martedì 22 gennaio 2013

The enlarged gudu's Tanzanian experience - Parte 1

Quando torno da questi viaggi in zone ancora "Antiche" (e col termine "Antico" intendo il suo più bel significato) mi rendo conto di quanto l'uomo moderno occidentale abbia perso degli importanti legami con la totalità del creato. Questi legami persi non gli permettono più di comprendere molte cose e di trovare posto nell'ordine naturale delle cose; questo crea scontento, tensione, guerra e tutte le altre cose tipiche dei nostri tempi. Sono un musicista, non ho ancora (non ancora) realizzato il mio grande sogno di poter vivere grazie alla mia musica, ma se dovessi proprio darmi un'etichetta direi "Musicista"... perchè specifico questo? Perchè l'armonia che ritrovo ogni qual volta mi allontano dall'occidente è la stessa che riesco a trovare solo nella musica. Il creato (quello divino, non quello umano) è un'opera d'amore, come la musica... ed in quanto opera d'amore è immagine tangibile del divino in ogni sua sfaccettatura. Ma ora tralascio per qualche riga la mia piccola filosofia errante e vado a descrivere l' "Enlarged Gudu's Tanzanian experience". Questa volta io e la Vigi non eravamo soli nella nostra avventura (per questo il termine "Enlarged"), con noi anche suo fratello (che qui battezzerò Nuci), la fidanzata del fratello (che qui battezzerò Feddy) e la madre di Vigi e Nuci (che qui battezzerò Mello). Breve descrizione dei nostri compagni di viaggio: - Nuci: anche lui, come Vigi, viaggiatore incallito fin dalla tenera età. Persona dalla cultura umanistica vastissima, avere lui in gruppo è meglio che avere un collegamento diretto a wikipedia. Esperto storico di alto livello (tanto che prima ancora della laurea ha partecipato a Conferenze come relatore) e grande amante della sperimentazione culinaria estrema durante i viaggi... di quelli che se c'è da mangiare un verme vivo perchè è tipico del luogo, lo fa... e lo apprezza pure. - Feddy: introdotta, come me, alla filosofia del viaggio dal proprio coniuge, è una delle persone con maggiore capacità di adattamento che abbia mai conosciuto. Sempre gentile, disponibile ed educata.. anche se qualcuno le sta sparando addosso. Laureanda in legge con risultati più che ottimi e capacità di analisi rapida e precisa. Averla in squadra garantisce la presenza di una voce gentile e di un'opinione neutrale descritta in modo posato in ogni circostanza. - Mello: biologa e professoressa di scienza, con questa tappa Tanzaniana si può dire che abbia visitato tutta l'Africa nera, oltre a quasi tutto il resto del mondo. E' stata un po' la mamma di tutto il gruppo.
Adesso che ho descritto i nostri compagni di viaggio, posso iniziare sul serio il racconto della nostra avventura. Parte integrante di ogni viaggio è il trasferimento. Durante il traferimento si percepiscono già vibrazioni ed emozioni forti... atmosfere di adrenalinica attesa... il trasferimento fa parte del sacro rito del viaggio. Siamo partiti il venerdì sera, dopo aver parcheggiato la nostra cagnolina Polly dai miei genitori, sulla mia auto stracarica alla volta dell'Holiday Inn dell'aereoporto di Malpensa. Breve "Pausa cena" in autogrill... "Camogli" ed "Apollo"... ultimo pasto occidentale dei futuri 12 giorni... poi arrivo in albergo. Prima di addormertarci io e la Vigi abbiamo cazzeggiato a lungo: doccia, giochi su i-phone, rilessioni sul viaggio... l'eccitazione era palpabile e non si riusciva a prendere sonno immediatamente. Alle quattro del mattino è suonata la sveglia (verso di anatra) e ci siamo mossi verso il parcheggio dove abbiamo lasciato la mia auto ed una navetta ci ha portati all'aereoporto. Eravamo assonnati, ma al contempo eccitati. Check-in con tram-tram della spedizione dei bagagli e controlli vari e poi lento raggiungimento del gate di partenza in mezzo ad un'aereoporto ancora addormentato con i negozi chiusi e poche persone in giro. Io, la Vigi avevamo con noi i nostri fidi borsoni da viaggio con cucite sopra le bandiere dei luoghi visitati; anche il Nuci si è votato alla filosofia "del borsone da avventuriero", mentre Feddy e Mello hanno preferito la valigia tradizionale... il tutto ovviamente spedito nella stiva per essere più leggeri. Nel mio bagaglio a mano solo il binocolo, la videocamera, i libri e le medicine, nel bagaglio a mano della Vigi solo la sua attrezzatura fotografica. Il volo ha tardato a partire perchè c'era da spruzzare l'antigelo sulle ali e così ci siamo trovati in ritardo sulla tabella di marcia con il rischio di perdere la coincidenza a Zurigo per Dar es Salaam. Atterrati a Zurigo ci siamo precipitati verso il gate di partenza. Io adoro questi momenti di frenesia... quando l'adrenalina scorre... ci muovevamo rapidi fra la folla di quell'immenso aereoporto verso il gate. Io facevo apposta a rimanere un po' indetro, lasciando sempre aperta una piccola possibilità di perdere di vista gli altri... piccole scosse adrenaliniche che mi diverto da morire. L'aereoporto di Zurigo è così grande che ha una metropolitana al suo interno; metropolitana che quel giorno aveva problemi tecnici e ci ha causato ulteriore ritardo. Nuci era parecchio agitato, Vigi era contrariata dall'agitazione del Nuci, Mello cercava di tranquillizzare gli animi ed io mi divertivo come un pazzo in mezzo a tutto quel tramestio umano. Alla fine siamo arrivati più che in orario e siamo saliti sull'aereo che ci avrebbe portati a Dar Es Salaam via Nairobi. Io adoro i voli intercontinentali perchè posso passare il tempo a vedere film recenti, posso togliermi le scarpe ed appisolarmi con addosso la copertina fornita dalla compagnia aerea... tutte quelle cagatine che lanciano il messaggio "Hei!, sei in viaggio!" e che fanno parte quindi del rito. Questa volta non sono riuscito a vedere molti film perchè il sonno mi ha vinto. Mi sono guardato Total Recall (francamente una cacata pazzesca), ho mangiato il tipico orrendo (ma neanche tanto) pranzo da aereo e poi mi sono addormentato. Mi sono svegliato quando siamo atterrati a Nairobi, dove quasi tutti i presenti sono scesi, e poi siamo ripartiti alla volta della meta. Non so di preciso cosa abbiano fatto gli altri durante il volo perchè i posti e le cuffie ci hanno tenuti separati. Ci si riuniva durante il pasto per scambiarsi commenti sui relativamente orrendi pasti degli arei... fas edle volo divertente in cui noi si dava tutti gli avanzi a Nuci che divorava tutto. Partenza alle 7.40 da Milano ed arrivo a Dar es Salaam alle 21.00 ora locale, ovvero alle 19.00 ora italiana... 11 ore di viaggio... e sti cazzi. Una delle cose tipiche dell'Africa nera (e dell'Italia) è l'allucinante burocrazia. Abbiamo passato un'ora in coda per i visti sudando come pugili. Eravamo ancora vestiti per l'inverno italiano... dopo i primi 10 minuti eravamo praticamente tutti in biancheria intima (donne comprese)... ma in Africa va bene così. Finalmente dopo varie peripezie, incomprensioni, moduli, mazzette legalizzate ed altre cosette tipiche siamo usciti finalmente dall'aereoporto. All'uscita veniamo colpiti dall'afa locale come da una pala in faccia. Ho fatto un lungo respiro assaporando il profumo dell'aria e la gioia ha riempito il mio cuore... ero di nuovo in Africa. Ad attenderci la nostra guida: Bilali. Bilali: uomo di colore sulla cinquantina grassoccio con i modi di fare gentili ma spiccioli della gente del luogo. Sul cruscotto della sua auto carta igienica e mappe, nella portiera il fedele machete, in testa berrettino del genere "Love Italy" (non ricordo la scritta precisa). Bilali ha caricato rapidamente noi ed i nostri bagagli su di una vecchia Range Rover e ci ha portati al nostro Hotel.
Per le vie strette e dissestate centinaia di moto di marca cinese ignota stracariche di cose e persone schizzavano fra le poche auto. La parte di città che visibile durante il tragitto era un misto fra una paese della costa emiliana ed una baraccopoli. Arrivati all'Hotel ci ha scaricati di fretta e ci ha detto solamente "Domani partenza alle 8.30". L'albergo sembrava uno di quelli che si vedono in certi film anni '90... vecchio stile coloniale inglese pieno di tappeti, moquette e tappezzerie... personale in tenuta con cappellino che si muove in un "lento affrettarsi" verso i propri compiti. Breve pausa in camera e poi rapida cena al ristorante dell'albergo... con nostra sorpresa cucina internazionale di discreta qualità. Dopo la cena, tutti a letto... l'avventura stava per iniziare.

