venerdì 21 aprile 2017

Sul perchè mio padre è un eroe

Io scrivo sul mio blog spesso sperando di poter dare informazioni utili da un punto di vista diverso e personale; In questi casi provo nel mio piccolo a pubblicizzare i miei post sui social ed ai miei amici.

Altre volte scrivo solo per me, perché sento il bisogno di mettere per iscritto quello che penso… di fermare il mio pensiero da qualche parte. In quel caso è sufficiente non pubblicizzare il post e nessuno lo leggerà lasciandolo in rete solo per me o per qualche avventore guidato solo dal destino e quindi destinato a leggere le mie parole.
Questo è uno di quei casi.

Voglio scrivere del fatto che mio padre è uno dei miei eroi.

Ci sono mille motivi per cui lo è, ma io mi dilungherò a parlare solo di uno di questi, gli altri li citerò appena.

Fra gli alti motivi c’è il fatto che mio padre è sempre stato onesto. Un artigiano onesto e mite che infatti, mentre gli altri si facevano i soldi, ha vissuto una vita modesta (che fa rima con onesta).
Ma non parlerò di questo.

Un artigiano che per lungo tempo si è preso sulle spalle la responsabilità di dare sostentamento, oltre che alla nostra famiglia, ad un ampio raggio di parentame… facendo sacrifici e rinunce personali… sempre da solo e spesso ostacolato ed ostracizzato.
Non sarà stato perfetto di sicuro, ma il culo se lo è sempre spaccato per garantire a tutti il massimo che poteva… non un cane che gli abbia detto “grazie” od anche solo “capisco quello che stai provando a fare”, ma lui ha continuato lo stesso finché ha potuto.
Ma non parlerò di questo.

E’ sempre stata una persona che ha condiviso con gli altri il poco che aveva, in ambito umano, lavorativo ed economico… aiutando spesso perfino i concorrenti sul lavoro e/o cercando di fare squadra… prendendolo sempre nel culo da dei grossi figli di puttana (che sono la maggior-parte della gente al giorno d’oggi), personaggi che si sono approfittati in ogni modo della sua voglia/idea di “migliorare tutti insieme per vivere meglio ed in armonia”.
Ma non parlerò di questo.

Non ha mai smesso di aiutare gli altri, col proprio lavoro e con i pochi soldi che aveva… dal dare soldi a persone in difficoltà, all’aiutarle a rimettersi in piedi, ad aiutare persone colpite da calamità a ricostruire cose e vite distrutte.
Non ha mai chiesto e ricevuto neanche un grazie per questo, lui ha continuato e sono convinto che continuerà finché morirà ed andrà in un posto dove sicuramente lo apprezzeranno di più.
Ma non parlerò di questo.

E’ sempre stato un uomo dall’onore così alto da poter essere un samurai. Quando avrebbe potuto chiedere una meritata pensione di invalidità, l’ha rifiutata perché non la riteneva onorevole… e noi poveri italioti medi (io compreso) a pensare che era scemo perché lo stato è ladro e lui ha passato la vita a versare tasse per far fare la bella vita a dei politici di merda. Ma lui, come un samurai, ha fatto le cose per la sua anima ed onore e non per il suo portafogli. Anche in questo caso qualcuno più in gamba di noi gli renderà merito quando sarà il momento.
Ma non voglio parlare di questo.

Ha fatto, insieme a mia madre, infiniti sacrifici per mantenermi all’università come un pascià, come se fossimo benestanti… anni dove io invece di studiare pensavo a ubriacarmi, farmi le canne, suonare la chitarra e provare a separare le ragazze dalle loro mutandine.
E poi quando, dopo tutti questi sacrifici, gli ho detto che volevo smettere di fare il progettista e vendere case, mi ha detto “Se è questo che vuoi fare, sono con te”… e poi quando sono “andato del culo” e lui stesso ha dovuto rimetterci parte dei risparmi per togliermi dalla merda, non mi ha detto manco qualcosa tipo “birichino” (dove io al suo posto mi avrei appeso per le balle al balcone), ma anzi mi ha fatto forza per rimettermi in piedi.
Ma non voglio parlare manco di questo cazzarola.

Io voglio parlare di questo:

Quando aveva circa 40 anni gli hanno tolto la patente perché non vedeva più un cazzo.
Lui ha detto “Non mi arrendo, la riprenderò”.
Ha continuato a lavorare e vivere con tutti gli intoppi e limitazioni del caso ed intanto cercava medici, cure, procedure per riavere la patente.
Intorno ai 45 anni la sera nei posti bui lo si doveva accompagnare a braccetto perché non vedeva proprio più un cazzo… ma lui continuava a lavorare… faceva i preventivi e tagliava i pezzi di legno usando una lente di ingrandimento… rifiuto della pensione di invalidità e nessun cambiamento nei suoi principi di vita… e diceva “Non mi arrendo”.
Nel corso degli anni ha usato quasi tutte le sue risorse per trovare una soluzione. Tutto pagato privatamente, lo stato lo cagava solo per chiedergli le tasse… tutto da solo (a parte mia madre) perchè la gente c’era per lui solo quando bisognava prendere (io non escluso).
Tutti a dirgli di lasciare perdere, magari a sfotterlo, a dirgli che l’unico modo per avere qualche possibilità era essere ricchi e corrompere qualcuno od andare a prendere la patente in Romani. Tutti eravamo quasi infastiditi dal suo non mollare.
Quest’anno… 27 anni dopo… si è ripreso la sua patente.
Per 27 anni non ha mail smesso di agire (non si è limitato a sperare, agiva) per riavere la patente… per 27 anni non ha mai mollato… mai, mai, mai.
Ed adesso ha la patente ed io non ho bisogno di leggere il libro di Steve Jobs per sapere che nella vita la volontà è tutto… una persona che senza bisogno di armi, guerre o imprese si è conquistato il mondo.


