domenica 18 febbraio 2018

Sul perchè il disco "Black Coffè" di Joe Bonamassa è il più bel disco rock/blues degli ultimi 30 anni.

Seguo il chitarrista Joe Bonamassa da oramai un paio di anni.
Chitarrista dalla tecnica sopraffina e dall'incredibile gusto con la qualità notevole di essere con la sua chitarra sempre al posto giusto al momento giusto, capendo anche quando è meglio che la chitarra sia del tutto assente.
Dopo questa lode sulle sue qualità di chitarrista, passo al lato negativo che  è la sua spesso scarsa dote di compositore. Lo ascolto sempre volentieri, ma sempre per sentire la sua chitarra poiché solo pochi suoi pezzi sono davvero validi; tutti bellini, ma pochi davvero belli.
Altro piccolo difetto è la sua voce: voce intonata e ben gestita, ma dal timbro e dal carisma poco convincenti su questo tipo di musica.

Da poco ho acquistato "Black Coffe", disco dove il grande chitarrista si fa aiutare alla voce Beth Hart che è una cantante davvero spettacolare con un carisma ed un timbro da brividi... e fanculo al razzismo contro le cantanti blues bianche... questa "piscia nel culo" a quasi tutte le cantanti nere che ho sentito fino ad ora.
Dal punto di vista della composizione il problema è risolto perché si tratta di un cd di cover o pezzi scritti da altri autori.
Gli arrangiamenti sono spettacolari, ma davvero spettacolari... i suoni sono grezzi e fungono da contrappassum alle finezze tecniche... l'approccio è vecchia maniera, ma con un "ordine sonoro" moderno che permette di godere appieno la musica pur mantenendo un groove che non sento dai tempi di Gary Moore o Jeff Healey che però a causa dell'approccio di mixing risultano più "pasticciosi" rispetto a Bonamassa.
La scelta dei pezzi è davvero azzeccata così come l'idea di creare un approccio stilistico e sonoro personale, ma adattivo alle situazioni.

Non ascolto un disco di blues così da 30 anni perché, a prescindere da tutto, è un disco incredibilmente bello da ascoltare... e riascoltare.
Il disco è registrato in analogico, quindi consiglio l'acquisto e l'ascolto in vinile. Insieme al vinile ci sono i codici per scaricare gli mp3 che ho verificato essere di qualità.

Altro da dire non ho, se non "Buon ascolto"

sabato 10 febbraio 2018

Lele Fagliano... un musicista... che mi ha insegnato cos'è un musista

20 anni fa circa me ne stavo sempre con un gruppo di amici, si chiamavano Jo, Gian-up e Davide.
Erano tutti musicisti ed insieme si andava ai concerti, a bere nei locali e ci si ri-trovava spesso nei posti più improbabili a filosofeggiare sulla musica e sulla vita.
Ai tempi eravamo ventenni con l'unica preoccupazione di fare/ascoltare buona musica e separare dalle loro mutandine il numero più alto di ragazze possibile.

Con noi spesso c'era anche Lele, allora quasi cinquantenne.
Non so nulla della vita di Lele prima di quell'età: perché fosse ossessionato dallo stile dei nativi d'america, dalle filosofie anni '70 e perché fosse arrivato ad amare sopra ogni cosa la musica.

Lele era quel tizio con i capelli lunghi e lisci vestito in stile anni '70 che passeggiava con aria assente per Saluzzo.
Lele era quel tizio che trovavi a tutti i concerti, di tutti i genere che si facevano a Saluzzo... spesso lo trovavi anche a concerti in altri posti, ma meno spesso perché Lele si era sempre rifiutato di prendere la patente e quindi per uscire da Saluzzo la sera doveva fare l'autostop od aggregarsi a qualcuno... come ad esempio noi... noi che come lui si viveva per andare ai concerti.
Lele era anche quell'infermiere che quando te lo trovavi davanti in ospedale pensavi "Oh mio Dio, sono nella merda" e poi però si occupava di te con un'umanità ed una pazienza non comune.

Lele scriveva canzoni e suonava la chitarra.
Le sue canzoni non erano male... magari non erano originalissime, ma di sicuro erano superiori al 90% della merda che ci propinano oggi alla radio ed al festival di San Remo.
Lele sapeva quattro accordi e 7 arpeggi sulla chitarra e su queste basi ha scritto decine di canzoni. Aveva uno stile tutto suo che enfatizzava chiaramente quanto per lui fosse importante quello che raccontava nei suoi testi.
Lele a dire il vero non era un gran che come cantante, era abbastanza stonato e con la voce raschiata via forse dagli eccessi della gioventù... ho scoperto al suo funerale che è anche stato giovane perché qualcuno ha portato una foto di quando era ventenne.