giovedì 13 dicembre 2012

The Gudu's Stockholm experience

Torno a scrivere dopo mesi di attività convulse che non mi hanno dato modo di dedicare tempo al blog. Torno a scrivere in occasione della mia partenza per la Tanzania il 22 dicembre. Vado a raccontare l'unica città fin'ora visitato che mi ha convinto poco, nel senso che non mi ci sarei trasferito a vivere: Stoccolma. Io e la Vigi siamo stati a Stoccolma ad Agosto, fuggitivi dall'italica afa e dalle italiche faccende. Una cosa che si imprime nella memoria, arrivando in aereo e la visione della città come una massa di verde ed azzurro dalla quale si ergono i palazzi, una visione simil-manga post apocalittica del tipo "città devestate da guerre atomiche poi riconquistate dalla natura". Qui però non si tratta di riappropriazione della natura, ma di costruzione in armonia con la natura. Il primo approccio con la città è anonimo: palazzi squadrati, vetrine, aumanità in movimento, sparuti gruppi di turisti. Dopo qualche passo però si cominciano a notare alcune cose: - Poco traffico - Automobilisti educati (come in tutto il Nord Europa del resto) e silenziosi - Aria quasi da paesello (ho detto quasi) - Un sacco di ciclisti nonostante la pioggia... tutti in movimento sulle piste ciclabili presenti ovunque. Già durante la la gita a Vienna e durante il tour del Belgio avevamo notato l'incredibile grado di civiltà dei popoli nordici ed è stato un piacere constatare che la Svezia non fa eccezione. La grossa differenza consta nel fatto che abbiamo visto molti meno mezzi pubblici e molte molte molte più biciclette rispetto agli altri paesi nordici che abbiamo visitato. La bellezza della città sta proprio nel suo alto grado di civiltà, anche perchè ci sono poche altre attrattive.
Il centro storico medioevale non supera il voto "carino" ed è anonimo quanto un qualsiasi centro storico Italiano; niente a che vedere con città come Siena, Venezia, Parma, S. Marino, Parigi, Vienna, Francoforte, Brugge, Praga, ecc. Il castello è bello a visitarsi, ma non tiene il confronto con residenze come Versaille, Pražský hrad, Shonbrunn od Castello di Ferrara, ma nemmeno regge il confronto con una meno famosa Reggia di Racconigi, di Venaria o di Stupingi. Qualche bella chiesa, ma lontana dai livelli eccesli di Notre Dame, Le sacre Ceur, S.Pietro, S. Marco, S. Vito di Praga, ecc.. Il museo nazionale di Stoccolma è un esempio di valorizzazione del patrimonio: hanno creato un museo con gli oggetti che io potrei trovare nella cantina di mia nonna con l'aggiunta di un paio di fossili... un esempio di ingegno. Il museo nazionale di fotografia è piccolo e con poche fotografie (a parer mio e della Vigi di artisti non così dotati). L'unico vero museo che vale la pena visitare è il "Vasa museum" dove è conservata l'unica nave del XVII secolo rimasta quasi intatta: la Regalskeppet Vasa, un galeone svedese ornato in modo elaborato che affondò durante il suo viaggio inaugurale nel 1628 (alla faccia del Titanic). L'esperienza è notevole. Salendo sulle varie balcolate (4 piani di balconate) è possibile rendersi conto di quanto fossero immensi questi velieri... da buon progettista rimango sempre affascinato da queste immense opere realizzate senza computer e senza moderni macchinari. Un gigante di legno capace di solcare i mari per mesi e trasportare grandi quantità di merci e uomini con i propri sogni e la propria voglia di avventura. Essendo poi io un maniaco delle storie di mare (anche se preferisco non mettere piede su nulla che galleggi sull'acqua per paura del mal di mare) ho sognato ad occhi aperti avventure e battaglie antiche mentre osservavo la nave e leggevo le didascalie di descrizione. La Vigi ha potuto dare sfogo alle sue velleità da fotografa, sfruttando i sofisticati e per nulla casuali giochi di luce presenti nel museo. Il museo è un'altro esempio del genio svedese: il sistema di visita, le luci, il posizionamento degli oggetti, le postazioni interattive... tutto è creato con lo scopo di immergere il visitatore in un mondo passato e farlo sognare. Altra attività che consiglio è un bel giro in barca per vedere le coste e le isole nei dintorni della città. Innanzitutto il porto è molto bello e non a niente a che fare con i malconci e malfamati porti italioti e francesi; sono luoghi in cui passeggiare e godersi il contatto con il mare.
Durante la gita in barca è poi possibile ammirare decine di ville d'epoca abbarbicate sui rilievi di fronte al mare, natura tutto intorno, atmosfera placida e tranquilla. Sconsiglio però il giro all'isola degli artisti: è un'isola anonima nella quale ci sananno si e no una ventina di negozietti occupati, più che da artisti, da hobbisti che incollano e cuciono cose "a cazzo"... in confronto l'Ikea è una forma d'arte possente. Interessante è anche "Skansen" che è il primo dei musei all'aperto e degli zoo svedesi, un bel modo di passare un pomeriggio passeggiando in mezzo alla natura, osservando animali tipici della zona e la fedele ricostruzione di un villaggio medioevale.
Un souvenir tipico e bellissimo della Svezia, se avete molti molti molti soldi, sono i prodotti in lana: bellissimi maglioni, sciarpe, berretti e stupende coperte... il tutto fatto a mano... il tutto costoso che se fosse fatto in pelo di panda. Sul cibo il mio commento è "lammmerda!!!". A stoccolma si può mangiare dell'ottimo salmone (al prezzo al chilo suppergiù del tartufo), delle buone aringhe o dei pessimi stufati/minestre/arrosti... il tutto condito con strane creme che sono riuscite perfino a risultare indigeste alla Vigi (che dal Canada al Sud-Africa ha sempre ingoiato qualunque cosa le proponessero senza avere problemi). I beveraggi sono inesistenti: la birra è una birra qualunque ed il vino locale è inesistente. La gente... bhe... la gente... ogni tanto potevo immaginarmi di essere finito in un città conquistata dai "Borg" (vedi Star Trek). Tutti molto gentili e disponibili, ma in cinque giorni non ho visto uno svedese sorridere... li osservavo per strada, nei negozi, nei locali... mai visto un sorriso od un cenno di entusiasmo alla vita... e dire che loro non avevano la situazione critica dell'Italia... ma forse è stato solo un caso... forse. In generale è stata una bella esperienza, perchè visitare posti nuovi e conoscere nuove culture è sempre bello e fonte di crescita, ma devo dire con sincerità che non tornerei a Stoccolma ne mi ci trasferirei... nonostante la Svezia sia una nazione iper civilizzata dove si dice che si viva bene... mi piacerebbe però visitare il selvaggio Nord. Visitare Stoccolma e vedere come gli svedesi sono riusciti a valorizzare le poche e discretamente scarse opere architettoniche ed artistiche che hanno, mi ha fatto capire quanto siamo coglioni noi italiani... potremmo vivere tutti, ma proprio tutti, di solo turismo. In mano ad un manager svedese ogni paesino italiano potrebbe diventare un'attrazione turistica... i nostri artigiani potrebbero diventare milionari vendendo le loro opere ai turisti anzichè stare a morir di fame cercando di tenere testa ai prezzi dell'Ikea; i nostri pittori, attori, poeti e musicisti potrebbero rendere indimencabile ogni esperienza turistica in italia. ... ma noi siamo italiani... preferiamo morire di fame/tedio/depresisone a costruire la panda piuttosto che valorizzare le immense cose che la nostra storia e la nostra cultura ci hanno dato gratis.

