venerdì 20 settembre 2013

The Gudu's Nippo Experience part 1


Il 20 agosto è iniziata un'altra Gudu's experience.
Destinazione Giappone.

La mattina del 20 ho indossato le mie scarpe da viaggio (scarpe da montagna che indosso solo quando viaggio) ed i miei pantaloni estivi da viaggio (che indosso sempre alla partenza di ogni viaggio dall'avventura in Namibia del 2011) ed ho caricato la macchina.
Questa volta ad accompagnarci purtroppo non c'erano le nostre mitiche sacche da avventurieri (sempre più addobbate con le toppe delle varie bandiere dei luoghi visitati) poichè avevamo in progamma poderosi spostamenti a piedi; inizialmente la cosa ci ha rattristati un po', ma a ragion veduta siamo stati molto saggi.
La Vigi ha indossato anche lei le sue scarpe e pantaloni da viaggio, si è caricata in spalle l'attrezzatura da fotografa e mi ha raggiunto.

Prima destinazione: l'aereoporto di Milano Malpensa.
Alla guida dell'auto Mello (proprio colei che venne con noi fino in Tanzania), che ci avrebbe recapitati a destinazione e sarebbe tornata a casa in modo da non doverci preoccupare del parcheggio.
L'arrivo in aereoporto è sempre una parte fondamentale delle Gudu's experiences... è il momento in cui ti assale l'eccitazione per il viaggio.

Io adoro gli aereoporti.
Sono come portali verso mille dimensioni di avventura... pieni di persone che vanno e vengono da ogni dove.
Essendo l'imbarco previsto per le 14.00 abbiamo fatto un rapido pranzo ad un self-service locale ovviamente costoso come un ristorante di alta cucina nelle langhe e poi siamo stati in trepidante attesa dell'imbarco.
Io avevo già previsto cosa vedere nelle 12 ore di traversata.
La visione dei film durante il volo è un rito irrinunciabile e facente parte integrante del viaggio. Io avevo calcolato di vedere Fast&Furious 6 e Star Trek 2.
Per farla breve, senza descrivere le incredibili minchiate che di solito facciamo io e la Vigi per passare il tempo in sala d'attesa, alle 14.30 eravamo sull'aereo dove io scoprivo con orrore che nessuno dei film della mia wish-list era presente nell'archivio... poco male, avrei deviato su Ironman3 e Jimmi Bobo.
Il volo è stato per me rapido ed indolore.
Avevamo la fortuna di essere in 2 su tre sedili, indi per cui io mi sono goduto i due film in questione e poi mi sono svaccato, dormendo per le restanti 7-8 ore di viaggio.
Un po' peggio è andata alla Vigi che in aereo fatica a dormire.
La sua è stata una lunga traversata.

Il 21 agosto alle 9.00 del mattino siamo atterrati all'aereoporto Narita di Tokyo.

Il primo approccio che ho avuto mettendo piede in Giappone?
Tre addetti alle pulizie sdraiati sotto ad una panchina per pulire anche la parte inferiore del suddetto oggetto ed il pavimento con la moquette... moquette più pulita del pavimento di casa nostra.
Arrivati in aereoporto siamo andati a farci attivare l'abbonamento per i mezzi pubblici acquistato dalla Vigi on line.
Una delle prime cose che consiglio a chiunque visiti il Giappone è di prenotare da casa tutto il prenotabile. In Giappone quasi nessuno parla inglese; inoltre parlano tutti sottovoce e con un accento tale da rendere difficile la comprensione anche ad una "quasi-madrelingua" come la Vigi.
Il secondo approccio con il Giappone è stato "La cortesia e disponibilità": la signorina dello sportello, fra mille sorrisi ed inchini, si è offerta di prenotarci con anticipo i posti riservati su tutti i treni che avremmo preso da li al giorno della nostra partenza.
Con infinita pazienza si è informata sul nostro itinerario e ci ha prenotato tutto. A ragion del vero è stata avvantaggiata dal fatto che Virginia aveva un chiarissimo piano di viaggio in mente... però questa signorina ha passato con noi 20 minuti senza smettere di sorridere, senza perdere la pazienza, senza sottrarsi a nessun possibile lavoro al fine di rendere più semplice il nostro soggiorno.
Sbrigate tutte le pratiche siamo saliti sul treno (ovviamente iperpulito, rapido, silenzioso e dotato di bigliettaio che faceva l'inchino ad ogni persona a cui controllava il biglietto) per raggiungere il quartiere di Ueno.

Scesi dal treno finalmente mi sono trovato di fronte il Giappone.
Ueno è uno dei quartieri anni '70 di Tokyo... sembra di essere in un manga: strade strettissime, ammassamento pazzesco di case di tutti i tipi messe a casaccio come se il piano regolatore fosse stato disegnato da Ray Charles, poche auto, molte biciclette ed un caldo abominevole.
La Vigi è riuscita a muoversi senza mai sbagliare nella metropolitana di Parigi, nei vicoli di Londra, nelle campagne Francesi, sulle strade montuse della Namibia... ha però dovuto cedere di fronte alle strade di Ueno, ma soprattutto di fronte alle mappe falsate in nostro possesso.
Dopo una buona mezz'ora di "girare in tondo" coperti di sudore e nettamente provati dalla passeggiata con valigie sotto il sole rovente, un passante impietosito si è avvicinato e ci ha chiesto se poteva aiutarci... e cosa incredibile, sapeva anche dire tre parole in inglese!
Abbiamo così scoperto di essere usciti dalla metro nel punto sbagliato e siamo arrivati rapidi all "Edo Sakura" il nostro primo Ryokan.
Cos'è un Ryokan? E' l'equivalente dei nostri bed & brekfast... però in versione giapponese... si dorme per terra col fouton in piccole stanza quadrate che quasi sempre hanno la vista su piccoli giardini zen, è vietato indossare scarpe ed all'interno si indossa lo yukatai fornito dalla struttura.
Con grande emozione ho aperto la porta del ryokan (tipicamente giappponese con scorrimento laterale e tendine di fronte) e siamo entrati.
L'accoglienza è stata ...1....2...3... giapponese: prima ancora di farci compilare i moduli, ci hanno fatti sedere e ci hanno offerto del the; poi con calma e pacatezza ci hanno portato i moduli da compilare.
All'interno un'atmosfera di serenità e pacatezza.
Per il primo giorno a Tokyo avevamo deciso di provare una "stranezza locale": a Tokyo i pensionati o gli studenti che studiano lingue estere si offrono gratuitamente di fare da guida agli stranieri; bisogna solo pagare loro gli spostamenti e gli ingressi ai luoghi visitati.
Incuriositi dalla cosa, abbiamo pensato di provare questo servizio, anche alla luce del fatto che eravamo reduci di un volo di 12 ore con jet-lag di 7 ore e quindi poco propensi a districarci fra le strade e le metropolitane di Tokyo.
La nostra guida era una minuta studentessa di lingua italiana che in italiano sapeva solo dire "Buongiorno", "Conosco un po' l'italiano", "Torta", "Armani", "Gucci" ed altre firme italiote.
Fortunatamente il suo inglese era migliore... il problema è che parlava pianissimo... e così parte della giornata è passata con Vigi che mi prendeva per il culo sul fatto che io non capivo una fava di quel che mi diceva la nostra guida e rispondevo sempre "Yes"... anche quando mi ha chiesto che lavoro facevo e cosa conoscevo del Giappone.

Tokyo è una bella città... parlando con sincerità non è una delle più belle e nemmeno delle più brutte... è semplicemente una città come tante.




Siamo saliti su di un grattacielo per goderci lo skyline di Tokyo, andati al museo nazionale dove, oltre alle opere d'arte, un'intera sala è dedicata ad un ologramma in stile manga che canta e che in Giappone è idolatrata come lo è in Italia Vasco.
Siamo andati in un caffè di lusso all'interno di un negozio di diamanti (una specie di "Merenda da Tiffany"), abbiamo girato per negozi dei mitici quartieri di Ginza e Roppongi ed ho avuto il piacere di regalare alla Vigi uno yukata originale fatto a mano con tessuti speciali in una boutique del centro.