Lele è una delle poche persone rimaste fedeli a se stessi ed ai propri ideali per tutta la vita.
Lele mi ha insegnato cosa significhi essere un musicista ovvero amare la musica più di ogni altra cosa.

Lui amava la musica più di ogni altra cosa.
Ha colto ogni occasione possibile per cantare le proprie canzoni... ogni concorso, ogni manifestazione, ogni festival, ogni costinata, compleanno, anniversario, elezione, cena, addio al celibato, matrimonio, divorzio, trasloco, constatazione amichevole, duello e così via.
Lo trovavi a partire dai palchi dei concorsi di paese dove le ragazzine cantavano le cover dalla Pausini con le basi fino ai raduni punk dove ragazzotti dai capelli tinti facevano vedere il culo al pubblico durante le canzoni. Lui saliva sul palco con la sua chitarra e faceva le sue canzoni.
A volte la gente rideva e lo prendeva in giro, altre volte batteva le mani seguendo le sue canzoni... lui non si è mai tirato indietro di fronte a nessuna occasione di suonare e non una volta l'ho sentito criticare un palco.
Ha collaborato praticamente con tutti i musicisti del Saluzzese.
Non importava se fossi un dio od una scarpa, se sapevi suonare qualcosa lui aveva piacere di suonare con te qualche sua canzone.
Se poi lo incontravi per strada di chiedeva dei tuoi gruppi, della tua musica, dei tuoi strumenti.
La chitarra l'aveva sempre a portata di mano, la faceva sbucare dal nulla che "Harry Potter levati proprio" e poi ti faceva sentire il suo ultimo pezzo.

Grazie a questo suo amore incondizionato per la musica si è guadagnato il rispetto di tutti i musicisti che ha conosciuto ed a tanti, come a me, ha insegnato cosa significa essere un musicista.

E' morto di colpo a 68 anni e da oggi la scena musicale saluzzese è di sicuro un po' più triste.

Al funerale oggi una signora ad un certo punto ha detto ad alta voce "Perchè non c'è nessuno che prende una chitarra e gli suona un canzone?"... perchè tutti i suoi amici musicisti (presenti a decine) erano troppo tristi per pensare di imbracciare uno strumento.

Se c'è qualcosa dall'altra parte, di sicuro starà facendo impazzire gente come Hendrix, Charles, Bonham, Zappa, B.B.King per fare due note insieme... ragazzi... trattacelo bene.

domenica 12 novembre 2017

Gudu’s Pura Vida Experience – Part five: di kayak e quetzal

Tratto da www.travelgudu.wordpress.com, il blog di Viaggio scritto a 4 mani da me e la Virgi.

Da Playa Dominical, da dove siamo partiti per l’escursione al Corcovado, consigliati dalla inseparabile Lonely Planet abbiamo contattato i ragazzi del Pineapple Tour con cui abbiamo organizzato una stupenda escursione in kayak tra i mangrovieti.
Non eravamo mai saliti su un kayak prima, ma ci siamo subito appassionati. Con noi c’era anche una coppia di ragazzi inglesi parecchio simpatici e i due ragazzi che ci facevano da guida erano gentili e spassosi. Dopo un rapido briefing, ci hanno caricati in jeep e portati lungo il fiume con i kayak. Chiusi i nostri “valori” in sacche impermeabili siamo partiti giù per il fiume. Non si è trattato di rapide, certo, ma nei punti in cui la corrente diventava più vivace è stato davvero entusiasmante. In un paio di punti, a causa dei temporali notturni, alcuni tronchi ostacolavano il corso del fiume, così siamo scesi caricandoci i kayak in spalla per superare l’ostacolo (e per farci un tuffo, dopo aver scrutato la riva per escludere la presenza di coccodrilli…). Giunti alla foce del fiume, abbiamo remato verso il mangrovieto, dove le acque sono tranquille e lente, ci siamo lasciati trascinare pigramente, intorno solo quiete, decine di esseri viventi a sbirciare tra il fogliame e un risuonare continuo di tac-tac di innumerevoli chele aperte e chiuse a ripetizione. Rientrati alla spiaggia, i ragazzi del Pineapple Tour ci aspettavano con la mitica agua de pipa (acqua di cocco) e frutta fresca.