mercoledì 11 luglio 2012

Pessimismo e fastidio

Ti alzi la mattina prestissimo perchè lavori lontano. Ficchi un po' di gasolio (del quale prezzo il 70% sono tasse) nell'auto. Lavori tutto il giorno e fai straordinari fino sera tardi. Sai che hai lavorato così tanto per pagare l'idraulico, l'affitto, il dentista, il veterinario, il gastroenterologo, l'assicurazione... mica per un bel cono gelato od un'auto nuova. Stai pensando di trovarti un lavoro nel week end per poter forse andare in ferie. La sera sei troppo stanco per fare una carezza al cane/gatto, farti una trombata con tua moglie, sorridere a tuo figlio, portare avanti una passione. Dentro di te ti ripeti "Sono fortunato, ho un lavoro... posso mantenere mia moglie, mio figlio, Monti, Fini, Schifani, Napolitano"... vai in chiesa e doni i soldi che avresti usato per portare tua moglie al cinema alla chiesa cattolica che li userà per pagare lo schermo LCD a quel rumeno che stuprerà tua figlia fra qualche anno od al prete che la stuprerà subito. Poi ti convinci di arrivare all'illuminazione: lavori come un negro per pagare cose che poi tanto non ti godi... - l'affitto della casa un po' più bella nella quale non stai mai. - la connessione internet con la quale scarichi i film che non hai tempo di vedere. - il veterinario per gli animali che non hai il tempo di goderdi. - il gasolio che fondamentalmente usi solo per andare al lavoro. Quindi fondamentalmente se lavorassi molto meno, potresti goderti le stesse cose, ma avresti più tempo... EUREKA... l'illuminazione! Però poi per andare al bar servono i soldi, per arrivare in centro a passeggiare od in montagna a respirare ti servono i soldi, per l'aulin che ti toglie i dolori ma ti uccide il fegato ti servono i soldi, per andare al cesso in città devi pagare... per fare qualunque cosa ti chiedono dei soldi... anche il tizio che ti fa parcheggiare davanti al supermercato ti chiede i soldi per non rigarti l'auto (che poi ti righerà il tossico che passa di li o la cinese neo patentata). Quindi sei nella situazione che in ogni caso non potrai goderti la vita... in ogni caso soffrirai... ... allora esci di testa, vai in strada e ti metti a sparare alla gente... così per fare un favore a qualcuno e poi come ricompensa spari a te stesso... La razza umana non ha capito un cazzo... è giusto che si estingua oppure ha ancora speranza? Bhooo???... ora vado a prepararmi il panino da mangiare in ufficio, così non perdo tempo per la pausa pranzo e faccio più ore di straordinario...