Tutto bellissimo, ma come ho scritto sopra, la cosa che rende Tokyo speciale non è la città in se... è il fatto di essere in Giappone.
A renderla "diversa" sono i Giapponesi con le loro abitudini.
Evito quindi la descrizione di musei, palazzi, giardini per andare a descrivere le cose che ci hanno colpiti del il modus vivendi giapponese.
Le prima cosa tipica con la quale ci siamo incontrati ed alla quale ci siamo subito uniformati è stato l'uso smodato di bibite energetiche.
Ogni 30 metri (e non sto esagerando) c'è un distributore automatico di bevande, la gente ha costantemente in mano bevande.
Noi ci siamo subito uniformati diventando schiavi del Pokari Sweet... una bevanda energetica fatta con l'acqua ionizzata dal gusto dolciastro... più ne bevi e più hai sete... più ne bevi e più ne compri.
Il tipico giapponese tiene poi, nella mano non occupata dalla bibita energetica, un ombrello... non portatile... un ombrello di quelli grossi.
La guida ci ha chiesto subito se volevamo acquistare uno... noi sprezzanti abbiamo detto di no, dichiarando poi in italiano "Noi veniamo da Cuneo... con sto caldo se piove ci va giusto bene".
Ovviamente due ore dopo, in preda ad un momentaneo diluvio universale, eravamo in un negozio a comprare un ombrello portatile... ovviamente due giorni dopo abbiamo capito che l'ombrello portatile non era abbastanza e ce ne serviva uno grosso.
In tutta Tokyo, giardini imperiali a parte, ci saranno 100 alberi... eppure dove crescono più di cinque fili di erba si sente il vociale delle cicale... all'inizio eravamo in uno spiazzo di fronte ad un grattacielo (2 alberi e 3 metri quadri di erba) e c'era sto rumore pazzesco di cicale... e Vigi a dire "Ma pirla!, sono registrate... che cosa tipica!"... in verità la cosa tipica era che ovunque ci sono le cicale.
In tutta Tokyo, giardini imperiali a parte, ci saranno 100 alberi... eppure non c'è l'aria pesante che si respira nelle città del sud europa... pochissime auto, metà delle quali elettriche od ibride e di cilindrata minimale... tanta gente in bicicletta nonostante la totale assemza di parcheggi dedicati.
Le biciclette vengono parcheggiate in ogni dove senza lucchetti o catene... cosa inconcepibile praticamente in qualunque altro paese.
Anche se la scuola non era iniziata, in giro c'erano molti adolescenti con la divisa scolastica, come nei manga.
A Tokyo i Taxi sono delle riedizioni o restauri di vecchie auto; all'interno i sedili sono foderati con centrini bianchi per fare vedere ai clienti quanto è pulito il taxi ed I taxisti indossano guanti bianchi. I taxi costano pochissimo.


Tutti i lavoratori dei cantieri hanno il casco e la divisa... sembrano gli omini lego... che risate io e Vigi a vederli le prime volte... uguali uguali agli omini lego... sono pure gialli.
Se c'è un cantiere, c'è un omino con lo sfollagente luminoso che si inchina e ti indica dove passare... per fare un lavoro che richiede una persona ce ne sono almeno tre.
Ogni lavoro viene fatto con impegno e passione. Una cosa che mi ha colpito è la spriritualità con la quale lavorano. Mi è sembrato di capire che per loro il lavoro è un metodo di crescita che avviene attraverso la dedizione e l'impegno.
Abbiamo visto donne delle pulizie con faccia serena ed impegnata in ginocchio nei cessi pubblici per pulire dietro al water (i bagni pubblici Giapponesi sono più puliti del bagno di casa nostra, sono numerosissimi e sempre dotati di carta igienica e copritavoletta o spray disinfettante)... abbiamo visto operai dei cantieri pubblici chiedere scusa inchiandosi per la deviazione di mezzo metro che abbiamo dovuto fare per evitare il tombino nel quale lavoravano... abbiamo visto gli addetti agli ascensori inchinarsi ed augurarci buona salita prima che l'ascensore partisse... sono solo esempi... potrei andare avanti per ore... un ultimo esempio: quasi nessuno parla giapponese, ma non perderanno la pazienza e persevereranno con sguardo sereno fino a che non avranno capito cosa vuoi da loro e come possono aiutarti.
I giapponesi non si soffiano il naso in pubblico, preferiscono tirare su col naso producendo spesso trani rumori, rispettano la fila anche per entrare in metropolitana, sui mezzi pubblici stanno in silenzio, non mangiano e non parlano al cellulare.
I giapponesi hanno sviluppato inoltre i superpoteri "La mia fermata" e "Sonnolenza istantanea"... appena si siedono in metro, si addormentano e si svegliano come per magia alla loro fermata.
I giapponesi hanno anche il super-potere "Non patisco il caldo": mentre io e Vigi avevamo le magliette appiccicate alla pelle dal sudore, i giapponesi si muovevano in giacca e cravatta tranquilli e freschi come se fossero stati tirati fuori dal freezer tre secondi prima.
I giapponesi hanno la mania dell'aria condizionata... anche sui pullman che avremmo poi trovato nelle zone montagnose, l'aria condizionata era presente e devastante.
Alle 19.00 la nostra guida si è accomiatata fra mille inchini e sorrisi.
Noi abbiamo giracchiato ancora un po' per le tranquille vie del centro per poi tornare al ryokan.
La sera ci siamo fatti consigliare dalla direttrice del Ryokan una locanda tipica per mangiare gli yakitori.
Ci siamo ritrovati in una di quelle locande che si vedono solo nei manga: piccola e stretta, seduti al bancone con il cuoco che ci preparava il cibo di fronte.
In giappone i ristoranti (quelli per gli autoctoni) sono dedicati ad un solo tipo di piatto.
La locanda in questione cucinava solo yakitori.
Gli yakitori sono sostanzialmente degli spiedini con attaccato di tutto.
In quelli che abbiamo mangiato noi (abbiamo preso uno yakitory a testa per ogni tipo) c'era carne di pollo, di maiale, di vitello, uova di piccoli uccelli non identificati, verduere varie (alcune identificabili, altre no) e fegato.
Come si ordina in Giappone se non si conosce il giapponese?
Ogni menù ha le foto... come i nostri odiosi menù turistici, solo che in Giappone è una cosa normale e non dedicata ai turisti... in alcuni locali ci sono perfino le riproduzioni in plastica dei piatti serviti.
Noi gaurdavamo la foto ed indicavamo quello che a vista sembrava buono... ogni tanto ci andava bene ed ogni tanto no. Quella sera ci andò parecchio bene.
Quando la gente presente ha capito che eravamo italiani... grande festa... la nonnina matriarca della famiglia dei gestiori ci ha fatto degli origami e gli avventori presenti non smettevano più di salutarci e dirci mille cose... cose che noi ovviamente non capivamo, ma che abbiamo deciso di interpretare come benedizioni per le nostre vacanze.
Al ritorno abbiamo incontrato il nostro primo tempietto scintoista con tanto di tipico gatto a guardia.


Tornati dalla cena abbiamo indossato i nostri yukata e ci siamo addormentati per la prima volta su di un futon... incredibilmente comodo ed accogliente.
Il primo giorno in Giappone era passato.

giovedì 1 agosto 2013

In attesa del Gudu's Nippo Experience

Prima di avere un blog qui, sulla piattaforma google, avevo un blog in quei di "Splinder" una vecchia piattaforma che andava per la maggiore intorno agli anni 2000.
Improvvisamente, nel 2011, Splider chiuse i battenti.
Fu così che andarono perduti (dal punto di vista blogghistico) alcuni capitoli della mia vita interessanti.

Perduto il mitico post contro i Romani e la loro cafonaggine che mi procurò centinaia di visite e migliaia di insulti.
Perduti i resoconti della mia gita a Parigi, la mia gita a Vienna ed il tour del Belgio.
Perdute le mie riflessioni musicali, i resoconti degli allenamenti di kung-fu, le mie recensioni a film, siti e molto altro.

