lunedì 20 gennaio 2014

The Gudu's Nippo Experience part 5

Finalmente riesco a trovare un po' di tempo per proseguire col racconto del viaggio in Giappone.

La mattina del  quinto giorno siamo saltati sul treno in direzione Nara.

Cos'è Nara?

Nara è una cittadina di circa 320.000 abitanti, situata nell'isola di Honshu.
È il capoluogo della prefettura di Nara ed è stata capitale del Giappone dal 710 al 794 d.c.
Nel 1998 è stata dichiarata patrimonio dell'umanità dall'UNESCO ed è una delle mete turistiche più famose del Giappone.
Due sono le cose più conosciute di Nara: il tempio di Toshodai-ji all'interno del quale c'è la seconda statua di Buddha più grande del mondo ed i cervi sacri.


Siamo arrivati alla stazione che scendeva una leggere pioggerella.
Abbiamo aperto l'ombrellino comprato a Tokyo e ci siamo diretti verso la zona dei templi (nella parte collinare della città).
Nara è una cittadina molto anonima: una grande via principale dritta che porta alla zona dei templi ed una piccola zona commerciale coperta che si affaccia sulla via.

Mentre camminavamo la pioggia ha cominciatato ad aumentare di intensità accompagnata da un forte vento... tanto da costingerci a riparare nella zona commerciale.
Il cielo era cupo e basso e la pioggia scendeva sempre più forte.
Dopo qualche minuto di attesa, abbiamo deciso di comprare un ombrello "di quelli grossi" ed avventurarci nella pioggia... in fondo avevamo solo un giorno per fare il giro di tutti i templi della città che erano circa una decina e non c'era tempo da perdere.
Il primo tempio era a solo 200 metri dalla zona commerciale, ma in quel breve lasso di tempo, nonostante i due ombrelli, ci siamo bagnati completamente.
La pioggia scendeva così forte che io non riuscivo a fare fotografie perchè l'autofocus dell'i-phone non riusciva a mettere a fuoco... fortuna che c'era la Vigi con la sua Reflex e la sua abilità.
Arrivati al primo tempio, ci siamo riparati sotto una tettoia... sembrava di stare nel mezzo di una tempesta tropicale... solo che faceva piuttosto freddo.
Dopo 20 minuti di stallo (nei quali ci siamo fatti timbrare il quaderno) abbiamo deciso di prendere la navetta per andare al tempio di Toshodai-ji; fare il giro a piedi era inconcepibile.
Anche solo arrivare alla fermata dei bus è stata un'impresa: il vento ci spostava letteralmente e la pioggia ci colpiva come piccoli proiettili.
Ad un certo punto abbiamo visto tre cervi cercare di ripararsi sotto ad una pensilina, ma non ci abbiamo fatto troppo caso perchè troppo impegnati a trovare la stazione degli autobus.


Dopo circa venti minuti eravamo all'ingresso del tempio  di Toshodai-ji bagnati fradici ed infreddoliti.
Sotto il tetto della porta di ingresso c'erano almeno trenta cervi ed un centinaio di persone che si riparavano dai furiosi elementi atmosferici.



Raggiunta la porta siamo stati subito avvicinati da questi mitici cervi di Nara che hanno infilato il muso nei nostri zaini e nelle nostre tasche in cerca di cibo.
E' stato molto pittoresco interagire con questi animali (che hanno reso famosa Nara forse ancor di più dei templi e della statua di Buddha), questi cervi non hanno nessuna paura dell'uomo,
anzi amano farsi coccolare e nutrire dai turisti. Non corrono rischi perchè considerati sacri in quanto messaggeri divini nella religione Shinto.



Dopo una sosta alla porta, ancora 100 metri di diluvio per raggiungere l'ingresso e poi abbiamo potuto finalmente vedere la statua del Buddha ed altre statue quasi altrettanto imponenti.
La statua del Buddha è alta 14 metri è composta da un corpo di bronzo placcato d’oro.
Ci lavorarono 900.000 artigiani per undici anni.
Fecero otto fusioni da assemblare, consumando tutte le scorte di metallo (il progetto della statua ai tempi mandò quasi in bancarotta l’economia giapponese).
Di primo acchito non mi è sembrata così grande in quanto ben inserita nelle proporzioni del tempio, ma quando ci siamo mossi nella parte posteriore della statua, ho potuto rendermi conto di quanto immensa fosse.



I tempio è molto bello e ci sono altre cose interessanti da vedere oltre alla statua del Buddha.
Ad esempio una delle colonne portanti della sala principale ha un foro nel mezzo che si dice sia della stessa grandezza delle narici del Daibutsu. I visitatori cercano di passarci nel mezzo perché la leggenda dice che chi riuscirà ad attraversare il foro sarà benedetto con l’illuminazione nella vita futura.
I bambini riescono a passare senza problemi, ma un adulto a parer mio non ci passerebbe... eppure si dice che molti ci provino (quel giorno nessuno l'ha fatto a causa forse dei vestiti troppo bagnati).
All’ingresso del tempio si è accolti poi da due statue dei guardiani raffiguranti l’inizio e la fine. Sono abbastanza spaventose come figure e fanno il loro effetto mistico.
Io ho trovato stupende e di grande effetto le figure danzanti del Nio che stanno di fianco alla statua di Buddha.
I Nio sono conosciuti come Ungyo (con la bocca chiusa) e Agyo (con la bocca aperta). Dalla loro costruzione queste figure non furono mai mosse dalla loro nicchia.
Sono molto grandi e da loro emana un'aura di forza mistica. Quanto volte ho scritto "mistico" o "mistica" in questo post? Tante, ma non mi vengono in mente altri termini che descrivano meglio la situazione.
Purtroppo la massiccia presenza di turisti rovinava un po' l'atmosfera del luogo.

