venerdì 5 aprile 2013

The enlarged gudu's Tanzanian experience - Parte 4

In questa quarta parte vado a descrivere il trasferimento veros il Ruaha National Park.
Siamo partiti di buon'ora dal "Lake Manze Tented Camp" ed abbiamo attraversato quasi in diagonale la parte Nord del "Selous Game Reserve" incontrando, come sempre, moltissimi animali e stupendi paesaggi.
Dopo un paio d'ore ci siamo ritrovati sulla strada che attraversa le montagne in direzione del Mikumi National Park.
E' stato il trasferimento più bello di tutto il viaggio.
Una strada sterrata strettissima ci ha portati nel mezzo delle montagne e delle foreste tanzaniane... un paesaggio nettamente diverso da quello visto fino ad ora.
La natura in questa zona si impone con alberi di ogni tipo ed un senso di "selvaggio" perfino più marcato di quello percepibile nella savana del Selous.
Eravamo quasi sempre all'ombra degli alberi che incombevano ai lati della strada creando innumerevoli "ponti di rami" fra i due lati.
I pochi raggi di sole passavano attraverso le foglie creando giochi di luci ed ombre bellissimi che andavano ad esaltare ogni colore.
La mia sensazione era quella di essere "al centro di tutto" e protetto.

 

Una sensazione nuova, bellissima e totalmente diversa dalla meditativa sensazione di essere "ai limiti di tutto" provata nel deserto del Namib.
Era come sentire la terra "respirare" ed essere "al centro" di questo respiro... un'atmosfera di placida vita presente tutto intorno, come se l'energia vitale di tutto quegli alberi permeasse tutto.
Durante il tragitto abbiamo incontrato qualche villaggio; piccoli centro abitati di non più di 30 capanne stipati fra gli alberi nelle vicinanze di fiumi e torrenti.
Col passare delle ore siamo arrivati ai piedi delle montagne ed abbiamo cominciato a salire.
La foresta continuava ad osservarci mentre diventavano più numerosi i piccoli villaggi e la presenza umana.
Arrivati sulla cima della montagna, ci siamo fermati ed abbiamo osservato il panorama: uno spettacolo.


Ovunque mi girassi c'erano alberi che si inerpicavano sulle montagne, verde ovunque... non si vedeva una fine a quelle montagne verdi.
Percepivo un'emanazione di "vita" (posso solo descriverla così) fortissima.
Sono momenti, visioni, sensazioni che penso sia impossibile da descrivere bene... bisogna viverle.
Me ne sono stato immobile a fissare, fotografare, riprendere, percepire tutto quell'"esistere" fino a che un caminociono straripante di persone non ci è passato a fianco.
Queste cose le avevo viste solo nei film fino ad ora: ci saranno state non meno di 50 persone sul cassone del piccolo camion, tutte ammassate ed alcune addittura aggrappate al mezzo.
Ho provato a fare una ripresa del singolare mezzo con la videocamera, ma gli innumerevoli insulti in lingua locale mi hanno fatto desistere.
Dopo il passaggio del camion siamo risaliti sul fuoristrada ed abbiamo cominciato la discesa.
Di nuovo immersi nella foresta.
Dopo un po' di ore ed una fermata per il pranzo (con i mitici ananas comprati per strada), siamo arrivati alla grande (si fa per dire... due corsie) strada asfaltata che collega la Tanzania allo Zambia e prosegue nell'Angola fino all'oceano.
In poco tempo siamo arrivati al Mikumi National Park ed abbiamo approfittato delle ultime ore pomeridiane per fare un game drive nel parco.


Il parco è molto piccolo rispetto agli altri, anche se è ricco di animali.
La stanchezza non ci ha permesso di godere appieno del parco, anche se abbiamo visto parecchi animali.
La sera siamo arrivati al lodge che era a pochi chilometri dal parco, in mezzo alle montagne.
Questa volta le tende erano molto più grosse e posizionate su palafitte, probabilmente a causa della totale assenza di punti pianeggianti in cui posizionarle.
Dalla nostra tenda si il panorama era buono, si vedeva la foresta dipanarsi sotto di noi, fino ad arrivare alla strada.
Dopo una doccia ed un riposino siamo andati nella sala principale che questa volta non era una tenda, ma una costruzione in legno molto caratteristica ed ovviamente composta solo da pavimento e tetto.
Nel mezzo della sala da pranzo ardeva un bel fuocherello con attorno un po' di sedie. La nostra compagnia si è subito accomodata per il sacrosanto ed irrinunciabile aperitivo africano a base di gin tonic.
Dopo l'aperitivo ci siamo seduti al tavolo in compagnia di piccole scimmiette simili ai lemuri che la direttrice del campo (la temibile e scortese tedescona battezzata da noi "Bruttilde") ci ha detto chiamarsi "Bush baby".


Dopo la cena siamo tornati alle tende scortati dall'immancabile guerriero Masai.
La mattina successiva, dopo una immensa colazione nella quale la Virgi ed il Nuci hanno battuto alcuni record mondiali in quanto a quantità di cibo ingurgitato, siamo risaliti sul fuoristrada in direzione del "Ruaha National Park".
Dopo pochi chilometri ci siamo fermati per visitare un rettilario in quanto io avevo palesato il mio desiderio di prendere in mano i serpenti... e così è stato.
Abbiamo preso in mano prima un serpentello innocui che faceva quasi pena e poi un pitone.
Per evitare di venire stritolati dal pitone è sufficiente fare pressione sotto il collo dell'animale e lui perde ogni forza.
Mi venne però una curiosità "Ma quanto può fare forza un pitone?".
Il serpente era arrotolato sul mio braccio ed io mi sono detto "Ma si, mollo per qualche secondo la presa"... così feci.
Una pressa, posso solo descriverlo così. Nel mezzo secondo in cui ho mollato la presa ho sentito il braccio stritolato.
Fortunatamente non mi sono impanicato ed ho subito ripreso a stringere il collo del pitone.
La sensazione è quella che si ha quando si va a fare il test della pressione e la gomma attorno al braccio si gonfia... solo che la forza è moooolto più grande ed il tempo in cui essa viene applicata è praticamente istantaneo.
Risultato: braccio gonfio e tumefatto per tre giorni.

 
Dopo la visita al rettilario siamo tornati sulla strada.
Intorno a mezzogiorno siamo arrivati ad Iringa, città importante per metà posta su di un tratto di pianoro e per metà inerpicata per le montagne.
C'erano ovunque bancarelle e chioschi e c'erano persone ovunque... su vecchie auto scassare, su motociclette cinesi, su biciclette, carretti, muli ed a piedi.
Tutte si muovevano come a caso... non sembrava avessero una vera e propria meta se non l'andare in giro.
Dopo una breve sosta, abbiamo abbandonato città ed asfalto e siamo tornati sulle strade sterrate in cerca di un posto tranquillo per la pausa pranzo.
Nel post prandiale siamo entrati in una zona dai panorami nuovi.
Sembrava a tratti di essere in un'anime di Miazaki ed a tratti in un film degli anni 70 di Bud Spencer & Terence Hill
La strada era abbastanza larga ed ai lati c'erano piccoli campi, missioni, chiese, scuole, chioschi.
Si vedeva la gente lavorare nei campi o vicino alle proprie capanne, ai lati delle strade passava gente in bicicletta od in moto.
La presenza degli alberi era molto meno incombente anche se presente ai lati della strada, vicino alle capanni e tutto intorno ai campi.