Tengo un blog per due motivi:
1) Mi piacere rileggerlo. Mi aiuta a far tornare alla mente immagini, ricordi, profumi.
2) In certi casi (in primis i resoconti dei viaggi) spero di essere utile ai rari lettori che passano di qui recensendo esperienze non sotto il profilo tecnico, ma delle sensazioni.
Ho cominciato a fare questo soprattutto dopo il viaggio in Namibia poichè avevo notato che mille blog elencavano cose da vedere, spiegavano itinerari e davano consigli tecnici; ma nessuno descriveva quello che si provava durante i viaggi, le strane esperienze che si potevano avere e pochi davano consigli pratici sulle piccole cose, informazioni non reperibili nelle guide ufficiali.

Oggi, in vista del mio prossimo viaggio in Giappone, rileggevo qualche pagina del blog e mi sono intristito nel constatare che non fosse descritto quanto sia magico Montmartre alle 7.00 di mattina (per poi trasformarsi in un inferno di turisti dalle 8.00 in poi)... quanto sia divertente andare a Vienna prima da Sacher e poi da Demel per decidere quale sia torta Sucher migliore (per me vinse Sacher)... quanto il cuore salti un battito vedendo Parigi dalla cima del Sacre Coeur o sentendo un duetto voce/violino sotto la torre del palazzo comunale di Vienna... Quando sia incredibile andare in una locanda per autoctoni di Gandes ed ordinare le costolette cotte sul fuoco del camino, quando sia piacevole e rilassante passeggiare la sera nei pressi di Notre Dame e fermarsi ad ogni esibizione di artista di strada.
Finita nel nulla tutta la descrizione della passione, della fatica e dei sacrifici necessari ad ogni cintura di kung-fu che ho conquistato. La determinazione di un Omino 33enne che decise di imparare a sciare e tante altre cose.

Tutti ricordi scritti col fuoco nella mia anima... questa è la cosa davvero importante... però spariti dal mio blog... e non ho intenzione di riscriverli perchè sarebbe... diverso.

Questo è quanto.

Tornerò a scrivere per raccontare il mio viaggio in Giappone alla ricerca degli incredibili contrasti di questa cultura incredibilmente affascinante che ogni giorno si scontra con l'occidentalizzazione creando un ibrido unico e di indubbio interesse.

martedì 21 maggio 2013

The gudu's "Provence" experience

In occasione dei compleanni mio e della Vigi, invece del classico regalo, si è deciso di regalarci una piccola gita in Francia nella Provenza.

Il venerdì sera (5 apriel 2013), dopo il lavoro, siamo partiti in direzione del colle di Tenda.
Superare il colle di Tenda mi da sempre una piacevole sensazione, molto simile a quella che mi danno gli aeroporti... una specie di portale che mi proietta verso le avventure.

Intorno alle 20.00 ci siamo fermati in un piccolo paese subito dopo il confine con la Francia per cenare.
Le zone francesi a ridosso delle valico mi affascinano. Piccoli centro abbarbicati sulle rocce, silenzioni, semideserti... location ideali per film horror, noir, gotici et similia.
Abbiamo gustato una bistecca (io) e del pesce (Vigi) in un piccolo ristorante deserto e poi siamo ripartiti alla volta di un piccolo b&b nei pressi di Toulon prenotato dalla Vigi.
Dopo una notte tranquilla e riposante ci siamo avviati verso "Presu'ile de giens" dove abbiamo passato la mattinata visitanto il centro storico e la famosa lingua di terra in mezzo al mare popolata di svariati tipi di uccelli (in quel periodo però disabitata).
A dire il vero in quella zona non ci sono molte cose da vedere, soprattutto nella stagione primaverile. Penso che il fascino del luogo derivi da quella sensazione di placida desolazione che emana da ogni cosa: vecchie case dai serramenti multicolori, strade deserte, persone silenziose, il mare placido e meno rumoroso del solito ed infine quella lingua di terra che si estende verso il mare come un'estrema emanazione di questi silenzi.
Per un amante come me dei luoghi desolati e silenziosi è stata una tappa che ha riscosso un certo successo.
E' stato inoltre estremamente rilassante osservare il panorama dalla cima delle collina, passeggiare per mano con la Vigi per le vie ed i parchetti deserti e poi sulla riva del mare non ancora riecheggiante dei versi degli uccelli.
Il tempo non era nostro amico, nubi basse si addensavano e diradavano senza mai dare troppo spazio al sole. Insomma, tutto concorreva a creare quell'atmosfera lugubre simil-gotica che io ho trovato cosi piacevolmente pittoresca e rilassante.
Per pranzo abbiamo raggiunto Toulon dove abbiamo pranzato in una vineria accompagnando ottimi piatti ad ottimo vino (nostro fedele compagno in tutti i pasti del viaggio).
Siamo usciti parecchio alticci dalla vineria ed abbiamo passeggiato per la cittadina.
Una volta ripresi dall'ebrezza (aiutati anche dall'abbondante pioggia), abbiamo raggiunto Marseille.

Marseille sarebbe un luogo piacevole da visitare se non fosse sporca, mal abitata ed in stato manutentivo pessimo.
Siamo arrivati in centro sotto una pioggia scrosciante.
Poche persone camminavano sfrezate dala pioggia e sembrava di essere in una versione francese di Blade Runner.
Raggiungendo il parcheggio sotterraneo ho adocchiato in lontananza una cattedrale gotica bellissima, ma la pioggia ci ha scoraggiati a rintracciarla.
Nel parcheggio sotterraneo piccoli autoparlanti emettevano cinguettii di uccelli, cosa che ha ulterirmente aumentato la mia sensazione di Citta post-apocalittica decadente.
Sotto una noiosa e fredda pioggia ci siamo mossi all'interno del famoso "Panier" ovvero il centro storico.
Il centro storico era paragonabile a qualsiasi centro storico, solo molto più sporco.
Abbiamo raggiunto in fretta il b&b per scoprire che non c'era nessuno.
Un po' di telefonate e siamo riusciti a parlare ad uno dei gestori ci ha chiesto di attendere una mezzoretta o poco più.
Dopo aver visitato la struttura museo di archeologia mediterranea, alle 17.30 precise il museo ha chiuso i battenti ed anche tutti i chioschi. Ci così siamo chiusi in un infimo bar a bere tisane.
All'arrivo del gestore del b&b abbiamo capito cosa era successo: si erano sbagliati nelle prenotazioni.
La nostra camera non era disponibile, ma il gestore mortificato si è fatto perdonare offrendoci allo stesso prezzo la suite all'ultimo piano... botta di culo!
La suite aveva un arredamento bislacco, ma piacevole ed un'ottima vista dal terrazzo.
La sera abbiamo preferito non allontanrci troppo perchè la zona sembrava davvero pericolosa (emblematica la scritta sul muro della piazza del museo: "Touristes rentrer à la maison") così siamo finiti in una piccola ed anche un po' puzzolente vineria dove però il vino era ottimo.
A causa delle nostre ridotte capacità linguistiche, dopo un tagliere di salumi e formaggi, mi sono ritrovato nel piatto una salsiccia fatta con le frattaglie... una prelibatezza per i locali... una cosa immangiabile per me... ci ho provato, ma ho rinunciato dopo il primo conato di vomito.
Tornando a casa, ci siamo fermati nel classico 24h market pakistano dove ho comprato delle merendine e della frutta ed ho così tamponato il buco nello stomaco... aiutato dell'ottimo vino bevuto nella vineria.
Ci siamo addormentati ebbri e divertiti.