L’indomani abbiamo lasciato la costa per dirigerci verso la zona interna, più montagnosa e disabitata, diretti, più precisamente, a San Gerardo De Dota e alla regione del Rio Savegre. Guidando per strade ripide in mezzo ai boschi, abbiamo raggiunto il nostro lodge. La zona del Rio Savegre è famosa per la presenza di un uccello particolarmente colorato e bello, chiamato Quetzal Splendente, prossimo alla minaccia dell’estinzione ed obiettivo delle nostre escursioni in zona. Naturalmente il nostro cercare è stato vano anche se (forse) ne abbiamo sentito il verso un paio di volte…
Per contro, abbiamo fatto delle belle ed avventurose escursioni lungo il Rio, e avvistato svariati pennuti colorati e ciarlieri. Per la verità, lo stato delle “infrastrutture” dei sentieri in zona lasciava molto a desiderare (ponticelli marci, corde staccate, gradini mancanti) ma noi impavidi non ci siamo lasciati scoraggiare.


La zona del Savegre è freddina, tanto che era un piacere rientrare al lodge la sera, infreddoliti e umidi. Sì, perché naturalmente abbiamo beccato la pioggia, tanta pioggia, ci siamo rifugiati nelle mantelline con tanto di zaini sotto le mantelline, sembravamo quasi due Hobbit alla ricerca dell’anello.

A San Gerardo De Dota si è conclusa la nostra avventura in mezzo ai ticos e alla mutevole natura costaricense. Rientrati a San Josè, ci siamo imbarcati e, di nuovo dopo un lungo volo ed uno scalo a New York – durante il quale hanno ispezionato il nostro borsone pieno zeppo di roba sporca bagnata e sudata dalle piovose escursioni dei giorni precedenti (chissà quei poveri cani anti-droga e anti-esplosivo quanto si sono pentiti!) – siamo rientrati a casa. Con gli occhi ricchi del verde rigoglioso della foresta, del bianco e del nero delle spiagge e del blu del mare e con il cuore pieno di ricordi e di esperienze – il vero bottino di ogni viaggio.
:::::::Info pratiche:::::::
Zona: provincia di Puntarenas
Lodge: Villas Rio Mar (Playa Dominical) e Savegre (San Gerardo De Dota); Hotel Alta Las Palomas (San Josè)
Attività:
Fare pipì a bordo fiume con simil-avvoltoi intorno in attesa. Fatto. Voto 6/10.
Girare su stessi col kayak in preda alla corrente. Fatto. Voto 7/10.
Bere l’acqua di cocco direttamente dal cocco. Fatto. Voto 9/10.
Passare su ponti sospesi mezzi marci tipo Indiana Jones. Fatto. Voto 8/10.
Gin tonic nel mezzo di montagne remote. Fatto. Voto: 7/10.
Inutile cerca del Quetzal Splendente. Fatto. Voto: 3/10.
Prendere per il culo il Quetzal Splendente per il suo nome. Fatto. Voto 8/10.
Parlare dei massimi sistemi con piccoli uccelli rossi. Fatto. Voto 6/10.
Indice di fastidio umanità: 2 JarJar. Poca gente e tanto spazio vitale.
Indice di fastidio fauna: 5 JarJar. Sto Quetzal però poteva uscire a farsi vedere.
Indice di piovosità: 7 Giuliacci. Piogge tipo film fantasy.
Indice di fatica: 0,2 Cherro Chato. Camminate lunghe si, ma umane.

Gudu’s Pura Vida Experience – Part four: di onde e foresta primaria

Tratto da www.travelgudu.wordpress.com, il blog di Viaggio scritto a 4 mani da me e la Virgi.

Il Costa Rica è un paese dalle mille avventure e dai mille ecosistemi. Lasciando la foresta nebulare siamo arrivati sulla costa, nel famoso Parque Nacional Manuel Antonio, dove la foresta si perde sulla sabbia bianca e arriva a lambire le onde dell’oceano pacifico.
Il primo bagno nel Pacifico è incredibile: acqua tiepida e onde, e una risacca che ti porta via. E’ un attimo ritrovarsi come bambini a prendere di petto ogni onda e lasciarsi travolgere e portare a riva in una capriola di sabbia e sale. E se inizia a piovere mentre si è in mare (e in Costa Rica accadrà di sicuro), è ancora più bello, mare caldo e pioggia fresca. Da restarci per sempre e diventare salsedine.
Il Parco Manuel Antonio non è esattamente un paradiso naturale o, meglio: potrebbe esserlo, se non fosse per tutte le persone che lo invadono (letteralmente). In particolare perché all’interno del parco, oltre a percorsi naturalistici per osservare fauna e flora, ci sono bellissime spiagge bianche dove è consentita la balneazione. E ci sono pure tanti (troppi) italiani… [troppo spesso gli italiani all’estero sono chiassosi e invadenti, in un attimo si perde la sensazione di “esotico”, perciò sentire l’idioma natio ci fa richiudere a riccio, accelerare il passo e masticare parole inglesi a caso]. Comunque, nel parco abbiamo percorso un bel po’ di sentieri, avvistato ogni sorta di scimmia presente e bradipi, ragni, procioni, roditori e mustelidi vari. Enormi iguana addormentate sulle radici di mangrovie in spiaggia. Processioni di formiche, ognuna con il proprio pezzetto di foglia, instancabili. Granchi, lucertole, farfalle.



