvero la pena.
Ci concentrammo anche (alla faccia della privacy) su di una gruppetto di minuscole case sui balconi delle quali era stesa un sacco di carne a seccare.
Le case erano decorate in modo diverso ed anche le persone sembravano un po' diverse.
Pensavamo fossero i famosi "uomini delle montagne", ma la guida ci smentì.
Quelli erano esuli tibetani.
Molti dissidenti tibetani erano fuggiti in Bhutan ed avevano trovato posto in queste zone inospitali.
La loro era una vita da esuli che vivevano al limite della povertà in queste zone montagnose semi-deserte.
La guida ci spiegò però che gli uomini delle montagne vivevano in zone ancora più alte ed impervie.
Passammo buona parte del tempo ad osservare una casa in particolare.
Aveva un sacco di carne ad essiccare, la porta di ingresso era aperta ed ogni tanto usciva una signora con bidoni ed oggetti inidentificabili. Seduto sulla veranda un bambino giocava con qualcosa.
Era una scena di una forza difficile da descrivere... era poetica, era densa di significato... di quei significati che si recepiscono con sensi a cui non abbiamo ancora dato dei nomi.
Quella casa che da un lato dava su una stradicciola di montagna, dall'altra sullo strabiombo... nel mezzo di montagne altissime... col cielo come unico contorno ed il sole alleato col vento nel levigare le strutture in legno.
Persone indaffarate nella vita di tutti i giorni, una vita che noi non saremmo stati in grado di comprendere a fondo, nelle bellezze quanto nelle brutture.
Forse tutti gli occidentali (pochi) che passavano di li si fermavano a contemplare quella casa o forse solo noi ne eravamo rimasti catturati, questo non si sa.
Sicuro è che fra le "cose" più preziose raccolte di questo viaggio c'è di sicuro questo momento di osservazione.
Dopo pranzo raggiungemmo in fretta il passo e cominciammo a scendere verso la valle.
La temperatura scece ulteriormente e cominciammo a vedere la neve vicino alla strada.
La Phobjikha valley è a dir poco monumentale. Penso che il termine inglese "huge" la descriva appieno.
Eravamo giunti in quella valle per vedere le Gru dal collo nero, uccello in via di estinzione (qualche centinaio in tutto il mondo) che d'inverno svernava in quella zona.
La gru del collo nero è sacra ai Bhutanesi. La tradizione vuole che quando le gru arrivano e quando ripartono, facciano tre giri attorno al tempio della valle proprio come dei pellegrini.
La nostra prima tappa fu proprio al Gantey Gompa, il tempio sopra citato... tempio che la guida ci descrisse come "L'università del buddismo".
Il tempio era sulla cima di una piccola altura che gli permetteva un'ampia vista su tutta la valle.
Il tempio di per se non aveva nulla di particolare, ma la sua posizione e la sua unicità in quella valle pazzesca lo faceva risplendere di un'aurea surreale.
Faceva un freddo pazzesco e noi eravamo stanchi del viaggio, così la nostra visita durò lo stretto necessario per godersi quell'atmosfera pazzesca.
Arrivammo al "modesto resort" (così lo chiamava il programma di viaggio) in cui avremmo soggiornato durante la nostra permanenza nella valle.
Esternamente la costruzione toglieva il fiato tanto era bella nella struttura e nelle decorazioni.
Fummo accompagnati nella sala comune dove c'era una erorme stufa che scaldava (non abbastanza) l'ambiente.
Ci offrirono del the bollente e qualcosina da mangiare insieme a panni bollenti e profumati da metterci in faccia e sulle mani.
Quando ci fummo rifocillati fummo accompagnati nella stanza.
La stanza era molto carina, aveva degli spifferi pazzeschi ed era scaldata solamente da una piccola stufa.
La cosa della stufa ci rallegrò molto perchè rendeva l'atmosfere pittoresca, ma aveva dei grossi lati negativi:
1- Innanzitutto la stufa era troppo piccola per scaldare e mantenere la stanza calda, soprattutto visti gli immensi spifferi.
2- La posizione del bagno rendeva poi impossibile poter sfruttare la stufa per portare la temperatura all'interno ad un "livello doccia" fruibile.
3- Le dimensioni ridotte della stufa rendevano necessario una carica di legna ogni 45 minuti al massimo.
Prima di cena caricammo la stufa al massimo e poi andammo nella sala comune dove ci attendeva una modesta, ma confortevole cena.
Scoprimmo che con noi nel resort c'era un famiglia francese che si era portata dietro pure il cane e che soggiornava in Bhutan da parecchio tempo.
C'erano forse altre due o tre escursionisti e nessun altro. In effetti non era la migliore stagione per visitare la valle, se non per ammirare le gru dal collo nero.
Quando tornammo in camera il fuoco era quasi spento e la temperatura notevolmente scesa.
Riempimmo la stufa il più possibile e ci tuffammo sotto gli spessi strati delle coperte addormentandoci praticamente all'istante.
Il giorno dopo ci attendeva l'esplorazione della valle e le gru dal collo nero.
Penso davvero che ci siano luoghi che hanno un'energia speciale e ci permettono di tornare quasi ad uno stato di veglia... oddio, non veglia al 100%, ma ci portano sicuramente a recepire "cose" che altrimenti non siamo in grado di recepire.
La Natura non stuprata dall'uomo, ma anzi rispettata e venerata è presente ovunque in Bhutan, questo lo rende un luogo speciale, carico di energia.
Dopo una abbondantissima colazione, la guida è venuta a prenderci e, dopo un breve percorso in auto, ci siamo avviati a piedi verso un piccolo tempio dedicato alla fertilità ed ai bambini.
Durante il percorso abbiamo incontrato più persone di quello che mi aspettassi; erano tutti Bhutanesi che si recavano al tempio a pregare per ottenere benedizioni o ringraziare per le benedizioni concesse.
In particolare ci siamo fermati a parlare con una famiglia di 5 elementi (moglie, marito e tre figli) che avevano un aspetto ed un'andamento un po' diverso dagli altri.
Grazie alla servizio di interprete della guida, abbiamo scoperto che erano "Uomini delle montagne".
Se ho capito bene, gli "Uomini delle montagne" sono le persone che vivono nelle zone più alte, sulle montagne. Ed in Bhutan significa vivere fra i 4000 ed i 6000 metri.
Persone che vivono in minuscole fattorie al limite col cielo dove le condizioni sono davvero estreme.
La loro pelle era spaccata dal sole e dal vento ed i loro occhi erano due piccole fessure; anche il modo di parlare era diverso, aveva una cadenza più dura e più lenta.
I loro vestiti erano leggermente diversi, non saprei descrivere il perchè... forse usavano diversi tessuti o forse ero solo rimasto suggestionato dal loro viaggio.
La famiglia era venuta tempo addietro a pregare per la guarigione del figlio malato, ora il figlio era guarito e loro tornavano a ringraziare.
Il viaggio durava circa 5 giorni da casa loro al tempio ed ovviamente si muovevano a piedi.
Mi sono chiesto è come accidenti fossero riusciti ad arrivare fino a li con 3 bambini se portavano appena due piccoli zaini.
L'unica spiegazione poteva essere l'ospitalità del popolo Bhutanese.
Questa famiglia doveva essersi fermata nei templi o nelle fattorie incontrate lungo il tragitto dove era stata accolta e rifocillata.
Questa cosa può sembrare un po' "fantasy" a noi occidentali, ma durante il viaggio avevamo già avuto modo di sperimentare l'ospitalità bhutanese e più avanti l'avremmo assaporata ancora meglio.
Rimasi molto colpito da questi avventori ed avrei voluto parlargli per ore, ma avevo capito fin dalle prime parole che non erano troppo felici di fare "gli animali da zoo" per noi... erano venuti per pregare, avevano fatto tanta strada ed ora erano finalmente arrivati alla meta.
Fu così che continuammo l'escursione fino a raggiungere il tempietto in questione.
Ad accoglierci all'ingresso c'erano delle persone (non so dire se pellegrini o persone legate al tempio in qualche modo) che ci offrirono riso col burro e the.
Il tempio era piccolino e molto antico.
Era posizionato in cima ad un'altura ed era circondato da grossi alberi che non ho saputo identificare.