lunedì 28 maggio 2012

The Gudu's Prague experience

Era il 6 aprile 2012, il week end dopo al mio compleanno (4 aprile). La Vigi mi aveva chiesto di prendere un giorno di ferie per andare a ritirare il mio regalo di compleanno in un posto lontano ("bhoooo" pensavo io). Ci alzammo alle 8.00 di mattina e saltammo in auto. Non sapevo la meta, era la Vigi a guidare. Passammo tre orette in auto nella quali ho ricevuto ogni sorta di indizi (fuorvianti) sul mio regalo... ad in certo punto, quando siamo passati nei pressi dell'aereoporto di Orio al Serio, mi era entrato in testa il tarlo che il regalo fosse un lancio col paracadute... panico... quando però siamo arrivati al "Park and go" e la Vigi ha tirato fuori la valigia dal cofano (preparata e caricata la sera precedente di nascosto) ho capito che si partiva per un'altra "Gudu's experience"... grande Vigi! Arrivati in aereoporto, sono stato messo di fronte al tabellone delle partenze senza essere a conoscenza della meta... c'erano molte mete diverse interessanti su quel tabellone. Superato il check-in ci siamo seduti al bar a berci un succo di frutta. La Vigi mi ha consegnato un pacchettino. Io l'ho scartato in tutta fretta ed era la guida Lonely Planet (fedelissima ed irrinunciabile compagna di ogni nostra avventura) di Praga. Ora conoscevo la destinazione. Dopo due orette di volo siamo atterrati nella Repubblica Ceca, dopo un'oretta eravamo in albergo e dopo altri dieci minuti eravamo per le strade di Praga. Praga è una città stupenda. Io sono un appassionato di architettura e cultura medioval-gotica in generale ed devo dire che ho avuto di che deliziare i miei occhi ad ogni angolo, ma come sempre ciò che più amo di ogni avventura è l'assaporare l'atmosfera dei luoghi. L'atmosfera di Praga è magica, non per nulla è considerata uno dei vertici del triangolo della magia europeo (non ricordo se magia bianca o nera, ma chissenefrega). Il centro storico (ma anche il resto della città) è un inno al tardo medioevo con i suoi edifici, le sue chiese gotiche, le sue goglie , le sue vie strette, le sue piazzette, le rive del fiume ed il mitico "Ponte Carlo".
Il primo pomeriggio lo abbiamo passato a gozzovigliare per la città godendo dei mercatini di Pasqua (nettamente simili ai mercatini di natale che visitammo a Vienna con gli artigiani direttamente al lavoro dietro ai banchetti), dei concerti medioevali della piazza ed in generale delle atmosfere praghesi. Quel pomeriggio abbiamo fatto la nostra prima scoperta praghese: il "Trdlo". Il Trdlo è un dolce cotto sulla brace mediante una specie di "girarrosto potenziato"; ha la forma di una cimbella ed a guardarlo da l'idea di essere cos' dolce da nauseare, ma quando lo si mette in bocca si rimane sorpresi dal fantastico gusto bilanciato. Il Trdlo va mangiato caldo, appena tolto da sopra alla brace... diventa presto una droga e ci si ritrova costretti a fare una "sosta Trdlo" almeno due volte al giorno.
Sul ponte Carlo si esibivano artisti di strada ed ogni statua meritava una fermata per essere osservata. Inutile dire che il pomeriggio è passato rapido in mezzo a quest'atmosfera festosa. La sera siamo andati a mangiare un Goulash (il primo di molti) in un jazz club. Una cosa che mi ha colpito molto è il fatto che nel centro storico di Praga ogni 100 metri si trova una live house (principalmente dedite al jazz od al blues), un teatro od una chiesa ospitante un concerto di musica classica... è un piccolo paradiso per i musicisti. Alla sera, dopo le 21.00 circa, complice probabilmente il freddo ancore pungente, le strade erano vuote e pochi turisti si aggiravano in cerca di locali in cui passare la serata. Noi facemmo una breve passeggiata e poi tornammo all'albergo. La mattina seguente (sabato 7 aprile 2012) faceva un freddo pazzesco, i maglioni di lana e le giacche da montagna non bastavano a ripararci dal vento gelido che si insinuava fra le vie della città... questo però non faceva che accrescere l'atmosfera magica praghese. La nostra prima tappa fè stata il Castello di Praga... un immenso castello in perfette condizioni all'interno del quale si trova anche l'imponente e goticissima cattedrale di S. Vito all'interno della quale sono riposte le più importanti reliquie della chiesa cattolica boema. Tutto immenso e spettacolare... l'interno della cattedrale poi, con le sue vetrate colorate ad impreziosire l'immensità architettonica, ci ha lasciati a bocca aperta. Bellissimo e caratteristico anche il confinante Vicolo d'Oro: una celebre stradina di Praga, situata nell'area del Castello (nel quartiere di Hradcany) e caratterizzata da una fila di bassi edifici variopinti, che furono costruiti in stile manieristico a partire dalla fine XVI secolo, inizialmente per ospitare le 24 guardie dell'imperatore Rodolfo II d'Asburgo (1522-1612) e le relative famiglie. La via deve il proprio nome agli orafi che in seguito la abitarono. È conosciuta anche come "Via degli Alchimisti", in virtù di una leggenda secondo cui sarebbero vissuti qui anche degli alchimisti (in realtà residenti in una via vicina), che cercavano di tramutare il ferro in oro per Rodolfo II d'Asburgo e di produrre la pietra filosofale e degli elisir di lunga vita. Nella via risiedettero, per un breve periodo, anche famosi scrittori, quali Franz Kafka (dal 1916 al 1917) e Jaroslav Seifert. Ora la via, uno dei luoghi più visitati della città ed ospita esclusivamente negozi di souvenir ed un museo di armi ed armature medioevali. Ok ammetto di avre preso la descrizione della via da wikipedia, ma questa descrizione rendeva così bene la particolare atmosfera che non potevo evitarlo. Aggiungo che le case erano piccolissime (sia nell'altezza che negli spazi interni) e coloratissime. Vedere questa via con il vento gelido che trasformava ogni goccia di pioggia in un piccolo ago è stato davvero pittoresco... fra l'altro, visitando la casa di Kafka, era è stato facile intuire come gli venissero fuori certe atmosfere. Intorno all'una di pomeriggio eravamo di nuovo nella piazza principale del centro storico dove abbiamo pranzato ai banchetti mangiando il famoso "Prosciutto di praga" con patate e Crauti e poi abbiamo passato il pomeriggio in giro per il centro storico, cogliendo l'occasione per visitare le altre chiese e salire sulla torre dell'orologio ed assistere alla suonata di tromba che viene ripetuta ogni ora da un trombettista in costume ai quattro angoli della torre... il tutto intervallato da "Soste Trdlo e Vin brùlè".
Passeggiare per Praga è molto suggestivo e romantico. ci sono piccole piazze e vicoli che finiscono sulle rive del fiume ed altre che portano verso la collina. La magia dell'atmosfera Praghese si accentua alla sera dove i colori si fanno più vivi e le luci pubbliche (opportunamente posizionate) danno maggior vita alle architetture aumentendo i giochi di ombre.
Alla sera abbiamo cenato in un piccolo ristorante tipico concendendoci varie specialità locali meno conosciute dalla massa turistica, ma altrettanto buone ed "interessanti" per il palato. Domenica 8 aprile 2012 ci siamo mossi in direzione della fortezza, una meta meno turistica che però io ho trovato ancor più suggestiva. L'ingresso è simile a quello della "Terra di Mordor" del signore degli anelli: un'altissima e spessissima muraglia divide la zona del castello dalla città. Le porte erano ovviamente aperte e ci siamo avventurati all'interno ritrovandoci in quella che poteva essere tranquillamente uno scenario per un film di Tim Burton (quando ancora sapeva essere davvero dark): una strada in ciottolato saliva sulla collina e ci ha portati in un vecchio cimitero dotato di tutti gli optional tipici dei cimiteri gotici: cancellata in ferro arrugginito, statue logorate del tempo, croci elaborate in ferro battuto spesso storte, marmi spezzati, scrittedi epitaffio in carattere gotico, alberi scuri e scheletrici e cielo scuro e plumbeo. Sollo sfondo una splendida chiesa gotica con le classiche tre altissime navate, le grosse vetrate, e la pietra degli esterni annerita dal tempo... il top del gotico.
Io adoro le chiese gotiche per l'atmosfera interna che mette davvero soggezione e per gli splendidi giochi di luce creati dalle alte e coloratissime finsetre. Dopo aver visitato la chiesa e la zona (adibita a parco tutto intorno) siamo andati a rifugiargi in piccolo bar in attesa che partisse la visita guidata all'interno delle mura della fortezza. Fuori faceva in freddo incredibile e ci siamo scaldati con una tisana. Alle 12.00 precise abbiamo fatto il tour all'interno delle mura... giro breve, ma suggestivo all'interno di minuscoli cunicoli che sfociano in un'ampia stanza nella quale erano tenute delle enormi statue.
Per il pranzo ci siamo spostati in quella che viene chiamata "La città nuova". L'architettura di Praga non si ferma nella zona medioevale. Anche la parte più recente della città è interessantissima fra palazzi dalle architetture molto interessanti dissemninati sulle rive del fiume.
Abbiamo pranzato in un piccolo bistrot dove ci hanno servito il Goulash all'interno di una grossa pagnotta di pane... un piatto ottimo quanto pittoresco.
Proprio mentre entravamo nel bistrot c'è stata una piccola bufera di neve; questo evento atmosferico mi ha dato la sensazione di essere lontanissimo dall'Italia dove in quel periodo la neve era un lontano ricordo. Il pomeriggio lo abbiamo passato visitando ancora la "Città nuova" e poi ritornando a gozzovigliare nel centro storico, visitanto anche l'Hard Rock Cafè di Praga. Io sono un feticista dell'hard rock cafè... ho una collezione notevole di magliette, spille e cappelli dell'hard rock cafè... direi che un buon 15% del mio guardaroba porta la scritta "Hard rock cafè".
Vista la temperatura bassa, quel pomeriggio abbiamo battuto il record di soste per il vin brùlè. Nel pomeriggio abbiamo anche acquistato un po' di souvenir per i parenti e per la nostra casa, abbiamo preso una campanella in ferro battutto fatta a mano che adesso è appesa in veranda ed usiamo abitualmente al poste del campanello quando torniamo casa. Il giorno successivo ci siamo imbarcati sull'aereo che ci ha riportati in Italia. E' stato un regalo di compleanno fantastico ed un'altra "Gudu experience" da tenere nel cuore.

