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venerdì 24 aprile 2015

THE GUDU'S BHUTANESE EXPERIENCE PART 3 - PUNAKHA

Il secondo giorno ci  svegliammo di buon'ora poichè ci aspettava un lungo viaggio.
Avremmo dovuto valicare le montagne ad Est di Thimpu per raggiungere Punakha passando per il  passo di Dochu-La a 3200 metri di altitudine.
Io le Vigi eravamo molto eccitati in quanto avremmo posizionato in punta al passo le nostre personali bandiere di preghiera.
Dopo aver fatto colazione e comprato le bandiere, saltammo in auto e partimmo alla volta del passo.

Mentre ci allontanavamo da Thimpu per le strette strade che si aggrappavano alle montagna, osservai la statua gigante di Buddha a lungo, fino a che non fu più visibile.
Era sempre là a vegliare sulla città con i suoi occhi magici e la sua energia sovrannaturale, circondata dalle bandiere di preghiera mosse dal vento.

Arrivammo velocemente al passo di Dochu-La.
Fino a quel punto il panorama era stato modesto a causa del percorso che seguiva la strada ed a causa della fitta vegetazione che letteralmente aggrediva la strada.
In cima al passo c'era uno Stupa, un tempio ed una locanda (che più avanti avrebbe avuto una parte nella nostra storia).
C'era poca gente in giro, solo una famiglia di indiani in vacanza e qualche locale che si era fermato per riposarsi nella locanda.
Scendemmo dall'auto e seguimmo la guida, che si arrampicò verso la punta del valico, senza guardarci intorno.
L'aria era frizzante, ma non fredda e "sapeva di pulito", non saprei descriverla diversamente.
Arrivati sul cucuzzolo della montagna trovammo una mucca al pascolo ed una miriade di bandiere di preghiera legate a pali, alberi, pietre, ovunque ci fosse un'appiglio.
Cominciammo a posizionare anche le nostre quando ci accorgemmo che avevamo lasciato la biro (per scrivere le dediche) in auto.
Mi voltai per tornare sui miei passi ed andarla a prendere e rimasi a bocca aperta. Di fronte a me si era manifestato un panorama mozzafiato.
Mozzafiato è dire poco: le altre cime attorno a noi svettavano verso il cielo uscendo dalla nuvole, il bianco delle loro cime contrastava con l'azzurro del cielo come in un quadro.
Fra le montagne si apriva una valle immensa completamente ricoperta da vegetazione lussureggiante... e di nuovo il contrasto del verde con il bianco delle cime creava un senso surreale.
Corsi a prendere la biro e poi scrivemmo le nostre dediche sulle bandiere. Mi piace pensare che ancora adesso le nostre bandiere sono là, a spargere preghiere sulla valle ed a testimoniare il nostro passaggio... piccoli e fuggevoli esseri in mezzo alla grandezza ed alla durevolezza della Natura.




Non ci fermammo alla locanda in quanto la situazione delle strade nel Bhutan era molto particolare in quel periodo.
Le strade erano sterrate, strette e fangose e lo stato stava cercando di migliorarle con lavori che duravano da anni.
Il risultato era che le strade erano chiuse per la maggior parte del tempo tranne per due corridoi di circa due ore cadauno che venivano aperti uno alla mattina ed al pomeriggio; quindi non si poteva perdere tempo, bisognava arrivare ai "Punti di blocco" negli orari stabiliti.
La strada verso Punakha fu una grande avventura.
C'erano alcune strettoie fangose a strapiombo su gole profonde.
Poteva passare solo un'auto per volta. Le persone che erano appena passate, scendevano dalle auto e spingevano sull'auto che stava superando la strettoia per evitare che cadesse nella gola.
Le macchine non erano molte, ma ci volevano anche 20 minuti per il passaggio di ogni macchina; così si era creata una lunga coda.
Le auto erano quasi tutte piccolissime utilitarie della Tata (casa automobilistica indiana) stracariche di cose e persone; le guardavo e mi chiedevo come avessero fatto ad inerpicarsi nel fango fino a li.
Notai che le auto avevano gli specchietti, i cruscotti ed a volte perfino gli specchietti pieni di talismani, sciarpe di benedizione.
C'erano anche alcuni camion, tutti curiosamente dipinti con svariati motivi, unica cosa in comune gli occhi disegnati nella parte anteriore.
La gente, molto lontana dalla frenesia occidentale, ne approfittava per scendere delle auto e chiacchierare con gli altri, giocare a carte o addirittura farsi un the su di un fuoco improvvisato.
Il fango era davvero alto e presente ovunque, così preferimmo non scendere... anche perché avevamo i vestiti dimezzati (valigia persa dalla Turkish Airline) e sarebbe stato un problema sporcarli con troppo fango... un vero peccato.
Quando tocco a noi passare per la strettoia peggiore, il fuoristrada cominciò a scivolare verso il dirupo; fortunatamente una decina di persone cominciò a spingere con forza... erano almeno dieci e sudavano per lo sforzo scivolando nel fango.
Dopo qualche minuto il fuoristrada superò la strettoia e noi ripartimmo verso la nostra meta.

