domenica 12 novembre 2017

Gudu’s Pura Vida Experience – Part five: di kayak e quetzal

Tratto da www.travelgudu.wordpress.com, il blog di Viaggio scritto a 4 mani da me e la Virgi.

Da Playa Dominical, da dove siamo partiti per l’escursione al Corcovado, consigliati dalla inseparabile Lonely Planet abbiamo contattato i ragazzi del Pineapple Tour con cui abbiamo organizzato una stupenda escursione in kayak tra i mangrovieti.
Non eravamo mai saliti su un kayak prima, ma ci siamo subito appassionati. Con noi c’era anche una coppia di ragazzi inglesi parecchio simpatici e i due ragazzi che ci facevano da guida erano gentili e spassosi. Dopo un rapido briefing, ci hanno caricati in jeep e portati lungo il fiume con i kayak. Chiusi i nostri “valori” in sacche impermeabili siamo partiti giù per il fiume. Non si è trattato di rapide, certo, ma nei punti in cui la corrente diventava più vivace è stato davvero entusiasmante. In un paio di punti, a causa dei temporali notturni, alcuni tronchi ostacolavano il corso del fiume, così siamo scesi caricandoci i kayak in spalla per superare l’ostacolo (e per farci un tuffo, dopo aver scrutato la riva per escludere la presenza di coccodrilli…). Giunti alla foce del fiume, abbiamo remato verso il mangrovieto, dove le acque sono tranquille e lente, ci siamo lasciati trascinare pigramente, intorno solo quiete, decine di esseri viventi a sbirciare tra il fogliame e un risuonare continuo di tac-tac di innumerevoli chele aperte e chiuse a ripetizione. Rientrati alla spiaggia, i ragazzi del Pineapple Tour ci aspettavano con la mitica agua de pipa (acqua di cocco) e frutta fresca.



L’indomani abbiamo lasciato la costa per dirigerci verso la zona interna, più montagnosa e disabitata, diretti, più precisamente, a San Gerardo De Dota e alla regione del Rio Savegre. Guidando per strade ripide in mezzo ai boschi, abbiamo raggiunto il nostro lodge. La zona del Rio Savegre è famosa per la presenza di un uccello particolarmente colorato e bello, chiamato Quetzal Splendente, prossimo alla minaccia dell’estinzione ed obiettivo delle nostre escursioni in zona. Naturalmente il nostro cercare è stato vano anche se (forse) ne abbiamo sentito il verso un paio di volte…
Per contro, abbiamo fatto delle belle ed avventurose escursioni lungo il Rio, e avvistato svariati pennuti colorati e ciarlieri. Per la verità, lo stato delle “infrastrutture” dei sentieri in zona lasciava molto a desiderare (ponticelli marci, corde staccate, gradini mancanti) ma noi impavidi non ci siamo lasciati scoraggiare.


La zona del Savegre è freddina, tanto che era un piacere rientrare al lodge la sera, infreddoliti e umidi. Sì, perché naturalmente abbiamo beccato la pioggia, tanta pioggia, ci siamo rifugiati nelle mantelline con tanto di zaini sotto le mantelline, sembravamo quasi due Hobbit alla ricerca dell’anello.

A San Gerardo De Dota si è conclusa la nostra avventura in mezzo ai ticos e alla mutevole natura costaricense. Rientrati a San Josè, ci siamo imbarcati e, di nuovo dopo un lungo volo ed uno scalo a New York – durante il quale hanno ispezionato il nostro borsone pieno zeppo di roba sporca bagnata e sudata dalle piovose escursioni dei giorni precedenti (chissà quei poveri cani anti-droga e anti-esplosivo quanto si sono pentiti!) – siamo rientrati a casa. Con gli occhi ricchi del verde rigoglioso della foresta, del bianco e del nero delle spiagge e del blu del mare e con il cuore pieno di ricordi e di esperienze – il vero bottino di ogni viaggio.
:::::::Info pratiche:::::::
Zona: provincia di Puntarenas
Lodge: Villas Rio Mar (Playa Dominical) e Savegre (San Gerardo De Dota); Hotel Alta Las Palomas (San Josè)
Attività:
Fare pipì a bordo fiume con simil-avvoltoi intorno in attesa. Fatto. Voto 6/10.
Girare su stessi col kayak in preda alla corrente. Fatto. Voto 7/10.
Bere l’acqua di cocco direttamente dal cocco. Fatto. Voto 9/10.
Passare su ponti sospesi mezzi marci tipo Indiana Jones. Fatto. Voto 8/10.
Gin tonic nel mezzo di montagne remote. Fatto. Voto: 7/10.
Inutile cerca del Quetzal Splendente. Fatto. Voto: 3/10.
Prendere per il culo il Quetzal Splendente per il suo nome. Fatto. Voto 8/10.
Parlare dei massimi sistemi con piccoli uccelli rossi. Fatto. Voto 6/10.
Indice di fastidio umanità: 2 JarJar. Poca gente e tanto spazio vitale.
Indice di fastidio fauna: 5 JarJar. Sto Quetzal però poteva uscire a farsi vedere.
Indice di piovosità: 7 Giuliacci. Piogge tipo film fantasy.
Indice di fatica: 0,2 Cherro Chato. Camminate lunghe si, ma umane.