Quando siamo usciti dal tempio la piogga era cessata, le nuvole rimanevano minacciose, ma la pioggia aveva concesso una tregua.
Con la navetta abbiamo raggiunto i templi sulla sommità della collina.
In quel momento c'erano pochissime persone in quanto nel parco vicino alla città si teneva un evento importante.
E' stato bellissimo visitare i templi, in quel momento semi-deserti, di quella zona... c'erano lunghi porticati in legno, spazi interni di grande effetto ed un'atmosfera di grande pace.
Mi ricordavano molto i templi che si vedono nei manga e negli anime giapponesi ambientati nell'epoca Sengoku.
C'erano poi stanze buie con lampade cerimoniali accese ed altre costruzioni ed ambientazioni molto particolari.





In quella zona abbiamo conosciuto un turista giapponese che ci ha accompagnato per quasi tutta la visita.
Lo abbiamo incontrato mentre cercavamo l'ingresso dei templi; lui era più in difficoltà di noi perchè non riusciva a leggere la mappa ed insieme abbiamo cercato di orientarci.
Una volta trovato l'ingresso è sempre rimasto con noi; quando rimanevamo indietro ci aspettava e si assicurava che avessimo visto tutte le cose importanti. Alla fine ci siamo fatti l'immancabile fotografia insieme.


Il viottolo che riportava al centro abitato e costellato di... non saprei come chiamarli se non "piglioni in pietra" che all'interno avevano uno spazio per una candela... come fossero lampade cerimoniali in pietra... spero che le foto a seguire siano più esaustive della mia penosa descrizione.




Arrivati al parco principale della cittadina, si siamo fermati vicino ad un grosso palco (sul quale era appena finita una rappresentazione) ed abbiamo preso un po' di cibo da un vicino banchetto... sostanzialmente anelli di pollo fritti... delizia.


Dopo il pranzo (chiamiamolo pranzo, ma erano le 15.00) ci siamo avviati verso la stazione dei treni per tornare a Kyoto.
Sul percorso abbiamo incontrato una grossissima sfilata di gruppi di ballo tradizionali.
Sembrava un carnevale occidentale, solo che non c'erano i carri ma danzatori ed i costumi erano tradizionali.
Abbiamo rischiato di arrivare in ritardo in stazione, ma eravamo troppo avvinti da quelle rappresentazioni e dalla passione e concentrazione con la quale quelle persone ballavano.
In questo frangente la Vigi ha fatto delle foto bellissime, che non posso esimermi dal pubblicare.













Arrivati in stazione abbiamo scoperto tutti i treni erano soppressi od in ritardo a causa del tifone (chiamiamolo così).
E' un'evento rarissimo in Giappone dove tutto funziona come un'orologio ed infatti gli addetti delle ferrovie non erano in grado di far fronte alla situazione.
Tutti gli avventori giapponesi si aggiravano come persi nella stazione nel pieno panico... gli addetti alle ferrovie erano più nel panico di loro e rimanevano in silenzio se gli si chiedevano informazioni o balbettavano cose incomprensibili.
Gli unici che non erano nel panico eravamo noi ed altri 4 turisti occidentali.
Alla fine è arrivato un treno che non si capiva bene fin dove arrivasse e ci siamo saltati tutti sopra.
Ad un certo punto, fermi ad una stazione... mentre il capotreno era nel panico e non riusciva a dare informazioni... abbiamo capito che dovevamo scendere dal treno di corsa e prendere quello di fronte a noi.
Così noi 6 occidentali ci siamo tuffati fuori violando almeno 532 norme di sicurezza nipponiche e siamo saltati sull'altro treno che stava praticamente partendo violandone altre 512.
Ovviamente i nipponici sono rimasti sull'altro treno e probabilmente sono arrivati a destinazione il giorno dopo.

Noi avevamo prenotato per le 18.00 la cerimonia del the a Kyoto.
Siamo arrivati a Kyoto alle 17.45, siamo saltati su di un taxy dando l'indirizzo al taxista che con incredibile flemma si è messo a consultare la piantina.
Dopo 20 minuti di giri a vuoto, la Vigi si è messa a leggere la piantina e ad un certo punto ha detto di fermare il taxi e fra una peripezia e l'altra siamo arrivati sul posto con solo 10 minuti di ritardo... con i piedi nudi e bagnati (le calze fradice erano nello zaino).

Ad aspettarci c'erano due bellissime ragazze vestite in abito tradizionale ed altri cinque turisti: due coppie ed una ragazza giapponese che era venuta ad imparare la cerimonia.
Ci siamo tolti le nostre scarpe bagnate e siamo saliti sul loro tatami perfettamente tenuto con i piedi zozzi, bagnati e dicamolo pure... anche puzzolenti... ed anche questa volta l'Italia è stata rappresentata alla perfezione nel mondo.
Dopo qualche minuto è iniziata la cerimonia del the.
Questa cerimonia è difficile da descrivere.
Assomiglia ad una danza, ma è molto più marziale. Assomiglia ad una "Forma" di arti marziali, ma non è aggressiva.
E' come una preghiera in movimento... potrei dire che è la summa di quello che ho capito sulla mentalità tradizionale giapponese.
Mille movimenti fatti con grazia precisione. Ogni singolo gesto, ogni singolo respiro ha un significato.
Mi sono sentito come trasportato in una dimensione più "sottile".
La cerimonia è durata circa 15 minuti, poi ci sono stati dati "gli attrezzi del mestiere" ed ognuno di noi si è preparato il the.
Dopo la preparazione, c'è stata la fase della bevuta... anch'essa regolata da gesti precisi.
Il gusto invece mi ha turbato... aaaah il gusto... penso di non aver bevuto nulla di peggiore nella mia vita.
Alla Vigi ed all'altra ragazza presente il the è piaciuto... io ed un turista spagnolo eravamo provati dall'esperienza mentre la ragazza giapponese sorrideva e ci indicava di bere tutto, anche le briciole sul fondo (così vuole la tradizione)... uno sforzo mostruoso nel sorridere e nel trangugiare quell'immonda bevanda.