Arrivammo nei pressi di Punakha all'ora di pranzo.
Eravamo solo a 1300 metri di altitudine e faceva un caldo pazzesco, sembrava tarda primavera in Italia.
Dopo una breve sosta per un pranzo in una locanda locale deserta, raggiungemmo il Punakha Dzong.
Il Punakha Zong lo avevo già visto in molte foto, è uno degli edifici più famosi del Bhutan.
Il fatto è che nessuna foto è in grado di rendere l'idea di quanto sia immenso.
Se ne sta li a fare da divisorio nel mezzo fra due fiumi; maestoso come una montagna, ma perfettamente integrato con la natura intorno.
E' difficile spiegare le sensazioni che si provano in questi luoghi perché sono molto intime e sono troppo delicate, fuggevoli ed al contempo intense da poter essere espresse con le parole... forse un grande poeta potrebbe, o forse un grande poeta riterrebbe opportuno rimanere in silenzio a guardare come facemmo noi.




In quei giorni si celebrava nel tempio una festa che accadeva solo ogni 65 anni.
Una festa importantissima per i bhutanesi, ma non citata in nessuna guida ed in nessun sito di viaggi.
Erano presenti anche il re e la regina.
Accedemmo allo spazio sacro della festa dal lato degli "infedeli" (per quel giorno solo i bhutanesi potevano passare per l'immenso ponte levatoio) e rimanemmo subito a bocca ed orecchie aperti.
Era stata allestita una specie di torre sacra temporanea attorno alla quale i fedeli camminavano in senso orario pregando e lasciando offerte di ogni tipo.
Su di un lato c'erano almeno centocinquanta monaci buddhisti che pregavano emettendo quei fortissimi suoni gutturali che fino ad ora avevo visto solo in TV.
L'atmosfera era di una sacralità indescrivibile.
Girammo intorno alla torre e pregammo con i bhutanesi. Facemmo offerte e poi pregammo ancora.
quando fummo stanchi, ma non sazi di quell'energia pazzesca, ci sedemmo sull'erba profumata a guardandoci intorno.
Le preghiere (o canti? non saprei come definirli... forse il termine giusto è canti sacri) accompagnati dal suono di enormi tamburi, riempivano l'aria di energia.
Io fissavo quasi intontito la gente che mi passava di fianco mentre la Vigi faceva mille foto.








Dopo un'ora circa siamo entrati all'interno del tempio ed abbiamo visitato tutte le sale.
Per raggiungere alcune sale bisognava salire ripidissime scale in legno, così ripide da costringere l'avventore praticamente a salire carponi.
A quel punto io ero un dichiarato buddista (cosa che volevo fare da un po') e fu a quel punto che la guida ci insegnò dettagliatamente le tradizioni buddiste facendo riferimento agli arazzi appesi alle pareti del tempio.
Era come essere in un altro tempo ed in un altro mondo: il maestro nel tempio che spiega agli allievi facendo riferimento ai dipinti presenti.
Fu un'emozione grande come anche la fase in cui ci bagnammo la testa con l'acqua sacra offerta dal monaco per poi berla. Nota tecnica: è "aromatizzata" alla canfora, meglio non berne troppa.








Raggiungemmo  il resort in mezzo ai boschi che era l'imbrunire.
La guida ci lasciò per raggiungere un'altro resort, ma ci consigliò di visitare un piccolo monastero per sole sacerdotesse nelle vicinanza.
Arrivammo al tempio, dopo una breve camminata nei boschi, che era l'ora di chiusura, ma riuscimmo a convincere il guardiano a farci entrare.
Il tempio era un'oasi di pace in mezzo al bosco. Non aveva nulla di architettonicamente speciale o di appariscente, era la sua stessa esistenza e la sua stessa energia a renderlo interessante.
Incontrammo una sacerdotessa che ci invitò nella sala principale per cantare con le altre sacerdotesse... noi però fummo timidi e rimanemmo fuori ad ascoltare.
Fu così che quel giorno ci godemmo il tramonto. Il sole si nascose piano piano dietro alle montagne tingendo di rosso/viola il cielo e creando strani chiaroscuri di verde sulle chiome degli alberi.
Nelle nostre narici il profumo delle resine e degli aghi delle conifere e nelle nostre orecchie i canti delle sacerdotesse.