L'atmosfera era pacata ed incredibilmente desolata, ma non un desolato "negativo"... era un desolato meditativo dove la presenza delle persone era impercettibile.
Siamo entrati nel tempio dove abbiamo pregato e poi siamo tornati sui nostri passi passando attraverso ai campi di riso rosso in quel momento aridi e deserti.
Cominciammo subito ad inerpicarci per strade strette ed a strapiombo.
Per strada ogni tanto vedevamo gente ferma ad attendere il bus... facevo davvero fatica ad immaginarmi un bus su per quelle strade.
La natura si mostrava in tutta la sua forza. Enormi alberi ricoperti da muschi e rampicanti si aggrappavano ai terreni scoscesi della montagna sfidando il percorso sinuoso della strada ed invadendolo a tratti.
Man mano che salivamo di quota, gli alberi cominciarono poi sempre più spesso a lasciare spazio a vedute mozzafiato sull'Himalaya.
Dopo un paio d'ore di salita, cominciammo a vedere gruppi yak in mezzo alla strada e la vista sulle vette innevate bhutanesi si faceva sempre più spettacolare.
Intorno alle 13.00 ci fermammo in una piccola locanda, quasi in punta alla montagna.
La temperatura era calata notevolmente, ma il sole splendeva e la vista era spettacolare; così decidemmo di mangiare all'esterno su di un piccolo e basso tavolo in pietra preparato per l'occasione.
Faceva decisamente freddo, ma il piacere di mangiare di fronte a quello spettacolo della natura valse davvero la pena.
Ci concentrammo anche (alla faccia della privacy) su di una gruppetto di minuscole case sui balconi delle quali era stesa un sacco di carne a seccare.
Le case erano decorate in modo diverso ed anche le persone sembravano un po' diverse.
Pensavamo fossero i famosi "uomini delle montagne", ma la guida ci smentì.
Quelli erano esuli tibetani.
Molti dissidenti tibetani erano fuggiti in Bhutan ed avevano trovato posto in queste zone inospitali.
La loro era una vita da esuli che vivevano al limite della povertà in queste zone montagnose semi-deserte.
La guida ci spiegò però che gli uomini delle montagne vivevano in zone ancora più alte ed impervie.
Passammo buona parte del tempo ad osservare una casa in particolare.
Aveva un sacco di carne ad essiccare, la porta di ingresso era aperta ed ogni tanto usciva una signora con bidoni ed oggetti inidentificabili. Seduto sulla veranda un bambino giocava con qualcosa.
Era una scena di una forza difficile da descrivere... era poetica, era densa di significato... di quei significati che si recepiscono con sensi a cui non abbiamo ancora dato dei nomi.
Quella casa che da un lato dava su una stradicciola di montagna, dall'altra sullo strabiombo... nel mezzo di montagne altissime... col cielo come unico contorno ed il sole alleato col vento nel levigare le strutture in legno.
Persone indaffarate nella vita di tutti i giorni, una vita che noi non saremmo stati in grado di comprendere a fondo, nelle bellezze quanto nelle brutture.
Forse tutti gli occidentali (pochi) che passavano di li si fermavano a contemplare quella casa o forse solo noi ne eravamo rimasti catturati, questo non si sa.
Sicuro è che fra le "cose" più preziose raccolte di questo viaggio c'è di sicuro questo momento di osservazione.
Dopo pranzo raggiungemmo in fretta il passo e cominciammo a scendere verso la valle.
La temperatura scece ulteriormente e cominciammo a vedere la neve vicino alla strada.
La Phobjikha valley è a dir poco monumentale. Penso che il termine inglese "huge" la descriva appieno.
Eravamo giunti in quella valle per vedere le Gru dal collo nero, uccello in via di estinzione (qualche centinaio in tutto il mondo) che d'inverno svernava in quella zona.
La gru del collo nero è sacra ai Bhutanesi. La tradizione vuole che quando le gru arrivano e quando ripartono, facciano tre giri attorno al tempio della valle proprio come dei pellegrini.
La nostra prima tappa fu proprio al Gantey Gompa, il tempio sopra citato... tempio che la guida ci descrisse come "L'università del buddismo".
Il tempio era sulla cima di una piccola altura che gli permetteva un'ampia vista su tutta la valle.
Il tempio di per se non aveva nulla di particolare, ma la sua posizione e la sua unicità in quella valle pazzesca lo faceva risplendere di un'aurea surreale.
Faceva un freddo pazzesco e noi eravamo stanchi del viaggio, così la nostra visita durò lo stretto necessario per godersi quell'atmosfera pazzesca.
Arrivammo al "modesto resort" (così lo chiamava il programma di viaggio) in cui avremmo soggiornato durante la nostra permanenza nella valle.
Esternamente la costruzione toglieva il fiato tanto era bella nella struttura e nelle decorazioni.
Fummo accompagnati nella sala comune dove c'era una erorme stufa che scaldava (non abbastanza) l'ambiente.
Ci offrirono del the bollente e qualcosina da mangiare insieme a panni bollenti e profumati da metterci in faccia e sulle mani.
Quando ci fummo rifocillati fummo accompagnati nella stanza.
La stanza era molto carina, aveva degli spifferi pazzeschi ed era scaldata solamente da una piccola stufa.
La cosa della stufa ci rallegrò molto perchè rendeva l'atmosfere pittoresca, ma aveva dei grossi lati negativi:
1- Innanzitutto la stufa era troppo piccola per scaldare e mantenere la stanza calda, soprattutto visti gli immensi spifferi.
2- La posizione del bagno rendeva poi impossibile poter sfruttare la stufa per portare la temperatura all'interno ad un "livello doccia" fruibile.
3- Le dimensioni ridotte della stufa rendevano necessario una carica di legna ogni 45 minuti al massimo.
Prima di cena caricammo la stufa al massimo e poi andammo nella sala comune dove ci attendeva una modesta, ma confortevole cena.
Scoprimmo che con noi nel resort c'era un famiglia francese che si era portata dietro pure il cane e che soggiornava in Bhutan da parecchio tempo.
C'erano forse altre due o tre escursionisti e nessun altro. In effetti non era la migliore stagione per visitare la valle, se non per ammirare le gru dal collo nero.
Quando tornammo in camera il fuoco era quasi spento e la temperatura notevolmente scesa.
Riempimmo la stufa il più possibile e ci tuffammo sotto gli spessi strati delle coperte addormentandoci praticamente all'istante.
Il giorno dopo ci attendeva l'esplorazione della valle e le gru dal collo nero.
giovedì 26 marzo 2015
THE GUDU'S BHUTANESE EXPERIENCE PART 2 - THIMPU
In ogni viaggio c'è quel momento in cui scatta quel "qualcosa" che mi fa entrare "dentro" al viaggio.
Prima di allora sono ancora vivi i filtri della vita quotidiana, i modi di pensare che mi porto dietro, i preconcetti, le visioni delle cose.
Prima di allora non sono in grado di carpire le atmosfere, le energie e l'essenza del posto in cui sono.
Prima di allora vedo tutto come dietro al vetro di uno di quei pullman che portano i turisti in giro per le città.
Poi arriva quel momento: il momento in cui mi trasformo nel "Leo viaggiatore" e vivo al 100% ogni singola particella (nel senso più ampio del termine) del viaggio e del luogo.
Prima di allora sono ancora vivi i filtri della vita quotidiana, i modi di pensare che mi porto dietro, i preconcetti, le visioni delle cose.
Prima di allora non sono in grado di carpire le atmosfere, le energie e l'essenza del posto in cui sono.
Prima di allora vedo tutto come dietro al vetro di uno di quei pullman che portano i turisti in giro per le città.
Poi arriva quel momento: il momento in cui mi trasformo nel "Leo viaggiatore" e vivo al 100% ogni singola particella (nel senso più ampio del termine) del viaggio e del luogo.
Con il Bhutan dovrebbe essere semplice raggiungere questo stato: tutto in Bhutan è permeato di... di Bhutan. Ogni singolo edificio costruito con la tipica architettura ed ornato da fantastiche finiture fatte a mano ed emana un'aura particolare; ogni singolo essere umano (che sia vestito in abiti tradizionali oppure no) si muove, parla, lavora, agisce come se fosse in uno stato di costante preghiera interiore; il vento sembra trasportare preghiere ancestrali e tutto sembra essere permeato di un'aura di silenziosa serenità.