La sera siamo tornati nella zona ggggggiovane a cenare e poi abbiamo fatto una passeggiata nella zona delle gheishe, ma non ne abbiamo vista nessuna.


Al ritorno al ryokan abbiamo chiesto di portarci (ovviamente in mano) le scarpe in camera per asciugarle, ma il gestore non ci ha ovviamente dato il permesso, guadagnandosi una serie di improperi in italiano, piemonte ed anche un paio di imprecazioni basche che erano sfuggite allo spagnolo quando ha bevuto l'ultima sorsata di the verde.

Un'altro giorno nipponico era finito... mille cose viste... mille esperienze... tanta soddisfazione.

giovedì 7 novembre 2013

The Gudu's Nippo Experience part 4

La mattina del quarto giorno ci siamo svegliati alle 5.30 del mattino.
Fuori un'alba piovosa illuminava la nostra vasca termale.
Siamo usciti sul balcone e ce ne siamo stati a mollo una mezz'oretta per poi andare a fare colazione.
La colazione era nella stessa stanza privata in cui era stata servita la cena.
La colazione kaiseki è praticamente identica all cena: sul tavolo c'erano mille piattini e sui fornelli cuoceva il pesce.
Ovviamente Virginia si è gustata ogni piatto mentre io, preso da nausea alla vista del pesce a colazione, ho dovuto spiegare alla nostra cameriera personale che io non ero solito fare colazione... e non è stato facile.
Dopo colazione ci siamo tolti gli yukata e ci siamo vestiti per partire alla volta di Kyoto.
Grazie ai velocissimi e puntualissimi treni nipponici, alle 10.00 del mattino eravamo a Kyoto.
Kyoto è una città di quasi 1,5 milioni di abitanti. In passato fu la capitale del paese per più di un millennio (dal 794 al 1868) ed è nota come "La città dei mille templi".
Essendo stata quasi interamente risparmiata dalla seconda guerra mondiale, è considerata il più grande reliquiario della cultura giapponese.

Ci siamo fermati a posare i bagagli al ryokan e poi ci siamo diretti a visitare la zona dei templi.

Penso che sarebbe troppo lungo e noiso descriverli tutti nei particolari, vorrei piuttosto riuscire a
ricreare le atmosfere e le sensazioni dei vari templi.

Il primo tempio che abbiamo visitato è stato quello dedicato alla dea Kannon: Sanjusangendo.
Questo tempio risale al XII secolo ed è conosciuto per custodire 1.001 immagini della Dea Kannon, tutte diverse tra loro.
La Dea Kannon è la divinità buddhista della pietà e della misericordia e vi sono molti altri templi a lei dedicati, come il Fukusai-ji.
La prima grande emozione, che ha dato alla visita un grande senso di sacralità, è stata quella di toglierci le scarpe per visitare l'interno.
Giunti nel tempio, nel mezzo del totale silenzio, c'erano queste mille statue della Dea con le persone che pregavano di fronte ad esse.
Un'immagine che mi ha davvero colpito e mi ha dato una prima idea della religiosità dei giapponesi.
All'uscita non mi sono trattenuto dall'acquistare un bellissmo ciondolo/talismano che, secondo la tradizione, dona energia a chi lo porta.
Non era possibile fare foto all'interno e noi, al contrario del tipico turista italiota, abbiamo rispettato le regole e la sacralità del luogo. L'immagina a seguito l'ho presa da internet, non l'abbiamo scattata noi; penso però che sia utile a dare l'idea dell'atmosfera.


Dopo qualche tempio incontrato nel centro della città, ci siamo spostati nella zona collinare.
Migliaia di scalini per salire in cima alle colline e rimanere a bocca aperta di fronte ai templi costruiti in questa zona.