Intorno alle tre del pomeriggio siamo arrivati al Ruaha National Park.
La stanchezza per il viaggio non mi ha permesso di godere molto dei paesaggi ed atmosfere da sogno di questo parco, ma fin da subito ho notato l'ennesimo cambiamento di paessaggio e l'incredibile e surreale atmosfera che regnava all'interno.
Fin dai primi momenti, abbiamo incrociato moltissimo animali: giraffe, zebre (che prima d'ora avevamo visto poco), gnu, bisonti, molte scimmie, piccoli carnivori e moltissimo uccelli.
Avvicinandoci al campo tendato ho notato ai lati delle strade molte bandiere a strisce blu e nere (uguali a quella dell'inter) e subito ho chiesto a Bilali cosa significassero; la sua risposta è stata "Non significano nulla, sono trappole per la mosca tze tze... viene attirata dai colori e si posa sulla stoffa imbevuta di veleno.".. e fu così che scoprii che oltre a leoni, leopardi, ghepardi, pitoni, coccodrilli, ippopotami ed altri mille animali potenzialmente letali... c'erano pure le mosche tze tze.
In poco meno di un'ora siamo arrivati al "Mdonya Old River Camp".
Questo campo tendato era gestito da un'Italiano emigrato e la sua moglie, tutti e due gentilissimi e molto disponibili.
Sicuramente il campo tendato che tutti noi abbiamo preferito, posizionato in un piccolo pianoro circondato dalla boscaglia aveva le tende posizionate in modo ottimale per vedere le attività notturne degli animali ed abbastanza lontane fra di loro da dare un senso di "sperduto in mezzo alla natura".


La zona comune era composta da una tettoia fatta con materiale locale sotto la quale c'erano divani e poltrone sui quali rilassarsi e prendere il the, una "zona falò" dove la sera si perpetrava la tradizione dell'aperitivo ed un'altra zona coperta nella quala si mangiava.
Con zona coperta si indende che si ha un tetto sopra alla testa, ma mai pareti, ne pavimento... il contatto con la natura è totale e costante.
Le tende erano come quelle del "Lake Manze tented camp" con tanto di cesso all'aperto, ma avevano un tocco di classe in più nell'arredamento; soprattutto ho apprezzato a cassapanca in stile coloniale inglese.


Dopo una pausa nella zona comune ci siamo tutti ritirati nelle nostre tende per riposarci e "docciarci" ed alla sera un bel gin tonic di fronte al falò, una cena rapida e poi tutti a letto.
La notte, al contrario della zona del Selous, faceva freddo (per modo di dire, eravamo pur sempre in Tanzania) e c'era parecchia umidità... la mattina ci si svegliava con i vestiti bagnaticci, ma sotto il caldo sole del mattino in pochi minuti tutto era asciutto.

lunedì 11 marzo 2013

The enlarged gudu's Tanzanian experience - Parte 3

Se non si è mai stati in Africa, è difficile se non impossibilie immaginarsi le atmosfere e le situazioni che possono venirsi a creare durante i viaggi in questi luoghi.

La mattina del 24 dicembre 2013 ad esempio eravamo seduti comodamente ad un tavolino sorseggianto the Roibos mentre gli elefanti ci passavano a non più di due metri considerandoci alla stragua di qualsiasi altro animale "non pericoloso" e durante il mio "bis di Roibos" uno di loro decideva di entrare nella tenda del cuoco per vedere se c'era qualcosa di interessante.

La sera del 24 dicembre, ritornando alla tende sempre scortati dai guerrieri masai, ci trovavamo a breve distanza fra un ippopotamo e l'acqua (cosa che secondo tradizione significa morte) senza che l'animale in questione ci degnasse di più di uno sguardo annoiato.

Il pomeriggio del 25 dicembre bevevo succo di papaia seduto su di una jeep senza tettino guardando a non più di due metri una famiglia di leoni che faceva la pennichella.

La riserva del Selous, nei tre giorni di sosta ci ha donato grandi emozioni ed indescrivibili scenografie naturali.
Abbiamo visto centinaia di animali, fra cui mi sono rimasti particolarmente impressi la bellissima ed elegantissima "giraffa masai" ed i filosoficamente quieti bufali d'acqua... siamo riusciti ad assistere all'accoppiamento di due leoni... abbiamo osservato gli uccelli pescare facendosi ombra con un'ala per evitare i riflessi del sole nell'acqua... siamo stati testimoni dell'attacco di un coccodrillo ad un bufalo d'acqua (bufalo vittorioso contro le nostre previsioni)... ci siamo stupiti nel vedere decine di coccodrilli riscaldarsi al sole e poi inteneriti vedendo un cucciolo di coccodrillo... abbiamo filosofeggiato sugli uccelli che pulivano i denti degli ippopotami ed ancora abbiamo festeggiato il raro avvistamento di un grosso sauro.
Ogni avvistamento è stato una gioa, un'avventura, una crescita interiore ed una visione di cruda bellezza.
I cieli della Tanzania... l'avrò già scritto mille volte ed altre mille volte lo scriverò... i cieli della Tanzania tolgono il fiato. C'è talmente tanta bellezza in quella natura selvaggia che ci si potrebbe dimenticare di alzare un po' la testa... quando il fortissimo e bellissimo contrasto fra verde e blu sfuma verso l'alto, immense mandrie di soffici e nubi che paion latte che vola a brucare su di un blu così intenso da far male agli occhi... raggi di luce trafiggono opachi veli bianchi creando tele colorate figlie del sogno... voli di ucelli scrivono il canto della libertà vera... lacrime di iridi colpite dal sol bagnano la terra calda per poi evaporare verso quel cielo... quel cielo che con la sua bellezza celebra la creaziona più di qualsiasi dipinto umano.



La sera della vigilia di Natale abbiamo osservato il tramonto sull'acqua bevendo gin tonic e la sera abbiamo cenato rischiarati solo dei fuochi dei falò... la mattina di natale abbiamo fatto colazione comodamente seduti nel bel mezzo della savana... la sera di Natale abbiamo guardato il tramonto su di un'isoletta nel mezzo del fiume fra i richiami di mille uccelli, gli urli degli ippopotami ed i silenzi dei coccodrilli.