Lasciato Manuel Antonio, ci siamo spostati poco più a sud a Playa Dominical. Da qui, era stata organizzata una escursione verso il Parque Nacional Corcovado, ovvero “the most biologically intense place on Earth” secondo National Geographic. Come non andarci? Si trova nella Penisola di Osa, nel sud del Paese, e si raggiunge solitamente via mare. Perciò al mattino un pulmino ci ha prelevati dall’hotel e nel giro di mezz’ora noi – assolutamente ignari di come si sarebbe svolta la gita – ci siamo ritrovati sulla spiaggia, con le scarpe da trekking in un sacco della spazzatura, circondati da una manciata di altre persone (attrezzati con costume da bagno e sandali da mare, loro!), a sfidare le onde immersi fino al bacino per raggiungere il motoscafo che ci avrebbe portato alla ricerca di delfini e balene. Ed evidentemente era il periodo giusto, perché ne abbiamo avvistati un sacco. Vedere questi pachidermi del mare emergere, spiccare salti e abbandonarsi mollemente al mare spruzzando acqua a pochi metri dal motoscafo è incredibile e a tratti preoccupante. Animali giganteschi, ma aggraziati e “dolci” del loro muoversi all’unisono con i loro cuccioli.
Dopo più di un’ora di motoscafo abbiamo raggiunto finalmente Corcovado. Famoso in particolare per la presenza del tapiro di Baird e per la densità di felini, il parco è quasi interamente foresta primaria, intatta, incontaminata dalla presenza umana. Foresta primaria significa che non è mai stata tagliata dall’uomo: gli alberi sono nati cresciuti e morti nel caos, in un tempo senza tempo scandito solo dagli eventi atmosferici. Foresta, come diecimila anni fa. Dove noi ci siamo addentrati (con una guida) per avvistare svariate scimmie, molti pipistrelli ed uccelli, tra cui l’Ara Scarlatta, e soprattutto per godere di quel senso di selvaggio. Naturalmente tapiri e giaguari se ne sono rimasti rintanati per benino nella vegetazione. La spiaggia pigra invasa da granchietti come sassolini che rotolano all’unisono con la risacca.

Raggiungere lo sperduto parco di Corcovado vale indubbiamente la pena: selvaggio, isolato, un incredibile angolo di natura vergine da proteggere.


:::::::Info pratiche:::::::
Zona: provincia di Puntarenas
Lodge: Costa Verde (Manuel Antonio) e Villas Rio Mar (Playa Dominical)
Attività:
Bagno nel pacifico con regressione ad anni 4. Fatto. Voto 9/10
Prendere per il culo le iguane per il loro sculettare. Fatto. Voto 7/10.
Stare sulla punta del motoscafo per fare il figo e poi sbriciolarsi l’osso sacro a causa dei mille salti sulle onde. Fatto. Voto 2/10
Stare in mezzo a balene che saltano. Fatto. Voto 9/10
Essere spruzzati dalle balene. Non Fatto. Peccato.
Inutile cerca del tapiro di Baird. Fatto. Voto: 3/10
Parlare dei massimi sistemi con pipistrello. Fatto. Voto 8/10. Il pipistrello dormiva.
Indice di fastidio umanità: 7 JarJar. Manuel Antonio troppo affollato. 1 JarJar Corcovado.
Indice di fastidio fauna: 1 JarJar. Adorabile fauna, come sempre.
Indice di piovosità: 1 Giuliacci. Incredibile sole, tranne un temporale durante il bagno nel pacifico
Indice di fatica: 0,2 Cherro Chato.