Il tempio più maestoso in questa zona è il Tempio Kiyomizu-dera
Il tempio uno degli antichi monumenti della città, considerati patrimonio dell'umanità dall'Unescu; ed è anche uno dei finalisti per le sette meraviglie del mondo moderno.
Per la sua costruzione non è stato usato un singolo chiodo.
Il nome deriva dalla cascata presente all'interno del complesso, che scorre dalla colline vicine. Kiyomizu significa "acqua pulita", o "acqua pura".
Questo tempio è famoso per il palco, fatto con legno di cipresso giapponese e alto circa 23 metri... ripeto... nessun chiodo.
C’è una  famosa frase idiomatica giapponese che si riferisce a questo palco: “saltare giù dal palco di Kiyomizu”; significa decidere di fare qualcosa di coraggioso... un po' come il detto italiano "Saltare il fosso". In passato tante persone si sono buttate realmente dal palco poichè la tradizione vuole che se non si fossero ferite i loro desideri sarebbero stati esauditi. Pregavano dunque Kannon (quella del tempio precedentemente descritto) che le aiutasse e si buttavano.
Per arrivare al tempio abbiamo dovuto salire molti scalini addentrandoci in un bosco che fino a 10 minuti prima era invisibile all'occhio.
Le persone (numerose e quasi tutte asiatiche) salivano lentamente con fare cerimonioso verso il tempio, molte di loro vestite in bellissimi abiti tradizionali.
Non posso affermare che ci fosse silenzio, ma non c'era nulla di più che un brusio di fondo... imputabile soprattutto ai turisti "non giapponesi".
Arrivati al tempio abbiamo fatto inizialmente fatica a capirne la conformazione tanto era grande... così siamo andati a casaccio.
Abbiamo imparato a pregare di fronte agli altari suonando la campana al termine e battendo tre volte le mani.
Abbiamo assimilato l'usanza di lavarsi le mani alle apposite fontane prima di entrare nei templi.
Abbiamo visitato la famosa Tainai Meguri che si trova in una stanza sotterranea. Per raggiungerla bisognava scendere una lunga e stretta scalinata completamente al buio afferrandosi ad una corda per non cadere.
E' stato davvero incredibile; una sensazione di sacralità fortissima. Alla fine della scalinata si entra in un tunnnel piuttosto stretto e completamente buio, poi ad un tratto si intravede una pietra levigata che se toccata, secondo tradizione, esaudisce un desiderio.
Poi siamo passati lungo un viale composto da porte shinto con appesi mille campanelli... il vento li faceva suonare tutti creando una sensazioen estraniante ed al contempo rilassante difficile da descrivere.
Alla fine del viale c'era la sala principale del tempio, nominata Tesoro nazionale dal governo giapponese.


La sala è posizionata sul famoso palco di cui ho scritto prima, così uscendo dalla sala ci siamo goduti una vista mozzafiato sulla città e sul bosco.
Per ridiscendere dalla collina bisognava seguire un bellissimo sentiero con vista panoramiche che portava ad una bellissima pagoda molto nota in Giappone.


Sulla lunga via della discesa dal tempio (piena zeppa di negozi di artigianato e cose mangerecce), ci siamo fermati a pranzare in un ristorante tipico dove, come sempre, abbiamo ordinato suppergiù a caso guardando le foto sul menu.

Nel pomeriggio ci siamo mossi verso la zona di Arashiyama per ammirare il bosco di bambù, i templi locali ed il famoso quartiere di Mukou.

La nostra prima meta è stata il Tempio di Tenryuji.
Posso solo commentare scrivendo "Senza fiato".
Il Tenryuji è uno dei templi zen più famosi di Kyoto per la sua origine, la sua storia e per essere una delle sedi più illustri della scuola zen Rinzai.
Essendo un tempio zen, abbiamo potuto visitare per la prima volta un vero giardino zen.
Questi giardini in giapponese si dicono "Shakkei teien", cioè "Giardini prestati", perchè sono inseriti nell'armonia della natura stessa e dall'ambiente circostante.
Sono davvero rimasto senza fiato... non mi sembrava nemmeno di essere ancora sulla terra... ero in un mondo parallelo dove trovavo armonia in ogni cosa.
Ogni particolare era curato con ricerca di perfezione, ogni disegno sulla sabbia, ogni potatura di pianta, ogni decorazione dei templi, ogni pietra del camminamento... non c'era nulla che non fosse perfettamente armonico.
In questi momenti si intuisce la vera grandezza che può raggiungere l'umanità... non costrumendo immensi palazzi, ma armonizzandosi col tutto e soprattutto con la natura.
Zone di sabbia "disegnata", piante, laghetti e sentieri nel bosco.
Passeggiare in un giardino zen è in grado di armonizzare la nostra anima, per i più sensibili è possibile sentire l'immensa energia universale compenetrare ogni cosa.


Abbiamo passeggiato lentamente per quei sentieri ameni fino a raggiungere il bosco di bambù.
Il bosco di bambù è un'altro di quei luoghi difficili da immaginare per chi non ci è stato.
Impossibile farlo comprendere e godere con una fotografia, un filmato od un racconto... bisogna visitarlo.
Un bosco fittissimo composto da bambù dal diametro fino a 20 cm ed altezza fino a 30 metri.
Il bosco fa parte della "zona zen", infatti anche l'intricata sistemazione dei bambù ha un senso e si vedono i segni dei tagli e potature dei monaci.
In mezzo a questo incredibile bosco c'è un piccolo sentiero lungo circa 2 Km che porta ad altri due piccoli templi shintoisti molto suggestivi in mezzo ai boschi.


Uno di questi, piccolissimo era posizionato in riva ad un piccolo lago nel mezzo del bosco.
Siamo arrivati al lago che già la luce naturale diminuiva ed abbiamo potuto goderci le luci dei templi accese... il tutto in mezzo al bosco... sembrava di essere in un altro tempo... volendo anche in un manga in stile Inuyasha.



Sulla strada del ritorno siamo passati attraverso il quartiere di Arashiyama.
Mentre di giorno il quartiere è invaso dai turisti e non per niente diverso a qualsiasi meta turistica, visitato la sera ha un fascino particolare.