Così è, ma non è facile percepire queste cose per un occidentale... il "favoloso" era li davanti a me, ma non sono riuscito subito a percepirlo.
La mattina del nostro primo vero giorno in Bhutan abbiamo aperto gli occhi lentamente, ci siamo guardati intorno respirando la rilassante atmosfera "legnosa" della nostra camera e lentamente ci siamo preparati a scendere per la colazione.
Nella sala della colazione c'erano parecchie persone, tutte silenziose e con lo sguardo sereno. Presi da quell'atmosfera pacata e serena, abbiamo ammirato le bellissime finiture e le fini decorazioni della stanza del pasto con più calma.
Ogni cosa in Bhutan è curata nei minimi particolari, non con la cura maniacale ed industriale dei luoghi occidentali, ma la cura artistica artigiana... la stessa che si può trovare nelle grandi opere architettoniche presenti in tutto il mondo, solo che in Bhutan questo tipo di cura è presente ovunque, dal tempio al distributore di benzina. E' qualcosa di più sottile di una semplice ricerca estetica, qualcosa che riesco a descrivere solo con il termine "preghiera costante".
Quando siamo usciti per salire in auto con la nostra guida, mi sono trovato ad ammirare ogni singolo edificio nei dintorni dell'hotel; poi durante il tragitto verso la nostra prima meta mi sono trovato ad ammirare perfino le impalcature traballanti in bambù attaccate ad alcuni palazzi.
Questa per un'occidentale è un'overdose sensoriale perchè noi occidentali dobbiamo catalogare e "fare nostro" tutto quello che vediamo... vogliamo "fare nostro".
Questo modo di pensare mi impediva di entrare nella giusta ottica del viaggiatore in Bhutan.
Nella sala della colazione c'erano parecchie persone, tutte silenziose e con lo sguardo sereno. Presi da quell'atmosfera pacata e serena, abbiamo ammirato le bellissime finiture e le fini decorazioni della stanza del pasto con più calma.
Ogni cosa in Bhutan è curata nei minimi particolari, non con la cura maniacale ed industriale dei luoghi occidentali, ma la cura artistica artigiana... la stessa che si può trovare nelle grandi opere architettoniche presenti in tutto il mondo, solo che in Bhutan questo tipo di cura è presente ovunque, dal tempio al distributore di benzina. E' qualcosa di più sottile di una semplice ricerca estetica, qualcosa che riesco a descrivere solo con il termine "preghiera costante".
Quando siamo usciti per salire in auto con la nostra guida, mi sono trovato ad ammirare ogni singolo edificio nei dintorni dell'hotel; poi durante il tragitto verso la nostra prima meta mi sono trovato ad ammirare perfino le impalcature traballanti in bambù attaccate ad alcuni palazzi.
Questa per un'occidentale è un'overdose sensoriale perchè noi occidentali dobbiamo catalogare e "fare nostro" tutto quello che vediamo... vogliamo "fare nostro".
Questo modo di pensare mi impediva di entrare nella giusta ottica del viaggiatore in Bhutan.
La nostra prima tappa è stata il National Memorial Chorten di Thimpu.
Il cielo era plumbeo ed in giro c'era poca gente.
Il cielo era plumbeo ed in giro c'era poca gente.
All'entrata del Chorten la guida e l'autista hanno cominciato a pregare mentre ci muovevamo verso la costruzione principale.Arrivati di fronte al chorten abbiamo cominciato a girarci attorno in senso orario e la guida ha cominciato a spiegarci la cultura locale.
I Bhutanesi pregano girando in senso orario attorno alle costruzioni sacre poiché il senso orario è gradito al divino e questo movimento aiuta a purificare karma, energie e pensiero.
Si gira sempre un numero di volte dispari in quanto i numeri dispari sono più graditi alle divine sfere.Di per sè il Chorten non mi ha colpito tanto dal punto di vista architettonico/estetico quanto per quello che accadeva intorno: persone in abiti tradizionali giravano insieme a noi pregando, alcune per pochi giri altri per tutti e 108 i giri necessari ad una purificazione giornaliera completa e poi andavano a pregare e lasciare offerte di fronte all'ingresso del Chorten.
Il Chorten non ha un equivalente nella cultura occidentale; equivale a quello che nel resto dell'oriente è chiamato Stupa... è una costruzione sacra all'interno del quale sono contenute reliquie sacre.
E' il simbolo della mente illuminata e del percorso per il suo raggiungimento. E' monumento spirituale.
Durante i nostri giri intorno al Chorten abbiamo imparato che i Bhutanesi applicano i dettami del Buddismo in ogni secondo della loro vita che diventa così Via spirituale verso il divino.
A fianco della costruzione principale, abbiamo fatto la conoscenza con le nostre prime ruote di preghiera.Cosa sono le ruote di preghiera? Sono dei cilindri vincolati in modo da ruotare sul loro asse sul quale sono incise preghiere. La gente le fa girare (in senso orario) in modo che il vento passi sulle preghiere scolpite e le porti in giro.
Le ruote di questo tempio erano alte più di due metri e larghe più di un metro e mezzo, quindi per farle girare era più semplice afferrarne un lato e girare intorno al loro asse.
Dopo una ventina di minuti siamo risaliti in auto ed abbiamo cominciato ad inerpicarci per delle strade di montagna.
Dopo un'altra ventina di minuti ci siamo fermati di fronte ad un cancello ed abbiamo continuato a piedi.
Immenso è stato il mio stupore nel ritrovarmi ad un certo punto improvvisamente di fronte un Buddha gigantesco... così grande che all'interno del suo corpo era sito un intero tempio.
Dopo un'altra ventina di minuti ci siamo fermati di fronte ad un cancello ed abbiamo continuato a piedi.
Immenso è stato il mio stupore nel ritrovarmi ad un certo punto improvvisamente di fronte un Buddha gigantesco... così grande che all'interno del suo corpo era sito un intero tempio.
E' stato di fronte a questa incredibile costruzione che finalmente è scattato quel "qualcosa" ed io mi sono finalmente ritrovato in Bhutan.
La statua era ancora in costruzione e sarebbe diventata la più grande statua di Buddha del mondo.
Le statue di Buddha sono sempre permeate di un'aura fortissima, ma questa aveva un'energie strabiliante.
Costruita sulla cima di una montagna e circondata da altre montagne ricoperte di conifere, con gli occhi questa statua sembrava seguirmi ovunque mi posizionassi e contemporaneamente passarmi attraverso ed osservare il mondo.
Fissare negli occhi questa statua mi faceva "vibrare" tutto, non so esprimermi in modo diverso.
Le montagne attorno erano piene di bandiere di preghiera legate agli alberi, uno spettacolo eccezionale che arricchiva ulteriormente la misticità del luogo.Non volevo più andarmene... stavo troppo bene in quel luogo... ho trovato ogni scusa possibile per fermarmi il più a lungo possibile... non potevo fare a meno di tornare a osservare lo sguardo della statua ogni pochi secondi e poi sfuggivo a quello sguardo per paura di perdermi... è stata un'esperienza quasi mistica.
La statua era ancora in costruzione e sarebbe diventata la più grande statua di Buddha del mondo.
Le statue di Buddha sono sempre permeate di un'aura fortissima, ma questa aveva un'energie strabiliante.
Costruita sulla cima di una montagna e circondata da altre montagne ricoperte di conifere, con gli occhi questa statua sembrava seguirmi ovunque mi posizionassi e contemporaneamente passarmi attraverso ed osservare il mondo.
Fissare negli occhi questa statua mi faceva "vibrare" tutto, non so esprimermi in modo diverso.
Le montagne attorno erano piene di bandiere di preghiera legate agli alberi, uno spettacolo eccezionale che arricchiva ulteriormente la misticità del luogo.Non volevo più andarmene... stavo troppo bene in quel luogo... ho trovato ogni scusa possibile per fermarmi il più a lungo possibile... non potevo fare a meno di tornare a osservare lo sguardo della statua ogni pochi secondi e poi sfuggivo a quello sguardo per paura di perdermi... è stata un'esperienza quasi mistica.
Alla fine siamo dovuti tornare all'auto e mentre tornavamo verso il centro abitato, continuavo a fissare da lontano la statua che vegliava sulla città... ma perché mentre salivamo non l'avevo notata? Era lì immensa e visibile da ogni angolo della città.