Gudu’s Pura Vida Experience – Part four: di onde e foresta primaria

Tratto da www.travelgudu.wordpress.com, il blog di Viaggio scritto a 4 mani da me e la Virgi.

Il Costa Rica è un paese dalle mille avventure e dai mille ecosistemi. Lasciando la foresta nebulare siamo arrivati sulla costa, nel famoso Parque Nacional Manuel Antonio, dove la foresta si perde sulla sabbia bianca e arriva a lambire le onde dell’oceano pacifico.
Il primo bagno nel Pacifico è incredibile: acqua tiepida e onde, e una risacca che ti porta via. E’ un attimo ritrovarsi come bambini a prendere di petto ogni onda e lasciarsi travolgere e portare a riva in una capriola di sabbia e sale. E se inizia a piovere mentre si è in mare (e in Costa Rica accadrà di sicuro), è ancora più bello, mare caldo e pioggia fresca. Da restarci per sempre e diventare salsedine.
Il Parco Manuel Antonio non è esattamente un paradiso naturale o, meglio: potrebbe esserlo, se non fosse per tutte le persone che lo invadono (letteralmente). In particolare perché all’interno del parco, oltre a percorsi naturalistici per osservare fauna e flora, ci sono bellissime spiagge bianche dove è consentita la balneazione. E ci sono pure tanti (troppi) italiani… [troppo spesso gli italiani all’estero sono chiassosi e invadenti, in un attimo si perde la sensazione di “esotico”, perciò sentire l’idioma natio ci fa richiudere a riccio, accelerare il passo e masticare parole inglesi a caso]. Comunque, nel parco abbiamo percorso un bel po’ di sentieri, avvistato ogni sorta di scimmia presente e bradipi, ragni, procioni, roditori e mustelidi vari. Enormi iguana addormentate sulle radici di mangrovie in spiaggia. Processioni di formiche, ognuna con il proprio pezzetto di foglia, instancabili. Granchi, lucertole, farfalle.



Lasciato Manuel Antonio, ci siamo spostati poco più a sud a Playa Dominical. Da qui, era stata organizzata una escursione verso il Parque Nacional Corcovado, ovvero “the most biologically intense place on Earth” secondo National Geographic. Come non andarci? Si trova nella Penisola di Osa, nel sud del Paese, e si raggiunge solitamente via mare. Perciò al mattino un pulmino ci ha prelevati dall’hotel e nel giro di mezz’ora noi – assolutamente ignari di come si sarebbe svolta la gita – ci siamo ritrovati sulla spiaggia, con le scarpe da trekking in un sacco della spazzatura, circondati da una manciata di altre persone (attrezzati con costume da bagno e sandali da mare, loro!), a sfidare le onde immersi fino al bacino per raggiungere il motoscafo che ci avrebbe portato alla ricerca di delfini e balene. Ed evidentemente era il periodo giusto, perché ne abbiamo avvistati un sacco. Vedere questi pachidermi del mare emergere, spiccare salti e abbandonarsi mollemente al mare spruzzando acqua a pochi metri dal motoscafo è incredibile e a tratti preoccupante. Animali giganteschi, ma aggraziati e “dolci” del loro muoversi all’unisono con i loro cuccioli.
Dopo più di un’ora di motoscafo abbiamo raggiunto finalmente Corcovado. Famoso in particolare per la presenza del tapiro di Baird e per la densità di felini, il parco è quasi interamente foresta primaria, intatta, incontaminata dalla presenza umana. Foresta primaria significa che non è mai stata tagliata dall’uomo: gli alberi sono nati cresciuti e morti nel caos, in un tempo senza tempo scandito solo dagli eventi atmosferici. Foresta, come diecimila anni fa. Dove noi ci siamo addentrati (con una guida) per avvistare svariate scimmie, molti pipistrelli ed uccelli, tra cui l’Ara Scarlatta, e soprattutto per godere di quel senso di selvaggio. Naturalmente tapiri e giaguari se ne sono rimasti rintanati per benino nella vegetazione. La spiaggia pigra invasa da granchietti come sassolini che rotolano all’unisono con la risacca.

Raggiungere lo sperduto parco di Corcovado vale indubbiamente la pena: selvaggio, isolato, un incredibile angolo di natura vergine da proteggere.