Rientrati nel centro di Kyoto per la cena, siamo rimasti per mezz'ora imbambolati di fronte ad un banchetto che preparava gli okonomiyaki decidendo di cenare più tardi proprio con quella succulenta pietanza.
Gli okonomiyaki (letteralmente okonomi = ciò che vuoi, yaki = alla griglia) sono composti da un impasto di fettine di foglie di cavolo, acqua, farina e uova al quale vengono aggiunti carne oppure pesce od altri ingredienti a scelta.
Viene cucinato su una piastra calda chiamata teppan aiutandosi con delle spatole metalliche per non farlo attaccare al teppan e per tagliarlo quando è pronto.
Curiosità per gli amanti dei manga/anime: sono quelli che preparava il sig. Marrabbio del manga "Love Me Knight" conosciuto in Italia come  "Kiss me Licia"
Purtroppo alla fine non l'abbiamo assaggiato in quanto la sera siamo stati incuriositi da un locale descritto nella guida lonelyplanet ed abbiamo cenato li.


La zona "ggggiovane" di kyoto comprende una zona che costeggia il fiume piena zeppa di case sistemate alla rinfusa con piccoli vicoli scuri che le dividono.
Ogni palazzo è a sua volta pieno di corridoi e scale... in ogni palazzo possono esserci fino a 3-4 locali.


Per raggiungere il nostro locale siamo finiti in una strada deserta in stile "ti aggredisco, ti derubo e asporto anche qualche organo" per poi salire una rampa di scale angusta che portava in un corridoio ancora più angusto.
Io già mi stavo preparando a sostenere l'agguato quando in fondo al corridoio Virginia ha coraggiosamente aperto una porta e ci siamo ritrovati nel locale.
Si trattava di un locale punk, non dissimile dai locali descritti in manga come Beck o Nana: soffitti bassi, luci al neon, mobilio quasi inesistente e musica alta.
Abbiamo ordinato il cibo (dell'ottima carne) e ci siamo goduti l'atmosfera "gggggiovane". Atteccati ai muri biglietti da visita e semplici fogli con le firme di chi ha visitato il locale.
Noi abbiamo preso un biglietto dei trasporti pubblici, lo abbiamo firmato ed abbiamo anche noi lasciato la nostra traccia.


Dopo cena una breve passeggiata nel chaos del sabato sera kyotese e poi ritorno al ryokan dove ci siamo addormentati istantaneamente toccando la superficie del futon.

Nota importante: durante questa giornata abbiamo scoperto che era possibile comprare un quaderno sul quale fare disegnare in ogni tempio una iscrizione col timbro. Stessa procedura usata nel cammino di Santiago. Scoperta questa cosa per noi è diventata quasi una mania quella delle scritte sul quaderno... il ricordo più vero e più bello perché è una cosa che non si può comprare, bisogna guadagnarsela visitando tutti i templi... peccato averla scoperta con un po' di ritardo.

giovedì 10 ottobre 2013

The Gudu's Nippo Experience part 3

Il nostro terzo giorno in terra nipponica sarebbe stato dedicato a due cose tipicamente giapponesi: le terme e la cicina kaiseki.

La cucina Kaiseki è un tipo di pasto molto particolare, l'espressione culinaria forse più raffinata di tutta la cucina giapponese.
Originariamente con questo termine si intendeva un pasto vegetariano che accompagnava la cerimonia del tè, mentre oggi vengono serviti anche pranzi e soprattutto cene in stile Kaiseki comprendenti vegetali ma anche pesce e raramente carne, accompagnate dal sakè.
Un  tipico pasto Kaiseki è caratterizzato da molte pietanze servite in piccole porzioni.
Si va dalle 6 fino alle 20 porzioni. Il cibo che viene servito varia a seconda del periodo e del luogo in cui ci si trova; prerogativa di una portata in stile Kaiseki è infatti la freschezza degli ingredienti usati.
Altra particolarità di un pasto Kaiseki è l'importanza dell'apparenza dei piatti: viene curato ogni minimo particolare, dall'estetica di ogni singolo piatto alla disposizione dei piatti stessi. È veramente uno spettacolo anche solo guardare un tavolo apparecchiato per una cena Kaiseki.

Durante la fase di preparazione del viaggio, la Vigi mi propose di stare per una sera in un ryokan di lusso con stazione termale.
Avremmo avuto una vasca termale privata in camera, una cameriera personale ed una cena kaiseki.
Io ero un po' titubante su questa cena tradizionale, ma mi sono lasciato convincere dalle comodità della vasca privata e dal fatto che, avendo io tre tatuaggi abbastanza grossi, avrei potuto avere dei grossi problemi ad entrare nelle terme pubbliche (teoricamente in Giappone l'ingresso alle terme è vietato ai portatori di tatuaggi).
Così la Vigi ha prenotato presso il Yumotokan (http://www.yumotokan.co.jp/world/english/) di Chome vicino al lago Biwa.

La mattina del terzo ed afosissimo giorno abbiamo tentato di visitare i giardini imperiali a Tokyo; "tentato" perchè era il giorno di chiusura e ci siamo accontentati di vederli da fuori e farne una parziale circumnavigazione.



Nel pomeriggio siamo partiti alla volta del Ryokan.

Abbiamo usufruito dei famosi treni rapidi giapponesi chiamati "Shinkansen".

E' stato pazzesco veder arrivare lo shinkansen alla stazione di Tokyo.
Il treno è arrivato in stazione con 10 minuti di anticipo.
Appena si è fermato, sono salite rapide le donne delle pulizie (2 per ogni vagone).
Agivano con rapidità incredibile senza tralasciare nessun angolo o componente del vagone.
Noi le fissavamo dall'esterno sbigottiti mentre con i loro guanti bianchi pulivano ogni sedile, ogni tavolino ed i pavimenti.
C'era poi un'addetta ai bagni, una per ogni bagno.
Cinque minuti prima della partenza il capotreno (dotato di guanti bianchi e sempre pronto ad elargire sorrisi ed inchini a tutti quelli che salivano) ci ha indicato che potevamo salire.
Abbiamo raggiunto i nostri posti (prenotati dall'Italia ed assegnati il giorno dell'atterraggio in aereoporto) e ci siamo messi comodi.