venerdì 4 maggio 2012

Gudu's Namibian experience - Parte Dodicesima

Ieri abbiamo dato l'acconto per la nostra prossima "Gudu's experience": 10 giorni di campeggio in Tanzania a dicembre 2012, ma di questo parlerò più avanti. Il 7 settembre 2011 partimmo di buon ora dal Divava Okavango Lodge in direzione del Waterberg Plateau per poi raggiungere l'Ohange Safari Lodge. Il viaggio era bello lungo (circa 600 Km per quasi 8 ore di viaggio) e la stanchezza si fece sentire, così evitammo fermate ed arrivammo al lodge intorno alle 15.30. Unica esperienza da segnalare è la seguente: a meno di mezz'ora dalla metà, avvistammo in lontananza una immensa nube di polvere, di quelle che si vedono nei film in cui immensi gruppi di animali si danno alla fuga. Rallentammo per osservare meglio la nube. La nube si avvicinava rapidamente a noi. La nube era sempre più vicina e man mano che si avvicinava era sempre più immensa. Accostammo il fuoristrada in attesa della nube con un misto di ansia ed attesa. La nube si avvicino sempre più rapidamente fino a raggiungerci. Non si vedeva più nulla, un rombo e pioggia di pietruzze sul nostro mezzo. Non era una gruppo di animali, ma un gruppo di autotreni. Vedere cinque enormi tir correre su di una strada sterrata di montagna è quasi spettacolare, un'altra singolarità della Namibia. Arrivammo al lodge dopo aver superato un percorso degno di una pista di test per fuoristrada che mise alla prova le mie capacità di guida. Il lodge era molto carino, nel mezzo della brulla montagna e completamente deserto. C'era la zona comune che era composta da un piccolo caseggiato basso e poi tante piccole capanne inerpicate su per la montagna e collegate da un piccolo ciottolato; su di un lato della montagna una piccola piscina. Ci venne incontro una rubizza signora, accompagnata dal rubizzo figlio ed un rubizzo cane; fu particolarmente cortese ed informale e ci accompagnò alla nostra capanna. La prima parte del pomeriggio la passammo a "docciarci" ed a leggere un po' seduti su di scomode sedie fuori dalla capanna mentre il bimbo rubizzo rumoreggiava in piscina con un'amichetta. Verso le quattro del pomeriggio tentammo un bagno in piscina, ma l'acqua era gelida ed erano presenti degli enormi mosconi che ad ogni morso facevano uscire il sangue... ed erano tanti e erano cattivelli, per cui tornammo in fretta a sederci di fronte alla capanna. Alle Cinque del pomeriggio fummo invitati a mangiare la torta di compleanno del bimbo rubizzo accompagnata da un ottimo the. Tutto molto informale... piacevolmente informale. Poco prima del tramonto sentimmo un grosso trambusto e vedemmo la signora rubizza, il bambino, un uomo sulla cinquantina ed un vecchio correre verso la piscina e, fra risa ed urletti, tuffarsi in acqua senza esitazione. Fu una scena che per me rappresentò "La felicità". Vedere una famiglia rilassarsi e divertirsi insieme nell'acqua prima di cena nel mezzo di una montagna brulla, nell'atmosfera magica della Nabimia per me fu un'ottima rappresentazione della felicità. La sera cenammo all'aperto insieme alla suddetta famiglia. Una cuoca in stile "big mama" cucinò per noi direttamente sul fuoco con enormi padelloni zuppe e carne. Attorno al piccolo gruppo il buio totale; il fuoco rischiarava solamente la zona dove eravamo noi... un'atmosfera di pace totale. Chicchierammo amabilmente (Virgi col suo inglese perfetto ed io col mio maccheronico) con i gestori (la famigliola in questione) e loro ci raccontarono la loro storia che è tanto semplice quanto bella. Erano tedeschi, economicamente agiati, ma stufi della mentalità occidentale del "produci, corri, insegui il dio denaro ed il dio potere". Un bel giorno acquistarono un pezzo di montagna nel Waterberg Plateau, costruirono un lodge e si trasferirono con tutto quello che restava della famiglia (nonno novantenne compreso). Ora viveano felici, in mezzo alla natura, in mezzo alla pace e, dopo tanti anni, ogni giorno era ancora una scoperta e pieno di felicità. Fra tutte le storie namibiane che sentii (la guida innamoratasi della donna Himba, l'Olandese che aveva aperto una panetteria nel deserto, i vari italiani fuggiti dall'occidente per fare le guide turistiche, ecc..), questa fu quella che più mi piacque perchè quella filosoficamente più vicina a me. Per capire quanto fossero felici bisognerebbe averli guardati negli occhi come feci io. La notte fummo svegliati dal rumore di un gruppo di erbivori che venne a nutrirsi nelle piccole aiuole interposte fra le capanne. Restammo immobili alla finestra a guardarli muoversi lenti e brucare in assoluta pace. Fu bellissimo un'emozione da portare vicino alla commozione. La pacificità e placidità con cui questi cauti bestioni pascolavano a 30 centimetri dal mio naso aumento l'aura di pace che regnava nel lodge. La mattina, dopo un'ottima colazione, ripartimmo in direzione di Windhoek. Facemmo una sosta al "Cheeta reserve", una riserva dove vengono accolti i ghepardi orfani e/o feriti. Il tour comprendeva un giro a bordo di fuoristrada accompagnati dalla guida all'interno della riserva (recintata con recinti elettrificati per tenere lontani i ghepardi sani). Vedemmo da vicinissimo molti ghepardi. Ovviamente fu diverso dal vederli dal vivo, ma dovemmo accontentarci in quanto la mia dissenteria ci aveva impedito di vederli allo stato brado al parco Etosha e negli altri parchi non avevamo avvistato alcun felino. La mia impressione sui ghepardi fu "Sono degli sfiga". Etichettati spesso come grandi cacciatori, sono invece predatori molto delicati e soggetti alle angherie di un sacco di animali concorrenti... vederli poi fare le fusa e leccare i volontari del centro, li rese ai miei occhi ancora meno maestosi. Dopo un breve pranzo alla riserva ed una lunga sessione di "acquisto souvenirs", ci rimettemmo in marcia ed alle cinque del pomeriggio circa eravamo di nuovo al Windhoek Country Club, lo stesso punto da cui era partita la nostra avventura quindici giorni prima. Non avendo potuto vedere la città all'arrivo, decidemmo di uscire a cena ed andare alla famosa "Joe beer's house" un locale notissimo a tutti i viaggiatori per la tipicità della struttura e per cibarie proposte... in pratica non sei un vero avventuriero alla scoperta della Namibia se non hai cenato almeno una volta da Joe. Dopo una doccia ed un sonnellino uscimmo dall'Hotel. Uscendo dalla porta notai che c'erano due persone in toga romana ai fianchi delle porte; pensai che facessero parte dello staff del casinò interno all'Hotel... come nei film holliwoodiani girati a Las Vegas. Appena misi fuori il primo piede dalla porta principale fui accecato da flash e luci ed assordato da urla di ragazzine. Quella sera c'era un matrimonio di vip namibiani. In pratica tutti i vip della Namibia erano presenti all'evento. Sembrò anche a me di essere un vip, un vip che entrà alla notte degli oscar in America... fu divertente. Tutti si chiesero probabilmente chi fossimo e penso che tutti pensarono che fossimo vip stranieri, anche perchè senza accorgecene avevamo aggirato tutti i blocchi di sicurezza e quindi nessuno ci fece allontanare dal "red carpet". Dopo questo divertente episiodio, raggiungemmo il famoso locale. Famoso (si fa per dire) l'episodio in cui un tizio ci indicò dove parcheggiare in una piazza ed io, abituato ai parcheggiatori abusivi torinesi, gli offrii dei soldi ricevendo come risposta che lui non voleva soldi, ma solo essere gentile. Il locale era pazzesco. Posso solo descriverlo come "un misto di tutto" ed infatti c'era di tutto e tutto messo a casaccio: arredi tipici dei pub irlandesi, ma anche suppellettili ed ombrelli in stile villaggio turistico, oggettistica tipica dei club coloniali dei nobili inglesi, pezzi di auto ed altri componenti meccanici... c'era di tutto. Il cibo fu ottimo come anche la birra. Quando tornammo all'hotel, il matrimonio era finito e la calma era tornata. Ce ne andammo a letto un po' mesti poichè il giorno seguente ci attendeva il volo di ritorno. Il giorno successivo, notammo una riga sul fuoristrada... o meglio... Virgi l'avev asegnalata già la sera, ma io non avevo dato peso alla cosa. Per non pagare penali ed usufruire dei servizi di assicurazione, ci toccava andare alla stazione di polizia e denunciare la cosa. Con l'ansia di perdere il volo, scoprimmo che le nostre sim non ci permettevano di chiamare come ci avevano garantito (meno male che non ci fu mai il bisogno di chiedere aiuto), così acquistammo una sim locale al negozio dell'hotel e chiamammo il referente della nostra agenzia. Accompagnati da una guida dell'agenzia ci recammo alla stazione di polizia dove firmammo un sacco di moduli e poi partimmo in direzione dell'aereoporto. Arrivammo in tempo, anzi in anticipo. Sfruttammo gli ultimi fogli di moneta locale per comprare souvenirs e poi attendemmo il nostro volo. Allo scalo di Johannesburg trovammo l'aereoporto in fermento: suonatori di musica africana riempivano l'aria di musica, i negozi esibivano souvenirs colorati (fra cui la mitica libreria-canoa che non acquistammo solo perchè ancora non vivevamo insieme) e la gente era allegra e sorridente. Dopo qualche ora di attesa decollammo dal Sud Africa in direzione di Francoforte. Un altro volo passato a guardare film (questa volta Thor e Mr Beaver), dormire male e mangiare peggio. Una sedicina di ore dopo eravamo di nuovo in Italia, all'aereoporto di Torino. Qualche ora dopo ancora, ero a casa mia a Brossasco a svuotare la mia sacca da viaggio (comprata per l'occasione) ed a raccontare le nostre peripezie alla nostra famiglia. Era un sabato... due giorni dopo sarebbe ri-iniziato il tram-tram quotidiano, ma quel viaggio mi avrebbe cambiato per sempre. Penso di poter dire che il viaggio in Namibia sia stata una delle esperienza più belle e significative della mia vita. Dopo quel viaggio ero cambiato, la mia visione delle cose era cambiata, la mia visione del mondo era cambiata e proprio durante quel viaggio io e la Vigi decidemmo di andare a vivere insieme dopo sette anni di relazione. Prima di partire pensavo di non amare l'Africa e di essere profondamente occidentale... dopo questa avventura nacque in me un profondo amore per l'Africa e per il viaggio in generale. Prima di partire ero in un certo senso cieco... sentivo che c'erano delle cose, ma non riuscivo ad afferrarle... durante quel viaggio ero riuscito ad afferrarne molte e grazie a quell'esperienza acquisii la capacità di afferrarne altre col tempo. P.S.: su youtube, sul canale di "gudu77" (http://www.youtube.com/gudu77) ci sono dei brevi video della nostra avventura.