La terza tappa è stata al Changan Gangkha Lhakhang, uno dei monasteri più vecchi del Bhutan ed il primo che abbiamo visitato.
In questo tempio abbiamo incontrato parecchia gente del luogo che andava a pregare.
Il monastero era molto antico e logorato dal tempo e proprio per questo molto affascinante.
In questo tempio abbiamo incontrato parecchia gente del luogo che andava a pregare.
Il monastero era molto antico e logorato dal tempo e proprio per questo molto affascinante.
Una volta dentro, abbiamo ammirato dei bellissimi dipinti e ci siamo lanciati in uno scambio culturale in cui la nostra guida ci raccontava l'epica religiosa buddista e noi raccontavamo a lui l'epica cristiana.
Divertente è stato ascoltare la Virgi che spiegava tutta la storia di Lucifero alla nostra guida.In questa occasione abbiamo sentito parlare per la prima volta di Guru Rinpoche che, secondo la tradizione bhutanese, è la seconda grande incarnazione di Buddha.
Secondo la tradizione è stato Guru Rinpoche a portare il buddismo in Bhutan fra mille aneddoti di cui alcuni davvero bizzarri.
Non sto a raccontare nessuno di questi aneddoti perché sono facili da reperire on line, ma anticipo che la figura di Guru Rinpoche ci avrebbe accompagnato per tutto il viaggio.
La quarta tappa è stata un parco in cui abbiamo potuto vedere dal vivo il famoso Takin.
Il Takin è l'animale nazionale buthanese insieme al corvo.Secondo la tradizione, un bel giorno Il sacro folle (un'altra figura della tradizione bhutanese) ha mangiato una capra ed una mucca e poi ha vomitato il takin.
In effetti la tradizione descrive bene questo curioso e sgraziato animale visibile oramai solo più in parchi protetti.
Il Takin è l'animale nazionale buthanese insieme al corvo.Secondo la tradizione, un bel giorno Il sacro folle (un'altra figura della tradizione bhutanese) ha mangiato una capra ed una mucca e poi ha vomitato il takin.
In effetti la tradizione descrive bene questo curioso e sgraziato animale visibile oramai solo più in parchi protetti.
Con l'occasione abbiamo fatto una piacevole passeggiata in mezzo alla natura disquisendo sulla cultura bhutanese.
Al termine della passeggiata siamo andati a pranzare in un ristorante locale.
I piatti Bhutanesi sono suppergiù sempre gli stessi che ho già descritto.
La novità è stata l'introduzione della presenza del the all'interno delle nostre giornate.In Buthan il the è onnipresente.
Quando si arriva in un locale, ad un incontro o in una abitazione, si beve il the tutti insieme.
Il the in Bhutan rappresenta l'ospitalità ed il riposo.
Appena arrivati al ristorante ci è stato offerto quindi del the.
Io e la Vigi siamo partiti caldissimi optando per tipicissimo the con il burro di yak.
I piatti Bhutanesi sono suppergiù sempre gli stessi che ho già descritto.
La novità è stata l'introduzione della presenza del the all'interno delle nostre giornate.In Buthan il the è onnipresente.
Quando si arriva in un locale, ad un incontro o in una abitazione, si beve il the tutti insieme.
Il the in Bhutan rappresenta l'ospitalità ed il riposo.
Appena arrivati al ristorante ci è stato offerto quindi del the.
Io e la Vigi siamo partiti caldissimi optando per tipicissimo the con il burro di yak.
Ci fu portata una strana brodaglia rosa dall'odore pungente e la viscosità tipica dell'olio per auto esausto.
Devo dire che l'esperienza non è stata delle più piacevoli... nemmeno la Vigi è riuscita a trangugiarne più di un sorso... diciamo che non avevamo il palato per poterlo capire e da qual momento in poi siamo passati al comunissimo "the liscio" od al massimo the con latte.
Devo dire che l'esperienza non è stata delle più piacevoli... nemmeno la Vigi è riuscita a trangugiarne più di un sorso... diciamo che non avevamo il palato per poterlo capire e da qual momento in poi siamo passati al comunissimo "the liscio" od al massimo the con latte.
Nel pomeriggio siamo andati a visitare il mercato locale (nelle foto il tipico formaggio di yak, famoso per essere così dura da spaccare i denti a turisti che ci si avventano sopra senza la giusta preparazione) e poi il museo/scuola tessile nazionale ed abbiamo fatto qualche acquisto nello shop annesso.
Sarebbe stata una bellissima esperienza se non fosse che era un giorno festivo e quindi non c'era nessuno a praticare la tessitura in quel momento.
Sarebbe stata una bellissima esperienza se non fosse che era un giorno festivo e quindi non c'era nessuno a praticare la tessitura in quel momento.
Alle 16.30 circa siamo stati riportati dalla guida all'albergo, ma non siamo rientrati in camera; abbiamo preferito passeggiare da soli per la città.In Buthan almeno il 60% delle persone indossa abitualmente l'abito tradizionale senza distinzioni di sesso o età, una cosa davvero particolare a vedersi.
Benchè Thimphu sia la capitale si tratta di una città molto piccola composta per lo più da una lunga via principale dalla quale si dipartono tante piccole strade laterali.Le case erano nella maggior parte dei casi abbastanza piccole ed a singola unità, costruite secondo l'affascinante architettura tipica.
Benchè Thimphu sia la capitale si tratta di una città molto piccola composta per lo più da una lunga via principale dalla quale si dipartono tante piccole strade laterali.Le case erano nella maggior parte dei casi abbastanza piccole ed a singola unità, costruite secondo l'affascinante architettura tipica.
Più avanti nel viaggio avremmo imparato molte cose interessanti a riguardo delle case bhutanesi e della loro funzione.
Dopo circa un'ora siamo tornati in Albergo, abbiamo fatto una doccia, cenato e siamo andati a letto pronti a nuove avventure per il giorno successivo.
martedì 3 febbraio 2015
THE GUDU'S BHUTANESE EXPERIENCE PART 1 - PREPARATIVI E VIAGGIO DI ANDATA.
Era era il novembre del 2014.
Dopo un'anno e mezzo senza viaggi (a parte una piccola gita a Budapest ad agosto 2014), finalmente si prospettava una nuova "Gudu's Experience".
La prima idea era quella di percorrere l'Argentina in fuoristrada fino al punto più a Sud, ma la logistica delle ferie, lavorativamente parlando, non lo permetteva.
Avevamo 15 giorni di ferie al massimo.
Cosa fare?
Avevamo scartato il Sud America per la pericolosità e/o per la necessità di più giorni per un viaggio che fosse "viaggio".
Avevamo scartato l'Africa per non avere problemi alle frontiere a causa dell'ebola.
Avevamo scartato le zone "Aurora boreale" perchè nel periodo disponibile c'era la luna piena e quindi "aurora boreale rarissima".
Avevamo scartato una bellissima avventura in Oman per paura del fondamentalismo islamico (con avventura non indendiamo farci rapire e magari accoppare).
Non restava che l'Asia: abbastanza vicina, clima adatto alla stagione, mediamente sicura dal punto di vista sanitario e sociopolitico.
Cominciammo a richiedere preventivi per Laos, Vietnam, Cambogia e Sri-lanka.
Mentre preventivi di bei viaggi fioccavano nelle nostre caselle mail, alla Virgi venne l'idea:
"Perchè non andiamo in Bhutan"?
Subito la richiesta all'agenzia e subito una delusione: "C'è solo una compagnia che vola in Bhutan, pochi voli, pochi posti, poche persone che entrano ogni anno in Bhutan".
Quando oramai avevamo scelto un bellissimo viaggio nel Vietnam rurale ecco l'improvvisa notizia: "La Heart viaggi ha trovato due posti sull'aereo... tutto pronto... basta solo una vostra conferma".
Ovviamente abbiamo preso la notizia come un segno del destino.
Lascio a wikipedia la descrizione del Bhutan, mi limito a scrivere i pochi dati che avevano catturato la nostra attenzione:
- Posizionato sull'Himalaya fra India e Nepal (Leo eccitato).
- Culturalmente isolato dal mondo, unico paese che vive seguendo le antiche tradizioni (Leo e Virgi eccitati).