:::::::Info pratiche:::::::
Zona: provincia di Puntarenas
Lodge: Costa Verde (Manuel Antonio) e Villas Rio Mar (Playa Dominical)
Attività:
Bagno nel pacifico con regressione ad anni 4. Fatto. Voto 9/10
Prendere per il culo le iguane per il loro sculettare. Fatto. Voto 7/10.
Stare sulla punta del motoscafo per fare il figo e poi sbriciolarsi l’osso sacro a causa dei mille salti sulle onde. Fatto. Voto 2/10
Stare in mezzo a balene che saltano. Fatto. Voto 9/10
Essere spruzzati dalle balene. Non Fatto. Peccato.
Inutile cerca del tapiro di Baird. Fatto. Voto: 3/10
Parlare dei massimi sistemi con pipistrello. Fatto. Voto 8/10. Il pipistrello dormiva.
Indice di fastidio umanità: 7 JarJar. Manuel Antonio troppo affollato. 1 JarJar Corcovado.
Indice di fastidio fauna: 1 JarJar. Adorabile fauna, come sempre.
Indice di piovosità: 1 Giuliacci. Incredibile sole, tranne un temporale durante il bagno nel pacifico
Indice di fatica: 0,2 Cherro Chato.

Gudu’s Pura Vida Experience – Part three: di vegetazione e nebbia

Tratto da www.travelgudu.wordpress.com, il blog di Viaggio scritto a 4 mani da me e la Virgi.

Con le scarpe ancora infangate dal Cerro Chato, il nuovo giorno ci riporta in auto a precorrere i poco più di 100 km che ci separano da Monteverde. O per meglio dire dal “Bosque Nuboso Monteverde”. Non so cosa stia capitando nella vostra testa, ma bosque nuboso nella nostra di testa accende immediatamente l’immagine della foresta tropicale, quella con le liane, magari pure con Tarzan.


In effetti, il Bosque Nuboso Monteverde è proprio così: un intrico verde alto decine di metri, aggrovigliato, ombroso, e l’umidità che trasuda dagli alberi è tale da creare una perenne nebbiolina. Per contro, la temperatura non è troppo alta. Grazie all’ombra, alla frescura e all’altitudine (si raggiungono i 1460 m), la temperatura è tra il gradevole diurno e il frizzantino serale/mattutino.
Abbiamo dedicato all’esplorazione del parco un pomeriggio, un giorno ed una notte. Purtroppo, a causa delle piogge alcuni sentieri non erano agibili, ma noi naturalmente non ci siamo lasciati scoraggiare. Muniti delle preziosissime mantelline (NB. se programmate un viaggio in Costa Rica non potrete farne a meno), ci siamo lanciati nel verde. La vegetazione è straordinaria e avvolge ogni cosa; abbiamo avvistato scimmie e uccelli, non molti perché come già detto la stagione non è la più indicata e tra l’altro ci vuole un occhio d’aquila per scovare quelle matasse di pelo/piume nel verde.
Poco fuori dal parco, c’è un bar-ristorante che ha appeso agli alberi delle mangiatoie e degli abbeveratoi per i colibrì: è davvero uno spettacolo. Volano a pochi centimetri dagli spettatori, veloci come saette, volano, bevono, litigano e spariscono per tornare un istante dopo.
Il Parco organizza escursioni notturne guidate per avvistare la fauna che di notte popola la foresta nebulare. Noi ovviamente abbiamo partecipato, avvistando svariati insetti, ragni (scoprendo che le tarantole sono animali indifesi e sfigatissimi: esiste un tipo di vespa che l’attira fuori dalla tana, la paralizza pungedola e infine depone all’interno del ventre della tarantola un uovo; la larva crescerà mangiando a poco a poco il ragno ancora vivo, finché non sarà pronta per la metamorfosi… terrificante) e pipistrelli. A questo punto probabilmente dovete sapere che i pipistrelli sono animali per noi amatissimi e quindi – pur non avendo avvistato anfibi né il giaguaro – siamo stati ampiamente ripagati. I pipistrelli sfruttano di notte gli stessi abbeveratoi usati dai colibrì, offrendo uno spettacolo ancora più magico seduto nell’oscurità della foresta. Sì, perché se la foresta è piuttosto ombrosa già durante il giorno, di notte il buio è buio per davvero. Spegnere le torce e restare in ascolto di un rumore prodotto da non si sa quale animale nella foresta è allo stesso tempo un brivido di curiosità e di paura.