In particolare il giro in barca sul placido fiume (fiume o palude a seconda del periodo dell'anno) ha riempito di bellezza i nostri occhi e di nostri cuori. I colori del cielo che si riflettevano e mutavano sull'acqua, la sensazione di tranquillità ulteriormente amplificata, i profumi ed i racconti della fantastica guida che guidava la nostra piccola barca. Ad un certo punto ho messo via il binocolo, la videocamera e la macchina fotografica e mi sono limitato a riempirmi occhi, orecchie e polmoni di tutto quello che avevo intorno.



E' stato il mio primo Natale lontano dall'Italia e da buona parte della mia famiglia. Pensavo che un Natale senza la neve, senza le luci, senza i presepi e senza i pranzi/cene di famiglia sarebbe stato "meno Natale". Devo ammettere che la famiglia mi è mancata, ma l'atmosfera del natale è rimasta magicamente presente; meno ostentata ed epurata delle parti più "coreografiche", ma egualmente forte e densa del significato che ha per me questa festività.

All'alba del quarto giorno abbiamo caricato le nostre cose sul fuoristrada, abbiamo salutato lo staffa del "Lake manze tented camp" e siamo partiti alla volta del parco Mikumi.
Per arrivarci avremmo dovuto inerpicarci su pe rimprobabili strade in mezzo alle verdissime montagne e scendere sull'altro lato per poi raggiungere le prime avvisaglie di giungla equatoriale.

Note tecniche:
- Mi sono bastate 12 ore per abituarmi al bagno all'aperto; la seconda notte uscivo a farmi le mie pisciatine completamente nudo e devo ammettere che, a parte la tavoletta bollente per il sole che ci batte sopra, la "cagata vista cielo" è stranamente stimolante.
- Neanche un ragno dentro alla tenda fortunatamente... strani insetti in stile Indiana Jhones ed il tempio maledetto, ma neanche un ragno.
- Perpetrata la tradizione del Gin Tonic africano prima di cena.
- Perpetrata la tradizione del Roibos in tutte le occasioni possibili.

venerdì 8 febbraio 2013

The enlarged gudu's Tanzanian experience - Parte 2

Ci siamo svegliati a Dar Es Salaam il 23 dicembre 2012, dopo una grossa e profonda dormita coadiuvata dalla stanchezza per il viaggio, affamati ed eccitati.
Dopo una mia immancabile battuta sul fatto che il mondo non era finito il 21 dicembre 2012 e che quindi avremmo potuto goderci l'avventura (battuta già fatta il giorno precedente), ci siamo riuniti agli altri nel corridoio e siamo andati a fare colazione.
Finalmente, dopo il viaggio in Namibia, potevo ri-godermi l'aroma del mitico the rosso africano Rooibos (cercato e mai trovato in Italia, Inghilterra e Repubblica Ceca) mentre gli altri della compagnia perpetravano la loro tradizione della colazione continentale durante i viaggi... a me veniva la nausa solo a guardarli... pancetta, uova, salsiccia appena svegli... burp!
Dopo colazione tutti sul fuoristrada di Bilali in marcia verso il parco del Selous, destinazione "Lake Manze Tented Camp".
Uscendo dalla città abbiamo incontrato poco traffico, le vacanze di Natale erano iniziate anche in Tanzania e gli autoctoni erano tornati ai loro villaggi nelle campagne o stavano semplicemente poltrendo a casa.
Siamo usciti rapidamente dalla città mentre Bilali ci raccontava della sua permanenza in Italia e dopo pochi chilometri eravamo già lontani da quella che noi occidentali chiamiamo "civiltà" (asfalto, smog, rumori, cemento, puzza).
Affrontavamo stradicciole strette e dissestate. Bilali ci dava svariate informazioni fra le quali il fatto che in Tanzania i mussulmani ed i cristiani vanno perfettamente daccordo e si sposano anche fra loro ed addirittura il presidente cambia ogni 5 anni ed è alternativamente mussulmano e cristiano.
Mentre Bilali parlava, io guardavo la vegetazione lussurreggiante tutto attorno a me e cercavo di immergermi nell'atmosfera.
Ogni tanto incontravamo persone a piedi, in bici ed in moto... tutti stracarichi di roba.
Dopo qualche ora incominciammo ad incontrare anche qualche piccolo villaggio: casette simili a boungalow piene zeppe di cose in vendita di ogni tipo, le persone svolgevano le loro attività giornaliere ai bordi della strada al di fuori delle abitazioni, ovunque colori sgargianti e poca curiosità nei nostri confronti a parte i venditori ed i bambini, perennemente eccitati da ogni cosa nuova.
La mia impressione era quella di trovarmi in quei film di Bud Spencer & Terence Hill degli anni '70 girati in Africa. La popolazione che ho visto era molto diversa da quella delle zone desertiche della Namibia: erano molto occidentalizzati, i maschi vestiti con abiti occidentali e le donne vestite in stile Africano, ma lontane dalle usanze propriamente tribali; tantissime motociclette cinesi e tanti telefoni cellulari. Avunque si vendevano bottiglie d'acqua riempite di liquido rosso che io pensavo essere una bevanda ed invece era benzina e frutta fresca.
Ad uno di questi villaggi ci siamo fermati e Bilali ha comprato anas, banane e manghi. A mezzogiorno ci siamo fermati nel cortile di una scuola (tutte dipinte di blu in Tanzania) in quel momento deserta per le vacanze di Natale ed abbiamo pranzato con ali di pollo e la frutta comprata. In questa occasione ho scoperto il vero gusto dell'ananas.
Io ero già un grande fan dell'anans, ma quegli ananas... quegli ananas erano divini: dolci, gustosi, succosi, morbidi nella consistenza. Per tutto il viaggio mi sono ingozzato di Anana; Bilali li tagliava a fette col machete e poi li appoggiava sul cofano della macchina... cosa che mi faceva sentire molto avventuriero. Mi risulta impossibile descriverne il gusto, posso solo dire che quelli che si comprano dal migliore fruttivendolo italiano non sono che una pallida imitazione di quelli che ho gustato durante tutto il viaggio. Ottimi anche i manghi, ma non posso fare un paragone perchè in Italia non lo ho mai mangiati. Le banane non le ho assaggiate perchè non mi piacciono molto, ma i miei compagni erano tutti dell'opinione che il livello era lo stesso dell'ananas... a posteriori mi pento di non averne assaggiata nemmeno una in tutto il viaggio.
Nel tardo pomeriggio siamo arrivati al campo tendato, the Lake Manze tented camp.