Nel film “Batman Begin” il maestro grida a  Bruce Waine durante un allenamento “L’addestramento è nulla, la volontà è tutto!”… è la mia frase preferita in assoluto di ogni film ed ogni libro che abbia mai letto… mio padre mi ha insegnato che è proprio così.

domenica 2 aprile 2017

La Tartaruga Rossa

Chi ha mai letto qualcosa inerente la psicologia contemporanea o anche di alcune teorie del vastissimo ed eterogeneo campo del miglioramento personale ha già sicuramente sentito parlare dei sistemi di comunicazione istintivi e/o subconsci.
Per dirla in modo grossolano ed ignorante, si tratta di far pervenire al cervello (o all'anima dicono alcune teorie) un messaggio, addirittura una teoria o più semplicemente ancora una verità... il tutto senza spiegazioni, ma semplicemente stimolando le parti più profonde dell'essere umano mediante immagini, suoni, racconti.

Senza dubbio la Tartaruga Rossa vuole inviarci un "Qualcosa" proprio in questo modo intuitivo, mediante una poetica così intensa da penetrare i vari strati del conscio e comunicare direttamente con le nostre parti più profonde. Una poetica forte ed intensa, ma anche così delicata da disattivare ogni nostra difesa.

Siccome io non credo assolutamente nell'uguaglianza, perché col cazzo che siamo tutti uguali, sono dell'idea che questo non è un film per tutti.
Non parlo di cultura del singolo o di gusti... parlo di "apertura".
Proprio perché si parla di comunicazione intuitiva il messaggio può arrivare all'analfabeta come all'iper-colto, può arrivare al letterato come allo studioso di fisica quantistica, all'amante di Mozart come al fan di Liga-fucking-bue... e può arrivare a gente di tutte le lingue poiché non c'è nemmeno un dialogo.
Però... però... però... ci vuole la giusta disposizione d'animo: bisogna sedersi davanti allo schermo lasciando la mente libera di assorbire il film, osservandolo senza giudizio e con la mente libera.

La Tartaruga Rossa è un film semplice e struggente; con un capo ed una coda che si uniscono in un "cerchio esistenziale", ma anche surrealista e quasi non-sense.
La storia più semplice del mondo che forse è la vera storia dell'essere umano ridimensionata alla sua effettiva sfera di appartenenza.
L'essere umano è grande e plasmatore, ma al contempo è nulla nell'immensità del creato e finalmente torna a far parte del ciclo naturale delle cose.
Anche la Natura con la "N" maiuscola torna ad essere quello che profondamente è... si piega spesso all'uomo, ma al contempo lo sovrasta e gli sopravvive.
Ma in questo film Uomo e Natura diventano infinitamente piccoli di fronte all'Esistenza che li ingloba entrambi... quell'Esistenza che è legge universale inviolabile ed immutabile... comprensibile solo se la si guarda nella sua interezza e quindi incomprensibile didatticamente, ma comprensibile con lo spirito mediante un messaggio di poesia.
L'Uomo e la Natura tornano ad essere amanti, sposi, uniti come parte di qualcosa di più grande.

C'è un film che amo molto: L'ultimo Samurai con Tom Cruise.
In questo film il capo dei samurai Katsumoto dice: "Il fiore perfetto è cosa rara. Se si trascorresse la vita a cercarne uno, non sarebbe una vita sprecata" e poi quando sta morendo sul campo di battaglia vede i fiori di un ciliegio e sorride dicendo "Sono tutti perfetti". L'intuizione esistenziale figlia dell'esperienza estrema pre-morte.
Ecco! Alla fine del film, con le guance rigate della lacrime, ho pensato "...perfetto...", pensando al ciclo dell'esistenza così poeticamente descritto.
Perché il ciclo dell'esistenza è così... ed è perfetto.

La Tartaruga Rossa è per me il film d'animazione migliore degli ultimi cinque, forse 10 anni... ma forse non va inserito solo nella categoria dei film di animazione, è un'opera di insegnamento filosofico intuitivo, alla pari di alcuni grandi poemi, composizioni musicali o scritti.

Film che stupisce, commuove, insegna e riempie di bellezza.

venerdì 17 febbraio 2017

The Gudu's Singapore Lifestyle

Sono molto in ritardo nel mettere per iscritto il nostro viaggio in Costarica... attendo l'ispirazione.
Intanto ho deciso di raccontare "a caldo" la nostra gita a Singapore del febbraio 2017.