A parte l'enorme cappella dei gestori, se si  deve sostare a Marseille, consiglierei a chiunque di sostare nel sopracitato b&b che si chiama "Au vieux panier".
Lo stabile è interessante, le camere pulite ed arredate con stile pittoresco e la colazione è fantastica.
La mattina successiva abbiamo completato il giro della cittadina visitando il vecchio porto e vedendo dall'esterno "Notre dame de la garde" che è davvero una splendida struttura ed il forte che è davvero imponente.
Dopo la piccola passeggiata abbiamo ripreso l'auto e ci siamo diretti ad "Aix en Provence", ridente cittadina dal centro storico interessante e famosa per le fontane di muffa.
Si tratta sostanzialmente di getti d'acqua attorno ai quali hanno lasciato crescere costantemente la muffa fino a che si sono create vere e proprie statue di muffa.
Il sole ci è stato amico ed il giro è stato molto piacevole e rilassante.
Vesitando questa cittadina ho capito ancora una volta che noi italiani siamo dei coglioni.
"Aix en Provence" è una cittadina carina resa molto attrattiva e piacevole dall'organizzazione e dalla capacità francese di enfatizzarne le bellezze e particolarità. In Italia c'è una cittadina così ogni 20 Km.
Ad "Aix en Provence", praticamente tutti i cittadini vivono sul turismo... ristoranti, bar, negozi, guide turistiche, servizi vari.
Se sapessimo gestire il nostro patrimonio non avremmo bisogno di ammazzarci di lavoro nelle fabbriche e di inquinare ed inquinarci con l'industrializzazione selvaggia.
Non ho mai sentito un politico parlare seriamente di turismo in Italia... potremmo vivere... vivere molto agiati... solo basandoci sul turismo. Bhaaaaa... fine della digressione.
In questa piacevole ed organizzata cittadina abbiamo fatto un ottimo pranzo, ovviamente abbondantemente innaffiato da ottimi vini.
Nel pomeriggio, dopo un'ennesima passeggiata per il "recupero alcolico", ci siamo diretti verso Avignone.

Avignone è impressionante. Immensa ed imponente potrebbe rivaleggiare senza problemi con le finte città-fortezze del film "Il signore degli anelli".
La città è un misto fra un forte ed un castello. Le mura chiare, altissime e spessissime si ergono a fianco del fiume e sembra quasi che ne controllino lo scorrere con la loro energia.
Dopo aver posato i bagagli nel nostro b&b (di cui parlerò più avanti), siamo andati a visitare le città.
La sensazione data dall'esterno di amplifica all'interno.
Le vie strette e le architetture interne, anch'esse alte e maestose, danno un senso di forza, ma anche di oppressione.
Tutta l'architettura e la mappa della cittadella sembrano voler indicare la sottomissione della città e dell'ambiente sottostante al palazzo papale che è l'unica struttura ad aprirsi su una grossa piazza sopraelevata su più livelli baciata dal sole per tutto il giorno in tutte le stagioni.
Al palazzo si accede dall'immenso portale che da direttamente sulla piazza.
Il palazzo è bellissimo... spazi immensi, giochi di luce ed architetture molto lontane dal gotico francese a cui ero abituato.
Dopo il palazzo abbiamo visitato il famoso "Pon't d'Avignon" che è stato un po' deludente rispetto al resto e poi abbiamo fatto un piccolo giro della cittadella.
Sono rimasto negativamente stupito dalla "teppa" (termine piemontese per dire "gente poco raccomandabile" od anche gentaglia) omnipresente ed anche dalla sporcizia.
La cittadella è molto affascinante e godibile, ma sporcizia umana e di oggetti hanno rovinato un po' il nostro giro ed il nostro godimento.
Intorno alle 18.00 siamo rientrati al b&b.
La Vigi, che ha un fiuto quasi sovrannaturale per alberghi, b&b e ristoranti, aveva prenotato a "Le saisons": un bellissimo b&b all'interno di un palazzo storico nella vicina "Villeneuve Lez Avignon".
In quel b&b tutto "faceva atmosfera" a partire dal proprietario dallo strano modo di fare, l'accozzaglia di mobiglio d'epoca disposto quasi a casaccio, il silenzio del luogo, le camere ed anche la stessa cittadina squisitamente medievale.
Dopo un breve riposino siamo usciti in cerca di un luogo in cui cenare.
Grazie al fiuto della Vigi, abbiamo trovato una vineria frequentata per lo più dai locali con ottimi piatti e superbi vini.
Inutile dire che siamo tornati anche questa volta in camera ubriachi.

La mattina successiva abbiamo visitato quella che io ho battezzato "La barolo francese".
Un piccolo paese nel quale ad ogni angolo c'è l'atelier di un produttore in cui assaggiare ed acquistare vini.
Dopo una breve visita al castello diroccato ed al centro storico, intorno alle 10.30 del mattino, abbiamo cominciato gli assaggi.
A dirla tutta non abbiamo fatto troppe fermate... ad essere sinceri solo una. Dopo aver infilato il naso dentro tutti gli ateliers, abbiamo seguito l'ispirazione della Vigi ed abbiamo scelto un produttore che ci ha accolti nel piccolo atelier ricavato in uno scantinato e ci ha fatto assaggiare innumerevoli vini.
Dopo aver molto bevuto ed acquistato due bottiglie di ottimo "Chateauneuf du pape" ci siamo messi sulla via del ritorno.
La pausa pranzo l'abbiamo affettuata in una cittadina a caso all'interno di una birreria in stile simil-bavarese.

Alla sera eravamo di nuovo sulla cima del Colle di Tenda dove abbiamo trovato la neve.
Abbiamo messo piede in casa stanchi e felici intorno alle 22.00.

E' stata una piacevolissima e rilassante gita.
Ho bevuto come raramente ho fatto... sono praticamente stato ebbro pre tre giorni di fila... e la cosa mi è piaciuta.
I vini locali sono ottimi... mi spiace dirlo, ma tengono il confronto con i vini delle langhe... anche se devo specificare che i vini delle langhe variano molto nei gusti e nei profumi, mentre i vini provenzali sono tutti molto simili fra loro.
E' stata una bella avventura on the road con la Vigi dove ho potuto visitare una parte di Francia che non conoscevo. Anche questa volta sono diventato un po' più ricco.