Il campo era stato costrutio nel bel mezzo della savana, nel parco del Selous, sulle rive di un lago (loro lo chiamano lago, ma è più simile ad un immenso stagno).
Siamo stati subito accolti con un ottimo succo di mango e, dopo esserci accomodati nella tenda comune (quella dove si mangiava), ci hanno indicato le regole di comportamento.
Dopo le sei di sera era vietato uscire dalla tende; per la cena sarebbe venuto un guerriero masai a scortarci fino alla tenda comune e ci avrebbe scortati anche al ritorno fino alle tende. In caso di emergenza avremmo dovuto usare il fischietto in dotazione ed un guerriero masai sarebbe accorso (e qualcuno lo abbiamo anche sentito nelle dolci notti africane).
Anche di giorno era vietato andare in riva al fiume od allontanarsi dai sentieri sorvegliati per il rischio di essere accoppati da coccodrilli, ippopotami, bufali, elefanti, leopardi, leoni... in pratica qualsiasi cosa che avessimo incontrato avrebbe cercato di farci la pelle, stercolari a parte. A colpirmi però fu il fatto che non c'era corrente elettrica.
Io ero abituato ai campi tendati Namibiani che, ragni a parte, erano delle grandi e lussuose suite con le pareti in tessuto e, da buon coglionazzo occidentale, ebbi un moto di angoscia ad immaginarmi interi giorni senza corrente.
Dopo le spiegazioni fummo accompagnati alle tende ed in quel caso ebbi un notevole moto di angoscia: innanzitutto le tende erano in semplice stile coloniale inglese: piccole e strette e dotate solo di letto e cassapanca... insomma... molto lontane dagli standard namibiani. Entrati nella tenda la domanda sorse spontanea: "Where is the toilet"... la risposta mi creo turbamento: al bagno si accedeva dalla cerniera al lato opposto della tenda. Il bagno era all'esterno: era composto da una tazza, una doccia ed un lavandino circondati da un telo... senza tetto, senza isolamento dall'esterno... in pratica mentre cacavo, una scimmia poteva venire a condividere la tavola con me, un serpente poteva venire a farsi la doccia od un leopardo poteva giocare a "Pesca l'omino" dai rami dell'albero che ombreggiava la nostra tenda.
Quello fu un duro colpo... toglietemi tutto, ma non una cacata in tranquillità e serenità... quando vidi il bagno dissi fra me e me "non cagherò per i prossimi 10 giorni".


Alle 19.00 è venuto a prenderci il guerriero masai e ci ha portato alla tenda comune.
Camminando sul sentiero, guardavo il cielo stellato africano ed aguzzavo l'udito per godermi i rumori notturni della savana.
Da quel giorno ripresi la mia tradizione del gin tonic prima dei pasti... ed attaccai il vizio anche agli altri. Le luci nella tenda comune erano soffuse (candele e lampade ad olio) e l'atmosfera davvero placida, calda, gioviale, accogliente... era come se tutti facessimo attenzione a non fare rumore per poterci meglio integrare nella natura... tutti eravamo consci di essere fra i pochi fortunati a potersi godere un posto come quello. Noi avevamo scelto apposta la Tanzania del Sud, molto diversa dalla turistica Tanzania del Nord... questa parte di Tanzania era molto più selvaggia e poco turistica, in un'area grande come il piemonte erano ammessi non più di 70 turisti e tutto era gestito in modo da lasciare spazio solo ai viaggiatori amanti della natura vera e selvaggia.
A quanto pare non tutti quelli che finiscono in questa zona ne sono a conoscenza perchè incontrammo parecchie persone che non sapevano a cosa andavano in contro, come quelli che si barricarono in tenda... ma di questo parlerò più avanti.
Ci accomodammo tutti insieme ad un lungo tavolo di fronte alla tenda comune... un lungo e rozzo tavolo circondato da quattro falò posto ai quattro lati. Fui stupito dall'apprendere che non si sarebbe mangiata selvaggina; in Namibia avevo mangiato kudu, orici, zebre, antilopi, dik-dik e qualsiasi erbivoro solcasse il terreno namibiano mentre in Tanzania ci servivano del pollo. L'atmosfera era piacevomente soffusa e si potevano godere tutti i rumori della savana, accompagnati dal crepitio dei fuochi. I guerrieri masai, come guardie invisibili, stavano fermi immobili dove iniziava l'oscurità ed apparivano improvvisamente se qualcuno provava ad allontanarsi, come ad esempio quanto pensai bene di fare quei 10 metri in solitudine per andare in bagno.
Dopo cena tornammo in tenda (sempre scortati dai guerrieri masai).
Ci addormentammo subito cullati dai barriti degli ippopotami a non più di cento metri dalla tenda.
Nel mezzo della notte fummo svegliati da un elefante che camminava pigramente vicino alla nostra tenda abbattendo le piante più piccole con quella flemma che solo gli elefanti hanno.
Che bello essere in mezzo a tutto questo "vivere"; sono emozioni forti che risvegliano delle cose dentro gli animi e portano ad una crescita interiore notevole... od almeno questo è stato l'effetto su di me... ogni volta che faccio un viaggio, divento più ricco... di quella ricchezza che nessuno può portarti via... la ricchezza interiore.
Ero in una tenda nel mezzo della savana... goduriosa sensazione di avventura e vita.