Avendo vinto, mediante concorso on line, un soggiorno per tre notti nel lussuosissimo Swiss Hotel Merchant Court di Singapore (che nome altisonante), decidemmo di partire fuori stagione e vedere com'era questa città di cui avevamo sentito parlare davvero poco.
Dovendo fare scalo a Dubai, decidemmo di fare una piccola sosta anche lì al ritorno, ma di questo parlerò in un altro post.

Siamo partiti da Milano intorno alle 10.30 con la Emirates che ha fatto l'errore fatale di inserire fra i suoi servizi "Aperitivo senza limiti di alcol"... siamo arrivati al carrello del pranzo che eravamo già sbronzissimi, questa volta soprattutto la Vigi caduta sotto i colpi di possenti Gin Tonic forniti senza avarizia dalle gentili hostess.

Sei ore di volo fra alcol e film con la missione di non addormentarci mai per entrare subito nel fuso di Singapore... scalo a Dubai di 2 ore e poi altre 7 ore di volo di nuovo con la missione questa volta di dormire a tutti i costi sempre per entrare nel fuso... missione clamorosamente fallita. Ciò nonostante, atterrammo a Singapore la mattina presto (ora locale) belli carburati. Certo... alla sera io mi addormentavo in piedi in metrò, ma tenemmo comunque duro fino alle 23.00 con un record di più di 24 ore senza dormire.

Singapore era il secondo aeroporto al mondo (dopo Tokyo) che vedevo con la moquette e come Tokyo anche questo aeroporto era pulitissimo ed in più c'era un'atmosfera accogliente dovuta alle innumerevoli piante ed a un silenzio che non avevo mai sperimentato prima in un aeroporto.
Fu semplice fare l'abbonamento ai mezzi pubblici e raggiungere la città.

Dopo un percorso in metrò (che cominciò a svelarci una città piena di verde ed estremamente varia), ci toccava una passeggiata di un chilometro circa per arrivare all'hotel.
Era domenica mattina presto e l'atmosfera era surrealisticamente calma, sembrava di essere in un paesino da 10.000 abitanti anziché in una città da più di 7.000.000.
L'atmosfera era afosa, ma ventilata... pochissime automobili... nessuna strada che non fosse viale alberato, ovunque aiuole piene di fiori e piante, tutto estremamente curato e pulito.
Dopo una breve sosta all'hotel siamo partiti subito alla conquista della città.
Come sempre, non starò a fare la cronistoria di quello che abbiamo visto, ma cercherò di descrivere in ordine sparso quello che abbiamo vissuto e le sensazioni che ci ha dato la città.

Singapore più che una città è un piccolo mondo da scoprire in ogni angolo e vivere come un viaggio dentro al viaggio.
E' stata costruita da innumerevoli etnie diverse che si sono create quartieri a loro immagine e somiglianza evitando però di isolarsi e combattersi come nel "mondo più grande", ma trovando linee comuni di civiltà.

Quartiere coloniale.
Il quartiere più occidentale della città e francamente il meno interessante.
Belle architetture in stile coloniale, atmosfera pacata e gradevole, ma nulla di più.
Nei pressi di questa zona mangiammo il nostro primo pasto Singaporese in un ristorante Birmano. Forse sbagliammo i piatti o forse ci aspettavamo troppo da questa cucina tanto pubblicizzata nelle guide.
Piatti piccanti ma piuttosto scialbi e l'orrenda "Birra Tiger" (già provata in Cina) che purtroppo ci accompagnò per quasi tutta la permanenza.
Punti Bellezza:  5 Audrey Hepburm
Punti fastidio per l'umanità: 1 Jar Jar Binks
Punti alcolici: dico solo: "Birra Tiger".



Quartiere arabo.
In questo quartiere la facevano da padroni le moschee (tutte visitabili) ed i negozi in stile arabo.
Bellissimi tappeti, vestiti in stile e soprattutto i bellissimi lampadari arabi che già avevamo imparato ad adorare in Turchia... mille sfaccettature di vetro e colore... veri capolavori.
L'atmosfera qui era piuttosto turistica, anche se di turisti non ce n'erano troppi.
Da visitare le due moschee principali con i loro ampi spazi e l'atmosfera austera tipica dei luoghi di culto musulmani.
Punti Bellezza:  5 Audrey Hepburm (per le moschee)
Punti fastidio per l'umanità: 3 Jar Jar Binks (tutti gentili, ma due palle metterci la gonna per entrare nelle moschee... pure io ho dovuto metterla)
Punti fastidio per caldo: 5 Calcifer (ah ragazzi, dove sono finiti i bei dehor arabi dei film?).