A Monteverde il suolo è (anche) ricco di piantagioni di caffè; noi siamo capitati alla Finca La Bella Tica, dove siamo stati accolti inattesi da una ragazza e una signora anziana piuttosto stupite di vederci, tra un temporale e l’altro. Abbiamo acquistato caffè da riportare a tutti i caffeinomani italiani – prima tra tutti la sottoscritta. Abbiamo “bevuto” Costa Rica per settimane a casa, ogni tazzina colma di ricordi e di un pizzico di nostalgia.
La ciliegina sulla torta della nostra permanenza a Monteverde è stato, senza dubbio, il Trapp Family Lodge, un lodge di montagna confortevole e accogliente, dove sorseggiare gin tonic mentre “fuori il vento flagella alberi e bradipi”.
:::::::Info pratiche:::::::
Zona: provincia di Puntarenas
Lodge: Trapp Family Lodge
Attività:
Escursione al Bosque Nuboso Monteverde. Fatto in lungo e largo. Voto 8/10
Stare in mezzo a decine di colibrì pazzi. Fatto. Voto 9/10.
Stare al buio in mezzo a decine di pipistrelli pazzi. Fatto. Voto 10/10
Gin Tonic vista foresta. Fatto. Voto: 9/10
Cena con odiatissima musica latin-jazz. Fatto. Voto: 3/10
Guidare ancora come pazzi il fuoristrada su sterrato. Fatto. Voto: 9/10
Parlare dei massimi sistemi con una tarantola dopo averla stanata con un rametto. Fatto. Voto 8/10. Tarantola mediamente scazzata.
Indice di fastidio umanità: 1 JarJar. Record in positivo.
Indice di fastidio fauna: 1 JarJar. Adorabile fauna.
Indice di piovosità: 5 Giuliacci. Pioggia, vento, pioggia, vento, …
Indice di fatica: 0,2 Cherro Chato.





Gudu’s Pura Vida Experience – Part two: di vulcani e fango

Tratto da www.travelgudu.wordpress.com, il blog di Viaggio scritto a 4 mani da me e la Virgi.

Dopo la splendida esperienza di Tortuguero, con la nidificazione delle tartarughe verdi, ci lasciamo alle spalle i turisti e siamo sul nostro fuoristrada Daewoo Bego diretti verso La Fortuna.
La strada scorre regolare, senza molto traffico, il paesaggio cambia progressivamente, ci lasciamo alle spalle i campi di banani e ci avviciniamo alle foreste. Raggiungiamo il nostro Lodge, l’Arenal Country Inn, verso sera. Il lodge si presenta silenzioso e vuoto, con un certo senso di abbandono, memore forse della fortuna (o di una La Fortuna) di altri tempi (o di altre stagioni turistiche); offre pochi servizi (no lavanderia – che invece avrebbe fatto comodo considerata la giornata successiva – no ristorante, no bar).
La Fortuna è una piccola cittadina praticamente senza illuminazione notturna e anche lei, come il lodge, un po’ sottotono. Forse a febbraio-marzo c’è un brulicare di vita, non saprei, ma certo è che ad agosto l’ambiente è piuttosto sonnolento e deserto. La cittadina non offre molte opzioni gastronomiche. Un po’ indecisi sul da farsi, ci lasciamo consigliare da google maps e raggiungiamo così il Soda Viquez. Cos’è un soda? In Costa Rica i soda sono piccoli ristorantini, in genere a conduzione familiare, che offrono cibo semplice (casado) a cifre più che abbordabili. Il “nostro” soda è piccolo ma arioso, con una sala da pranzo a mo’ di veranda aperta sulla strada, pareti luminose e semplici tavolini pronti ad accogliere i clienti. Che, per la verità, sono parecchi pur se fuori stagione. E’ gestito da due ragazze gentili e disponibili; potrete ordinare tre versioni di casado (carne, pesce o vegetariano) e riceverete un piatto stracolmo di cibo salutare, riso, verdure. Ordinate insieme un batido (frullato di frutta fresca), ed il gioco è fatto: siete dei ticos.
Dopo esserci rifocillati, facciamo quattro passi ma presto decidiamo di tornarcene al lodge. L’indomani ci aspetta un’avventura.
L’avventura, per la verità, è stata molto più tosta e strenua dell’atteso. L’avventura che ci eravamo prefissati era il trekking del Cerro Chato, per giungere al lago che occupa il cratere del vulcano. Lonely Planet, nostro fedele compagno di viaggio, recita (e sono andata a rileggermelo, che forse ero stata io a sottostimare l’impresa?):  “Il Sendero Cerro Chato, la passeggiata più bella e interessante del parco [omissis] serpeggia tra i pascoli prima di salire piuttosto ripidamente tra ciò che resta di antiche foreste e macchie di vegetazione vergine sullo sfondo del cielo brumoso”. Piuttosto ripidamente? Sì, forse un po’ ho sottostimato io, ma 8 km nel fango salendo appesi a corde (e attenti a non sfiorare la vegetazione, che in Costa Rica una delle primissime cose che ti vengono dette è che non devi toccare nulla che buona parte di ciò che ti circonda è velenoso!) io l’avrei descritto diversamente…
Ma andiamo per gradi, partiamo dall’inizio. Ci svegliamo presto, ci dirigiamo all’Arenal Observatory Lodge da dove parte il Sendero, molliamo la macchina e partiamo, caldi-duri-e-puri come solo i veri viaggiatori possono essere. La partenza è soft: terreno regolare, salita dolce, bei paesaggi. Illusione: ben presto l’habitat intorno a noi cambia, la foresta si infittisce, il terreno è fangoso e sconnesso. Poco più in là, inizia la salita, o per meglio dire, l’arrampicata: terreno fangoso fino alle ginocchia, pendii scoscesi su cui issarsi a forza di braccia e gambe e muscoli di cui fino a quel momento avevo sempre ignorato l’esistenza, reggendosi a corde marce. Avventuroso, fico, molto fico; all’inizio almeno. Poi la fatica ha avuto il sopravvento. Credo di aver fatto gli ultimi 500 m scongiurando la morte per sfinimento ad ogni passo; Leo se l’è cavata molto meglio, del resto dei due è lui quello atletico.