martedì 22 gennaio 2013

The enlarged gudu's Tanzanian experience - Parte 1

Quando torno da questi viaggi in zone ancora "Antiche" (e col termine "Antico" intendo il suo più bel significato) mi rendo conto di quanto l'uomo moderno occidentale abbia perso degli importanti legami con la totalità del creato. Questi legami persi non gli permettono più di comprendere molte cose e di trovare posto nell'ordine naturale delle cose; questo crea scontento, tensione, guerra e tutte le altre cose tipiche dei nostri tempi. Sono un musicista, non ho ancora (non ancora) realizzato il mio grande sogno di poter vivere grazie alla mia musica, ma se dovessi proprio darmi un'etichetta direi "Musicista"... perchè specifico questo? Perchè l'armonia che ritrovo ogni qual volta mi allontano dall'occidente è la stessa che riesco a trovare solo nella musica. Il creato (quello divino, non quello umano) è un'opera d'amore, come la musica... ed in quanto opera d'amore è immagine tangibile del divino in ogni sua sfaccettatura. Ma ora tralascio per qualche riga la mia piccola filosofia errante e vado a descrivere l' "Enlarged Gudu's Tanzanian experience". Questa volta io e la Vigi non eravamo soli nella nostra avventura (per questo il termine "Enlarged"), con noi anche suo fratello (che qui battezzerò Nuci), la fidanzata del fratello (che qui battezzerò Feddy) e la madre di Vigi e Nuci (che qui battezzerò Mello). Breve descrizione dei nostri compagni di viaggio: - Nuci: anche lui, come Vigi, viaggiatore incallito fin dalla tenera età. Persona dalla cultura umanistica vastissima, avere lui in gruppo è meglio che avere un collegamento diretto a wikipedia. Esperto storico di alto livello (tanto che prima ancora della laurea ha partecipato a Conferenze come relatore) e grande amante della sperimentazione culinaria estrema durante i viaggi... di quelli che se c'è da mangiare un verme vivo perchè è tipico del luogo, lo fa... e lo apprezza pure. - Feddy: introdotta, come me, alla filosofia del viaggio dal proprio coniuge, è una delle persone con maggiore capacità di adattamento che abbia mai conosciuto. Sempre gentile, disponibile ed educata.. anche se qualcuno le sta sparando addosso. Laureanda in legge con risultati più che ottimi e capacità di analisi rapida e precisa. Averla in squadra garantisce la presenza di una voce gentile e di un'opinione neutrale descritta in modo posato in ogni circostanza. - Mello: biologa e professoressa di scienza, con questa tappa Tanzaniana si può dire che abbia visitato tutta l'Africa nera, oltre a quasi tutto il resto del mondo. E' stata un po' la mamma di tutto il gruppo.
Adesso che ho descritto i nostri compagni di viaggio, posso iniziare sul serio il racconto della nostra avventura. Parte integrante di ogni viaggio è il trasferimento. Durante il traferimento si percepiscono già vibrazioni ed emozioni forti... atmosfere di adrenalinica attesa... il trasferimento fa parte del sacro rito del viaggio. Siamo partiti il venerdì sera, dopo aver parcheggiato la nostra cagnolina Polly dai miei genitori, sulla mia auto stracarica alla volta dell'Holiday Inn dell'aereoporto di Malpensa. Breve "Pausa cena" in autogrill... "Camogli" ed "Apollo"... ultimo pasto occidentale dei futuri 12 giorni... poi arrivo in albergo. Prima di addormertarci io e la Vigi abbiamo cazzeggiato a lungo: doccia, giochi su i-phone, rilessioni sul viaggio... l'eccitazione era palpabile e non si riusciva a prendere sonno immediatamente. Alle quattro del mattino è suonata la sveglia (verso di anatra) e ci siamo mossi verso il parcheggio dove abbiamo lasciato la mia auto ed una navetta ci ha portati all'aereoporto. Eravamo assonnati, ma al contempo eccitati. Check-in con tram-tram della spedizione dei bagagli e controlli vari e poi lento raggiungimento del gate di partenza in mezzo ad un'aereoporto ancora addormentato con i negozi chiusi e poche persone in giro. Io, la Vigi avevamo con noi i nostri fidi borsoni da viaggio con cucite sopra le bandiere dei luoghi visitati; anche il Nuci si è votato alla filosofia "del borsone da avventuriero", mentre Feddy e Mello hanno preferito la valigia tradizionale... il tutto ovviamente spedito nella stiva per essere più leggeri. Nel mio bagaglio a mano solo il binocolo, la videocamera, i libri e le medicine, nel bagaglio a mano della Vigi solo la sua attrezzatura fotografica. Il volo ha tardato a partire perchè c'era da spruzzare l'antigelo sulle ali e così ci siamo trovati in ritardo sulla tabella di marcia con il rischio di perdere la coincidenza a Zurigo per Dar es Salaam. Atterrati a Zurigo ci siamo precipitati verso il gate di partenza. Io adoro questi momenti di frenesia... quando l'adrenalina scorre... ci muovevamo rapidi fra la folla di quell'immenso aereoporto verso il gate. Io facevo apposta a rimanere un po' indetro, lasciando sempre aperta una piccola possibilità di perdere di vista gli altri... piccole scosse adrenaliniche che mi diverto da morire. L'aereoporto di Zurigo è così grande che ha una metropolitana al suo interno; metropolitana che quel giorno aveva problemi tecnici e ci ha causato ulteriore ritardo. Nuci era parecchio agitato, Vigi era contrariata dall'agitazione del Nuci, Mello cercava di tranquillizzare gli animi ed io mi divertivo come un pazzo in mezzo a tutto quel tramestio umano. Alla fine siamo arrivati più che in orario e siamo saliti sull'aereo che ci avrebbe portati a Dar Es Salaam via Nairobi. Io adoro i voli intercontinentali perchè posso passare il tempo a vedere film recenti, posso togliermi le scarpe ed appisolarmi con addosso la copertina fornita dalla compagnia aerea... tutte quelle cagatine che lanciano il messaggio "Hei!, sei in viaggio!" e che fanno parte quindi del rito. Questa volta non sono riuscito a vedere molti film perchè il sonno mi ha vinto. Mi sono guardato Total Recall (francamente una cacata pazzesca), ho mangiato il tipico orrendo (ma neanche tanto) pranzo da aereo e poi mi sono addormentato. Mi sono svegliato quando siamo atterrati a Nairobi, dove quasi tutti i presenti sono scesi, e poi siamo ripartiti alla volta della meta. Non so di preciso cosa abbiano fatto gli altri durante il volo perchè i posti e le cuffie ci hanno tenuti separati. Ci si riuniva durante il pasto per scambiarsi commenti sui relativamente orrendi pasti degli arei... fas edle volo divertente in cui noi si dava tutti gli avanzi a Nuci che divorava tutto. Partenza alle 7.40 da Milano ed arrivo a Dar es Salaam alle 21.00 ora locale, ovvero alle 19.00 ora italiana... 11 ore di viaggio... e sti cazzi. Una delle cose tipiche dell'Africa nera (e dell'Italia) è l'allucinante burocrazia. Abbiamo passato un'ora in coda per i visti sudando come pugili. Eravamo ancora vestiti per l'inverno italiano... dopo i primi 10 minuti eravamo praticamente tutti in biancheria intima (donne comprese)... ma in Africa va bene così. Finalmente dopo varie peripezie, incomprensioni, moduli, mazzette legalizzate ed altre cosette tipiche siamo usciti finalmente dall'aereoporto. All'uscita veniamo colpiti dall'afa locale come da una pala in faccia. Ho fatto un lungo respiro assaporando il profumo dell'aria e la gioia ha riempito il mio cuore... ero di nuovo in Africa. Ad attenderci la nostra guida: Bilali. Bilali: uomo di colore sulla cinquantina grassoccio con i modi di fare gentili ma spiccioli della gente del luogo. Sul cruscotto della sua auto carta igienica e mappe, nella portiera il fedele machete, in testa berrettino del genere "Love Italy" (non ricordo la scritta precisa). Bilali ha caricato rapidamente noi ed i nostri bagagli su di una vecchia Range Rover e ci ha portati al nostro Hotel.
Per le vie strette e dissestate centinaia di moto di marca cinese ignota stracariche di cose e persone schizzavano fra le poche auto. La parte di città che visibile durante il tragitto era un misto fra una paese della costa emiliana ed una baraccopoli. Arrivati all'Hotel ci ha scaricati di fretta e ci ha detto solamente "Domani partenza alle 8.30". L'albergo sembrava uno di quelli che si vedono in certi film anni '90... vecchio stile coloniale inglese pieno di tappeti, moquette e tappezzerie... personale in tenuta con cappellino che si muove in un "lento affrettarsi" verso i propri compiti. Breve pausa in camera e poi rapida cena al ristorante dell'albergo... con nostra sorpresa cucina internazionale di discreta qualità. Dopo la cena, tutti a letto... l'avventura stava per iniziare.