- Unico paese al mondo che vive seguendo i dettami del Bhuddismo (Leo eccitatissimo).
- Paese dove d'inverno vanno a svernare le rarissime "Gru dal collo nero" (Virgi eccitatissima).
- Percorsi di trekking misti a percorsi spirituali verso e nei templi (Leo e Virgi eccitatissimi).
- Sport nazionale: il tiro con l'arco (piacevole facezia).
In preda alla felicità era l'ora di reperire l'attrezzatura.
Descrivo anche questa fase perchè per il viaggiatore provetto è parte integrante del viaggio.
Si trattava di fare dell'escursionismo sull Himalaya ad altitudini, in alcuni casi, vicine ai 4000; si prospettava tempo variabile passando dai soleggiati 15°C agli innevati picchi a -5°C passando per gli umidi pantani a 5°C.
Due oggetti erano importanti: giacche e scarponi. Per quelli non abbiamo badato a spese.
Da anni le scarpe estive da trekking North Face (comprate per il viaggio in Namibia) accompagnavano le nostre avventure con affidabilità e comodità, così ci trovammo nel negozio North face di Torino a prendere scarponcini e giacche tecniche.
Mai acquisto fu più azzeccato: le scarpe hanno effettivamente retto al caldo, al fango, alla neve, ai viaggi in aereo senza stress per i nostri piedi e la stessa cosa si può dire delle giacche.
Per il restante materiale ce ne siamo andati al Decathlon dove avevamo già preso i nostri pantaloni estivi da Viaggio (sempre in occasione della Namibia) ed i nostri zaini da montanga.
Allego una lista del materiale davvero utile per un viaggio come questo, informazione difficile da trovare su internet, quindi potrebbe essere anche utile come pura informazione tecnica:
- Scarponcini da montagna (nell'inverno buthanese si trovano tutti i tipi di terreno presenti sulla terra, tranne quello desertico).
- Giacche da montagna di quelle con la parte interna in piumino (asportabile all'occorrenza) e la parte esterna antipioggia ed antivento (vedi sopra).
- Calze tecniche da montagna (utili nel trekking, ma anche quando a -5° bisogna togliersi le scarpe per entrare nei templi più remoti.
- Pantaloni tecnici invernali da trekking (oltre a tenere calde le gambe si lavano e soprattutto si asciugano in un giorno, quindi si riduce il bagaglio).
- Pantaloni tecnici estivi (in certe valli, c'è il clima come a maggio in Italia).
- Maglie e sottocamicie tecniche in pile (il pile tiene caldo, non si tropiccia, si smacchia facilmente ed anche lui si lava ed asciuga in fretta).
- Torce elettriche a dinamo (utili per transitare la notte da un'edificio all'altro o nelle città che di notte sono senza illuminazione pubblica).
- Binocolo (andare sull'Himalaya e non portare un binocolo è follia).
- Macchina fotografica (vedi sopra).
- Integratori alimentari (nei momenti di fatica tornano utili).
- Medicine per apparato digerente, apparato respiratorio e lividi/tagli (in Buthan scarseggiano).
- Racchette da trekking (noi siamo partiti senza e non abbiamo avuto particolari problemi, ma in certi casi ci avrebbero fatto comodo).
Nel totale, il 31 dicembre mattina, siamo partiti con uno zaino ed una sacca da viaggio a testa.
Negli zaini c'erano documenti, guide, macchine fotografiche, videocamera, binocolo e medicine.
Nelle sacche c'erano gli indumenti... in ogni sacca un po' di roba mia ed un po' di roba di Virgi... idea geniale della Virgi che ci ha salvato la vacanza.
La compagnia aerea era la "Turkish Airline": errore n. 1.
Il piano di volo comprendeva: Milano-Istanbul poi Instanbul-Katmandu (Nepal) poi una sosta di un giorno e mezzo a Katmandù ed infine volo Katmandù-Paro (Bhutan).
Il tempo di coincidenza dei voli ad Istanbul era di poco più di un'ora: errore n. 2.
Appena saliti sull'aereo, il pilota ci comunicò che saremmo partiti con 50 minuti di ritardo poichè su Istambul nevicava e l'aereoporto era in tilt.
Considerando che sul Nord Italia non cadeva un fiocco di neve dall'anno prima l'ho presa sul ridere ed abbiamo pensato: "Abbiamo comunque tempo e poi la compagnia è la stessa, ci aspettano di sicuro" (errore n.3).
Arrivati sopra Istanbul, l'aereo ha cominciato a girare in cerchio sopra la città per quasi un'ora prima di avere lo spazio per atterrare.
All'atterraggio siamo partiti tutti di corsa con gli operatori che ci indicavano verso quale direzione correre.
C'era gente che doveva andare a Dubai, a Mumbai, a nuova Dheli ed altri in posti dai nomi sconosciuti... tutti a correre spintonandoci con lo stomaco parzialmente sottosopra per le turbolenze ed i giri in tondo dell'aereo, tutti con le palle girate per la disorganizzazione turca.
Arrivammo al gate che l'aereo era ovviamente partito.
Fummo i primi ad arrivare.
Dopo di noi (quando io avevo già finito il repertorio di bestemmie nelle principali 5 religioni) altre due coppie di italiani con destinazione Nepal.
Ci dissero che FORSE saremmo partiti 24 ore dopo (solo un volo al giorno per il Nepal),
ci dissero di andare al punto informazioni per essere alloggiati in un hotel locale in attesa di ripartire.
Fu così che noi 6 italiani iniziammo il nostro film post natalizio "Cazzo ho perso l'aereo".
Breve descrizione degli altri protagonisti.
Il viaggiatore incallito e la moglie dubbiosa:
Lui era, come noi, un drogato dei viaggi... non poteva pensare ad un'esistenza senza viaggi (e noi lo capivamo bene). Uomo di mondo che approfittava dei viaggi anche per praticare l'antica arte del baratto con gli autoctoni portandosi a casa senza spese dei favolosi souvenirs.
Lei molto più tranquilla e votata (in apparenza) a spiagge assolate e drink ghiacciati; molto piacevole e gentile, dubbiosa sul fatto che effettivamente ci fosse la SPA in quel sobborgo ficcato in mezzo alle montagne nepalesi, sempre però ben disposta alla pratica del viaggiare.
Gli avventurieri:
Lui era stato più di dieci volte in Nepal. Aveva fatto tutto il trekking possibile, visto il meglio ed il peggio del Nepal a partire dagli anni '70 quando gli hippies ci andavano per drogarsi come animali, passando per gli anni 80-90 quando i primi veri avventurieri europei andavano ad affrontare l'Himalaya (riempiendolo di pattume), fino ai giorni attuali dove con 10 euro si comprava un qualsiasi indumento tecnico di qualsiasi marca (ovviamente taroccato).
Lui aveva vissuto tutto questo ed amava il Nepal. Personaggio estremamente interessate. Un vero avventuriero, di quelli che bevono l'acqua dal gange senza morire di mille malattie, di quelli che escono in canotiera a -20°C senza prendere la polmonite, di quelli in grado di camminare per 16 ore facendo solo due pause per pisciare.
Con lui la sua compagna/moglie (non ho sviscerato il legame preciso, preferivo ascoltare le storie delle sue avventure in Nepal) che per la prima volta visitava il paese tanto amato dal compagno.
A prima vista era anche lei era una di quelle toste, mi dava l'impressione di poter uccidere un cobra a mani nude e poi cucinarlo su un fornello da campo alimentato a peli di uomo delle nevi. Non ha parlato molto e questo aumentava la sua aura di mistero e potenza.
Dopo due ore di coda al primo sportello, ci mandarono ad un'altro sportello dove facemmo altre due di coda per poi essere mandati al terzo sportello dove attendemmo per circa un'ora di venire caricati su di un bus ed essere portati all'hotel.
Arrivati all'albergo facemmo un'altra bella ora di coda per avere le camere (salutando durante l'attesa l'arrivo del 2015).
All'una e mezza di notte, dopo un'ora di attesa per un panino, potemmo sederci tutti sei ad un tavolo e pianificare come usare la giornata successiva in attesa del volo.
Si decise di sfruttare la mattinata per visitare Istanbul e rientrare per le 14.00 al fine di poter pranzare in albergo a spese della turkish Airline.