Gudu’s Pura Vida Experience – Part three: di vegetazione e nebbia

Tratto da www.travelgudu.wordpress.com, il blog di Viaggio scritto a 4 mani da me e la Virgi.

Con le scarpe ancora infangate dal Cerro Chato, il nuovo giorno ci riporta in auto a precorrere i poco più di 100 km che ci separano da Monteverde. O per meglio dire dal “Bosque Nuboso Monteverde”. Non so cosa stia capitando nella vostra testa, ma bosque nuboso nella nostra di testa accende immediatamente l’immagine della foresta tropicale, quella con le liane, magari pure con Tarzan.


In effetti, il Bosque Nuboso Monteverde è proprio così: un intrico verde alto decine di metri, aggrovigliato, ombroso, e l’umidità che trasuda dagli alberi è tale da creare una perenne nebbiolina. Per contro, la temperatura non è troppo alta. Grazie all’ombra, alla frescura e all’altitudine (si raggiungono i 1460 m), la temperatura è tra il gradevole diurno e il frizzantino serale/mattutino.
Abbiamo dedicato all’esplorazione del parco un pomeriggio, un giorno ed una notte. Purtroppo, a causa delle piogge alcuni sentieri non erano agibili, ma noi naturalmente non ci siamo lasciati scoraggiare. Muniti delle preziosissime mantelline (NB. se programmate un viaggio in Costa Rica non potrete farne a meno), ci siamo lanciati nel verde. La vegetazione è straordinaria e avvolge ogni cosa; abbiamo avvistato scimmie e uccelli, non molti perché come già detto la stagione non è la più indicata e tra l’altro ci vuole un occhio d’aquila per scovare quelle matasse di pelo/piume nel verde.
Poco fuori dal parco, c’è un bar-ristorante che ha appeso agli alberi delle mangiatoie e degli abbeveratoi per i colibrì: è davvero uno spettacolo. Volano a pochi centimetri dagli spettatori, veloci come saette, volano, bevono, litigano e spariscono per tornare un istante dopo.
Il Parco organizza escursioni notturne guidate per avvistare la fauna che di notte popola la foresta nebulare. Noi ovviamente abbiamo partecipato, avvistando svariati insetti, ragni (scoprendo che le tarantole sono animali indifesi e sfigatissimi: esiste un tipo di vespa che l’attira fuori dalla tana, la paralizza pungedola e infine depone all’interno del ventre della tarantola un uovo; la larva crescerà mangiando a poco a poco il ragno ancora vivo, finché non sarà pronta per la metamorfosi… terrificante) e pipistrelli. A questo punto probabilmente dovete sapere che i pipistrelli sono animali per noi amatissimi e quindi – pur non avendo avvistato anfibi né il giaguaro – siamo stati ampiamente ripagati. I pipistrelli sfruttano di notte gli stessi abbeveratoi usati dai colibrì, offrendo uno spettacolo ancora più magico seduto nell’oscurità della foresta. Sì, perché se la foresta è piuttosto ombrosa già durante il giorno, di notte il buio è buio per davvero. Spegnere le torce e restare in ascolto di un rumore prodotto da non si sa quale animale nella foresta è allo stesso tempo un brivido di curiosità e di paura.




A Monteverde il suolo è (anche) ricco di piantagioni di caffè; noi siamo capitati alla Finca La Bella Tica, dove siamo stati accolti inattesi da una ragazza e una signora anziana piuttosto stupite di vederci, tra un temporale e l’altro. Abbiamo acquistato caffè da riportare a tutti i caffeinomani italiani – prima tra tutti la sottoscritta. Abbiamo “bevuto” Costa Rica per settimane a casa, ogni tazzina colma di ricordi e di un pizzico di nostalgia.
La ciliegina sulla torta della nostra permanenza a Monteverde è stato, senza dubbio, il Trapp Family Lodge, un lodge di montagna confortevole e accogliente, dove sorseggiare gin tonic mentre “fuori il vento flagella alberi e bradipi”.
:::::::Info pratiche:::::::
Zona: provincia di Puntarenas
Lodge: Trapp Family Lodge
Attività:
Escursione al Bosque Nuboso Monteverde. Fatto in lungo e largo. Voto 8/10
Stare in mezzo a decine di colibrì pazzi. Fatto. Voto 9/10.
Stare al buio in mezzo a decine di pipistrelli pazzi. Fatto. Voto 10/10
Gin Tonic vista foresta. Fatto. Voto: 9/10
Cena con odiatissima musica latin-jazz. Fatto. Voto: 3/10
Guidare ancora come pazzi il fuoristrada su sterrato. Fatto. Voto: 9/10
Parlare dei massimi sistemi con una tarantola dopo averla stanata con un rametto. Fatto. Voto 8/10. Tarantola mediamente scazzata.
Indice di fastidio umanità: 1 JarJar. Record in positivo.
Indice di fastidio fauna: 1 JarJar. Adorabile fauna.
Indice di piovosità: 5 Giuliacci. Pioggia, vento, pioggia, vento, …
Indice di fatica: 0,2 Cherro Chato.