Una nota meritano i canti delle sacerdotesse: totalmente diversi da quelli dei monaci. Canti delicati e strutturalmente molto più complessi.
Mi immaginavo i monaci ai piedi della valle che ancora stavano emettendo quei suoni così forti da far vibrare la terra e mi sembrava di intuire un perfetto bilanciamento dei due canti sacri; mi sembrava di essere nel mezzo di una corrente di energia sacra e mi sentivo molto fortunato.

La sera la cena al resort fu estremamente ricca, fuori dallo standard bhutanese.
Mangiammo tantissimo ed andammo a dormire esausti e felici.

lunedì 20 gennaio 2014

The Gudu's Nippo Experience part 5

Finalmente riesco a trovare un po' di tempo per proseguire col racconto del viaggio in Giappone.

La mattina del  quinto giorno siamo saltati sul treno in direzione Nara.

Cos'è Nara?

Nara è una cittadina di circa 320.000 abitanti, situata nell'isola di Honshu.
È il capoluogo della prefettura di Nara ed è stata capitale del Giappone dal 710 al 794 d.c.
Nel 1998 è stata dichiarata patrimonio dell'umanità dall'UNESCO ed è una delle mete turistiche più famose del Giappone.
Due sono le cose più conosciute di Nara: il tempio di Toshodai-ji all'interno del quale c'è la seconda statua di Buddha più grande del mondo ed i cervi sacri.


Siamo arrivati alla stazione che scendeva una leggere pioggerella.
Abbiamo aperto l'ombrellino comprato a Tokyo e ci siamo diretti verso la zona dei templi (nella parte collinare della città).
Nara è una cittadina molto anonima: una grande via principale dritta che porta alla zona dei templi ed una piccola zona commerciale coperta che si affaccia sulla via.

Mentre camminavamo la pioggia ha cominciatato ad aumentare di intensità accompagnata da un forte vento... tanto da costingerci a riparare nella zona commerciale.
Il cielo era cupo e basso e la pioggia scendeva sempre più forte.
Dopo qualche minuto di attesa, abbiamo deciso di comprare un ombrello "di quelli grossi" ed avventurarci nella pioggia... in fondo avevamo solo un giorno per fare il giro di tutti i templi della città che erano circa una decina e non c'era tempo da perdere.
Il primo tempio era a solo 200 metri dalla zona commerciale, ma in quel breve lasso di tempo, nonostante i due ombrelli, ci siamo bagnati completamente.
La pioggia scendeva così forte che io non riuscivo a fare fotografie perchè l'autofocus dell'i-phone non riusciva a mettere a fuoco... fortuna che c'era la Vigi con la sua Reflex e la sua abilità.
Arrivati al primo tempio, ci siamo riparati sotto una tettoia... sembrava di stare nel mezzo di una tempesta tropicale... solo che faceva piuttosto freddo.
Dopo 20 minuti di stallo (nei quali ci siamo fatti timbrare il quaderno) abbiamo deciso di prendere la navetta per andare al tempio di Toshodai-ji; fare il giro a piedi era inconcepibile.
Anche solo arrivare alla fermata dei bus è stata un'impresa: il vento ci spostava letteralmente e la pioggia ci colpiva come piccoli proiettili.
Ad un certo punto abbiamo visto tre cervi cercare di ripararsi sotto ad una pensilina, ma non ci abbiamo fatto troppo caso perchè troppo impegnati a trovare la stazione degli autobus.


Dopo circa venti minuti eravamo all'ingresso del tempio  di Toshodai-ji bagnati fradici ed infreddoliti.
Sotto il tetto della porta di ingresso c'erano almeno trenta cervi ed un centinaio di persone che si riparavano dai furiosi elementi atmosferici.



Raggiunta la porta siamo stati subito avvicinati da questi mitici cervi di Nara che hanno infilato il muso nei nostri zaini e nelle nostre tasche in cerca di cibo.
E' stato molto pittoresco interagire con questi animali (che hanno reso famosa Nara forse ancor di più dei templi e della statua di Buddha), questi cervi non hanno nessuna paura dell'uomo,
anzi amano farsi coccolare e nutrire dai turisti. Non corrono rischi perchè considerati sacri in quanto messaggeri divini nella religione Shinto.