Dopo una piacevole dormita, Io e la Vigi ci siamo svegliati riposati, abbiamo fatto colazione e poi abbiamo atteso i nostri compagni di avventura della hall dell'albergo.
Tutti insieme abbiamo preso un Taxi e ci siamo diretti verso il centro della città.
Il tempo era orrendo: cielo plumbeo, vento forte e pioggerellina a tratti.
Nonostante il clima orrendo, la bellezza di Istambul è risultata indubbia.
La coda per entrare a S. Sofia od al Minareto era immensa, così seguimmo il consiglio del viaggiatore incallito ed andammo a visitare "Le cisterne".
Dopo il giro alle cisterne abbiamo fatto una pausa the e poi ci siamo diretti verso il gigantesco mercato coperto: il Gran Bazar.
Il Gran Bazar è immenso, una piccola città piena zeppa di negozi di ogni tipo e pieno zeppo di gente.
Bellissimi i lampadari tradizionali locali e gli strumenti etnici in vendita un po' ovunque. Il tempo passò davvero rapidamente ed arrivò l'ora di tornare in albergo.
Dopo un caldo pasto ristoratore ci ritirammo in camera per lavarci e riposarci (le valigie non ce le avevano consegnate, quindi potevamo solo lavarci e non cambiarci).
Alla sera il volo partì puntuale alla volta del Nepal.
All'arrivo in Nepal fui preso alla gola dall'odore del luogo.
Non so come mai, non mi era mai successo, ma l'odore dell'aria mi dava il voltastomaco.
Dopo tutte le procedure di ingresso ed il commiato dai nostri temporanei ompagni di viaggio, fu il momento di scoprire che solo una delle due valigie era arrivata... argh... dannata Turkish airline.
Dopo aver perso mezz'oretta a denunciare lo smarrimento del bagaglio siamo usciti dall'aereoporto dove ci aspettavano gli addetti dell'agenzia.
Ci avrebbero portati in albergo dove avremmo potuto cambiarci, riposarci per un paio di ore e poi ci avrebbero riportati all'aeroporto per volare finalmente verso il Bhutan.
Fortuna che la Virgi aveva diviso i vestiti fra le due valigie, infatti non avremmo potuto recuperare la valigia persa fino al ritorno in Nepal. Ci saremmo fatti bastare la metà dei vestiti portati a testa.
Arrivati in hotel ci lavammo, ci cambiammo e poi insieme si decise di uscire un paio di ore all'avventura.
Fu così che ci trovammo per le vie di Katmandù.
A Katmandù il traffico è indescrivibile: piccole auto posizionate sulla strada e spesso sui marciapiedi a casaccio in attesa di poter avanzare qualche metro.
Strade fangose in terra battuta, case letteralmente "tagliate a metà" per allargare la strada, cavi elettrici a penzoloni dai pali o direttamente a terra, nebbia di smog e suono continuo di clacson.
Riuscimmo a raggiungere il quartiere dei negozietti dove si poteva trovare ogni sorta di attrezzatura per il trekking a prezzi ridicoli.
Ovviamente si trattava di falsi, ma di falsi di qualità (come li dichiarava l'avventuriero).
Tornammo in albergo, arrivammo all'aeroporto e salimmo sull'aereo.
Sull'aereo la prima bella sorpresa: le hostes erano in abito tradizionale e di una gentilezza squisita.
Per un volo di 50 minuti ci furono forniti cibo e bevande.
Durante il volo potemmo ammirare l'Everest e la catena Himalaiana in generale (per chi facesse questo volo, prenotate all'andata i posti sulla sinistra dell'aereo).
L'aeroporto di Paro è inserito fra i 10 aeroporti più "difficili" al mondo poichè è letteralmente sovrastato dai picchi himalayani. Fino a poco tempo fa, solo 8 piloti in tutto il mondo avevano l'autorizzazione per l'atterraggio, che richiede un vero e proprio slalom tra le vette prima di arrivare in vista dello scalo.
All'aereoporto trovammo la nostra guida ed il nostro autista.
Saliti in auto fummo aggrediti dalla stanchezza.
Ci aspettavano ancora quasi due ore di macchina per arrivare a Thimphu, la capitale del Bhutan.
Ci addormentammo in auto e ci svegliammo giusto in tempo per l'arrivo in hotel.
La guida ci prenotò la cena all'hotel e ci disse che ci sarebbe venuto a prendere il giorno successivo alle 9.00 del mattino.
L'hotel era bellissimo e la camera davvero confortevole.
Dopo esserci rimessi in sesto scendemmo nella zona di ristoro per la cena.
In Bhutan il cibo è ottimo, ma poco vario e quasi sempre piccante... cosa che io adoravo, ma che piaceva meno alla Virgi che mal tollera il piccante.
In Bhutan si mangia a buffet oppure, in caso di poche persone presenti, vengono portati dei piatti sul tavolo dai quali poi i commensali si servono.
Durante il pasto si è soliti bere the caldo ed a fine pasto viene portato un mandarino (od almeno a noi hanno sempre portato quello a fine pasto).
La carne è poca, ma presente... di pollo o di vitello, no maiale od altri animali.
Al posto del pane viene fornita specie di focaccia fatta in forno non lievitata molto buona.
Al posto delle patatine fritte vengono serviti dei peperoncini spesso accompagnati da salsa di formaggio.
E' facile trovare birra ed altre bevande occidentali, ma vanno chieste in modo specifico come anche l'acqua... impossibile trovare del vino.
Quella sera abbiamo gustato un'ottima zuppa piccante di verdure, dell'altrettanto ottimo stufato, peperoncini, vari altri piatti di verdura ed un'ottima torta al cioccolato... uno dei pochi dolci che ci è stato possibile gustare in Bhutan.
L'atmosfera era molto calda ed accogliente.
L'Hotel in cui soggiornavamo era per gli occidentali anche se le architetture (interne ed esterne) erano squisitamente bhutanesi.
L'atmosfera era davvero piacevole: c'era un gruppo musicale acustico composto da ragazzini del luogo che si esibiva in standard occidentali (dai Beatles ad Hotis Redding), i profumi del cibo e l'arredamento molto "legnoso" davano un senso di calore.
Tutto era molto placido e rilassante, compresa la cadenza della parlata inglese del personale.
Dopo cena avrei voluto gustarmi un whiskey ascoltando un po' di musica dal vivo, ma eravamo tutti e due troppo stanchi e così abbiamo deciso di andare a dormire per essere in massima forma il giorno successivo.
La prima notte in Bhutan è stata all'insegna dei latrati delle centinaia di cani che girovagano per le vie delle città.
I cani randagi (randagi, ma vaccinati e controllati dallo stato) sono una delle caratteristiche del Bhutan.
Vivono in mezzo alla gente come se fossero cani domestici di proprietà di qualcuno, ma in realtà sono randagi o meglio: "cani liberi".
A volte decidono di seguire qualcuno nel suo peregrinare per le strade, altre volte chiedono una carezza... sono molto discreti... tranne la notte dove abbaiano, ululano, giocano e combattono facendo un rumore pazzesco.
La cosa strana e che ci si abitua molto in fretta a questo baccano... come se fosse una cosa naturale.
Quella notte la stanchezza ci aiutò ad ignorare i cani... poi ci vollero comunque un paio di notti per abituarci.
Dopo un'anno e mezzo senza viaggi (a parte una piccola gita a Budapest ad agosto 2014), finalmente si prospettava una nuova "Gudu's Experience".
La prima idea era quella di percorrere l'Argentina in fuoristrada fino al punto più a Sud, ma la logistica delle ferie, lavorativamente parlando, non lo permetteva.
Avevamo 15 giorni di ferie al massimo.
Cosa fare?
Avevamo scartato il Sud America per la pericolosità e/o per la necessità di più giorni per un viaggio che fosse "viaggio".
Avevamo scartato l'Africa per non avere problemi alle frontiere a causa dell'ebola.
Avevamo scartato le zone "Aurora boreale" perchè nel periodo disponibile c'era la luna piena e quindi "aurora boreale rarissima".
Avevamo scartato una bellissima avventura in Oman per paura del fondamentalismo islamico (con avventura non indendiamo farci rapire e magari accoppare).