Gudu’s Pura Vida Experience – Part two: di vulcani e fango

Tratto da www.travelgudu.wordpress.com, il blog di Viaggio scritto a 4 mani da me e la Virgi.

Dopo la splendida esperienza di Tortuguero, con la nidificazione delle tartarughe verdi, ci lasciamo alle spalle i turisti e siamo sul nostro fuoristrada Daewoo Bego diretti verso La Fortuna.
La strada scorre regolare, senza molto traffico, il paesaggio cambia progressivamente, ci lasciamo alle spalle i campi di banani e ci avviciniamo alle foreste. Raggiungiamo il nostro Lodge, l’Arenal Country Inn, verso sera. Il lodge si presenta silenzioso e vuoto, con un certo senso di abbandono, memore forse della fortuna (o di una La Fortuna) di altri tempi (o di altre stagioni turistiche); offre pochi servizi (no lavanderia – che invece avrebbe fatto comodo considerata la giornata successiva – no ristorante, no bar).
La Fortuna è una piccola cittadina praticamente senza illuminazione notturna e anche lei, come il lodge, un po’ sottotono. Forse a febbraio-marzo c’è un brulicare di vita, non saprei, ma certo è che ad agosto l’ambiente è piuttosto sonnolento e deserto. La cittadina non offre molte opzioni gastronomiche. Un po’ indecisi sul da farsi, ci lasciamo consigliare da google maps e raggiungiamo così il Soda Viquez. Cos’è un soda? In Costa Rica i soda sono piccoli ristorantini, in genere a conduzione familiare, che offrono cibo semplice (casado) a cifre più che abbordabili. Il “nostro” soda è piccolo ma arioso, con una sala da pranzo a mo’ di veranda aperta sulla strada, pareti luminose e semplici tavolini pronti ad accogliere i clienti. Che, per la verità, sono parecchi pur se fuori stagione. E’ gestito da due ragazze gentili e disponibili; potrete ordinare tre versioni di casado (carne, pesce o vegetariano) e riceverete un piatto stracolmo di cibo salutare, riso, verdure. Ordinate insieme un batido (frullato di frutta fresca), ed il gioco è fatto: siete dei ticos.
Dopo esserci rifocillati, facciamo quattro passi ma presto decidiamo di tornarcene al lodge. L’indomani ci aspetta un’avventura.
L’avventura, per la verità, è stata molto più tosta e strenua dell’atteso. L’avventura che ci eravamo prefissati era il trekking del Cerro Chato, per giungere al lago che occupa il cratere del vulcano. Lonely Planet, nostro fedele compagno di viaggio, recita (e sono andata a rileggermelo, che forse ero stata io a sottostimare l’impresa?):  “Il Sendero Cerro Chato, la passeggiata più bella e interessante del parco [omissis] serpeggia tra i pascoli prima di salire piuttosto ripidamente tra ciò che resta di antiche foreste e macchie di vegetazione vergine sullo sfondo del cielo brumoso”. Piuttosto ripidamente? Sì, forse un po’ ho sottostimato io, ma 8 km nel fango salendo appesi a corde (e attenti a non sfiorare la vegetazione, che in Costa Rica una delle primissime cose che ti vengono dette è che non devi toccare nulla che buona parte di ciò che ti circonda è velenoso!) io l’avrei descritto diversamente…
Ma andiamo per gradi, partiamo dall’inizio. Ci svegliamo presto, ci dirigiamo all’Arenal Observatory Lodge da dove parte il Sendero, molliamo la macchina e partiamo, caldi-duri-e-puri come solo i veri viaggiatori possono essere. La partenza è soft: terreno regolare, salita dolce, bei paesaggi. Illusione: ben presto l’habitat intorno a noi cambia, la foresta si infittisce, il terreno è fangoso e sconnesso. Poco più in là, inizia la salita, o per meglio dire, l’arrampicata: terreno fangoso fino alle ginocchia, pendii scoscesi su cui issarsi a forza di braccia e gambe e muscoli di cui fino a quel momento avevo sempre ignorato l’esistenza, reggendosi a corde marce. Avventuroso, fico, molto fico; all’inizio almeno. Poi la fatica ha avuto il sopravvento. Credo di aver fatto gli ultimi 500 m scongiurando la morte per sfinimento ad ogni passo; Leo se l’è cavata molto meglio, del resto dei due è lui quello atletico.