Dopo una sosta alla porta, ancora 100 metri di diluvio per raggiungere l'ingresso e poi abbiamo potuto finalmente vedere la statua del Buddha ed altre statue quasi altrettanto imponenti.
La statua del Buddha è alta 14 metri è composta da un corpo di bronzo placcato d’oro.
Ci lavorarono 900.000 artigiani per undici anni.
Fecero otto fusioni da assemblare, consumando tutte le scorte di metallo (il progetto della statua ai tempi mandò quasi in bancarotta l’economia giapponese).
Di primo acchito non mi è sembrata così grande in quanto ben inserita nelle proporzioni del tempio, ma quando ci siamo mossi nella parte posteriore della statua, ho potuto rendermi conto di quanto immensa fosse.



I tempio è molto bello e ci sono altre cose interessanti da vedere oltre alla statua del Buddha.
Ad esempio una delle colonne portanti della sala principale ha un foro nel mezzo che si dice sia della stessa grandezza delle narici del Daibutsu. I visitatori cercano di passarci nel mezzo perché la leggenda dice che chi riuscirà ad attraversare il foro sarà benedetto con l’illuminazione nella vita futura.
I bambini riescono a passare senza problemi, ma un adulto a parer mio non ci passerebbe... eppure si dice che molti ci provino (quel giorno nessuno l'ha fatto a causa forse dei vestiti troppo bagnati).
All’ingresso del tempio si è accolti poi da due statue dei guardiani raffiguranti l’inizio e la fine. Sono abbastanza spaventose come figure e fanno il loro effetto mistico.
Io ho trovato stupende e di grande effetto le figure danzanti del Nio che stanno di fianco alla statua di Buddha.
I Nio sono conosciuti come Ungyo (con la bocca chiusa) e Agyo (con la bocca aperta). Dalla loro costruzione queste figure non furono mai mosse dalla loro nicchia.
Sono molto grandi e da loro emana un'aura di forza mistica. Quanto volte ho scritto "mistico" o "mistica" in questo post? Tante, ma non mi vengono in mente altri termini che descrivano meglio la situazione.
Purtroppo la massiccia presenza di turisti rovinava un po' l'atmosfera del luogo.

Quando siamo usciti dal tempio la piogga era cessata, le nuvole rimanevano minacciose, ma la pioggia aveva concesso una tregua.
Con la navetta abbiamo raggiunto i templi sulla sommità della collina.
In quel momento c'erano pochissime persone in quanto nel parco vicino alla città si teneva un evento importante.
E' stato bellissimo visitare i templi, in quel momento semi-deserti, di quella zona... c'erano lunghi porticati in legno, spazi interni di grande effetto ed un'atmosfera di grande pace.
Mi ricordavano molto i templi che si vedono nei manga e negli anime giapponesi ambientati nell'epoca Sengoku.
C'erano poi stanze buie con lampade cerimoniali accese ed altre costruzioni ed ambientazioni molto particolari.





In quella zona abbiamo conosciuto un turista giapponese che ci ha accompagnato per quasi tutta la visita.
Lo abbiamo incontrato mentre cercavamo l'ingresso dei templi; lui era più in difficoltà di noi perchè non riusciva a leggere la mappa ed insieme abbiamo cercato di orientarci.
Una volta trovato l'ingresso è sempre rimasto con noi; quando rimanevamo indietro ci aspettava e si assicurava che avessimo visto tutte le cose importanti. Alla fine ci siamo fatti l'immancabile fotografia insieme.


Il viottolo che riportava al centro abitato e costellato di... non saprei come chiamarli se non "piglioni in pietra" che all'interno avevano uno spazio per una candela... come fossero lampade cerimoniali in pietra... spero che le foto a seguire siano più esaustive della mia penosa descrizione.




Arrivati al parco principale della cittadina, si siamo fermati vicino ad un grosso palco (sul quale era appena finita una rappresentazione) ed abbiamo preso un po' di cibo da un vicino banchetto... sostanzialmente anelli di pollo fritti... delizia.


Dopo il pranzo (chiamiamolo pranzo, ma erano le 15.00) ci siamo avviati verso la stazione dei treni per tornare a Kyoto.
Sul percorso abbiamo incontrato una grossissima sfilata di gruppi di ballo tradizionali.
Sembrava un carnevale occidentale, solo che non c'erano i carri ma danzatori ed i costumi erano tradizionali.
Abbiamo rischiato di arrivare in ritardo in stazione, ma eravamo troppo avvinti da quelle rappresentazioni e dalla passione e concentrazione con la quale quelle persone ballavano.
In questo frangente la Vigi ha fatto delle foto bellissime, che non posso esimermi dal pubblicare.