giovedì 16 maggio 2013

The enlarged gudu's Tanzanian experience - Parte 6

E così giunse il momento del ritorno a casa.
Per me è sempre un momento denso di sentimenti e sensazioni.
C'è la tristezza per la fine della vacanza e contemporaneamente il piacere di ritornare a casa ed il pensiero allettante del raccontare il viaggio ai conoscenti ed ai parenti.
La fine di ogni viaggio è il momento in cui mi sento maggiormente "avventuriero"... è come se il mio subcosncio dicesse "Adesso che hai visto tutto, sei più maturo e più navigato" ed in effetti è così perchè ogni viaggio che ho fatto mi ha reso immensamente più ricco e grande dentro.
Il primo giorno di ritorno verso la capitale abbiamo seguito a ritroso la strada fatta all'andata con tanto di gamedrive al parco Mikumi e sosta serale nello stesso campo tendato in cui sostammo all'andata, per intenderci il campo della terribile tedescona "Bruttilde".
Il viaggio fino al Mikumi è stato silenzioso e pieno di sguardi malinconici rivolti alle bellezze attorno a noi ed a quell'atmsfera di placida quiete che io ho trovato fin'ora solo in Africa.
Una piccola fermata in un villaggio per comprare qualche souvenir ed una sosta per il pranzo sono stati gli unici momenti all'esterno del fuoristrada.
Appena possibile abbiamo imboccato la lughissima strada asfaltata che attraversa l'Africa di cui ho accennato nei capitoli precedenti e che descriverò meglio più avanti; la strada ci ha portati fino al Mikumi. Dopo una lenta e rilassante cena al campo tendato con i bush baby che ci guardavano curiosi (e golosi) e Bruttilde che ci guardava di traverso ) forse per i terribili commenti lasciati nella scheda di valutazione all'andata), ce ne siamo andati a dormire esausti.
Il giorno dopo eravamo di nuovo sulla lunga strada asfaltata.
Questa volta non avremmo preso le bellissime strade di montagna, ma avremmo proseguito sull'asfalto fino alla capitale.
Su questa strada ho visto l'Africa che non mi piace... certo pittoresca, ma non bella.
La strada si inerpica sulle montagne con pendenze pazzesche.
Sulla strada poche auto, molti autobus, moltissimi camion e nelle vicinanze dei centri abitati sciami di motociclette cinesi di piccola cilindrata.
Gli autobus sono proprio come se li potrebbe immaginare uno scrittore di romanzi d'avventura tipo Clive Cussler: vecchissimi, arrugginiti, privi di porte e finestrini e zeppi di persone... persone sedute, persone in piedi, persone sul tettuccio, persone appese a penzoloni dai finestrini.
I camion erano di ogni tipo: c'erano i giganteschi modelli americani con enormi rimorchi sui quali sostavano spesso persone che si facevano dare un passaggio, poi c'erano i modelli europei meno mestosi ed anche piccoli camioncini strapieni di materiali, animali, persone.
Camion ed autobus faticavano nelle salite fumando penosamente dallo scappamento e spesso anche da motore; ai lati della strada ogni 20-30 Km si trovavano mezzi in panne con il motore fumante od addirittura in fiamme. Due rami d'albero fungevano da "triangolo" ed ai fianchi di questi mezzi gli autisti fissavano il loro camion con sguardo vuoto che non tradiva altra intenzione se non aspettare.
Quando la cosa accadeva agli autobus, tutto attorno al mezzo buona parte della gente si accampava in attesa di non so cosa, mentre alcuni cercavano di farsi dare dei passaggi o di saltare sui rimorchi degli altri camio che passavano lentissimi.
In discesa i camion si muovevano lenti sfruttando il freno motore mentre gli autobus sfrecciavano a valocità spropositate.
Più a lato della carreggiata si trovavano camion, autobus ed automobili ribaltati, bruciati, ridotti a scatolette informi... gurdanto autobus reduci di incidenti sicuramente pazzeschi mi chiedevo quanta gente morisse ad ogni scontro calcolando anche come erano sistemati su questi mezzi.
Spesso c'erano piazzole dove piccoli gruppi di persone vendevano carbone, frutta e qualche volta oggetti. Ai lati della strada sorgevano vari centri abitati, affacciati sull'asfalto, composti da capanne di lamiera e pietra.
Ci siamo fermati per andare in bagno in una specie di autogrill.
Un piazzale pieno di camion ed autobus (turistici e locali) con un fatiscente bar e dei bagni che mi hanno fatto rimpiangere i water all'aperto.
I locali avevano facce e sguardi torvi che solo a guardarli gli aversti dato il portafogli ed anche un rene senza fare storie. La fermata è stata ovviamente molto breve.
Una pausa simile l'avevamo già fatta per pranzo il giorno precedente, appena saliti sulla strada. Quella volta nel parcheggio c'era un grosso mercato di verdura e frutta locale. Il locale era peggio dei "peggiori bar de Caracas" visti nella pubblicità del rhum... con tanto di pista da ballo/incontri clandestini degna dei peggiori film di Jean claude Vandamme.
Per il pranzo del secondo giorno di viaggio, su specifica richiesta nostra, abbiamo abbandonato la strada principale imboccando per qualche chilometro la cosiddetta vecchia strada e fermandoci in un piccolo villaggio. L'atmosfera era un po' migliore ma sempre molto tesa. Anche in questo caso la pausa è stata breve.
Nel pomeriggio abbiamo raggiunto la capitale e siamo stati portati in un mega centro per lo shopping turistico per passare il tempo ed acquistare gli ultimi souvenir.
Io ho fatto scorta di roibos ed insieme alla Virgi abbiamo acquistato alcuni oggetti per la casa.
Alle 17.00 eravamo già in aereoporto.
C'erano due ore di attesa prima dell'imbarco.
Abbiamo salutato Bilali lasciandogli una cospicua mancia e poi ci siamo messi a giocare a Munkin fino a che non è venuta l'ora dell'imbarco.
Arrivati al gate abbiamo scoperto che c'era un ritardo nella partenza.
Nuci e Feddy hanno erano parecchio sclerati per il ritardo, mentre io mi sono coricato sulle sedie per l'attesa e mi sono appisolato.
Alla fine ci siamo imbarcati con quasi un'ora di ritardo.
Una volta accomodati sull'aereo mi sono subito appisolato per poi svegliarmi a causa di una tempesta su Nairobi. A Nairobi l'aereo si è riempito e poco dopo la partenza hanno servito la solita terribile cena, fra gli sballonzolii della tempesta.
Durante il volo mi sono guardato "Candidato a sorpresa" ed ho tentato di guardare qualcos'altro, ma poi mi sono addormentato.
Nonostante il ritardo, siamo arrivati a Zurigo in tempo per prendere l'aereo che ci avrebbe portati a Milano. Sull'aereo del ritorno c'eravamo solo noi, una giovane famiglia ed una ragazza che si era dimenticata del cambio di clima ed era vestita solo di vestitino quasi trasparente bianco e sandali.
Inutile dire che all'arrivo a Malpensa, nel trasferimento sul pullman, ha sofferto "un po'" il freddo.
Alle 11.30 del 1 gennaio 2013 eravamo già sulle strade del cuneese. Le strade deserte tipiche della mattina del primo dell'anno... quell'atmosfera surreale e placida che sotto certi aspetti mi ricordava certe atmosfere africane.
Anche questo viaggio era finito.
Avevamo visto un'altro tipo di Africa rispetto alla Namibia, altrettanto affascinante.
Avevamo visto e vissuto infinite cose speciali.
E' stato un viaggio bellissimo.
Sono tristemente conscio della trasformazione continua dell'Africa... trasformazione purtroppo peggiorativa dovuta all'invasione prima occidentale ed ora orientale... un popolo che sta perdendo le proprie bellezze e le proprie poche certezze e le proprie peculiarità.
Sono felice di aver visto una Tanzania ancora per la maggior parte selvaggia... affascinante e magica nella sua ancestralità. Lontana dai parchi del Nord pieni di turisti e di "Occidentalità"
Una nota positiva per i miei compagni di viaggio che hanno reso il viaggio ancora più speciale.

Spero di tornare al più presto in Africa. Vorrei vedere il delta dell'Okawango quando arriva l'acqua dopo la stagione secca, scalare il Kilimangiaro, sostare in riva al lago Malawi e meditare nel Kalahari... e poi vorrei tornara in Namibia... lo stato che mi ha portato via il cuore.

giovedì 2 maggio 2013

The enlarged gudu's Tanzanian experience - Parte 5

In questa quinta parte dell'Enlarged Gudu's Tanzanian Experience cercherò di descrivere i giorni passati al "Ruaha National Park"; uso la parola "provo" ben sapendo che è impossibile descrivere davvero le sensazioni e le emozioni che si provano in questi luoghi... per capire davvero bisogna provare.

Durante i tre giorni passati in questo parco il programma è stato pressochè sempre lo stesso:
1) Colazione
2) Safari fotografico
3) Pranzo
4) Safari fotografico
5) Cena
6) Dopocena
7) Riposo notturno

Può sembrare un programma monotono se non fosse che ogni giorno è diverso in Africa pur restando tutto uguale.
Ogni cielo mattutino è nuovo come ogni cielo stellato, ogni panorama è nuovo, ogni animale è diverso dal precedente, ogni paesaggio lascia senza fiato.

Al mattino ci si svegliava rilassati e riposati... non c'erano orari precisi da seguire, non sentivamo lo "stress dell'orologio", non eravamo schiavi di Chronos... eppure i cicli della natura ci portavano ad essere molto regolari nei nostri orari... la regolarità senza lo stress.
Al mattino ci si svegliara rilassati e riposati... dall'esterno della tenda si sentivano migliaia di uccelli cantare e la luce filtrava nella tenda.
Al mattino ci si svegliara rilassati e riposati... amavo aprire la zip della tenda ed essere innondato di sole, profumi, rumori... innondato di vita d'Africa.
Al mattino ci si svegliara rilassati e riposati... uscivo all'esterno e lasciavo che il sole mi scaldasse il viso tenendo gli occhi chiusi ed assaporando ogni cosa percepibile dei miei sensi.
Dopo esserci lavati e vestiti, ci si trovava davanti alla tenda di Mello e poi si andava alla tenda comune per fare colazione.
La colazione era per me all'italiana e per tutti gli altri del gruppo continentale.
Dopo colazione si partiva per il safari fotografico.
In questo parco abbiamo visto molto animali difficili da avvistare perchè rari o notturni come ad esempio il gatto selvatico e l'otocione, ma l'incontro più sensazionale fu con un leopardo che aveva appena finito di cacciare.
 
Era il secondo giorno e Bilali ricevette via radio l'annuncio di un avvistamento di leopardo.
Il lento incedere del fuoristrada si trasformo in una corsa sfrenata (per quando possibile un una zona foreste ed altipiani) verso il luogo dell'avvistamento.
Arrivati sul posto, dopo pochissimo minuti, individuammo il leopardo che si muoveva nel sottobosco.
Quando il leopardo si fermò sotto ad un cespuglio, spegnemmo il fuoristrada e rimanemmo in attesa.