Però: giunti in cima, vi ritroviamo avvolti dalla bruma sulle strette sponde di un laghetto vulcanico. Un paesaggio sospeso, impressionante, solitario e bello. Ci sediamo in bilico su un tronco caduto e restiamo per un po’ a riprendere fiato e ad osservare questo angolo selvaggio. Accanto a noi una raganella marroncina ci osserva.


E poi ripartiamo per tornare a valle. La discesa è ardua tanto quanto la salita. Scivoliamo, ci imbrattiamo di fango, ma alla fine arriviamo all’auto con l’apparato osteoarticolare integro. Dolorante, ma integro. Ce ne torniamo al lodge, ci tuffiamo sotto la doccia e ci asciughiamo con i perennemente umidi asciugamani costaricensi (il tasso di umidità in pieno agosto supera il 90%) e ci trasciniamo al nostro amato sodaper la cena. Vi ricordate che ho detto che mancava la lavanderia? La sera si è infatti conclusa con me che interpreto la bella lavanderina nel tentativo di ripulire dal fango la nostra tenuta da trekking. Sappiate, qualora vi trovaste in stato di necessità, che in Costa Rica esistono i mini super, dei minimarket super-forniti di ogni cosa. Tra cui, magno gaudio, saponette Vanish che lavano via la fanghiglia del Cerro Chato.



:::::::Info pratiche:::::::
Zona: provincia di Alajuela
Lodge: Arenal Country Inn
Attività:
Escursione Cherro Chato. Fatto. Voto:9/10
Escursione Vulcano Arenal. Non Fatto.
Cena al Soda. Fatto. Voto: 8/10
Lavare i panni nel micro-lavandino del lodge. Fatto. Voto: 4/10
Guidare come pazzi il fuoristrada su sterrato. Fatto. Voto: 9/10
Parlare dei massimi sistemi con una Rana. Fatto. Voto 8/10. Anche rana soddisfatta.
Indice di fastidio umanità: 2 JarJar. Record in positivo.
Indice di fastidio fauna: 3 JarJar. Perché comunque sti ragni velenosi ovunque rompono un po’ le balle.
Indice di piovosità: 3 Giuliacci. Miracolo, non abbiamo preso piovaschi.
Indice di fatica: 1 Cherro Chato. Da ora diventa unità di misura.

venerdì 21 luglio 2017

Gudu’s Pura Vida Experience – part one: di carapaci e sabbia

A partire da oggi, i resoconti di viaggio miei della Virgi saranno pubblicati su questo blog:

Travel Gudu Blog
Io mi limiterò a copiarli anche qui per tenerne traccia.

Invece io miei pensieri e le mie recensioni continuerò ovviamente a pubblicarle qui. Ma bando alle ciance. In questo posto si parla del nostro viaggio in Costarica.

Da qualche parte bisogna pur iniziare. E dopo aver a lungo elucubrato, abbiamo deciso per il Costa Rica. Parliamo di appena un anno fa. Parliamo di un viaggio avventuroso, vario, dinamico, intenso, umido, gastronomicamente monotono, kilometrico. Partiamo subito specificando una cosa: agosto NON è il mese giusto per andarci. Pioverà a dirotto almeno (NB almeno) una volta al giorno. Il clima rende meno probabili gli avvistamenti di animali. Ma: è la stagione della nidificazione delle tartarughe versi sulla costa orientale. Anche solo per quello, a nostro avviso, ne vale la pena.

Il nostro viaggio è iniziato con un assurdamente lungo e frammentario volo aereo, che, tramite Francoforte e Panama, dopo circa 15 ore spese in aria e circa 6 spese in aeroporto, ci ha portati ad atterrare San Josè. Il viaggio è stato organizzato tramite l’agenzia di colei che oramai è un’amica, Zalun Viaggi, e tramite il tour operator Etnia Viaggi.
Dopo un primo pernottamento a San Josè, la mattina successiva ci hanno caricati su un pullman per portarci a Tortuguero.
Un pullman.
Pieno. Zeppo. Di. Turisti.
Bastasse quello. No, invece. Un cordiale spumeggiante amigo con un microfono che, al ritmo di “So my friends…” ha scandito ogni minuto dell’interminabile trasferimento fino alla spiaggia, dove finalmente ci siamo imbarcati per raggiungere il lodge nel cuore dei canali del Parque Nacional Tortuguero.