Non restava che l'Asia: abbastanza vicina, clima adatto alla stagione, mediamente sicura dal punto di vista sanitario e sociopolitico.
Cominciammo a richiedere preventivi per Laos, Vietnam, Cambogia e Sri-lanka.
Mentre preventivi di bei viaggi fioccavano nelle nostre caselle mail, alla Virgi venne l'idea:
"Perchè non andiamo in Bhutan"?
Subito la richiesta all'agenzia e subito una delusione: "C'è solo una compagnia che vola in Bhutan, pochi voli, pochi posti, poche persone che entrano ogni anno in Bhutan".
Quando oramai avevamo scelto un bellissimo viaggio nel Vietnam rurale ecco l'improvvisa notizia: "La Heart viaggi ha trovato due posti sull'aereo... tutto pronto... basta solo una vostra conferma".
Ovviamente abbiamo preso la notizia come un segno del destino.
Lascio a wikipedia la descrizione del Bhutan, mi limito a scrivere i pochi dati che avevano catturato la nostra attenzione:
- Posizionato sull'Himalaya fra India e Nepal (Leo eccitato).
- Culturalmente isolato dal mondo, unico paese che vive seguendo le antiche tradizioni (Leo e Virgi eccitati).
- Unico paese al mondo che vive seguendo i dettami del Bhuddismo (Leo eccitatissimo).
- Paese dove d'inverno vanno a svernare le rarissime "Gru dal collo nero" (Virgi eccitatissima).
- Percorsi di trekking misti a percorsi spirituali verso e nei templi (Leo e Virgi eccitatissimi).
- Sport nazionale: il tiro con l'arco (piacevole facezia).
In preda alla felicità era l'ora di reperire l'attrezzatura.
Descrivo anche questa fase perchè per il viaggiatore provetto è parte integrante del viaggio.
Si trattava di fare dell'escursionismo sull Himalaya ad altitudini, in alcuni casi, vicine ai 4000; si prospettava tempo variabile passando dai soleggiati 15°C agli innevati picchi a -5°C passando per gli umidi pantani a 5°C.
Due oggetti erano importanti: giacche e scarponi. Per quelli non abbiamo badato a spese.
Da anni le scarpe estive da trekking North Face (comprate per il viaggio in Namibia) accompagnavano le nostre avventure con affidabilità e comodità, così ci trovammo nel negozio North face di Torino a prendere scarponcini e giacche tecniche.
Mai acquisto fu più azzeccato: le scarpe hanno effettivamente retto al caldo, al fango, alla neve, ai viaggi in aereo senza stress per i nostri piedi e la stessa cosa si può dire delle giacche.
Per il restante materiale ce ne siamo andati al Decathlon dove avevamo già preso i nostri pantaloni estivi da Viaggio (sempre in occasione della Namibia) ed i nostri zaini da montanga.
Allego una lista del materiale davvero utile per un viaggio come questo, informazione difficile da trovare su internet, quindi potrebbe essere anche utile come pura informazione tecnica:
- Scarponcini da montagna (nell'inverno buthanese si trovano tutti i tipi di terreno presenti sulla terra, tranne quello desertico).
- Giacche da montagna di quelle con la parte interna in piumino (asportabile all'occorrenza) e la parte esterna antipioggia ed antivento (vedi sopra).
- Calze tecniche da montagna (utili nel trekking, ma anche quando a -5° bisogna togliersi le scarpe per entrare nei templi più remoti.
- Pantaloni tecnici invernali da trekking (oltre a tenere calde le gambe si lavano e soprattutto si asciugano in un giorno, quindi si riduce il bagaglio).
- Pantaloni tecnici estivi (in certe valli, c'è il clima come a maggio in Italia).
- Maglie e sottocamicie tecniche in pile (il pile tiene caldo, non si tropiccia, si smacchia facilmente ed anche lui si lava ed asciuga in fretta).
- Torce elettriche a dinamo (utili per transitare la notte da un'edificio all'altro o nelle città che di notte sono senza illuminazione pubblica).
- Binocolo (andare sull'Himalaya e non portare un binocolo è follia).
- Macchina fotografica (vedi sopra).
- Integratori alimentari (nei momenti di fatica tornano utili).
- Medicine per apparato digerente, apparato respiratorio e lividi/tagli (in Buthan scarseggiano).
- Racchette da trekking (noi siamo partiti senza e non abbiamo avuto particolari problemi, ma in certi casi ci avrebbero fatto comodo).
Nel totale, il 31 dicembre mattina, siamo partiti con uno zaino ed una sacca da viaggio a testa.
Negli zaini c'erano documenti, guide, macchine fotografiche, videocamera, binocolo e medicine.
Nelle sacche c'erano gli indumenti... in ogni sacca un po' di roba mia ed un po' di roba di Virgi... idea geniale della Virgi che ci ha salvato la vacanza.
La compagnia aerea era la "Turkish Airline": errore n. 1.
Il piano di volo comprendeva: Milano-Istanbul poi Instanbul-Katmandu (Nepal) poi una sosta di un giorno e mezzo a Katmandù ed infine volo Katmandù-Paro (Bhutan).
Il tempo di coincidenza dei voli ad Istanbul era di poco più di un'ora: errore n. 2.
Appena saliti sull'aereo, il pilota ci comunicò che saremmo partiti con 50 minuti di ritardo poichè su Istambul nevicava e l'aereoporto era in tilt.
Considerando che sul Nord Italia non cadeva un fiocco di neve dall'anno prima l'ho presa sul ridere ed abbiamo pensato: "Abbiamo comunque tempo e poi la compagnia è la stessa, ci aspettano di sicuro" (errore n.3).
Arrivati sopra Istanbul, l'aereo ha cominciato a girare in cerchio sopra la città per quasi un'ora prima di avere lo spazio per atterrare.
All'atterraggio siamo partiti tutti di corsa con gli operatori che ci indicavano verso quale direzione correre.
C'era gente che doveva andare a Dubai, a Mumbai, a nuova Dheli ed altri in posti dai nomi sconosciuti... tutti a correre spintonandoci con lo stomaco parzialmente sottosopra per le turbolenze ed i giri in tondo dell'aereo, tutti con le palle girate per la disorganizzazione turca.
Arrivammo al gate che l'aereo era ovviamente partito.
Fummo i primi ad arrivare.
Dopo di noi (quando io avevo già finito il repertorio di bestemmie nelle principali 5 religioni) altre due coppie di italiani con destinazione Nepal.
Ci dissero che FORSE saremmo partiti 24 ore dopo (solo un volo al giorno per il Nepal),
ci dissero di andare al punto informazioni per essere alloggiati in un hotel locale in attesa di ripartire.
Fu così che noi 6 italiani iniziammo il nostro film post natalizio "Cazzo ho perso l'aereo".
Breve descrizione degli altri protagonisti.
Il viaggiatore incallito e la moglie dubbiosa:
Lui era, come noi, un drogato dei viaggi... non poteva pensare ad un'esistenza senza viaggi (e noi lo capivamo bene). Uomo di mondo che approfittava dei viaggi anche per praticare l'antica arte del baratto con gli autoctoni portandosi a casa senza spese dei favolosi souvenirs.
Lei molto più tranquilla e votata (in apparenza) a spiagge assolate e drink ghiacciati; molto piacevole e gentile, dubbiosa sul fatto che effettivamente ci fosse la SPA in quel sobborgo ficcato in mezzo alle montagne nepalesi, sempre però ben disposta alla pratica del viaggiare.
Gli avventurieri:
Lui era stato più di dieci volte in Nepal. Aveva fatto tutto il trekking possibile, visto il meglio ed il peggio del Nepal a partire dagli anni '70 quando gli hippies ci andavano per drogarsi come animali, passando per gli anni 80-90 quando i primi veri avventurieri europei andavano ad affrontare l'Himalaya (riempiendolo di pattume), fino ai giorni attuali dove con 10 euro si comprava un qualsiasi indumento tecnico di qualsiasi marca (ovviamente taroccato).
Lui aveva vissuto tutto questo ed amava il Nepal. Personaggio estremamente interessate. Un vero avventuriero, di quelli che bevono l'acqua dal gange senza morire di mille malattie, di quelli che escono in canotiera a -20°C senza prendere la polmonite, di quelli in grado di camminare per 16 ore facendo solo due pause per pisciare.