giovedì 26 aprile 2012

Gudu's Namibian experience - Parte undicesima

Il 5 settembre 2011 siamo partiti in direzione della zona chiamata "caprivi Strip", una striscia di terra a penisola posizionata a Nord-Est ancora poco sfruttata dal turismo di massa a causa dei disordini accaduti in passato di cui ho parlato nel post precedente. Sarebbe stata l'ultima "tappa importante" del viaggio: due giorni al Divava Okavango Lodge&Spa, Lodge lussuoso che si sviluppava sulle rive dell'Okawango. Il viaggio passò rapido, senza particolari accadimenti ed arrivammo al lodge verso l'ora di pranzo. Una goduriosissima limonata ci attendeva alla reception. Il lodge era quasi tutto occupato da una spedizione di Americani che facevano il giro dell'Africa in Moto da enduro. A causa di questo, eravamo alloggiati in una delle capanne più marginali a cinque minuti a piedi dall'edificio principale... cosa che ci garantiva una una privacy maggiore ed il piacere di essere più vicini al "selvaggio". Il pranzo, come sempre, non esisteva. Ci gustammo uno dei nostri fantastici aperitivi al gin-tonic e poi ci facemmo preparare un panino. Il Lodge era veramente bello, sembrava di essere in quelle case in stile coloniale dei primi tempi delle esplorazioni inglesi in Africa: mobili lussosi, tappeti, arredi pacchiani, cantina ben fornita a vista e salottino ("ino" si fa per dire) all'inglese. Gli aperitivi venivano serviti nel salottino mentre le cene erano servite a lume di candela su di una terrazza che dava direttamente sul fiume. Le camere erano ampie e pulite, dotate di set per farsi il the (cosa rarissima in Namibia e molto apprezzata da me) e poi c'era la parte della capanna che preferivo ovvero la vasca in stile coloniale che dava su di un'immensa vetrata a vista fiume... in pratica ci si lavava guardando l'Okawango... più avanti feci l'amara scoperta che ci si lavava anche CON l'acqua del fiume in quanto l'acqua usciva dai rubinetti di un amabile colore marrone. La prima escursione possibile era quella sull'Okawango al tramonto. Passammo il pomeriggio a giocare a carte, leggere, dormicchiare ed osservare con inquietudine un immenso nido di tarantola appena fuori dalla vetrata della camera da letto. Alle 17.00 eravamo su di un grosso battello a due piani con macchina fotografica, binocolo, telecamere e gin-tonic in mano. Il fiume era stupendo come sempre, anche se devo ammettere che, a meno di essere un bird-watcher accanito, le cose da vedere sul fiume non sono molte (anche se molto affascinanti): gli incredibili coccodrilli, i rumorosipericolosimasimpatici ippopotami e miriadi di uccelli. Noi avevamo fatto un corso da birrd-watcher; non eravamo maniaci, ma eravamo abbastanza preparati da goderci i vari piumaggi degli uccelli senza annoiarci. Ad un certo punto della gita le guide fermarono la barca nella speranza che gli ippopotami si avvicinassero di più. Eravamo tutti in silenzio nella speranza di un contatto ravvicinato e con le attrezzature da "immortalamento" pronte all'uso. Di colpo sentimmo l'urlo "Okwangoooooooooooooooo" e poi un tonfo in acqua. Era uno degli americani che, da bravo americano pirla, si era tuffato in acqua. Lo scemo non aveva ancora toccato l'acqua che una serie di movimenti rapidi nell'erba sulle rive indicarono il rapido ingresso in acqua di alcuni coccodrilli. Le guide furono rapide a recuperare l'ameri-pirla, quasi mi sembrò di sentire lo schiocco a vuoto delle mandibole dei coccodrilli. La gita terminò con un fantastico tramonto rovinato dal rumoreggiare degli americani sul battello... persa quella magia incredibile del giorno prima, quando sul fiume placido eravamo solo tre innamorati della Natura in tutta la sua straordinarietà. Alla sera, dopo un bel bagno all'acqua marrone, cenammo in un lato appartato della terrazza a lume di candela. Fu molto romantico. In quella luce tenue, guardavo negli occhi da Vigi pensando che dopo sette anni insieme... eravamo arrivati lì, dall'altra parte del mondo, in un luogo diverso da tutto quello che un occidentale possa concepire (e spesso capire). Quando ci siamo conosciuti avevo la "fobia da viaggio", le prime ferie le facemmo a Ferrara e per me fu quasi tragico... poi piano piano altre mete in Italia cominciarono a farmi capire quanto fosse bello viaggiare (Roma, Verona, Milano, Siena, Cremona, Aosta, Venezia, Como, ecc..). Dopo l'Italia fu la volta di Vienna, il mio primo viaggio "non lavorativo" fuori dall'Italia, poi Parigi e vari altri posti della Francia, il tour del Belgio ed infine "Il grande Viaggio": l'Africa amatissima da Virginia che ci era già stata molte volte e che per sette lunghi anni, con pazienza, aveva atteso che fossi pronto a fare un "salto evolutivo" e capire quanto sia bello viaggiare. Un tempo pensavo: "spendere soldi per una cosa che dura poco e poi non ti rimane nulla in mano... meglio acquistare un oggetto che ti rimane" Che vergogna solo a ricordare di aver pensato questo!... la vera ricchezza è quella che abbiamo dentro... nessun uomo potrà portarti via il ricordo, la felicità, la ricchezza intellettiva e spirituale di un viaggio... gli oggetti che possiedi prima o poi ti possiedono, ti rendonos chiavo e possono sparire in qualsiasi istante facendoti capire quanto sei vuoto dentro... la vera ricchezza consiste in ciò che possiedi dentro di te. Posso affermare che grazie a Virginia io sono diventato un uomo ricco; ho aumentato immensamente la mia capacità di essere felice, la mia capacità di recepire le cose attorno a me e di godermele... C'è qualcosa che vale più di questo? Secondo me no. Quello che si prova quando si riesce a cogliere, ad esempio, il momento magico in cui tutto si ferma durante il tramonto sul fiume (post precedente) è immensamente superiore a qualsiasi felicità possa darti il possesso di qualsiasi cosa materiale. Quando arrivi a percepire appieno la bellezza del mondo e ti commuovi nel vederla perchè il tuo cuore ti sembra troppo piccolo per contenerla tutta (come a Sandwitch Harbour... vedi post precedenti), allora sei un uomo davvero ricco. A questo pensavo mentre guardavo negli occhi Virginia ascoltando i rumori notturni dell'Africa. La cena fu ottima ed il servizio di prima qualità. La mattina successiva (6 settembre 2011) saltammo su di un vecchio camion militare riadattato per un'escursione nel parco. C'eravamo solo noi, l'autista (scazzatissimo) ed una guida perennemente sorridente. Quel mattino potemmo ammirare molti erbivori ed una specie molto rara di Kudu, ma la cosa che più mi colpi (e che attendevo con ansia) era il mio primo incontro con i Baobab. Avevo letto "Il piccolo principe" (lo consiglio a tutti, ma non sto a parlarne... od almeno non ora) e tutti i capitoli delle guide della Namibia che avevamo acquistato. Io amo profondamente gli alberi e non vedevo l'ora di trovarmi di fronte a questi immensi fusti. Rimasi ovviamente sbalordito... i baobab sono indescrivibili... sono così immensi che si finisce col non considerarli alberi... ci si gira attorno come si girerebbe attorno ad una fontana o ad un grosso monumento. Quello piccolissimo nella foto sono io vicino ad un millenario baobab.
L'escursione durò davvero poco ed l'autista era poco propenso alle fermate od agli appostamenti, così decidemmo di annullare la seconda escursione guidata della sera e partimmo dopo pranzo con il nostro fuoristrada per un'escursione self-made. Girammo all'interno del parco dalle 15.00 alle 16.30 senza vedere quasi nessun animale... in quegli orari l'Africa fa la siesta. Dalle 16.30 in poi cominciammo ad avvistare animali ad ogni dove. Fu bello come sempre vedere passare gli erbivori di fianco al fuoristrada ed adrenalinico come sempre sfuggire agli agguati degli elefanti. Rimanemmo fino all'ultimo nel parco... così a lungo che quando ritornammo ai cancelli essi erano chiusi... eravamo rimasti chiusi dentro. Fortuna che la gestione del parco era molto "all'acqua di rose" e non c'erano lucchetti a sbarrare il cancello. Ci limitammo ad aprirlo e tornammo al Lodge senza intoppi. La sera un'altra stupenda cena a lume di candela e la sera tante coccole. Il giorno dopo saremmo ripartiti in direzione di Windhoek... l'avventura stava volgendo al termine.