giovedì 13 dicembre 2012

The Gudu's Stockholm experience

Torno a scrivere dopo mesi di attività convulse che non mi hanno dato modo di dedicare tempo al blog. Torno a scrivere in occasione della mia partenza per la Tanzania il 22 dicembre. Vado a raccontare l'unica città fin'ora visitato che mi ha convinto poco, nel senso che non mi ci sarei trasferito a vivere: Stoccolma. Io e la Vigi siamo stati a Stoccolma ad Agosto, fuggitivi dall'italica afa e dalle italiche faccende. Una cosa che si imprime nella memoria, arrivando in aereo e la visione della città come una massa di verde ed azzurro dalla quale si ergono i palazzi, una visione simil-manga post apocalittica del tipo "città devestate da guerre atomiche poi riconquistate dalla natura". Qui però non si tratta di riappropriazione della natura, ma di costruzione in armonia con la natura. Il primo approccio con la città è anonimo: palazzi squadrati, vetrine, aumanità in movimento, sparuti gruppi di turisti. Dopo qualche passo però si cominciano a notare alcune cose: - Poco traffico - Automobilisti educati (come in tutto il Nord Europa del resto) e silenziosi - Aria quasi da paesello (ho detto quasi) - Un sacco di ciclisti nonostante la pioggia... tutti in movimento sulle piste ciclabili presenti ovunque. Già durante la la gita a Vienna e durante il tour del Belgio avevamo notato l'incredibile grado di civiltà dei popoli nordici ed è stato un piacere constatare che la Svezia non fa eccezione. La grossa differenza consta nel fatto che abbiamo visto molti meno mezzi pubblici e molte molte molte più biciclette rispetto agli altri paesi nordici che abbiamo visitato. La bellezza della città sta proprio nel suo alto grado di civiltà, anche perchè ci sono poche altre attrattive.
Il centro storico medioevale non supera il voto "carino" ed è anonimo quanto un qualsiasi centro storico Italiano; niente a che vedere con città come Siena, Venezia, Parma, S. Marino, Parigi, Vienna, Francoforte, Brugge, Praga, ecc. Il castello è bello a visitarsi, ma non tiene il confronto con residenze come Versaille, Pražský hrad, Shonbrunn od Castello di Ferrara, ma nemmeno regge il confronto con una meno famosa Reggia di Racconigi, di Venaria o di Stupingi. Qualche bella chiesa, ma lontana dai livelli eccesli di Notre Dame, Le sacre Ceur, S.Pietro, S. Marco, S. Vito di Praga, ecc.. Il museo nazionale di Stoccolma è un esempio di valorizzazione del patrimonio: hanno creato un museo con gli oggetti che io potrei trovare nella cantina di mia nonna con l'aggiunta di un paio di fossili... un esempio di ingegno. Il museo nazionale di fotografia è piccolo e con poche fotografie (a parer mio e della Vigi di artisti non così dotati). L'unico vero museo che vale la pena visitare è il "Vasa museum" dove è conservata l'unica nave del XVII secolo rimasta quasi intatta: la Regalskeppet Vasa, un galeone svedese ornato in modo elaborato che affondò durante il suo viaggio inaugurale nel 1628 (alla faccia del Titanic). L'esperienza è notevole. Salendo sulle varie balcolate (4 piani di balconate) è possibile rendersi conto di quanto fossero immensi questi velieri... da buon progettista rimango sempre affascinato da queste immense opere realizzate senza computer e senza moderni macchinari. Un gigante di legno capace di solcare i mari per mesi e trasportare grandi quantità di merci e uomini con i propri sogni e la propria voglia di avventura. Essendo poi io un maniaco delle storie di mare (anche se preferisco non mettere piede su nulla che galleggi sull'acqua per paura del mal di mare) ho sognato ad occhi aperti avventure e battaglie antiche mentre osservavo la nave e leggevo le didascalie di descrizione. La Vigi ha potuto dare sfogo alle sue velleità da fotografa, sfruttando i sofisticati e per nulla casuali giochi di luce presenti nel museo. Il museo è un'altro esempio del genio svedese: il sistema di visita, le luci, il posizionamento degli oggetti, le postazioni interattive... tutto è creato con lo scopo di immergere il visitatore in un mondo passato e farlo sognare. Altra attività che consiglio è un bel giro in barca per vedere le coste e le isole nei dintorni della città. Innanzitutto il porto è molto bello e non a niente a che fare con i malconci e malfamati porti italioti e francesi; sono luoghi in cui passeggiare e godersi il contatto con il mare.
Durante la gita in barca è poi possibile ammirare decine di ville d'epoca abbarbicate sui rilievi di fronte al mare, natura tutto intorno, atmosfera placida e tranquilla. Sconsiglio però il giro all'isola degli artisti: è un'isola anonima nella quale ci sananno si e no una ventina di negozietti occupati, più che da artisti, da hobbisti che incollano e cuciono cose "a cazzo"... in confronto l'Ikea è una forma d'arte possente. Interessante è anche "Skansen" che è il primo dei musei all'aperto e degli zoo svedesi, un bel modo di passare un pomeriggio passeggiando in mezzo alla natura, osservando animali tipici della zona e la fedele ricostruzione di un villaggio medioevale.
Un souvenir tipico e bellissimo della Svezia, se avete molti molti molti soldi, sono i prodotti in lana: bellissimi maglioni, sciarpe, berretti e stupende coperte... il tutto fatto a mano... il tutto costoso che se fosse fatto in pelo di panda. Sul cibo il mio commento è "lammmerda!!!". A stoccolma si può mangiare dell'ottimo salmone (al prezzo al chilo suppergiù del tartufo), delle buone aringhe o dei pessimi stufati/minestre/arrosti... il tutto condito con strane creme che sono riuscite perfino a risultare indigeste alla Vigi (che dal Canada al Sud-Africa ha sempre ingoiato qualunque cosa le proponessero senza avere problemi). I beveraggi sono inesistenti: la birra è una birra qualunque ed il vino locale è inesistente. La gente... bhe... la gente... ogni tanto potevo immaginarmi di essere finito in un città conquistata dai "Borg" (vedi Star Trek). Tutti molto gentili e disponibili, ma in cinque giorni non ho visto uno svedese sorridere... li osservavo per strada, nei negozi, nei locali... mai visto un sorriso od un cenno di entusiasmo alla vita... e dire che loro non avevano la situazione critica dell'Italia... ma forse è stato solo un caso... forse. In generale è stata una bella esperienza, perchè visitare posti nuovi e conoscere nuove culture è sempre bello e fonte di crescita, ma devo dire con sincerità che non tornerei a Stoccolma ne mi ci trasferirei... nonostante la Svezia sia una nazione iper civilizzata dove si dice che si viva bene... mi piacerebbe però visitare il selvaggio Nord. Visitare Stoccolma e vedere come gli svedesi sono riusciti a valorizzare le poche e discretamente scarse opere architettoniche ed artistiche che hanno, mi ha fatto capire quanto siamo coglioni noi italiani... potremmo vivere tutti, ma proprio tutti, di solo turismo. In mano ad un manager svedese ogni paesino italiano potrebbe diventare un'attrazione turistica... i nostri artigiani potrebbero diventare milionari vendendo le loro opere ai turisti anzichè stare a morir di fame cercando di tenere testa ai prezzi dell'Ikea; i nostri pittori, attori, poeti e musicisti potrebbero rendere indimencabile ogni esperienza turistica in italia. ... ma noi siamo italiani... preferiamo morire di fame/tedio/depresisone a costruire la panda piuttosto che valorizzare le immense cose che la nostra storia e la nostra cultura ci hanno dato gratis.