Quartiere cinese (Chinatown).
La versione più ordinata e meno affollata degli hutong che avevamo vissuto a Pechino.
Bellissimi i banchetti organizzati per il capodanno cinese ed il camion pieno di "suonatori sacri" che girava per il quartiere fermandosi ad ogni tempio.
Da vedere i templi buddhisti che sono oasi di bellezza e di pace interiore.
Da sottolineare il tempio dove è custodito il famoso dente di Buddha, anche se la massa di turisti un po' l'atmosfera la rovinava. Tempio su più piani, l'ultimo dei quali era un immenso giardino con al centro una ruota di preghiera. A colpirmi tutti i piccoli altarini votivi (si chiamano così?)... tantissimi e tutti meticolosamente curati; un po' angoscianti le riproduzioni in cera di tutti i responsabili del tempio nella storia.
Bellissime le viuzze piene di bancarelle e le caotiche architetture "alla cinese".
Punti Bellezza:  7 Audrey Hepburm (templi stupendi)
Punti fastidio per l'umanità: 2 Jar Jar Binks (solo nel tempio principale)
Punti acquisto gadget: 5 Ciapapuer (impossibile non trovare qualcosa di bello od almeno così folle da essere comprato come le etichette da bagaglio dello studio Ghibli che - naturalmente- non abbiamo potuto fare a meno di comprare.
Livello di pacchianesimo: 5 Brillantinoneidenti (se non sono un po' pacchiani, sberluccicosi ed eccessivamente dorati... allora non costruzioni sacre cinesi?).



Quartiere indiano (Little India)
Se c'è una cosa per la quale gli indiani riescono ad identificarsi ovunque vadano è la sporcizia... perfino in una delle città più pulite al mondo, riescono ad essere zozzi.
Zozzi e pacchianiiiiiiii... in confronto i tatuaggi di Lapo Elkan sono un esercizio di stile.
Col massimo rispetto, ma zero politically correct... i templi induisti che abbiamo visto sembravano costruiti dalla Chicco o da un'altra fabbrica di giocattoli plasticosi.
Una serie di statuine colorate senza sfumature che sembravano dei playmobil mutati geneticamente.
Certo in confronto a Kathmandu i templi erano puliti e la gente che sedeva a terra mangiando non stava in mezzo agli escrementi di animali... però... lo stesso zozzi.
E che dire delle vecchie vestite in modo tradizionale con i salami di grasso che uscivano ai lati del vestito... ero sopravvissuto all'era degli ombelichi lardosi all'aria dei primi 2000... ora dovevo affrontare anche gli airbag laterali delle vecchie.
Ammetto che avendo avuto spesso a che fare con gli indiani per lavoro ed essendomeli trovati in giro per il mondo durante i miei viaggi ero un po' prevenuto.
Per vincere la mia avversione verso la cultura indiana, abbiamo pranzato in un ristorante di Little India.
Sporco era sporco: i bicchieri avevano dei "lievi aloni" (come se li avessero lavati col nesquik) e gli avambracci mi rimanevano attaccati al tavolo... così per dare due dati.
Il cibo però era davvero buono. Speziato e piccante. Non avrei potuto mangiarlo quotidianamente perché erano gusti diversi da quelli a cui ero abituato, ma la qualità e la cura nella preparazione erano inequivocabilmente alti.
Purtroppo anche qui la orrenda Birra Tiger che, a differenza dell'animale che l'ha ispirata, purtroppo era tutt'altro che in via di estinzione.
Punti Bellezza:  2 Audrey Hepburm
Punti fastidio per l'umanità: 8 Jar Jar Binks (cioè... io li vedo e già mi girano i coglioni)
Livello di pacchianesimo: 10 Brillantinoneidenti (qui tocchiamo proprio i livelli massimi).



Garden by the bay
Una zona finto naturalistica come tutte le cose naturalistiche a Singapore. Sembra una critica, ma è una constatazione neutrale: prima hanno costruito come pazzi ovunque, poi si sono ricreduti ed hanno cominciato a ri-posizionare natura ovunque.
Sembra incredibile a dirsi, ma il risultato è "artificiosamente sublime".
Nell'avventura dei Garden by the bay io inglobo anche le due immense-gigantesche serre ivi comprese. In una è ricostruito praticamente un parco intero dove è piacevole camminare nonostante la folla ed ammirare ogni tipo di fiore e pianta.
Nell'altra hanno ricostruito una foresta nebulare, come quelle che avevamo visto meno di un anno prima in Costarica... ricostruzione "artificiosamente sublime". Perchè uso questo termine? Perchè i progettisti sono stati così intelligenti da non cercare mai di nascondere l'artificiosità della cosa, ma anzi di renderla palese e così la struttura della cascata è una tenso-struttura in acciaio dalla quale si dipanano anche una serie di ponti sospesi che permettono di godersi questa atmosfera molto particolare.
E che dire delle strutture che hanno reso famosa questa zona? Questi giganteschi... fiori?... in acciaio sui quali si arrampicano svariate specie di piante e che di notte si illuminano a tempo di musica in uno spettacolo davvero pittoresco.
Direi uno dei punti forti di Singapore.
Punti Bellezza:  8 Audrey Hepburm
Punti fastidio per l'umanità: 1 Jar Jar Binks.
Punti relax: 7 nuvole
Punti fastidio per freddo: 5 palle di neve (nella foresta nebulare era ricostruito anche il clima freddo ed umido... freeeeeeddo).