Però: giunti in cima, vi ritroviamo avvolti dalla bruma sulle strette sponde di un laghetto vulcanico. Un paesaggio sospeso, impressionante, solitario e bello. Ci sediamo in bilico su un tronco caduto e restiamo per un po’ a riprendere fiato e ad osservare questo angolo selvaggio. Accanto a noi una raganella marroncina ci osserva.


E poi ripartiamo per tornare a valle. La discesa è ardua tanto quanto la salita. Scivoliamo, ci imbrattiamo di fango, ma alla fine arriviamo all’auto con l’apparato osteoarticolare integro. Dolorante, ma integro. Ce ne torniamo al lodge, ci tuffiamo sotto la doccia e ci asciughiamo con i perennemente umidi asciugamani costaricensi (il tasso di umidità in pieno agosto supera il 90%) e ci trasciniamo al nostro amato sodaper la cena. Vi ricordate che ho detto che mancava la lavanderia? La sera si è infatti conclusa con me che interpreto la bella lavanderina nel tentativo di ripulire dal fango la nostra tenuta da trekking. Sappiate, qualora vi trovaste in stato di necessità, che in Costa Rica esistono i mini super, dei minimarket super-forniti di ogni cosa. Tra cui, magno gaudio, saponette Vanish che lavano via la fanghiglia del Cerro Chato.



:::::::Info pratiche:::::::
Zona: provincia di Alajuela
Lodge: Arenal Country Inn
Attività:
Escursione Cherro Chato. Fatto. Voto:9/10
Escursione Vulcano Arenal. Non Fatto.
Cena al Soda. Fatto. Voto: 8/10
Lavare i panni nel micro-lavandino del lodge. Fatto. Voto: 4/10
Guidare come pazzi il fuoristrada su sterrato. Fatto. Voto: 9/10
Parlare dei massimi sistemi con una Rana. Fatto. Voto 8/10. Anche rana soddisfatta.
Indice di fastidio umanità: 2 JarJar. Record in positivo.
Indice di fastidio fauna: 3 JarJar. Perché comunque sti ragni velenosi ovunque rompono un po’ le balle.
Indice di piovosità: 3 Giuliacci. Miracolo, non abbiamo preso piovaschi.
Indice di fatica: 1 Cherro Chato. Da ora diventa unità di misura.

venerdì 21 luglio 2017

Gudu’s Pura Vida Experience – part one: di carapaci e sabbia

A partire da oggi, i resoconti di viaggio miei della Virgi saranno pubblicati su questo blog:

Travel Gudu Blog
Io mi limiterò a copiarli anche qui per tenerne traccia.

Invece io miei pensieri e le mie recensioni continuerò ovviamente a pubblicarle qui. Ma bando alle ciance. In questo posto si parla del nostro viaggio in Costarica.

Da qualche parte bisogna pur iniziare. E dopo aver a lungo elucubrato, abbiamo deciso per il Costa Rica. Parliamo di appena un anno fa. Parliamo di un viaggio avventuroso, vario, dinamico, intenso, umido, gastronomicamente monotono, kilometrico. Partiamo subito specificando una cosa: agosto NON è il mese giusto per andarci. Pioverà a dirotto almeno (NB almeno) una volta al giorno. Il clima rende meno probabili gli avvistamenti di animali. Ma: è la stagione della nidificazione delle tartarughe versi sulla costa orientale. Anche solo per quello, a nostro avviso, ne vale la pena.

Il nostro viaggio è iniziato con un assurdamente lungo e frammentario volo aereo, che, tramite Francoforte e Panama, dopo circa 15 ore spese in aria e circa 6 spese in aeroporto, ci ha portati ad atterrare San Josè. Il viaggio è stato organizzato tramite l’agenzia di colei che oramai è un’amica, Zalun Viaggi, e tramite il tour operator Etnia Viaggi.
Dopo un primo pernottamento a San Josè, la mattina successiva ci hanno caricati su un pullman per portarci a Tortuguero.
Un pullman.
Pieno. Zeppo. Di. Turisti.
Bastasse quello. No, invece. Un cordiale spumeggiante amigo con un microfono che, al ritmo di “So my friends…” ha scandito ogni minuto dell’interminabile trasferimento fino alla spiaggia, dove finalmente ci siamo imbarcati per raggiungere il lodge nel cuore dei canali del Parque Nacional Tortuguero.