lunedì 16 aprile 2012

Gudu's Namibian experience - Parte decima

Torno a scrivere dopo una pausa tecnica (connessione impossibile) all'interno della quale io e la Vigi siamo andati anche a farci una gita a Praga ed organizzato un futuro viaggio in Tanzania; ma di questo parlerò più avanti... torno a parlare della Namibia.

Il 4 settembre 2011, dopo una notte di febbre e terribili spasmi all'apparato digerente, mi sono svegliato completamente ristabilito: nessun dolore, nessuna febbre e nemmeno spossatezza... pazzesco.
Ci attendeva uno degli spostamenti più lunghi verso la zona Nord del paese: 366 Km di strada fino ad Hakusembe per un totale di circa 5 ore e mezzo di guida.
Nonostante il mio stato di salute ripristinato, la Vigi volle guidare per tutto lo spostamento e così partimmo intorno alle 8.00 del mattino dopo un'ottima colazione in riva alla pozza e dopo aver acquistato una collana per la Vigi (ringraziamento per le cure durante il mio malanno) ed una collana per la mia mamma.

Il paesaggio in direzione Nord era nettamente diverso. Ai lati della strada, una rete metallica continua separava la "zona auto" da continui assemblamenti di alberi (chiamarli boschetti non sarebbe opportuno, ma rende l'idea). Questa divisione dava l'idea di una protezione "da" e "per" gli animali selvaggi.
Man mano che procedevamo verso Nord il paesaggio era sempre meno desertico e sempre più verde.
Ogni venti chilometri circa si trovavano delle persone che lavoravano al mantenimento della strada o qualcosa di simile. Vicino alla postazione di lavoro c'erano delle tende e resti di fuochi d acampo. A quanto pare dormivano vicino al posto di lavoro.

La zona Nord della Namibia è la meno turistica di tutte, confina con l'Angola e fino a pochi anni fa c'erano contui atti di guerriglia... la situazione era diventata "più calma" solo negli ultimi cinque anni.

Al Nord scorre il fiume Okawango... e dove scorre un fiume, si sa, le persone si assemblano.
Col passare del tempo, le reti metalliche finirono e cominciammo a notare una miriade di microscopici villaggi ai lati della strada.
Più ci muovevamo a Nord e più i villaggi e la gente ai lati della strada aumentava. C'erano madri che trasportavano sulla testa oggetti con i figli piccoli appresso, sparuti gruppi di capre o mucche rachitiche, ragazzini con pezzi di legno fra le braccia, persone che chiedevano dei passaggi, altri che sempilicemente fissavano le macchine passare con lo sguardo vuoto.
Ai lati delle strade molta sporcizia: bottiglie di plastica, stracci, carcasse di auto, copertoni, mucchi di oggetti ed altre cose indefinite.
Man mano che ci avvicinavamo a Namutoni cominciarono ad apparire anche delle missioni, all'interno delle quali c'erano per lo più bambini che giocavano a pallone.

Era una Nambia totalmente diversa da quella vista fino ad ora... eravamo nell'Africa ad alta densità demografica, quella sporca, povera, per me decisamente inattrattiva.
Ero preoccupato per la nostra incolumità; temevo di dovermi fermare a cambiare una gomma o ad espletare funzioni fisiologiche... se mi fosse preso un altro attacco di diarrea non ci sarebbe stato un posto appartato dove fermarmi... ne appartato ne sicuro.

Giunti a Namutoni (piccola cittadina) dovemmo fermarci forzosamente per fare carburante ed acquistare viveri.
C'era solo un distributore alla perifiria della cittadina con vicino un negozio fatiscente poco fornito di viveri.
Facemmo rapidamente carburante, comprammo solo pane ed acqua e ripartimmo rapidi.
Tornando verso la strada principale, incontrammo delle rotaie della ferrovia che finivano in un'industria chiusa. Evitai di fare lo "Stop" segnalato a terra visto che evidentemente non sarebbe arrivato nessun treno.
Appena superato lo stop, il suono di una sirena ci mise in allarme; avevamo una pattuglia della polizia che ci intimava di fermarci.
Accostai e scesi dall'auto. Un poliziotto con due o tre o dieci denti d'oro mi sorrise e mi fece notare che non avevo fatto lo stop.
Mi scusai ed attesi le conseguenze. Il tizio disse che doveva farmi la multa. Non ero molto preoccupato (la multa non poteva esser egran che)finchè lui non comincio a dire che avremmo dovuto seguirlo in centrale per sbrigare le pratiche.
A questo punto cominciai a perdere mentalmente colpi.
Lui mi parlava ed io non sentivo, mi passavano in testa immagini di noi bloccati alla stazione di polizia, di noi che non riuscivamo a raggiungere il lodge prima di notte, di noi rapinati od anche peggio in qualche angolo della città... i miei sensi ed il mio istinto da praticante di kung-fu cominciarono ad allertarsi.
Cominciai a guardarmi intorno rendendomi conto che non c'erano testimoni, la pistola era nel fodero chiuso da un bottone, avrei potuto colpirlo con un calcio frustato allo sterno e poi, quando si fosse piegato per la mancanza di fiato e per il dolore, avrei potuto colpirlo con un calcio ad ascia sulla testa stendendolo; poi con un coltello avrei tagliato le gomme dell'auto e mi sarei allontanato a tutta velocità.
Mentre la mia mente deviava in maniera patologica in preda alla paura, la Vigi prese la situazione in mano.
La mia astuta morosa aveva notato innanzitutto che il poliziotto non stava scrivendo nulla sul taccuino e poi aveva colto le sue frasi del tipo "Mi spiace darvi disturbo, pensate che ci rimettiamo tutti, mica ci guadagno a farvi perdere tempo"... fattostà che cominciò una illegalissima trattativa per corrompere il poliziotto.
Alla fine lui ci disse di mettergli in mano di nascosto una cifra che ritenavamo opportuna.
Noi gli mettemmo in mano l'equivalente di 50 euro in valuta locale.
Lui ci disse di seguirlo con la nostra macchina.
Mentre seguivamo la macchina della polizia, ci chiedevamo se i soldi erano abbastanza o se ci avrebbe portati in un luogo ancora più isolato per derubarci.
Attraversammo tutta la cittadina a velocità lentissima e quando le case furono finite, accostò la macchina e noi accostammo dietro di lui.
Il poliziotto scese dall'auto di servizio sorridente con i suoi denti mezzi dorati, ci strinse la mano e ci disse di continuare dritto fino ad incrociare la strada principale, in quel modo avremmo risparmiato tempo.
A quando pare la cifra era stata più che adeguata visto che ci aveva perfino scortati.