Marina promenade
Noi siamo stati fortunati. Siamo arrivati durante i festeggiamenti del capodanno cinese dell'anno del gallo.
Quindi oltre alle bellissime passeggiate in riva al mare, alla sera abbiano cenato alle bancarelle della festa insieme ai locali mangiando cose strane prese a caso da fracassose e profumate bancarelle. Baccano, gente che faceva festa, rideva, mangiava, inspirava ed espirava aria di festa
E dopo la "street-food cena" una bella sosta in un locale elegante in riva al mare a bere alcolici rilassati e semi-ubrachi... per poi tornare assorbendo negli occhi la versione notturna della promenade con le luci, il frastuono, ma contemporaneamente quell'atmosfera rilassata che era tipica di Singapore.
Punti Bellezza:  7 Audrey Hepburm
Punti fastidio per l'umanità: 1 Jar Jar Binks.
Punti relax: 7 nuvole
Punti alcol: 7 nebbiolini






Zona delle  Peranakan Houses.
Una zona delle zone più pazzesche della città. Sta alla pari con il quartiere anni '70 di Tokyo od il quartiere ebreo di Praga.
Un quartiere qualsiasi di Singapore, solo costruito con le architetture Peranakan... che non ho idea di cosa siano e da cosa derivino, ma sono quanto di più spettacolare io abbia mai visto in fatto di abitazioni. Belle da vedere e piene di carisma... è quasi come se emanassero una propria energia. Una zona lontana dalle norali rotte turistiche ed anche un po' difficile da raggiungere, ma ne vale la pena.
Punti Bellezza:  9 Audrey Hepburm







Giardini botanici + Orchid gardens
In assoluto il mio posto preferito di Singapore.
Una incredibile, bellissima e rilassante passeggiata in mezzo a miriadi di fiori per poi raggiungere la zona espressamente dedicata alle orchidee dove si passano ore ammirando ad ogni angolo esemplari bellissimi e pazzeschi di orchidee. Quella è la zona dove proprio mi sono lasciato prendere la mano con i souvenirs... ero talmente pieno di bellezza da doverne perfino scaricare un po' con souvenirs pacchianissimi che ho acquistato con piacere immenso.
Abbiamo anche acquistato un esemplare di orchidea raro da far crescere (o non far crescere) a casa nostra.
Vorrei dire di più, ma non saprei cosa dire. Bellezza, bellezza e basta.
Punti Bellezza:  8 Audrey Hepburm
Livello di pacchianesimo: 8 Brillantinoneidenti.
Punti acquisto gadget: 8 Ciapapuer (acquisti compulsivi).







Birrificio "Level 33"
Merita un capitolo a parte.
Immaginate di salire si du un ascensore che vi porta al 33° piano dove le porte si aprono direttamente sul micro-birrificio più alto del mondo.
Vista spettacolo, servizio di alto livello ed atmosfera inpagabile.
Ci sedemmo al tavolo e quando la cameriera chiese "Che birra vi porto?", la risposta fu ovvia: "Tutte"... fu così che ci tracannammo tutti i tipi di birra prodotti in loco.
Direi che erano tutte di alta qualità (birra Tiger fottiti!). Anche il cibo era ottimo.
Un'esperienza da fare se si va a Singapore.
Punti Bellezza:  7 Audrey Hepburm
Punti alcol: 8 nebbiolini

Questo è un po' tutto quello che abbiamo visto.
Singapore è una città bellissima. Senza paura di stancarsi, si visita bene in 3 giorni.
E' una città pulita... ne orientale, ne occidentale... un piccolo mondo a parte.
Il cibo è buono, le persone cortesi e ci sono ben due Hard rock cafè ed una succursale tarocca del Blue note.
Ci siamo divertiti e rilassati ed anche questa volta, siamo tornati a casa un po' più ricchi dentro.

venerdì 12 agosto 2016

The Gudu's China Voyage Part 4

L'ultima parte del nostro soggiorno in Cina l'abbiamo passata nella città di Yánshuò... o meglio, a zonzo nelle campagne vicine nella zona del  fiume Yùlóng.
Si tratta di una zona dalle incredibili meraviglie naturali.
Tutta la valle era costellata da centinaia di piccoli picchi montagnosi che si ergevano come aculei dalla terra. In mezzo ai picchi scorreva lento e placido il fiume.
Purtroppo negli ultimi anni quella zona era diventata una famosa meta per il turismo locale con uno sviluppo edilizio tutt'altro che sostenibile.
L'atmosfera era parzialmente rovinata dal becero turismo cinese, quel turismo che ricorda le gite dell'IMPS degli anni '70 in Italia.
Gente che arrivava in pullman e sciamava nelle zone di sosta per fare quattro foto, comprare due ricordini e poi risalire sul pullman.
Al massimo si concedevano piccole gite sul fiume o visite alle terme.
Il tutto facendo semplicemente casino senza nemmeno curarsi di ciò che il luogo davvero poteva dare. C'erano poi anche i cinesi ricchi che se ne andavano di qua e di là a provare ogni cosa senza particolare interesse, ma solo per spendere soldi e sentirsi benestanti.
Un luogo che fino a pochi anni fa era un paradiso ora mi ricordava molto la Liguria delle spiagge a caro prezzo e dei turisti maleducati.
Ciò nonostante, grazie alla Virgi che si era informata per benino, riuscimmo spesso ad evitare la bolgia.
Appena arrivati, ci dedicammo ad un mini trekking per raggiungere uno dei picchi più noti, diventato famoso a causa di una cavità a forma di luna sulla sommità.
Una piccola sfacchinata per godere di una splendida vista sulla valle.