L’Evergreen Lodge sta proprio sulle rive dei canali di Tortuguero, con tanti piccoli bungalow in mezzo alla foresta, con percorsi sospesi su passerelle di legno. Anche qui, un sacco di turisti, purtroppo. Le attività nel lodge erano sostanzialmente organizzate a gruppi: escursioni a piedi, escursioni in barca, visita al villaggio di Tortuguero; e poi attività facoltative, tipo il canopy tour (ovvero percorsi sugli alberi, con liane e piattaforme, sospesi a parecchi a metri di altezza – insomma, ad altezza bradipo), il noleggio di canoe, e ultimo ma non ultimo: l’escursione notturna per assistere alla deposizione delle uova delle tartarughe.

Partiamo che è già buio, con la barca raggiungiamo il villaggio di Tortuguero e da lì, a piedi, al buio, la strada illuminata dalle torce elettriche, ci avviciniamo alla spiaggia.
I rangers vanno in avanscoperta e ci fanno accedere alla spiaggia solo quando la tartaruga ha ormai raggiunto la posizione prescelta (assolutamente non bisogna trovarsi tra mare+tartaruga e futuro nido per non scoraggiare la testuggine). Ci avviciniamo piano, in silenzio, camminando nella luce rossa della torcia del ranger. Ad un certo punto, è lì, a pochi centimetri da noi: un grosso guscio nella sabbia scura, con le pinne scava e scava, fino a che è soddisfatta. E allora depone le uova, decine e decine. E noi lì, così vicini da poterla toccare. E mentre siamo incantati ad osservare la meraviglia della natura, ecco che un’altra tartaruga di cui non ci eravamo accorti sbuca fuori da un anfratto. E’ incredibile. Ci accovacciamo lì accanto. Indescrivibile. Poi il lento e stanco ritorno al mare, le tracce pesanti sulla sabbia, le onde che lambiscono il carapace fino a trascinarlo con sé.

Se un’esperienza vale un viaggio, questa sicuramente lo è valso.



La natura a Tortuguero è rigogliosa e prepotente. La mattina le scimmie ci svegliano lanciando qualcosa (frutti? escrementi? in fondo non vogliamo saperlo) sul tetto della nostra capanna. Granchi incredibilmente blu e arancioni brulicano nella palude. Per non parlare degli anfibi e degli uccelli. Noi partecipiamo alle attività organizzate, che per la verità ci piacciono e non ci piacciono (siamo orsi, in fondo), e poi decidiamo di inoltrarci nella foresta per conto nostro. Proprio al fondo della passerella che porta al nostro bungalow, inizia un percorso a piedi e noi, muniti di stivali partiamo. Ovviamente piove. Un cane un po’ vecchiotto, custode del lodge e degli ospiti, ci accompagna. Pare di essere in una scena di Jurassic Park, ve lo ricordate? Pioggia e vegetazione e fango ovunque; due figure con stivali e mantelline che goffamente si fanno strada nell’ignoto. Spavaldi, coraggiosi.
Anche se, a dire il vero, il nostro “coraggio” è stato presto mutilato e, col fango ed il pantano che tentavano di risucchiare i nostri stivali, in mezzo a ponticelli di legno marci, siamo stati costretti a ritornare alla base.







A Tortuguero ci siamo fermati per tre notti, al termine delle quali siamo (purtroppo) risaliti sul popolosissimo pullman cullati da “So my friends”, diretti a Guapiles dove – finalmente – è iniziata la nostra avventura in solitaria.

:::::::Info pratiche:::::::

Zona: Costa Orientale
Lodge: Evergreen
Attività:
Safari fotografico a piedi. Fatto. Voto:5/10
Safari in barca all’alba. Fatto. Voto: 6/10
Canopy tour. Fatto. Voto: 6,5/10
Visita del villaggio di Tortuguero. Fatto. Voto: 4/10
(breve) Safari in solitaria sotto la pioggia stile Jurassic Park. Fatto. Voto: 7/10
Noleggio canoa. Non fatto.
Turtle nesting. Fatto. Voto: 10/10.
Indice di fastidio umanità: 7 JarJar.
Indice di fastidio fauna: 3 JarJar (ste scimmie mattiniere un po’ rompevano).
Indice di piovosità: 5 Giuliacci.