mercoledì 11 luglio 2012

Pessimismo e fastidio

Ti alzi la mattina prestissimo perchè lavori lontano. Ficchi un po' di gasolio (del quale prezzo il 70% sono tasse) nell'auto. Lavori tutto il giorno e fai straordinari fino sera tardi. Sai che hai lavorato così tanto per pagare l'idraulico, l'affitto, il dentista, il veterinario, il gastroenterologo, l'assicurazione... mica per un bel cono gelato od un'auto nuova. Stai pensando di trovarti un lavoro nel week end per poter forse andare in ferie. La sera sei troppo stanco per fare una carezza al cane/gatto, farti una trombata con tua moglie, sorridere a tuo figlio, portare avanti una passione. Dentro di te ti ripeti "Sono fortunato, ho un lavoro... posso mantenere mia moglie, mio figlio, Monti, Fini, Schifani, Napolitano"... vai in chiesa e doni i soldi che avresti usato per portare tua moglie al cinema alla chiesa cattolica che li userà per pagare lo schermo LCD a quel rumeno che stuprerà tua figlia fra qualche anno od al prete che la stuprerà subito. Poi ti convinci di arrivare all'illuminazione: lavori come un negro per pagare cose che poi tanto non ti godi... - l'affitto della casa un po' più bella nella quale non stai mai. - la connessione internet con la quale scarichi i film che non hai tempo di vedere. - il veterinario per gli animali che non hai il tempo di goderdi. - il gasolio che fondamentalmente usi solo per andare al lavoro. Quindi fondamentalmente se lavorassi molto meno, potresti goderti le stesse cose, ma avresti più tempo... EUREKA... l'illuminazione! Però poi per andare al bar servono i soldi, per arrivare in centro a passeggiare od in montagna a respirare ti servono i soldi, per l'aulin che ti toglie i dolori ma ti uccide il fegato ti servono i soldi, per andare al cesso in città devi pagare... per fare qualunque cosa ti chiedono dei soldi... anche il tizio che ti fa parcheggiare davanti al supermercato ti chiede i soldi per non rigarti l'auto (che poi ti righerà il tossico che passa di li o la cinese neo patentata). Quindi sei nella situazione che in ogni caso non potrai goderti la vita... in ogni caso soffrirai... ... allora esci di testa, vai in strada e ti metti a sparare alla gente... così per fare un favore a qualcuno e poi come ricompensa spari a te stesso... La razza umana non ha capito un cazzo... è giusto che si estingua oppure ha ancora speranza? Bhooo???... ora vado a prepararmi il panino da mangiare in ufficio, così non perdo tempo per la pausa pranzo e faccio più ore di straordinario...