L’Evergreen Lodge sta proprio sulle rive dei canali di Tortuguero, con tanti piccoli bungalow in mezzo alla foresta, con percorsi sospesi su passerelle di legno. Anche qui, un sacco di turisti, purtroppo. Le attività nel lodge erano sostanzialmente organizzate a gruppi: escursioni a piedi, escursioni in barca, visita al villaggio di Tortuguero; e poi attività facoltative, tipo il canopy tour (ovvero percorsi sugli alberi, con liane e piattaforme, sospesi a parecchi a metri di altezza – insomma, ad altezza bradipo), il noleggio di canoe, e ultimo ma non ultimo: l’escursione notturna per assistere alla deposizione delle uova delle tartarughe.

Partiamo che è già buio, con la barca raggiungiamo il villaggio di Tortuguero e da lì, a piedi, al buio, la strada illuminata dalle torce elettriche, ci avviciniamo alla spiaggia.
I rangers vanno in avanscoperta e ci fanno accedere alla spiaggia solo quando la tartaruga ha ormai raggiunto la posizione prescelta (assolutamente non bisogna trovarsi tra mare+tartaruga e futuro nido per non scoraggiare la testuggine). Ci avviciniamo piano, in silenzio, camminando nella luce rossa della torcia del ranger. Ad un certo punto, è lì, a pochi centimetri da noi: un grosso guscio nella sabbia scura, con le pinne scava e scava, fino a che è soddisfatta. E allora depone le uova, decine e decine. E noi lì, così vicini da poterla toccare. E mentre siamo incantati ad osservare la meraviglia della natura, ecco che un’altra tartaruga di cui non ci eravamo accorti sbuca fuori da un anfratto. E’ incredibile. Ci accovacciamo lì accanto. Indescrivibile. Poi il lento e stanco ritorno al mare, le tracce pesanti sulla sabbia, le onde che lambiscono il carapace fino a trascinarlo con sé.

Se un’esperienza vale un viaggio, questa sicuramente lo è valso.



La natura a Tortuguero è rigogliosa e prepotente. La mattina le scimmie ci svegliano lanciando qualcosa (frutti? escrementi? in fondo non vogliamo saperlo) sul tetto della nostra capanna. Granchi incredibilmente blu e arancioni brulicano nella palude. Per non parlare degli anfibi e degli uccelli. Noi partecipiamo alle attività organizzate, che per la verità ci piacciono e non ci piacciono (siamo orsi, in fondo), e poi decidiamo di inoltrarci nella foresta per conto nostro. Proprio al fondo della passerella che porta al nostro bungalow, inizia un percorso a piedi e noi, muniti di stivali partiamo. Ovviamente piove. Un cane un po’ vecchiotto, custode del lodge e degli ospiti, ci accompagna. Pare di essere in una scena di Jurassic Park, ve lo ricordate? Pioggia e vegetazione e fango ovunque; due figure con stivali e mantelline che goffamente si fanno strada nell’ignoto. Spavaldi, coraggiosi.
Anche se, a dire il vero, il nostro “coraggio” è stato presto mutilato e, col fango ed il pantano che tentavano di risucchiare i nostri stivali, in mezzo a ponticelli di legno marci, siamo stati costretti a ritornare alla base.







A Tortuguero ci siamo fermati per tre notti, al termine delle quali siamo (purtroppo) risaliti sul popolosissimo pullman cullati da “So my friends”, diretti a Guapiles dove – finalmente – è iniziata la nostra avventura in solitaria.

:::::::Info pratiche:::::::

Zona: Costa Orientale
Lodge: Evergreen
Attività:
Safari fotografico a piedi. Fatto. Voto:5/10
Safari in barca all’alba. Fatto. Voto: 6/10
Canopy tour. Fatto. Voto: 6,5/10
Visita del villaggio di Tortuguero. Fatto. Voto: 4/10
(breve) Safari in solitaria sotto la pioggia stile Jurassic Park. Fatto. Voto: 7/10
Noleggio canoa. Non fatto.
Turtle nesting. Fatto. Voto: 10/10.
Indice di fastidio umanità: 7 JarJar.
Indice di fastidio fauna: 3 JarJar (ste scimmie mattiniere un po’ rompevano).
Indice di piovosità: 5 Giuliacci.