Il secondo giorno abbiamo fatto un lungo giro in mountain bike per le vecchie strade di campagna visitando piccoli villaggi ed attraversando il fiume mediante piccole barche guidate a traghettatori in stile libro fantasy.
Il giro fu abbastanza faticoso perché in tutto macinammo una sessantina di chilometri fra zone pianeggianti cotte dal sole e piccoli colli pieni di sali-scendi, ma fu davvero interessante visitare i vari villaggi.






Soprattutto il villaggio di Fulì, famoso in tutta la Cina per la produzione dei ventagli, fu una bella sorpresa poiché visitammo una tipica bottega di produzione ventagli e teli decorati.
Ci innamorammo praticamente di tutti quei teli dipinti a mano, erano di una bellezza e finezza incredibili ed era come se ognuno di loro contenesse all'interno l'anima dei paesaggi ivi ritratti.
Ovviamente ne comprammo uno e comprammo svariati ventagli per parenti ed amici.
Alla sera ci sedemmo esausti sulla terrazza del ristorante dell'hotel per un bel Gin Tonic... eeeh si, finalmente un posto in cui potevo ritrovare il mio amato Gin Tonic... ed ubriacatura fu.


Il giorno seguente affittammo uno scooter elettrico.
Un capitolo a parte merita la mobilità delle zone rurali cinesi... c'è di tutto... molti "ape" di fattura cinese, poche vecchie automobili, alcuni trattorini trasformati in utilitaria e tantissimi, ma proprio tantissimi scooter elettrici.
In Italia se provavi a comprare uno scooter elettrico dovevi fare i salti mortali col tripo avvitamento per pagare 8000 euro uno scooter che faceva al massimo i 40 Km/h per un'indipendenza di 30 Km.
In Cina c'erano ovunque negozi che vendevano scooter dall'estetica bellissima, che facevano i 70/80 Km/h con indipendenza dai 60 ai 100 Km... il tutto ad un costo accessibile a qualsiasi cittadino.
Guidare lo scooter elettrico fu divertentissimo e rilassante... giravamo per le strade della valle senza rumore e senza inquinare con prestazioni notevoli.
Certo in centro città era come in quei film dove agli incroci ci sono 50 scooter, 100 bici, 5 camion e 10 auto tutti affiancati pronti a partire con il verde per poi "ingorgarsi" al centro dell'incrocio ed uscirne miracolosamente illesi.
Noi non eravamo abituati e la cosa fu stressante... ma una volta usciti dalla città era un paradiso.
Visitammo l'incredibile villaggio di XingPing pieno di viuzze che sembravano uscite da film storici piene di botteghe e ristoranti e risalimmo il fiume su una improbabile imbarcazione in compagnia di due ragazze cinesi ed uno strano barcaiolo.



A pranzo ci fermammo in un ristorantino molto caratteristico e concludemmo la visita con l'acquisto di una teiera tradizionale cinese.
L'acquisto merita di essere raccontato in quanto la vecchietta proprietaria del negozio non aveva il POS per la carta di credito, allora chiese al vicino che mi accompagno in tutti i negozi del villaggio per poter usare la carta di creadito (si sarebbero poi arrangiati fra di loro).
La mia VISA però non era accettata... allora mi caricò su di una motoretta e fra spericolate peripezie mi porto alla banca del villaggio dove tutti furono a dir poco terrorizzati dal vedermi arrivare.
Comunicando a gesti (nessuno che parlasse inglese) capimmo che anche in quel caso non funzionavano carte e bancomat occidentali.
Ritornammo al negozio dove mi attendeva Virgi in compagnia della vecchina che le raccontava chissà cosa in cinese.


Dopo mille ttattative (a gesti), ci accordammo per un pagamento in euro e noi potemmo risalire sullo scooter e ritornare in città con la nostra bella teiera.
Il giorno dopo ancora ce ne andammo di nuovo un po' a zonzo con lo scooter elettrico e poi esplorammo un tratto di fiume su di una piccola chiatta di bamboo.
Uno strano tizio incontrato in un punto turistico ci carico su di un minivan e ci portò molto a monte del fiume dove c'era una specie di porto.
Sembrava uno di quei porti fluviali che si vedono nei film di avventura anni '80... rumore, gente che gridava, strani ceffi seduti a terra a mangiare riso e fissare i passanti, altri loschi individui che cercavano di vendere varia merce ed ovunque sporcizia.
Restammo in quel luogo per circa un'ora ad attendere che qualcuno ci prelevasse... nessun occidentale, nessuno che parlasse inglese... alla fine fummo prelevati e ci indicarono di salire su di una chiatta.
Il giro sul fiume era il classico e becero giro iperturistico con vista sui fantastici picchi, piccole ed innocue rapide per dare un senso di avventura e miriadi di piccole zattere che si avvicinavano per provare a venderci bevande.