Arrivati in stazione abbiamo scoperto tutti i treni erano soppressi od in ritardo a causa del tifone (chiamiamolo così).
E' un'evento rarissimo in Giappone dove tutto funziona come un'orologio ed infatti gli addetti delle ferrovie non erano in grado di far fronte alla situazione.
Tutti gli avventori giapponesi si aggiravano come persi nella stazione nel pieno panico... gli addetti alle ferrovie erano più nel panico di loro e rimanevano in silenzio se gli si chiedevano informazioni o balbettavano cose incomprensibili.
Gli unici che non erano nel panico eravamo noi ed altri 4 turisti occidentali.
Alla fine è arrivato un treno che non si capiva bene fin dove arrivasse e ci siamo saltati tutti sopra.
Ad un certo punto, fermi ad una stazione... mentre il capotreno era nel panico e non riusciva a dare informazioni... abbiamo capito che dovevamo scendere dal treno di corsa e prendere quello di fronte a noi.
Così noi 6 occidentali ci siamo tuffati fuori violando almeno 532 norme di sicurezza nipponiche e siamo saltati sull'altro treno che stava praticamente partendo violandone altre 512.
Ovviamente i nipponici sono rimasti sull'altro treno e probabilmente sono arrivati a destinazione il giorno dopo.

Noi avevamo prenotato per le 18.00 la cerimonia del the a Kyoto.
Siamo arrivati a Kyoto alle 17.45, siamo saltati su di un taxy dando l'indirizzo al taxista che con incredibile flemma si è messo a consultare la piantina.
Dopo 20 minuti di giri a vuoto, la Vigi si è messa a leggere la piantina e ad un certo punto ha detto di fermare il taxi e fra una peripezia e l'altra siamo arrivati sul posto con solo 10 minuti di ritardo... con i piedi nudi e bagnati (le calze fradice erano nello zaino).

Ad aspettarci c'erano due bellissime ragazze vestite in abito tradizionale ed altri cinque turisti: due coppie ed una ragazza giapponese che era venuta ad imparare la cerimonia.
Ci siamo tolti le nostre scarpe bagnate e siamo saliti sul loro tatami perfettamente tenuto con i piedi zozzi, bagnati e dicamolo pure... anche puzzolenti... ed anche questa volta l'Italia è stata rappresentata alla perfezione nel mondo.
Dopo qualche minuto è iniziata la cerimonia del the.
Questa cerimonia è difficile da descrivere.
Assomiglia ad una danza, ma è molto più marziale. Assomiglia ad una "Forma" di arti marziali, ma non è aggressiva.
E' come una preghiera in movimento... potrei dire che è la summa di quello che ho capito sulla mentalità tradizionale giapponese.
Mille movimenti fatti con grazia precisione. Ogni singolo gesto, ogni singolo respiro ha un significato.
Mi sono sentito come trasportato in una dimensione più "sottile".
La cerimonia è durata circa 15 minuti, poi ci sono stati dati "gli attrezzi del mestiere" ed ognuno di noi si è preparato il the.
Dopo la preparazione, c'è stata la fase della bevuta... anch'essa regolata da gesti precisi.
Il gusto invece mi ha turbato... aaaah il gusto... penso di non aver bevuto nulla di peggiore nella mia vita.
Alla Vigi ed all'altra ragazza presente il the è piaciuto... io ed un turista spagnolo eravamo provati dall'esperienza mentre la ragazza giapponese sorrideva e ci indicava di bere tutto, anche le briciole sul fondo (così vuole la tradizione)... uno sforzo mostruoso nel sorridere e nel trangugiare quell'immonda bevanda.

La sera siamo tornati nella zona ggggggiovane a cenare e poi abbiamo fatto una passeggiata nella zona delle gheishe, ma non ne abbiamo vista nessuna.


Al ritorno al ryokan abbiamo chiesto di portarci (ovviamente in mano) le scarpe in camera per asciugarle, ma il gestore non ci ha ovviamente dato il permesso, guadagnandosi una serie di improperi in italiano, piemonte ed anche un paio di imprecazioni basche che erano sfuggite allo spagnolo quando ha bevuto l'ultima sorsata di the verde.

Un'altro giorno nipponico era finito... mille cose viste... mille esperienze... tanta soddisfazione.