Dopo questa avventura eravamo tesissimi. Adesso che è passata, la raccontiamo con divertimento e quasi con orgoglio, ma sul momento era stata una situazione piuttosto stressante.

Dopo un'ora di viaggio, arrivammo alla famosa "Red Line", la linea dopo la quale si trovano le tipiche malattie del bestiame come l'afta epizoica, la linea dopo la quale inizia il terzo mondo, quello vero, con tutti gli annessi e connessi.
In lontananza un immenso incendio rendeva il cielo cupo mentre noi consegnavamo i documenti al posto di blocco preoccupati di dover corrompere altri ufficiali.

Arrivammo all'Hakusembe River Lodge intorno alle 15.00.
Il lodge era deserto ed era il primo lodge gestito da un uomo di colore in cui ci fermavamo.
Il gestore era estremamente gentile e ci fece perfino scegliere la capanna che desideravamo. Ne scegliemmo una in riva al fiume Okawango. Dall'altra parte del fiume c'era l'Angola.

Io mi feci un breve pisolino poichè la stanchezza del viaggio si era sommata ai malori del giorno precedente. Dopo un'oretta me ne usci sulla veranda della nostra capanna dove già la Vigi stava seduta a leggere.
Le spettacolo era notevole: di fronte a noi l'immenso fiume Okawango, la riva a pochi metri, col suo scorrere placido e regolare.
L'aria era satura del vociare di mille specie di uccelli mentre in lontananza ogni tanto si sentiva il rumore degli ippopotami.
Nel lodge in quel momento c'eravamo solo noi; viaggiare fuori dai normali flussi turistici è fantastico.
Abbiamo passeggiato sulla riva, spesso osservando gli Angolani sul lato opposto del fiume che lavavano i panni, facevano il bagno ed in generale vivevano il loro quotidiano.
L'unica attività prevista era il giro in barca alla sera, quindi ci sedemmo sul pontile a leggere in attesa dell'evento... il mio libro sul blues, letto in riva ad un'immenso fiume simile al Missisipi e narrante le origini del blues proprio in quelle zone dell'Africa, aveva ora un sapore più intenso.

Alle 17.00 salimmo sulla chiatta per il giro programmato.
Avvistammo decine di uccelli di piumaggi più svariati (frai quali le famose cicogne nere che sembravano uscite da un film di Tim Burton), qualche coccodrillo ed un gruppo di ippopotami.
I coccodrilli li avevo già visti in vari zoo, ma vederli dal vivo è ovviamente differente: rimangono immobili, come negli zoo, sono enormi ma non incutono timore poichè sono talmente fermi da sembrare dei soprammobili. Poi improvvisamente scattano e fulmineamente spariscono in acqua ed allora acquistano il loro terribile fascino... peccato non riuscire a seguire i loro movimenti in acqua.
Gli ippopotami sono affascianti da vedere nel loro muoversi dalla terra all'acqua, dal loro stare a mollo con solo gli occhi fuori a tenere sotto controllo la barca. Va detto però che ci si stufa presto di guardarli, forse perchè sono semplici da avvistare bisogna e poerchè stare sempre a distanza onde non essere attaccati (gli ippopotami sono la prima causa di morte in Namibia, superiori in classifica alla zanzara della malaria).
E giunse infine il tramonto.

Il tramonto sul fiume è diverso da quello nel deserto o nella savana... c'è una sensazione di contrasto molto grande fra il pacifico movimento del sole che sembra inabissarsi nell'acqua e l'attività canterina frenentica degli uccelli e degli ippopotami.
Nonostante questo contrasto, anche in questo caso esiste un'armonia in tutto questo; come se un sapiente direttore d'orchestra gestisse gli impulsi sensoriali che raggiungono l'osservatore in modo da creare comunque la sensazione di pace ed armonia totale che abbiamo percepito in tutti gli altri luoghi della Namibia.
Osservammo il sole tramontare nel centro del fiume, sulla chiatta, semisdraiati sulle sedie presenti e sorseggiando Gin-Tonic.
Personalmente ho amato maggiormente le sensazioni che mi hanno dato il deserto e la savana, con le loro solitudini, i loro silenzi, i loro sospiri... Però posso descrivere l'esperienza del tramonto sul fiume solamente col termine "unica".
Il sole si immerge rapido nell'acqua colorando non solo il cielo, ma anche l'acqua e tutto quello che le sta attorno di colori indefiniti.

C'è un momento, poco prima che il sole sparisca del tutto, in cui tutto si ferma: gli uccelli smettono di rumoreggiare e si fermano sui rami degli alberi e si ha la sensazione che uccelli, ippopotami, coccodrilli e qualunque altro essere vivente, si fermi e si volti in direzione del sole come a porgere omaggio e ringraziare per il calore che ha erogato durante il giorno.
E' un momento incredibile e magico che poche persone riescono a godersi, perchè in genere si è in tanti sulle barche e gli ominidi sono rumorosi e fastidiosi... noi siamo stati fortunati: a questa escursione partecipavamo solo io, la Vigi ed il conducente della chiatta.
Siamo rimasti in silenzio ed abbiamo atteso quell'attimo, quel piccolo lasso di tempo che non dura più di 3-5 secondi in cui tutto tace, tutto si ferma e si reca omaggio al sole... magia dell'Africa.

La sera per cena, è arrivato un gruppo foltissimo di bird-watcher che hanno cominciato a muoversi ed appostarsi ovunque con la loro attrezzatura. La sera, durante la teoricamente romantica e serena cena a lume di candela, illuminavano i loro quaderni con delle lampade da speleologo (quelle che si mettono in testa) segnando, sotto dettatura della guida, i loro avvistamenti del giorno.
Io e la Vigi abbiamo fatto buon viso a cattivo gioco ed anche se ci hanno rovinato l'atmosfera, ci siamo divertiti un mondo a prenderli per il culo.

La sera siamo andati a letto un po' più tardi del solito, accompagnati dai rumori degli ippopotami.

Nota divertente più o meno: il gestore autoctono del lodge era gasatissimo dal fatto che fossimo italiani e continuava a ripetere con fierezza "Totti! Totti! Totti!" e poi ogni tanto si metteva a ridere e diceva "Berlusconi"... preferivo quando associavano l'Italia alla pizza, gli spaghetti ed alla mafia.