Il treno è partito ovviamente in perfetto orario ed ha preso rapidamente velocità.
Grattacieli, poi case in stile anni '70, poi campagna.
Tutto ci passava di fronte rapidissimo; dopo qualche tempo è apparso il Monte Fuji, l'unico cosa che non ci sfrecciasse di fianco a velocità incredibili.

Siamo arrivati a Chome intorno alle 18.00.


Il luogo era sperso in mezzo alle montagne e si respirava una atmosfera surreale che già mi rilassava.
Abbiamo preso un taxi (anche in campagna il taxista aveva i guanti bianchi ed il taxi era dotato dei tipici centrini bianchi sui sedili) ed abbiamo raggiunto il ryokan in pochi minuti.

Fin dall'ingresso al ryokan siamo stati trattati come re.
La nostra cameriera personale (vestita in abiti tradizionali e che non parlava ovviamente una parola di inglese) ci ha accompagnati in camera e ci ha spiegato a gesti tutte le comodità della camera, l'uso della vasca termale e come arrivare alla cena, poi si è ritirata fra mille inchini.
La camera era molto bella ed accogliente.
La vasca termale era sul balcone con vista sulla montagna.
Al contrario di Tokyo l'aria era fresca ed il cielo minacciava pioggia; un'ottima occasione per mettersi a bagno-maria nella vasca termale.
Ma prima la Vigi ha voluto provare delle cibarie presenti sul nostro tavolo.
Appena entrati in camera, la nostra cameriera ci aveva già fatto provare degli strani dolcetti che prima di venire mangiati venivano riscaldati dando fuoco alla confezione che sembrava di plastica (ma evidentemente non lo era)... il tutto accompagnato da the verde.
I biscotti non erano male, ma ho preferito non partecipare agli assaggi della Vigi.
C'erano dei gamberetti che sembravano in modo sospettoso al cibo che da piccolo davo alle mie tartarighe d'acqua dolce, poi c'erano radici, "cose" che sembravano pezzi di insetto (ma probabilmente non lo erano) ed altri assaggi che tanto io trovavo inquietanti quanto la Vigi eccitanti.
Nel video che presto metterò on line sul mio canale youtube (www.youtube.com/ominoleo77) sarà possibile vedere in diretta la Vigi che testa le suddette cibarie.



Dopo gli assaggi ci siamo infilati nella vasca e ci siamo goduti un bel bagno termale.

Dopo il bagno, abbiamo indossato i nostri yukata (forniti come da tradizione dal ryokan) e siamo andati a cena.
Eravamo in una stanza tutta nostra con una cameriera tutta per noi (anche questa non parlava ovviamente una parola di inglese)... è stato divertente vedere il nome "Virginia" scritto in caratteri occidentali in mezzo a tutti i nomi in caratteri nipponici presenti negli altri privé.


Sul tavolo c'erano non meno di 10 piatti alcuni tappati, altri aperti (ed altri ne hanno portati dopo). C'erano anche dei fornellini (uno a testa) sul tavolo.
Ogni cosa era curatissima, mi sentivo a disagio a spostare le cose per poter mangiare.


Difficile descrivere la cena di per se, perchè una foto descrive meglio l'estetica e solo il palato può descrivere bene gli inusuali gusti che abbiamo provato.
C'era di tutto. Spaghetti di soia che bisognava prima "puciare" in una tazzina e poi succhiare, piccole ciotole contenenti brodi vari, pesce e carne da cuocere sui fornelletti, verdure (alcune dai colori bizzarri) ed alghe.
La cameriera ci spiegava (o provava) come degustare i piatti ed in che ordine degustarli.
Il tutto era accompagnato da sakè e the verde.







Eravamo di fronte alla più alta cucina giapponese, presentata nel migliore dei modi.
La Vigi ha mangiato con gusto e felicità mentre io ho faticato un po' di più, ma è stata un'esperienza importate e formative... di quelle che ti rendono più ricco dentro.

Dopo cena siamo tornati in camera.
In nostra assenza, la cameriera aveva spostato il tavolo, sostituito le cibarie con altre e preparato il futon per la notte.

Noi ci siamo ancora bevuti un the e poi ci siamo addormentati appena infilati nel futon.

Un altro nipponico giorno era concluso.

martedì 1 ottobre 2013

The Gudu's Nippo Experience Part 2

E poi ci siamo svegliati riposati la mattina del secondo giorno.

Dopo un'ottima colazione "Quasi occidentale" nel Ryokan, siamo partiti alla volta del "mitico" e "mistico" Museo Ghibli.