Noi non ne eravamo coscienti, ma ci eravamo fermati proprio sopra la su preda: un cucciolo di facocero appena ucciso e probabilmente abbandonato sul posto al nostro arrivo.
Rimanemmo immobili per non so quanti minuti, poi il felino comincio a muoversi verso di noi.
Macchine fotografiche, videocamere e binocolo erano puntati sulla bestia che continuava ad avvicinarsi.
Passo di fianco alla macchina letteralmente appoggiandosi alla portiera del guidatore.
Noi chiudemmo i finestrini rapidamente, ma non potevamo chiudere rapidamente il tettino e così ci limitammo e rientrare nell'abitacolo sperando in bene.
Il leopardo si muoveva molto lentamente.
In un momento di coraggio, decisi di uscire dal tettino per riprendere il suo incedere.
Mi sporsi con tutto il corpo al di fuori della sagoma del fuoristrada ritrovandomi a non più di un metro e mezzo dalla faccia del leopardo.
L'animale vendomi si fermò per qualche istante, probabilmente per calcolare se era il caso di attaccare. Io rimasi immobile con la videocamera puntata sui suoi occhi selvaggi.
Improvvisamente, con un movimento fulmineo, il leopardo afferrò la preda sotto al fuoristrada e si distanzio di un paio di metri da noi prima di girarsi indietro e controllare eventuali nostre reazioni.
Dopo aver verificato la nostra inoffensività, si nascose rapido nel sottobosto.

Fu un'emozione grandissima: eccitazione mista a paura mista ad ammirazione.
Innanzitutto il lepardo è uno degli animali più affascinanti che avessi mai visto. Quegli occhi selvaggi, attenti come quelli di pistoleri dei film western, profondi come il profondo.
Ogni fattezza del corpo e del muso sembravano creati per dare l'impressione di un combattente pericoloso e selvaggio.
Trovarsi a pochi centimetri da uno dei pochi animali che uccidono per sfizio e non solo per necessità (siamo in pochi: anaconda, leopardo, uomo e pochi altri) senza protezioni e senza filtri... è stata un'emozione grande... e mi sono anche discretamente cagato addosso dalla paura.
La scena del cacciatore stanco con la propria preda è una delle più emozionanti fra quelle osservabili in Tanzania,  in questo coso è stata rovinata dal fatto che noi avevamo disturbato con la nostra presenza la naturale essenza del momento, ma è stata lo stesso emozionantissima.
Rimanemmo ancora molto tempo fermi a scrutare i cespugli... fino a che il lepardo decise di andarsene seminandoci rapidamente.
Oltre a questi animali più difficili da vedere, collezionammo in quei giorni un numero incredibile di avvistamenti.
Interi gruppi di elefanti, bufali, zebre, giraffe ed altri erbivori.
Affreschi spettacolari creati da bellissimi esemplari immersi in paesaggi incredibili.
 




Un'altra scena che mi colpì molto fu assistere alla reazione degli animali all'arrivo in zona di un predatore.
Bilali fu avvisato di un avvistamento di ghepardo vicino a dove eravamo. Arrivammo sul posto in pochi minuti.
Eravamo passati di li non più di 5 minuti prima e l'amosfera era competamente cambiata.
L'aria era carica di tensione: le scimmie dai rami degli alberi urlavano come pazze, gli erbivori erano spariti dalla zona ed si potevan vedere in lontananza immobili con lo sguardo fisso verso il punto da cui provenivano le urla scimmiesce.
Qualche minuto d'attesa ed è apparso un ghepardo femmina.
Mi sono chiesto come riuscivano a cacciare i predatori se era presente ovunque un "sistema anti-predatore" funzionale come quello che stavo vedendo.
Non ho avuto risposta alla mia domanda perchè il ghepardo, disturbato dalla nostra presenza, si limitò a passare davanti al nostro fuoristrada ed a sparire nella sterpaglia.
Bellissime immagini scolpite nel mio cuore sono quelle dominate dagli enormi ed omnipresenti baobab... alberi che sembrano emanare un'aura di pacata saggezza... come se fossero i messaggeri delle leggi universali della natura. Molto avrei da scrivere sui baobab... forse un giorno gli dedicherò un'apposito post.

Al contrario che al parco del Selous, siamo sempre tornati al campo per il pranzo. Dopo molti giorni passati sempre sul fuoristrada con pranzo al sacco, abbiamo sentito il bisogno di pranzare seduti tranquilli ad un tavolo con annesso riposo post-prandiale.
A pranzo non tutti i viaggiatori erano presenti, mentre per la cena c'erano tutti.
Alle 19.00, sotto scorta dei guerrieri masai, raggiungevamo lo spiazzo del falo e ci si sedeva intorno al fuoco per gustare l'ormai classico gin-tonic.
L'aperitivo serale era sempre una cosa speciale. Ci si sedeva stanchi attorno al fuoco, unica fonte di luce nel mezzo della natura, si gustava il gin-tonic e si chiacchierava sotto voce.
Sullo sfondo delle conversazioni i rumori, i colori ed i profumi dell'Africa. Si arrivava a cena stanchi per la giornata e contemporaneamente eccitati dalle cose viste.
Si stava bene, davvero bene... ed in armonia... senza bisogno di fare nulla... semplicemente gustando un gin-tonic, fissando il fuoco e chiacchierando un po'... il buoio ad avvolgerci come una coperta ed i suoni notturni a cullarci.
Quelli erano i momenti in cui massimamente riflettevo sulla mia teoria di vita: "Siamo troppi"... facciamo guerre, cose atroci, inquiniamo, siamo infelici perchè non ci realizziamo... perchè?
Semplicemente perchè siamo troppi... non c'è più spazio, non ci sono più risorse per tutti... siamo costretti a lottare per ogni cosa: per il cibo, per un metro quadro si spazio in più... siamo troppi.
Li, nel mezzo del nulla, 20 persone nel raggio di 400 Km... mi sentivo così sereno e rilassato... senza la presenza costante di esseri umani ovunque... con spazi immensi a disposizione.
Diventava piacevole il ritrovarsi con altre persone attorno al falò.
Nel giro di un'ora al massimo ci si spostava tutti sotto al tendone per la cena.
L'atmosfera si faceva più fracassona... per modo di dire... nulla di nemmeno lontanamente paragonabile al normale chiasso di una media cena in famiglia all'italiana... semplicemente il tono di voce si alzava un po' ed i toni di voce erano più vivaci.
L'aperitivo era più contemplativo, mentre la cena diventava il momento in cui ci si scambiavano informazioni sulle cose viste, i viaggi fatti, i luoghi di provenienza.
In particolare io parlai il più possibile con il gestore del lodge in quanto uno dei miei sogni più grandi è aprire un lodge in Namibia ed ho fatto parecchie domande per capire da dove iniziare e capire anche com'è davvero vivere tutto l'anno in un lodge.
Dopo cena la maggiorparte delle persone tornava alle tende e gli altri tornavano intorno ai falò.
L'ultima sera di permanenza a cena ci lamenteammo di non essere riusciti a vedere le iene (che tutte le notti visitavano il campo, ma non erano mai passate nei pressi nelle nostre tre tende); sentendo il nostro discorso, il proprietario ci propose un piccolo giro notturno per cercare di vederle.
La proposta giunse sottovoce poichè era dedicata solo al nostro gruppo.
Fu così che in silenzio aspettammo vicino al falò che tutti fossero andati a dormire e poi seguimmo in silenzio il gestore.
Ci inoltrammo in piena notte, protetti solo da due guerrieri masai, fra gli alberi.
Solo una piccola torcia ci faceva da guida.
Si camminava lentamente e cercando di fare meno rumore possibile.
Il buoi incombeva su di noi, i rumori erano più forti e più vicini.
Ero molto eccitato, mi sentivo un vero esploratore... era come entrare in un film di avventura in stile anni '80 tipo "Indiana Jhones" od "Alla circerca della pietra verde".
Fu un giro davvero emozionante, anche se delle iene nemmeno l'ombra.
Visitarono il campo a notte fonda... alcuni sentirono i loro richiami... io manco quello.
I giorni passarono rapidi, felici e sereni al Ruaha.
Un'esperienza indimenticabile che mi ha reso, anche questa volta, più ricco.
Ci tengo a tessere, ancora una volta, le lodi alla gestione del "Mdonya Old River Camp": gentilezza, organizzazione, disponibilità... sensazione di essere costantemente i ben venuti.
Massimo rispetto per la natura nella gestione del campo e capacità di fare apprezzare il rigore di un campo tendato anche ai più schizzinosi.