Devo dire che però fu molto rilassante.
Il giorno dopo ancora un'autista ci portò a Guilin dove visitammo la cittadina e la mattina seguente salimmo sul volo per Pechino e poi da Pechino volammo a Monaco e poi Milano.


Della Cina (o meglio della piccola parte di Cina che abbiamo visto) posso dire questo:
Meraviglie della natura che stavano sparendo per fare spazio a palazzi che restavano poi vuoti... nemmeno mettevano le finestre... costruivano solo le parti in muratura per fare PIL.
Tradizioni bellissime in via di estinzione per una voglia di... di non so neanche cosa.
Totale incoscienza di quanta bellezza (sotto tutti i punti di vista) era presente.
E' stato un viaggio... come tutti i viaggi... che ci ha resi più ricchi dentro, più consapevoli e più pieni di bellezza.

venerdì 29 luglio 2016

The Gudu's China Voyage Part 3

Stiamo quasi per partire per il Costarica ed ancora non ho finito di raccontare della Cina.
E' quasi passato un anno, ma fortunatamente ho ancora un vividissimo ricordo del viaggio.

La terza parte del nostro viaggio si sarebbe sviluppata nel Sud Est della Cina nella zona rurale delle risaie quasi al confine col Vietman chiamata "Spina dorsale del drago".

Si tratta di una zona in fondo non troppo dissimile dalle nostre Langhe dove però le colline sono piccole montagne ed invece dell'uva si coltiva il riso.
Per raggiungere questa zona abbiamo dovuto prendere un volo interno di tre ore e poi servirci di un autista che in poco più di altre tre ore ci avrebbe portato in un piccolo villaggio in cima ad una delle vertebre della Spina dorsale del drago.

La partenza da Pechino fu piuttosto movimentata in quanto nessuno parlava inglese e fummo pure rallentati all'imbarco dei bagagli a causa di una serie di gruppi di cinesi che spedivano giganteschi scatoloni pieni di ogni cosa... dalle stoviglie fino ad un groppo che aveva con se una serie di droni.
Riuscimmo a prendere l'aereo per Guilin solo grazie ad un ritardo nelle partenze.

L'aeroporto in cui atterrammo (Guilin) era piccolo ed anonimo come anche l'autista che ci aspettava per caricarci su di una non troppo pulita monovolume.

Fin dall'uscita dal parcheggio ci rendemmo conto che non eravamo più nella Cina delle grandi città e del business filo-occidentale.
La strada era un mix di asfalto e sterrato mentre i villaggi che attraversavamo erano un ammasso di catapecchie semi-finite dotate di antistante parcheggio in terra battuta stile post-bombardamento.
L'autista guidava come un pazzo e ben presto, quando raggiungemmo le strade di montagna, cominciai a pensare che sarebbe stata una fortuna arrivare alla meta vivi.
Il pazzo superava in piena curva arrivando a pochi centimetri dal posteriore della auto prima di sterzare di colpo... il tutto sorseggiando redbull... ci muovevamo in mezzo alle altre auto come un ghepardo fatto di coca.

Furono tre lunghe ore, ma la nostra sofferenza fu ben ripagata.

Giungemmo in un piccolo villaggetto dove la strada finiva chiamato Ping'an.

Sembrava la versione "in tempo di pace" di quei villaggi che si vedono nei film anni '80 ambientati nella guerra del Vietnam.
La gente vestita in modo tradizionale si muoveva per le strade lenta e piegata dal caldo; alcuni erano accompagnati da asini carichi come muli... e per chi non sapesse cosa fa il mulo cinese: mu-raglia... momento simpatia.

La nostra guest house era a circa 500 metri in cima ad una salita davvero notevole.
L'autista scaricò le nostre borse e chiamò un portatore.
Cazzo un portatore! Di quelli che si vedono nei film! Altro un metro ed un cazzo (che in confronto io sono un titano) e così gobbo da sembrare un troll.
Il piccolo uomo si caricò le nostre due borse su di una cesta che portava sulla schiena e si avviò verso l'albergo.
La prima parte del percorso passava in mezzo ad un mercato pieno di cianfrusaglie e cose mangerecce curiose; io guardavo, annusavo e mi stupivo.
Cominciai presto a sentirmi una merda poiché camminavo sbuffando e sudando mentre il portatore viaggiava sereno con le nostre borse sulle spalle... poi quando vidi grassi cinesi farsi portare su in portantina, mi sentii un po' meglio.
In 15 circa minuti arrivammo alla nostra temporanea dimora.
Uno spettacolo!
Era una piccola casetta letteralmente aggrappata alla montagna con una vista spettacolare sulle risaie che solo in quel momento si presentarono a noi in tutta la loro bellezza.
Ci fu offerta una bibita e poi fummo accompagnati in camera. La camera aveva la vista sul villaggio che sembrava anch'esso uscito da un film ed era composto da casette addossate alla montagna in modo così bizzzarro de sembrare quasi "barcollanti".