Anche se esiste wikipedia, due parole rapide per capire chi è il genio celebrato in questo museo: Hayao Miyazaki.
Si parla di cartoni animati famosissimi in occidente negli anni '80 come "Lupin III" e "Conan ragazzo del futuro".
Si parla di capolavori dell'animazione pubblicati in tutto il mondo come "Il mio vicino Totoro", "Porco Rosso", "La città incantata", "La principessa Mononke", "kiki consegne a domicilio", "Il castello errante di Howl".
Si parla di un autore che in occidente ha ispirato i creatori di "Bruto" (il nemico di Braccio di Ferro), la banda bassotti della disney ed in oriente ha praticamente ispirato qualunque creatore di anime.
Si parla di un autore che nel 2013 produce ancora film d'animazione disegnati "a mano" con l'amore, la passione e la qualità che solo una mano umana può dare.
Si parla di un autore che con i suoi film d'animazione fa sognare gli animi umani dai 4 ai 104 anni.
Si parla di uno dei pochi autori che ancora crede nell'animazione tradizionale (il fottutissomo "cartone animato"), uno dei pochi esportato in occidente, l'unico ad aver vinto il leone d'oro a Venezia, un oscar ed un sfilza di altri premi.
Quest'uomo, che io considero un genio ed un esempio di vita, tanto tempo fa ha fondato una sua casa di produzione per non dover sottostare alle regole di mercato e poter continuare a produrre materiale di qualità con passione. Un uomo che ha sfidato la tecnologia, le mode, la globalizzazione e la caduta morale dell'umanità... vincendo nel suo piccolo su tutti.
Ecco chi è l'uomo celebrato in questo museo.


Per entrare al museo Ghibli bisogna prenotare con largo anticipo il biglietto.
La Vigi (anche lei appassionatissima di Miyazaki) ha prenotato dall'Italia con 3 mesi di anticipo.

Ma torniamo un attimo indietro.

Prima di arrivare al Museo Ghibli, ci siamo fermati a visitare il quartiere di "Higashikurume".
Questo è il quartiere dove è ambientata la serie manga/anime "Maison Ikkoku" (in Italia pubblicata col nome "Cara dolce Kyoko").
Maison Ikkoku ha avuto una grande rilevanza nella mia adolescenza e la Vigi è stata grandiosa a documentarsi su come raggiungere questo quartiere.
Higashikurume è un quartiere molto periferico ad Ovest di Tokyo dove a quanto pare viveva l'autrice a quei tempi. Ora il quartiere è molto diverso, ma l'atmosfera che si respira è ancora la stessa dell'anime.
Non sto a descrivere quel che ho visto, perchè fondamentalmente non c'è nulla da vedere, se non ciò che è rimasto dei luoghi presenti nell'anime (sono convinto di aver individuato la costruzione che ha ispirato la Maison Ikkoku)... è stata soprattutto un'esperienza interiore... per me molto importante.

Fatta questa "piccola" (si fa per dire) deviazione, in una quarantina di minuti siamo arrivati alla stazione del quartiere in cui è sito il Museo Ghibli.

Scesi dal treno, abbiamo deciso di non prendere la navetta, ma passeggiare fino al museo.
Abbiamo così scoperto una parte di Tokyo inaspettata.
Piccole case con piccoli giardini verdi si dipanavano in linea retta seguendo un piccolo fiumiciattolo.
La strada era stretta e incorniciata da molti alberi.
Un'atmosfera... come dire... "delicata" che ricordava più un diorama che un quartiere vero.
Alla fine della strada c'era un piccolo parco ed alla fine del parco il museo.

Com'è il Museo Ghibli? Molto diverso da quello che ci si aspetta.
Non è un museo, ma nemmeno un parco di divertimenti.
Il biblietto è sostanzialmente la riproduzione di un pezzo di pellicola contenente tre fotogrammi di una delle opere dello Studio Ghibli... ogni biglietto è diverso... in pratica il biglietto stesso è già un souvenir di valore.
Si gira all'interno di questo edificio dalle forme strambe (torri, giardini pensili, balconate interne, imbrobabili scalinate) visitando alcune ambientazioni tratte dalle delle opere più famose (sotto la pianta del museo).


Vi è poi un piccolo cinema nel quale viene proiettato ogni 30 miuti un cortometraggio visibile solo al museo e che cambia ogni mese.
Esiste anche un parte più "museo" all'interno della quale si può vedere come è nata e come si è sviluppata l'animazione nipponica.
Ci sono poi dei giochi per i bambini ed infine lo shop per i souvenirs.
Io e la Vigi ci siamo ovviamente gettati a fare la fila per il cortometraggio che è risultato molto carismatico e molto visionario... non scrivo di più perchè è un segreto delle poche persone che hanno potuto vederlo.
Ci siamo poi stupiti di fronte alla riproduzione in metallo a grandezza naturale del robot di "Laputa il castello nel cielo", siamo tornati bambini di fronte al Totoro in dimensioni reali e così via.




Alcune ambientazioni non le abbiamo riconosciute, abbiamo dovuto poi rivederci tutti i lungometraggi dello Studio per riconoscerli.
Abbiamo pranzato nel ristorante interno del museo dove servivano gigantesti panini ed ancor più giganteschi gelati a cinque piani... unico locale in cui abbiamo trovato cucina internazionale.


Il locale era pieno zeppo e si faceva la fila per entrare. La fila era composta da una serie di sedie messe in circolo con al centro un tavolo; man mano che si liberavano le sedie più vicine alla porta, si cambiava di "seduta" avvicinandosi all'ingresso.
Sul tavolino al centro del "percorso sedie" c'erano riviste e del disinfettante per le mani.
Ovviamente nessuno cercava di by-passare la fila. Eravamo gli unici occidentali presenti.
Nel pomeriggio ci siamo persi nello shop del museo.
In verità ci aspettavamo molto di più... eravamo pronti a riempire un'intera valigia di souvenirs.
Abbiamo dovuto accontentarci di portachiavi, toppe per le borse e per il giubbotto, spille e stampini. Non c'erano magliette, felpe, cappelli... peccatissimo.
Dopo lo shop abbiamo gustato una strana bibita al gusto di "Biochetasi" the tutti sembravano apprezzare; in pratica ti fornivano una bottiglietta piena di acqua nella quale venivano inserite strane palline colorate che in pochi secondi davano gusto, colore, sapore e gasatura all'insieme.