I giorni erano passati rapidi ed era venuto il momento di tornare a Dal Es Salaam.

venerdì 5 aprile 2013

The enlarged gudu's Tanzanian experience - Parte 4

In questa quarta parte vado a descrivere il trasferimento veros il Ruaha National Park.
Siamo partiti di buon'ora dal "Lake Manze Tented Camp" ed abbiamo attraversato quasi in diagonale la parte Nord del "Selous Game Reserve" incontrando, come sempre, moltissimi animali e stupendi paesaggi.
Dopo un paio d'ore ci siamo ritrovati sulla strada che attraversa le montagne in direzione del Mikumi National Park.
E' stato il trasferimento più bello di tutto il viaggio.
Una strada sterrata strettissima ci ha portati nel mezzo delle montagne e delle foreste tanzaniane... un paesaggio nettamente diverso da quello visto fino ad ora.
La natura in questa zona si impone con alberi di ogni tipo ed un senso di "selvaggio" perfino più marcato di quello percepibile nella savana del Selous.
Eravamo quasi sempre all'ombra degli alberi che incombevano ai lati della strada creando innumerevoli "ponti di rami" fra i due lati.
I pochi raggi di sole passavano attraverso le foglie creando giochi di luci ed ombre bellissimi che andavano ad esaltare ogni colore.
La mia sensazione era quella di essere "al centro di tutto" e protetto.

 

Una sensazione nuova, bellissima e totalmente diversa dalla meditativa sensazione di essere "ai limiti di tutto" provata nel deserto del Namib.
Era come sentire la terra "respirare" ed essere "al centro" di questo respiro... un'atmosfera di placida vita presente tutto intorno, come se l'energia vitale di tutto quegli alberi permeasse tutto.
Durante il tragitto abbiamo incontrato qualche villaggio; piccoli centro abitati di non più di 30 capanne stipati fra gli alberi nelle vicinanze di fiumi e torrenti.
Col passare delle ore siamo arrivati ai piedi delle montagne ed abbiamo cominciato a salire.
La foresta continuava ad osservarci mentre diventavano più numerosi i piccoli villaggi e la presenza umana.
Arrivati sulla cima della montagna, ci siamo fermati ed abbiamo osservato il panorama: uno spettacolo.


Ovunque mi girassi c'erano alberi che si inerpicavano sulle montagne, verde ovunque... non si vedeva una fine a quelle montagne verdi.
Percepivo un'emanazione di "vita" (posso solo descriverla così) fortissima.
Sono momenti, visioni, sensazioni che penso sia impossibile da descrivere bene... bisogna viverle.
Me ne sono stato immobile a fissare, fotografare, riprendere, percepire tutto quell'"esistere" fino a che un caminociono straripante di persone non ci è passato a fianco.
Queste cose le avevo viste solo nei film fino ad ora: ci saranno state non meno di 50 persone sul cassone del piccolo camion, tutte ammassate ed alcune addittura aggrappate al mezzo.
Ho provato a fare una ripresa del singolare mezzo con la videocamera, ma gli innumerevoli insulti in lingua locale mi hanno fatto desistere.
Dopo il passaggio del camion siamo risaliti sul fuoristrada ed abbiamo cominciato la discesa.
Di nuovo immersi nella foresta.
Dopo un po' di ore ed una fermata per il pranzo (con i mitici ananas comprati per strada), siamo arrivati alla grande (si fa per dire... due corsie) strada asfaltata che collega la Tanzania allo Zambia e prosegue nell'Angola fino all'oceano.
In poco tempo siamo arrivati al Mikumi National Park ed abbiamo approfittato delle ultime ore pomeridiane per fare un game drive nel parco.


Il parco è molto piccolo rispetto agli altri, anche se è ricco di animali.
La stanchezza non ci ha permesso di godere appieno del parco, anche se abbiamo visto parecchi animali.
La sera siamo arrivati al lodge che era a pochi chilometri dal parco, in mezzo alle montagne.
Questa volta le tende erano molto più grosse e posizionate su palafitte, probabilmente a causa della totale assenza di punti pianeggianti in cui posizionarle.
Dalla nostra tenda si il panorama era buono, si vedeva la foresta dipanarsi sotto di noi, fino ad arrivare alla strada.
Dopo una doccia ed un riposino siamo andati nella sala principale che questa volta non era una tenda, ma una costruzione in legno molto caratteristica ed ovviamente composta solo da pavimento e tetto.
Nel mezzo della sala da pranzo ardeva un bel fuocherello con attorno un po' di sedie. La nostra compagnia si è subito accomodata per il sacrosanto ed irrinunciabile aperitivo africano a base di gin tonic.
Dopo l'aperitivo ci siamo seduti al tavolo in compagnia di piccole scimmiette simili ai lemuri che la direttrice del campo (la temibile e scortese tedescona battezzata da noi "Bruttilde") ci ha detto chiamarsi "Bush baby".


Dopo la cena siamo tornati alle tende scortati dall'immancabile guerriero Masai.
La mattina successiva, dopo una immensa colazione nella quale la Virgi ed il Nuci hanno battuto alcuni record mondiali in quanto a quantità di cibo ingurgitato, siamo risaliti sul fuoristrada in direzione del "Ruaha National Park".
Dopo pochi chilometri ci siamo fermati per visitare un rettilario in quanto io avevo palesato il mio desiderio di prendere in mano i serpenti... e così è stato.
Abbiamo preso in mano prima un serpentello innocui che faceva quasi pena e poi un pitone.
Per evitare di venire stritolati dal pitone è sufficiente fare pressione sotto il collo dell'animale e lui perde ogni forza.
Mi venne però una curiosità "Ma quanto può fare forza un pitone?".
Il serpente era arrotolato sul mio braccio ed io mi sono detto "Ma si, mollo per qualche secondo la presa"... così feci.
Una pressa, posso solo descriverlo così. Nel mezzo secondo in cui ho mollato la presa ho sentito il braccio stritolato.
Fortunatamente non mi sono impanicato ed ho subito ripreso a stringere il collo del pitone.
La sensazione è quella che si ha quando si va a fare il test della pressione e la gomma attorno al braccio si gonfia... solo che la forza è moooolto più grande ed il tempo in cui essa viene applicata è praticamente istantaneo.
Risultato: braccio gonfio e tumefatto per tre giorni.

 
Dopo la visita al rettilario siamo tornati sulla strada.
Intorno a mezzogiorno siamo arrivati ad Iringa, città importante per metà posta su di un tratto di pianoro e per metà inerpicata per le montagne.
C'erano ovunque bancarelle e chioschi e c'erano persone ovunque... su vecchie auto scassare, su motociclette cinesi, su biciclette, carretti, muli ed a piedi.
Tutte si muovevano come a caso... non sembrava avessero una vera e propria meta se non l'andare in giro.
Dopo una breve sosta, abbiamo abbandonato città ed asfalto e siamo tornati sulle strade sterrate in cerca di un posto tranquillo per la pausa pranzo.
Nel post prandiale siamo entrati in una zona dai panorami nuovi.
Sembrava a tratti di essere in un'anime di Miazaki ed a tratti in un film degli anni 70 di Bud Spencer & Terence Hill
La strada era abbastanza larga ed ai lati c'erano piccoli campi, missioni, chiese, scuole, chioschi.
Si vedeva la gente lavorare nei campi o vicino alle proprie capanne, ai lati delle strade passava gente in bicicletta od in moto.
La presenza degli alberi era molto meno incombente anche se presente ai lati della strada, vicino alle capanni e tutto intorno ai campi.