Tutto intorno c'erano solo risaie con piccole figure gobbe che si muovevano in mezzo a quel verde così verde da far male agli occhi.

Cosa c'è da dire sul nostro soggiorno nella zona di Longsheng (Spina dorsale del drago in cinese)?
Niente di particolarmente vario, per tre giorni abbiamo passegiato in questi luoghi pazzeschi che sembravano usciti da tempi remoti.
Ci siamo svegliati all'alba per ammirare la nebbia salire dalle coltivazioni e diradarsi lenta con l'arrivo del sole, ci siamo stupiti per i mille volti che ogni collina assumeva al cambiare della luce, ci siamo rilassati e rinfrescati in piccoli chioschi sulle cime delle colline succhiando l'interno dei frutti della passione ed abbiamo goduto di quei paesaggi magnifici.








Nella più lunga delle nostre passeggiate finimmo in una zona più remota dove in mezzo ai campi c'erano antiche tombe, davvero suggestivo.
Un'altra volta siamo rimasti bloccati su di un ponte coperto poiché colti da un acquazzone così pazzesco da trasformare un rivolo d'acqua in un torrente così impetuoso da convincerti a tirare fuori le mantelline e levarci di torno.
Un'altra volta ancora siamo stati quasi rapiti da due vecchie contadine che hanno voluto passeggiare con noi parlandoci in cinese ed accarezzandoci, soprattutto una delle due vecchiette si avvinghiò a Virginia continuando ad accarezzarle il braccio e parlarle dolcemente.
I turisti cinesi ci fermavano in continuazione per chiederci di fare foto con loro... soprattutto Virginia aveva un successo incredibile... una volta perdemmo quasi mezz'ora a fare foto con tutti i componenti di una numerosa famiglia che voleva le foto di gruppo ed in singola con noi... i bambini ci indicavano ed a volte cercavano di toccarci di nascosto, ma più spesso erano gli adulti a volere delle foto con noi.
Gli autoctoni invece erano molto discreti e molto concentrati sulla loro quotidianità.



Era incredibile vedere gente vivere ancora come forse in occidente si viveva 50, 60, 70 anni fa nelle zone rurali.
Essendo in una zona rurale bisognava adattarsi un po'... ad esempio ad ogni acquazzone la corrente elettrica se ne andava per mezza giornata e l'acqua entrava dalle finestre... e poi bisognava abituarsi al fatto di avere dei buchi nel soffitto sul quale si appollaiavano uccelli e correvano i topi.
Per noi era divertente e ci dava un gusto di avventura, ma una coppia di turisti tedeschi (fra i pochi occidentali che incontrammo) furono molto turbati dalle mancanze di corrente... per capire la loro reazione (e le mie risate sguaiate) dovreste vedere il film "Ricomincio da capo", la scena dell'acqua calda nella pensione.
Si sa che io sono un maniaco dei tramonti e quindi una descrizione a parte la faccio sempre.
Come sono i tramonti nella zona di Longsheng?
Sono "rurali".
Il sole scende lentamente creando impressionanti giochi di luce sulle risaie, mentre si sentono ancora i rumori dei contadini che tornano dai campi o riparano le loro casette in legno.
Man mano che l'oscurità aumenta, tutti i rumori umani diminuiscono fino a lasciare totale dominio ai suoni della natura.
Un'atmosfera serena, ma per non so quale motivo frenetica.
Quando poi l'oscurità diventa totale, improvvisamente si accendono le piccole luci che illuminano le abitazioni del paese con i suoi ristorantini.
Così mi ricordo io quei tramonti.
Questa bellissima atmosfera, dopo le 20.30 veniva parzialmente rovinata dal rumore dei turisti che uscivano per cena e da qualche locale che cercava di attirare clienti con improbabili karaoke o musica dance altrettanto improbabile.
Ma parlando di locali e di pasti... cosa dire della cucina locale?
La cosa più tipica era il riso cotto nel bambù ovvero, come dice il nome, del riso infilato in un tronco di bambù e cotto sulla brace.
Lo si trovava ovunque, vicino ad ogni locale c'era un addetto che arrostiva del riso nel bambù.
Pittoresco, non cattivo, ma nemmeno stupendo il riso cotto nel bambù era uno dei piatti più leggeri della cucina locale.



Tanto cibo fritto, dall'onnipresente pesce di fiume alle verdure. Nulla da segnalare in particolare se non il frutto della passione servito in modo semplice ovvero togliendo la parte superiore del frutto per poi pescare col cucchiaino o succhiarne l'interno.


Meritano una nota di bizzarria delle pietre locali lavorate fino a sembrare pezzi di pancetta, altre pietre molto più suggestive dette "sangue di gallina" ed i corni di bue intagliati.
Nota di merito per le donne dell'etnia Zhuang che si vestivano ancora in modo tradizionale, ma soprattutto si acconciavano i capelli nello spettacolare modo tradizionale.
Tre giorni passarono in fretta e ci ritrovammo di nuovo sull'auto del pazzo per raggiungere la zona di Yánshuò dove avremmo passato l'ultima parte del nostro viaggio.