Usciti dal museo felici e sereni, abbiamo tentato di passeggiare nel parco per rilassarci.
Scrivo tentato perchè siamo stati assaliti da un'orda di malvagi insetti.
In non più di 15 minuti la povera Vigi è stata punta 47 volte. Non è un modo di dire. 39 punture sulle gambe e 8 nella parte bassa della schiena.
A me è andata meglio: solo 7 punture... li attirava tutti lei gli insetti.

In serata abbiamo visitato il primo tempio Buddista del viaggio, il grande tempio di Senso-Ji.
Era quasi buio ed il tempio si ergeva imponente con le sue luci soffuse.
Di fronte al tempio una strada dritta di almeno 300 metri piena di negozietti illuminati su ambo i lati; strada famosissima chiamata Nakamise Dori e che conduce al portale di ingresso "Kaminarimon".


In pratica una versione lineare e ordinata dei mercatini di Natale di Vienna.
Nei negozietti si poteva trovare davvero di tutto... e quando dico tutto... intendo tutto.
Il Kaminarimon era imponente con le enormi statue di quelli che io avevo imparato a chiamare "demoni giapponesi" tramite i manga, ma che ho scoperto essere figure mitologiche e mistiche del buddismo.


Superata l'entrata del Kaminarimon appare la costruzione principale del tempio e, ad ovest, il Gojuto (pagoda delle 5 storie) dove si dice vengano conservate parte delle ceneri di Buddha.
Il complesso era molto bello, ma tutta l'atmosfera era rovinata dalle miriadi di turisti (quasi tutti orientali) che riempivano ogni spazio vuoto.
Abbiamo pregato alla maniera locale ed abbiamo provato l'"Omikuji".
L'"Omikuji" è un biglietto contenente una predizione divina, un oracolo scritto che si estrae presso i templi shintoisti e buddisti in Giappone in occasione di particolari festività per conoscere la propria sorte (vita, salute, lavoro, amore, ecc.)... i turisti invece lo estraggono ad ogni occasione ovviamente.
Prima si lascia un'offerta in una cassetta poi si agita poi una scatola al cui interno ci sono dei bastoncini numerati. Da un piccolo foro posto di questa scatola esce un bastoncino. Di lato è posta una piccola cassettiera in cui sono riposti i bigliettini dell'oracolo.
Si deve, quindi, cercare la cassetta che ha lo stesso numero presente nel bastoncino e prendere il foglietto all'interno, contenente la predizione (cosa per niente facile per un'occidentale).
Se la predizione dell'Omikuji è buona, si può mettere il foglietto in apposite casse oppure legarlo alla porta del tempio oppure portarlo con se, come talismano, fino a quando non si realizza la predizione.
Se, di contro, la predizione è negativa è preferibile annodarlo ai rami di un albero o ad una particolare struttura creata appositamente per questo motivo vicino ad un luogo santo, in modo da permettere agli spiriti divini di esorcizzarlo evitando così che si realizzi.

Dopo foto, oracoli e preghiere era sceso il buoi ed abbiamo deciso di ritornare al Ryokan.

Al ritorno ci siamo fermati in un negozietto ed io mi sono comprato delle originali ciabatte giapponesi.

A cena siamo andati in un chioschetto, di quelli frequentati dagli autoctoni, a mangiare il Ramen.
Oramai a Tokyo non ci sono più i chioschetti in legno che si vedono nei manga, ma piccole stanzette nelle quali si mangia seduti al bancone.
Appena entrati il cuoco ci ha chiesto di prendere il biglietto... si, proprio prendere il biglietto... introducendo il denaro in una macchinetta che sputava fuori un bigliettino che poi andava consegnato al cuoco.
Per capire "cosa" ordinare non c'era questa volta il menù fotografico... ci sono voluti 10 minuti per capire a gesti e "sprazzi di inglese" cosa significavano alcune scritte... e poi ancora 10 minuti per trovare la scritta equivalente alla spiegazione sui pulsanti della macchinetta.
Consegnati i bigliettini al cuoco, dopo neanche 2 minuti avevamo davanti il nostro ramen... cucinato a "velocità curvatura" dal cuoco.
Ora vado a descrivere il Ramen come solo un italiano potrebbe farlo.


Si prende un scodella e la si riempie di un brodo che varia da caso a caso, nel nostro caso conteneva pezzi di verdure ed alghe.
Poi si prendono degli spaghetti di soia e li si butta nel brodo.
Poi si prendono agli ingredienti e li si butta anche loro nel brodo. Nel nostro caso avevamo 3 fette finissime di manzo ed un uovo sodo.
Il Ramen mi è piaciuto tantissimo; nutriente e completo, ma digeribilissimo.
Vicino a noi un tipico giapponese.
E' entrato quando noi eravamo quasi alla fine... ha ordinato una ciotola di Ramen ed una ciotola di riso.
Nel tempo che noi abbiamo finito gli ultimi due spaghetti, il soggetto aveva spazzolato il riso e finito il Ramen... il tutto tenendo le ciotole adese alla bocca e facendo rumori che nella nostra cultura sarebbero a dir poco osceni, ma per la cultura giapponese sono sintomo di gradimento.

Dopo cena siamo tornati al Ryokan, il giorno dopo ci attendeva Kyoto.