Intorno alle tre del pomeriggio siamo arrivati al Ruaha National Park.
La stanchezza per il viaggio non mi ha permesso di godere molto dei paesaggi ed atmosfere da sogno di questo parco, ma fin da subito ho notato l'ennesimo cambiamento di paessaggio e l'incredibile e surreale atmosfera che regnava all'interno.
Fin dai primi momenti, abbiamo incrociato moltissimo animali: giraffe, zebre (che prima d'ora avevamo visto poco), gnu, bisonti, molte scimmie, piccoli carnivori e moltissimo uccelli.
Avvicinandoci al campo tendato ho notato ai lati delle strade molte bandiere a strisce blu e nere (uguali a quella dell'inter) e subito ho chiesto a Bilali cosa significassero; la sua risposta è stata "Non significano nulla, sono trappole per la mosca tze tze... viene attirata dai colori e si posa sulla stoffa imbevuta di veleno.".. e fu così che scoprii che oltre a leoni, leopardi, ghepardi, pitoni, coccodrilli, ippopotami ed altri mille animali potenzialmente letali... c'erano pure le mosche tze tze.
In poco meno di un'ora siamo arrivati al "Mdonya Old River Camp".
Questo campo tendato era gestito da un'Italiano emigrato e la sua moglie, tutti e due gentilissimi e molto disponibili.
Sicuramente il campo tendato che tutti noi abbiamo preferito, posizionato in un piccolo pianoro circondato dalla boscaglia aveva le tende posizionate in modo ottimale per vedere le attività notturne degli animali ed abbastanza lontane fra di loro da dare un senso di "sperduto in mezzo alla natura".


La zona comune era composta da una tettoia fatta con materiale locale sotto la quale c'erano divani e poltrone sui quali rilassarsi e prendere il the, una "zona falò" dove la sera si perpetrava la tradizione dell'aperitivo ed un'altra zona coperta nella quala si mangiava.
Con zona coperta si indende che si ha un tetto sopra alla testa, ma mai pareti, ne pavimento... il contatto con la natura è totale e costante.
Le tende erano come quelle del "Lake Manze tented camp" con tanto di cesso all'aperto, ma avevano un tocco di classe in più nell'arredamento; soprattutto ho apprezzato a cassapanca in stile coloniale inglese.


Dopo una pausa nella zona comune ci siamo tutti ritirati nelle nostre tende per riposarci e "docciarci" ed alla sera un bel gin tonic di fronte al falò, una cena rapida e poi tutti a letto.
La notte, al contrario della zona del Selous, faceva freddo (per modo di dire, eravamo pur sempre in Tanzania) e c'era parecchia umidità... la mattina ci si svegliava con i vestiti bagnaticci, ma sotto il caldo sole del mattino in pochi minuti tutto era asciutto.

lunedì 11 marzo 2013

The enlarged gudu's Tanzanian experience - Parte 3

Se non si è mai stati in Africa, è difficile se non impossibilie immaginarsi le atmosfere e le situazioni che possono venirsi a creare durante i viaggi in questi luoghi.

La mattina del 24 dicembre 2013 ad esempio eravamo seduti comodamente ad un tavolino sorseggianto the Roibos mentre gli elefanti ci passavano a non più di due metri considerandoci alla stragua di qualsiasi altro animale "non pericoloso" e durante il mio "bis di Roibos" uno di loro decideva di entrare nella tenda del cuoco per vedere se c'era qualcosa di interessante.

La sera del 24 dicembre, ritornando alla tende sempre scortati dai guerrieri masai, ci trovavamo a breve distanza fra un ippopotamo e l'acqua (cosa che secondo tradizione significa morte) senza che l'animale in questione ci degnasse di più di uno sguardo annoiato.

Il pomeriggio del 25 dicembre bevevo succo di papaia seduto su di una jeep senza tettino guardando a non più di due metri una famiglia di leoni che faceva la pennichella.

La riserva del Selous, nei tre giorni di sosta ci ha donato grandi emozioni ed indescrivibili scenografie naturali.
Abbiamo visto centinaia di animali, fra cui mi sono rimasti particolarmente impressi la bellissima ed elegantissima "giraffa masai" ed i filosoficamente quieti bufali d'acqua... siamo riusciti ad assistere all'accoppiamento di due leoni... abbiamo osservato gli uccelli pescare facendosi ombra con un'ala per evitare i riflessi del sole nell'acqua... siamo stati testimoni dell'attacco di un coccodrillo ad un bufalo d'acqua (bufalo vittorioso contro le nostre previsioni)... ci siamo stupiti nel vedere decine di coccodrilli riscaldarsi al sole e poi inteneriti vedendo un cucciolo di coccodrillo... abbiamo filosofeggiato sugli uccelli che pulivano i denti degli ippopotami ed ancora abbiamo festeggiato il raro avvistamento di un grosso sauro.
Ogni avvistamento è stato una gioa, un'avventura, una crescita interiore ed una visione di cruda bellezza.
I cieli della Tanzania... l'avrò già scritto mille volte ed altre mille volte lo scriverò... i cieli della Tanzania tolgono il fiato. C'è talmente tanta bellezza in quella natura selvaggia che ci si potrebbe dimenticare di alzare un po' la testa... quando il fortissimo e bellissimo contrasto fra verde e blu sfuma verso l'alto, immense mandrie di soffici e nubi che paion latte che vola a brucare su di un blu così intenso da far male agli occhi... raggi di luce trafiggono opachi veli bianchi creando tele colorate figlie del sogno... voli di ucelli scrivono il canto della libertà vera... lacrime di iridi colpite dal sol bagnano la terra calda per poi evaporare verso quel cielo... quel cielo che con la sua bellezza celebra la creaziona più di qualsiasi dipinto umano.



La sera della vigilia di Natale abbiamo osservato il tramonto sull'acqua bevendo gin tonic e la sera abbiamo cenato rischiarati solo dei fuochi dei falò... la mattina di natale abbiamo fatto colazione comodamente seduti nel bel mezzo della savana... la sera di Natale abbiamo guardato il tramonto su di un'isoletta nel mezzo del fiume fra i richiami di mille uccelli, gli urli degli ippopotami ed i silenzi dei coccodrilli.


In particolare il giro in barca sul placido fiume (fiume o palude a seconda del periodo dell'anno) ha riempito di bellezza i nostri occhi e di nostri cuori. I colori del cielo che si riflettevano e mutavano sull'acqua, la sensazione di tranquillità ulteriormente amplificata, i profumi ed i racconti della fantastica guida che guidava la nostra piccola barca. Ad un certo punto ho messo via il binocolo, la videocamera e la macchina fotografica e mi sono limitato a riempirmi occhi, orecchie e polmoni di tutto quello che avevo intorno.



E' stato il mio primo Natale lontano dall'Italia e da buona parte della mia famiglia. Pensavo che un Natale senza la neve, senza le luci, senza i presepi e senza i pranzi/cene di famiglia sarebbe stato "meno Natale". Devo ammettere che la famiglia mi è mancata, ma l'atmosfera del natale è rimasta magicamente presente; meno ostentata ed epurata delle parti più "coreografiche", ma egualmente forte e densa del significato che ha per me questa festività.

All'alba del quarto giorno abbiamo caricato le nostre cose sul fuoristrada, abbiamo salutato lo staffa del "Lake manze tented camp" e siamo partiti alla volta del parco Mikumi.
Per arrivarci avremmo dovuto inerpicarci su pe rimprobabili strade in mezzo alle verdissime montagne e scendere sull'altro lato per poi raggiungere le prime avvisaglie di giungla equatoriale.

Note tecniche:
- Mi sono bastate 12 ore per abituarmi al bagno all'aperto; la seconda notte uscivo a farmi le mie pisciatine completamente nudo e devo ammettere che, a parte la tavoletta bollente per il sole che ci batte sopra, la "cagata vista cielo" è stranamente stimolante.
- Neanche un ragno dentro alla tenda fortunatamente... strani insetti in stile Indiana Jhones ed il tempio maledetto, ma neanche un ragno.
- Perpetrata la tradizione del Gin Tonic africano prima di cena.
- Perpetrata la tradizione del Roibos in tutte le occasioni possibili.