mercoledì 7 giugno 2017

The Gudu's Normandy Experience

Quest'anno, il 4 aprile, ho compiuto 40 anni.
Come regalo di compleanno, Virginia mi ha portato 4 giorni in Normandia nella zona del Calvados per visitare la zona, ma soprattutto per visitare Mont Saint Michel, luogo che da sempre volevo visitare.
Ovviamente è stato tutto una sorpresa.
La sera prima della partenza mi ha dato un biglietto con su scritto "Nizza" ed il giorno dopo siamo partiti in auto per andare a Nizza... però invece di visitare Nizza o proseguire con l'auto, ci siamo fermati all'aeroporto per prendere, a sorpresa, l'aereo per Parigi (secondo biglietto).
Poi, invece di fermarci a Parigi, abbiamo affittato un'auto e così mi sono ritrovato sulle strade francesi in direzione (terzo biglietto) di Rouen.
Nonostante io non ami molto i francesi, letteralmente adoro la Francia... la sua natura, le sue millemila architetture, il cibo, il vino e l'atmosfera che ivi regna.
Dopo pochi chilometri di auto sulle strade normali della Normandia (abbiamo evitato le autostrade per evitare gli ingorghi pasquali e per goderci il panorama), ho subito capito che la Normandia era un luogo molto particolare. Sembrava di essere tornati indietro nel tempo. Tutte le architetture erano ancora tradizionali, c'era inoltre tantissima natura con tantissimi allevamenti e zone rurali.
Uno spettacolo per gli occhi e per il cuore.
Siamo arrivati alla sera a Rouen e, dopo aver scaricato i bagagli in albergo, siano andati a visitare la famosa cattedrale ovviamente bellissima, ma sicuramente non il pezzo forte della cittadina.


Dopo la cattedrale ci siamo avventurati nei vicoli fermandoci prima per un aperitivo e poi per un'ottima cena in un ristorante tipico. Il pezzo forte di questa cittadina (ed avrei scoperto anche delle altre) non erano tanto le grandi opere (che erano comunque stupende) quanto le cittadine stesse. Borghi rimasti immobili nel tempo con architetture, colori ed atmosfere bellissime ed originali. Era sufficiente passeggiare nelle strette vie in mezzo alle case in pietra, ai glicini che si inerpicavano sui muri, ai coloratissimi serramenti per sentirsi più rilassati e riempirsi gli occhi di bellezza.


La mattina del giorno seguente abbiamo visitato con spirito mattiniero il resto della cittadina riempiendoci gli occhi di quelle belle atmosfere.








La stessa mattina abbiamo fatto la nostra prima scoperta del viaggio: "The yellow corner".
The yellow corner è una piccola catena di gallerie d'arte dedicate alle stampe di grandi fotografi.
Ce ne sono una decina circa in tutto il mondo e propongono stampe (grandi e piccole) incise ad altissima definizione direttamente su plexiglas ed in incorniciate con legni in tinte naturali.
Ci siamo innamorati di decine di foto. Vedere le foto così grandi e definite aiuta a capire la differenza fra la vera fotografia e le minchiatelle che al giorno d'oggi tutti pensano di essere in grado di fare. Alla fine siamo usciti dalla galleria con una stampa bella grossa di uno scorcio di Giappone, dubbiosi su come avremmo fatto a caricarla in aereo.
Nella tarda mattinata siamo partiti verso la seconda meta.
Per il pranzo abbiamo fatto la nostra seconda scoperta durante una sosta in un pittoresco localino. Il suddetto localino aveva come specialità un piatto tipico che sembrava un mix fra una pizza ed una crepe, ma che al gusto rivelava un'identità propria e per niente spiacevole; il nome del piatto era "Galette Bretonne". Era già il mio secondo giorno nella zona del Calvados senza averne assaggiato neanche un po'; a fine pasto avevo accumulato però già troppo alcol in corpo per aggiungere super-alcolici e così anche quest pasto finì nello stesso modo: vino, tanto vino locale, si grazie... calvados... sono spiacente non ce la faccio più... chevvvvvvergogna.
A pranzo ho potuto aprire un altro bigliettino che diceva "Mont Saint Michel".
Leggendolo ho provato quasi timore, dopo anni passati a pensare a quel luogo ora l'avrei visitato.

Dopo un lungo, ma piacevolissimo percorso fra fiori di colza, piccole foreste e pascoli, siamo arrivati a Mont Saint Michel.
La Virgi aveva prenotato una stanza nell'hotel di fronte all'isola, quindi avevamo il pass per entrare nell'abitato ed in 15 minuti a piedi saremmo poi potuti arrivare sul posto.
Mont Saint Michel è un luogo davvero impressionante: appare improvvisamente come se prima fosse velato da un'incantesimo anche se tutto attorno non ci sono teoricamente ostacoli alla vista... un attimo prima c'è solo erba e l'attimo dopo l'isola appare imponente di fronte agli occhi.