Con lui la sua compagna/moglie (non ho sviscerato il legame preciso, preferivo ascoltare le storie delle sue avventure in Nepal) che per la prima volta visitava il paese tanto amato dal compagno.
A prima vista era anche lei era una di quelle toste, mi dava l'impressione di poter uccidere un cobra a mani nude e poi cucinarlo su un fornello da campo alimentato a peli di uomo delle nevi. Non ha parlato molto e questo aumentava la sua aura di mistero e potenza.
Dopo due ore di coda al primo sportello, ci mandarono ad un'altro sportello dove facemmo altre due di coda per poi essere mandati al terzo sportello dove attendemmo per circa un'ora di venire caricati su di un bus ed essere portati all'hotel.
Arrivati all'albergo facemmo un'altra bella ora di coda per avere le camere (salutando durante l'attesa l'arrivo del 2015).
All'una e mezza di notte, dopo un'ora di attesa per un panino, potemmo sederci tutti sei ad un tavolo e pianificare come usare la giornata successiva in attesa del volo.
Si decise di sfruttare la mattinata per visitare Istanbul e rientrare per le 14.00 al fine di poter pranzare in albergo a spese della turkish Airline.
Dopo una piacevole dormita, Io e la Vigi ci siamo svegliati riposati, abbiamo fatto colazione e poi abbiamo atteso i nostri compagni di avventura della hall dell'albergo.
Tutti insieme abbiamo preso un Taxi e ci siamo diretti verso il centro della città.
Il tempo era orrendo: cielo plumbeo, vento forte e pioggerellina a tratti.
Nonostante il clima orrendo, la bellezza di Istambul è risultata indubbia.
La coda per entrare a S. Sofia od al Minareto era immensa, così seguimmo il consiglio del viaggiatore incallito ed andammo a visitare "Le cisterne".
Le cisterne sono in pratica degli immensi sotterranei dove un tempo era stipata l'acqua.
Un luogo a dir poco spettacolare, nonostante la massa di turisti.Dopo il giro alle cisterne abbiamo fatto una pausa the e poi ci siamo diretti verso il gigantesco mercato coperto: il Gran Bazar.
Il Gran Bazar è immenso, una piccola città piena zeppa di negozi di ogni tipo e pieno zeppo di gente.
Bellissimi i lampadari tradizionali locali e gli strumenti etnici in vendita un po' ovunque. Il tempo passò davvero rapidamente ed arrivò l'ora di tornare in albergo.
Non so come mai, non mi era mai successo, ma l'odore dell'aria mi dava il voltastomaco.
Dopo tutte le procedure di ingresso ed il commiato dai nostri temporanei ompagni di viaggio, fu il momento di scoprire che solo una delle due valigie era arrivata... argh... dannata Turkish airline.
Dopo aver perso mezz'oretta a denunciare lo smarrimento del bagaglio siamo usciti dall'aereoporto dove ci aspettavano gli addetti dell'agenzia.
Ci avrebbero portati in albergo dove avremmo potuto cambiarci, riposarci per un paio di ore e poi ci avrebbero riportati all'aeroporto per volare finalmente verso il Bhutan.
Fortuna che la Virgi aveva diviso i vestiti fra le due valigie, infatti non avremmo potuto recuperare la valigia persa fino al ritorno in Nepal. Ci saremmo fatti bastare la metà dei vestiti portati a testa.
Arrivati in hotel ci lavammo, ci cambiammo e poi insieme si decise di uscire un paio di ore all'avventura.
Fu così che ci trovammo per le vie di Katmandù.
A Katmandù il traffico è indescrivibile: piccole auto posizionate sulla strada e spesso sui marciapiedi a casaccio in attesa di poter avanzare qualche metro.
Strade fangose in terra battuta, case letteralmente "tagliate a metà" per allargare la strada, cavi elettrici a penzoloni dai pali o direttamente a terra, nebbia di smog e suono continuo di clacson.
Riuscimmo a raggiungere il quartiere dei negozietti dove si poteva trovare ogni sorta di attrezzatura per il trekking a prezzi ridicoli.
Ovviamente si trattava di falsi, ma di falsi di qualità (come li dichiarava l'avventuriero).
Tornammo in albergo, arrivammo all'aeroporto e salimmo sull'aereo.
Sull'aereo la prima bella sorpresa: le hostes erano in abito tradizionale e di una gentilezza squisita.
Per un volo di 50 minuti ci furono forniti cibo e bevande.
Durante il volo potemmo ammirare l'Everest e la catena Himalaiana in generale (per chi facesse questo volo, prenotate all'andata i posti sulla sinistra dell'aereo).
L'aeroporto di Paro è inserito fra i 10 aeroporti più "difficili" al mondo poichè è letteralmente sovrastato dai picchi himalayani. Fino a poco tempo fa, solo 8 piloti in tutto il mondo avevano l'autorizzazione per l'atterraggio, che richiede un vero e proprio slalom tra le vette prima di arrivare in vista dello scalo.
All'aereoporto trovammo la nostra guida ed il nostro autista.
Saliti in auto fummo aggrediti dalla stanchezza.
Ci aspettavano ancora quasi due ore di macchina per arrivare a Thimphu, la capitale del Bhutan.
Ci addormentammo in auto e ci svegliammo giusto in tempo per l'arrivo in hotel.
La guida ci prenotò la cena all'hotel e ci disse che ci sarebbe venuto a prendere il giorno successivo alle 9.00 del mattino.
L'hotel era bellissimo e la camera davvero confortevole.
Dopo esserci rimessi in sesto scendemmo nella zona di ristoro per la cena.
In Bhutan il cibo è ottimo, ma poco vario e quasi sempre piccante... cosa che io adoravo, ma che piaceva meno alla Virgi che mal tollera il piccante.
In Bhutan si mangia a buffet oppure, in caso di poche persone presenti, vengono portati dei piatti sul tavolo dai quali poi i commensali si servono.
Durante il pasto si è soliti bere the caldo ed a fine pasto viene portato un mandarino (od almeno a noi hanno sempre portato quello a fine pasto).
La carne è poca, ma presente... di pollo o di vitello, no maiale od altri animali.
Al posto del pane viene fornita specie di focaccia fatta in forno non lievitata molto buona.
Al posto delle patatine fritte vengono serviti dei peperoncini spesso accompagnati da salsa di formaggio.
E' facile trovare birra ed altre bevande occidentali, ma vanno chieste in modo specifico come anche l'acqua... impossibile trovare del vino.
Quella sera abbiamo gustato un'ottima zuppa piccante di verdure, dell'altrettanto ottimo stufato, peperoncini, vari altri piatti di verdura ed un'ottima torta al cioccolato... uno dei pochi dolci che ci è stato possibile gustare in Bhutan.
L'atmosfera era molto calda ed accogliente.
L'Hotel in cui soggiornavamo era per gli occidentali anche se le architetture (interne ed esterne) erano squisitamente bhutanesi.
L'atmosfera era davvero piacevole: c'era un gruppo musicale acustico composto da ragazzini del luogo che si esibiva in standard occidentali (dai Beatles ad Hotis Redding), i profumi del cibo e l'arredamento molto "legnoso" davano un senso di calore.
Tutto era molto placido e rilassante, compresa la cadenza della parlata inglese del personale.
Dopo cena avrei voluto gustarmi un whiskey ascoltando un po' di musica dal vivo, ma eravamo tutti e due troppo stanchi e così abbiamo deciso di andare a dormire per essere in massima forma il giorno successivo.
La prima notte in Bhutan è stata all'insegna dei latrati delle centinaia di cani che girovagano per le vie delle città.
I cani randagi (randagi, ma vaccinati e controllati dallo stato) sono una delle caratteristiche del Bhutan.
Vivono in mezzo alla gente come se fossero cani domestici di proprietà di qualcuno, ma in realtà sono randagi o meglio: "cani liberi".
A volte decidono di seguire qualcuno nel suo peregrinare per le strade, altre volte chiedono una carezza... sono molto discreti... tranne la notte dove abbaiano, ululano, giocano e combattono facendo un rumore pazzesco.
La cosa strana e che ci si abitua molto in fretta a questo baccano... come se fosse una cosa naturale.
Quella notte la stanchezza ci aiutò ad ignorare i cani... poi ci vollero comunque un paio di notti per abituarci.
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