lunedì 28 maggio 2012

The Gudu's Prague experience

Era il 6 aprile 2012, il week end dopo al mio compleanno (4 aprile). La Vigi mi aveva chiesto di prendere un giorno di ferie per andare a ritirare il mio regalo di compleanno in un posto lontano ("bhoooo" pensavo io). Ci alzammo alle 8.00 di mattina e saltammo in auto. Non sapevo la meta, era la Vigi a guidare. Passammo tre orette in auto nella quali ho ricevuto ogni sorta di indizi (fuorvianti) sul mio regalo... ad in certo punto, quando siamo passati nei pressi dell'aereoporto di Orio al Serio, mi era entrato in testa il tarlo che il regalo fosse un lancio col paracadute... panico... quando però siamo arrivati al "Park and go" e la Vigi ha tirato fuori la valigia dal cofano (preparata e caricata la sera precedente di nascosto) ho capito che si partiva per un'altra "Gudu's experience"... grande Vigi! Arrivati in aereoporto, sono stato messo di fronte al tabellone delle partenze senza essere a conoscenza della meta... c'erano molte mete diverse interessanti su quel tabellone. Superato il check-in ci siamo seduti al bar a berci un succo di frutta. La Vigi mi ha consegnato un pacchettino. Io l'ho scartato in tutta fretta ed era la guida Lonely Planet (fedelissima ed irrinunciabile compagna di ogni nostra avventura) di Praga. Ora conoscevo la destinazione. Dopo due orette di volo siamo atterrati nella Repubblica Ceca, dopo un'oretta eravamo in albergo e dopo altri dieci minuti eravamo per le strade di Praga. Praga è una città stupenda. Io sono un appassionato di architettura e cultura medioval-gotica in generale ed devo dire che ho avuto di che deliziare i miei occhi ad ogni angolo, ma come sempre ciò che più amo di ogni avventura è l'assaporare l'atmosfera dei luoghi. L'atmosfera di Praga è magica, non per nulla è considerata uno dei vertici del triangolo della magia europeo (non ricordo se magia bianca o nera, ma chissenefrega). Il centro storico (ma anche il resto della città) è un inno al tardo medioevo con i suoi edifici, le sue chiese gotiche, le sue goglie , le sue vie strette, le sue piazzette, le rive del fiume ed il mitico "Ponte Carlo".
Il primo pomeriggio lo abbiamo passato a gozzovigliare per la città godendo dei mercatini di Pasqua (nettamente simili ai mercatini di natale che visitammo a Vienna con gli artigiani direttamente al lavoro dietro ai banchetti), dei concerti medioevali della piazza ed in generale delle atmosfere praghesi. Quel pomeriggio abbiamo fatto la nostra prima scoperta praghese: il "Trdlo". Il Trdlo è un dolce cotto sulla brace mediante una specie di "girarrosto potenziato"; ha la forma di una cimbella ed a guardarlo da l'idea di essere cos' dolce da nauseare, ma quando lo si mette in bocca si rimane sorpresi dal fantastico gusto bilanciato. Il Trdlo va mangiato caldo, appena tolto da sopra alla brace... diventa presto una droga e ci si ritrova costretti a fare una "sosta Trdlo" almeno due volte al giorno.
Sul ponte Carlo si esibivano artisti di strada ed ogni statua meritava una fermata per essere osservata. Inutile dire che il pomeriggio è passato rapido in mezzo a quest'atmosfera festosa. La sera siamo andati a mangiare un Goulash (il primo di molti) in un jazz club. Una cosa che mi ha colpito molto è il fatto che nel centro storico di Praga ogni 100 metri si trova una live house (principalmente dedite al jazz od al blues), un teatro od una chiesa ospitante un concerto di musica classica... è un piccolo paradiso per i musicisti. Alla sera, dopo le 21.00 circa, complice probabilmente il freddo ancore pungente, le strade erano vuote e pochi turisti si aggiravano in cerca di locali in cui passare la serata. Noi facemmo una breve passeggiata e poi tornammo all'albergo. La mattina seguente (sabato 7 aprile 2012) faceva un freddo pazzesco, i maglioni di lana e le giacche da montagna non bastavano a ripararci dal vento gelido che si insinuava fra le vie della città... questo però non faceva che accrescere l'atmosfera magica praghese. La nostra prima tappa fè stata il Castello di Praga... un immenso castello in perfette condizioni all'interno del quale si trova anche l'imponente e goticissima cattedrale di S. Vito all'interno della quale sono riposte le più importanti reliquie della chiesa cattolica boema. Tutto immenso e spettacolare... l'interno della cattedrale poi, con le sue vetrate colorate ad impreziosire l'immensità architettonica, ci ha lasciati a bocca aperta. Bellissimo e caratteristico anche il confinante Vicolo d'Oro: una celebre stradina di Praga, situata nell'area del Castello (nel quartiere di Hradcany) e caratterizzata da una fila di bassi edifici variopinti, che furono costruiti in stile manieristico a partire dalla fine XVI secolo, inizialmente per ospitare le 24 guardie dell'imperatore Rodolfo II d'Asburgo (1522-1612) e le relative famiglie. La via deve il proprio nome agli orafi che in seguito la abitarono. È conosciuta anche come "Via degli Alchimisti", in virtù di una leggenda secondo cui sarebbero vissuti qui anche degli alchimisti (in realtà residenti in una via vicina), che cercavano di tramutare il ferro in oro per Rodolfo II d'Asburgo e di produrre la pietra filosofale e degli elisir di lunga vita. Nella via risiedettero, per un breve periodo, anche famosi scrittori, quali Franz Kafka (dal 1916 al 1917) e Jaroslav Seifert. Ora la via, uno dei luoghi più visitati della città ed ospita esclusivamente negozi di souvenir ed un museo di armi ed armature medioevali. Ok ammetto di avre preso la descrizione della via da wikipedia, ma questa descrizione rendeva così bene la particolare atmosfera che non potevo evitarlo. Aggiungo che le case erano piccolissime (sia nell'altezza che negli spazi interni) e coloratissime. Vedere questa via con il vento gelido che trasformava ogni goccia di pioggia in un piccolo ago è stato davvero pittoresco... fra l'altro, visitando la casa di Kafka, era è stato facile intuire come gli venissero fuori certe atmosfere. Intorno all'una di pomeriggio eravamo di nuovo nella piazza principale del centro storico dove abbiamo pranzato ai banchetti mangiando il famoso "Prosciutto di praga" con patate e Crauti e poi abbiamo passato il pomeriggio in giro per il centro storico, cogliendo l'occasione per visitare le altre chiese e salire sulla torre dell'orologio ed assistere alla suonata di tromba che viene ripetuta ogni ora da un trombettista in costume ai quattro angoli della torre... il tutto intervallato da "Soste Trdlo e Vin brùlè".
Passeggiare per Praga è molto suggestivo e romantico. ci sono piccole piazze e vicoli che finiscono sulle rive del fiume ed altre che portano verso la collina. La magia dell'atmosfera Praghese si accentua alla sera dove i colori si fanno più vivi e le luci pubbliche (opportunamente posizionate) danno maggior vita alle architetture aumentendo i giochi di ombre.
Alla sera abbiamo cenato in un piccolo ristorante tipico concendendoci varie specialità locali meno conosciute dalla massa turistica, ma altrettanto buone ed "interessanti" per il palato. Domenica 8 aprile 2012 ci siamo mossi in direzione della fortezza, una meta meno turistica che però io ho trovato ancor più suggestiva. L'ingresso è simile a quello della "Terra di Mordor" del signore degli anelli: un'altissima e spessissima muraglia divide la zona del castello dalla città. Le porte erano ovviamente aperte e ci siamo avventurati all'interno ritrovandoci in quella che poteva essere tranquillamente uno scenario per un film di Tim Burton (quando ancora sapeva essere davvero dark): una strada in ciottolato saliva sulla collina e ci ha portati in un vecchio cimitero dotato di tutti gli optional tipici dei cimiteri gotici: cancellata in ferro arrugginito, statue logorate del tempo, croci elaborate in ferro battuto spesso storte, marmi spezzati, scrittedi epitaffio in carattere gotico, alberi scuri e scheletrici e cielo scuro e plumbeo. Sollo sfondo una splendida chiesa gotica con le classiche tre altissime navate, le grosse vetrate, e la pietra degli esterni annerita dal tempo... il top del gotico.
Io adoro le chiese gotiche per l'atmosfera interna che mette davvero soggezione e per gli splendidi giochi di luce creati dalle alte e coloratissime finsetre. Dopo aver visitato la chiesa e la zona (adibita a parco tutto intorno) siamo andati a rifugiargi in piccolo bar in attesa che partisse la visita guidata all'interno delle mura della fortezza. Fuori faceva in freddo incredibile e ci siamo scaldati con una tisana. Alle 12.00 precise abbiamo fatto il tour all'interno delle mura... giro breve, ma suggestivo all'interno di minuscoli cunicoli che sfociano in un'ampia stanza nella quale erano tenute delle enormi statue.
Per il pranzo ci siamo spostati in quella che viene chiamata "La città nuova". L'architettura di Praga non si ferma nella zona medioevale. Anche la parte più recente della città è interessantissima fra palazzi dalle architetture molto interessanti dissemninati sulle rive del fiume.
Abbiamo pranzato in un piccolo bistrot dove ci hanno servito il Goulash all'interno di una grossa pagnotta di pane... un piatto ottimo quanto pittoresco.
Proprio mentre entravamo nel bistrot c'è stata una piccola bufera di neve; questo evento atmosferico mi ha dato la sensazione di essere lontanissimo dall'Italia dove in quel periodo la neve era un lontano ricordo. Il pomeriggio lo abbiamo passato visitando ancora la "Città nuova" e poi ritornando a gozzovigliare nel centro storico, visitanto anche l'Hard Rock Cafè di Praga. Io sono un feticista dell'hard rock cafè... ho una collezione notevole di magliette, spille e cappelli dell'hard rock cafè... direi che un buon 15% del mio guardaroba porta la scritta "Hard rock cafè".
Vista la temperatura bassa, quel pomeriggio abbiamo battuto il record di soste per il vin brùlè. Nel pomeriggio abbiamo anche acquistato un po' di souvenir per i parenti e per la nostra casa, abbiamo preso una campanella in ferro battutto fatta a mano che adesso è appesa in veranda ed usiamo abitualmente al poste del campanello quando torniamo casa. Il giorno successivo ci siamo imbarcati sull'aereo che ci ha riportati in Italia. E' stato un regalo di compleanno fantastico ed un'altra "Gudu experience" da tenere nel cuore.