Una breve pausa per posare i bagagli (e la stampa) in camera (camera super-deluxe con vista isola) e poi siamo usciti per la nostra prima visita.
Un freddo del cazzo!
Il vento ci colpiva in modo innaturale da tutti i lati ed, aiutato dall'umidità, si insinuava fin nelle ossa. Fummo costretti a riparare in un negozio in cerca di un berretto di lana ed in questa occasione facemmo la nostra terza scoperta: Saint James.
Saint James è un produttore di vestiti in stile "old normandy" rigorosamente made in France... a dir poco adorabile... a dir poco inarrivabile come prezzi... ma non potei esimermi di comprare un berretto di lana della suddetta marca.
Una volta munito di berretto, potevo finalmente affrontare il percorso che mi separava da Mont Saint Michel. Per arrivare all'ingresso bisognava camminare su di una passerella... sotto alla passerella c'era la sabbia od il mare... a seconda dalle maree.



La cosa che davvero impressiona di Mont Saint Michel è che stava nel mezzo del niente... un niente infinito... infinito come il mare. Solo sabbia e cielo fino a dove gli occhi potevano arrivare... un mare vuoto... un mare prosciugato. Poi improvvisamente ecco apparire l'acqua a riempire con una marcia inesorabile quell'immenso vuoto... e poi solo più il mare... con le onde, i gabbiani e l'odore di salsedine. E' una cosa difficile da descrivere... perché bisogna proprio vederlo: alla sera la rocca era circondata dal nulla... quasi lugubre... quasi pervasa sa un senso di ansia da vuoto... e poi fra sera e mattina il mare placido è arrivato ed ha e portato con se il suo spirito ed il suo respiro... e tutto il mattino successivo non sembrava più lo stesso.
Il mare era l'invitato che cambiava la festa, che la creava, che la portava. E' venuto ed ha reso tutto diverso e festoso per poi ritirarsi di nuovo come se niente fosse e lo spazio vuoto lasciato di nuovo a creare un senso di vuoto e solitudine.





Mont Saint Michel è una rocca bellissima e l'interno del monastero è spettacolare, e che dire del vecchio cimitero... un gioiello. Però il vero protagonista è il mare.
Il momento migliore per visitare Mont Saint Michel è la mattina presto... quando bar, negozi e ristoranti sono ancora chiusi. In quel momento sono quasi assenti i turisti ed in giro ci sono solo i pellegrini che si liberano dalla stanchezza della camminata precedente ed assaporano il piacere di stare un giorno senza zaino in spalla. In quei momenti si gode la vera atmosfera della rocca. E poi  dopo un giro quasi in solitudine è pittoresco fare tappa nell'unico bar aperto a quell'ora per una colazione a menù fisso.







Ultima cosa di cui voglio parlare sono i pellegrini: esistono sul serio... e sono pure tanti.
Sono arrivati alla sera quando il sole era ormai sparito dal cielo, lenti nelle loro camminate, carichi dei loro zaini e con quegli sguardi... troppo stanchi per esultare e troppo soddisfatti per non sorridere guardando l'ingresso alla cittadella. Bisogna vederli per capire l'effetto che fa.
Dopo una romantica serata (con cena deluxe) ed una frizzante mattinata, siamo ripartiti in direzione Chartres (altro bigliettino).
Chartres mi ha lasciato di stucco con i suoi parchi, l'acqua tanto presente da ricordare Venezia (ma più pulita e meglio tenuta).







Abbiamo soggiornato in un piccolo e particolarissimo B&B dall'atmosfera davvero particolare proprio in centro. Abbiamo avuto la fortuna di capitare in paese nel periodo degli spettacoli di luce.
Alla sera tutti i maggiori monumenti erano illuminati con proiezioni create ad hoc per valorizzare i monumenti. E' stato davvero bellissimo. Passeggiavamo nel semibui delle viuzze in silenzio per poi fermarci di fronte a questi spettacoli che davvero valorizzavano angoli e costruzioni. Nonostante il freddo intenso, siamo rimasti in giro fino a tardi per goderci questa esperienza.
Il giorno dopo abbiamo visitato i vari angoli del borgo stupendoci ad ogni passo per la bellezza di ogni scorcio.



Tutto il viaggio è stato una grande sorpresa... luoghi bellissimi che sembravano non essere stati sfiorati dal tempo, atmosfere uniche ed un senso di bellezza costantemente presente.
Ottime cene ed ottimi vini (anche se secondo me il Nord della Francia si è dimostrato enogastronomicamente inferiore al Sud).

La sera prima di tornare a casa ho potuto leggere il biglietto con l'ultima meta: "Casa"... una casa speciale perché è la nostra ed il viaggio più bello è quello che ci fa fare il giro di mille mondi per poi riportarci a casa... dove la magia non la fanno i luoghi, ma la facciamo noi.